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Commento

 

Quella paura fottuta

 

«Guardi, il problema è nato dal nulla, davvero. È che non riesco a prendere l’aereo. Ma io devo prenderlo, cazzo. Come ci arrivo da lei, se non riesco a salire sull’aereo? E mi dà fastidio perché questa paura non l’ho mai avuta prima in vita mia. Ho preso decine di aerei e non mi è mai successo niente. E adesso, invece, sono pieno di paranoie del cazzo. E se poi cade? E se dovesse precipitare e io morissi? Mi sono sempre domandato se i cadaveri negli aerei li trovano ai loro posti, tutti composti ma sciolti e bruciati, tipo esercito di terracotta, o se i corpi sono scomposti e fatti a pezzi. Che schifo. E poi trovo disgustosa l’idea dei corpi bruciati perché si vedono i denti e il teschio sotto la pelle. Mi fa senso pensare a quei corpi neri coi denti di fuori tipo ghigno. Ecco, lo vede? Come faccio a prendere l’aereo con questi pensieri?»

L’analista non parla, non parla quasi mai. Aspetta.

«Non so da dove sia cominciata questa paura. Credo si tratti di tutte le notizie che in questi giorni hanno preso a essere trasmesse, a quello che dicono i telegiornali, intendo. Ha notato come ultimamente vadano di moda i disastri aerei? Io non ho mai avuto paura di volare, l’ho fatto spesso per lavoro, ma adesso proprio non ce la faccio. Ho una paura fottuta, tipo che me la faccio addosso anche solo a pensare di arrivare al cazzo di check-in. Mi vedo quella faccia pallida e sorridente da stronza della hostess o come cazzo si chiama la tipa che fa l’imbarco – sempre una tipa, tra l’altro, come se dovesse piacermi di più prendere un fottuto aereo se a timbrarmi il biglietto è una stangona in minigonna, come se dovessero convincermi a comprarlo, quel loro fottutissimo aereo. Be’, insomma, mi vedo la faccia cadaverica di questa tipa dal sorriso perfetto e mi viene voglia di prenderla a pugni. Probabilmente se non guarisco succederà così: arrivo in aeroporto, mi piscio addosso mentre sono in coda al check-in e quando sono di fronte alla spilungona che sorride, SBAM! Un pugno in faccia.»

Sospiro. L’analista si decide a parlare.

«E lei mi diceva che non si tratta di una paura nota. Con tutti gli altri aerei non c’è mai stata. Con questo aereo, questo in particolare, che lei deve assolutamente prendere, invece, la paura è comparsa.»

«Sì, cazzo. Proprio adesso, tra l’altro. Vede, la mamma è morta un giorno fa. Ieri, non ‘un giorno fa’. Che cazzo di modo è di parlare? Comunque, è morta ieri. Era già malata, sapevo che sarebbe stata solo questione di giorni, ormai. Mi arrivavano notizie, ultimamente, delle sue condizioni che si andavano aggravando. Era, come si dice, sospesa, no? Tra la vita e la morte da diverse settimane. E poi le sue condizioni sono precipitate. Be’, dopodomani è il funerale e domani dovrei prendere quel fottuto aereo per raggiungerla. E devo andarci, non posso tirarmi indietro. Ha idea di cosa direbbero i parenti se proprio io non ci fossi? Non posso annullare la cosa. Non posso, eppure… ecco… non riesco.»

«Lei teme che questa sua paura improvvisa e che non riesce a spiegarsi le impedisca di presenziare al funerale di sua madre. Ha paura, se ho ben capito, che non riuscirà a vincere questo impedimento che sente, e quindi non andrà da sua madre.»

«Sì, e non capisco come mai. Perché mi è venuta questa paura d’un tratto? Cos’è che mi blocca? Io amo mia madre, non posso farle questo. Non posso lasciarla sola al funerale.»

«Il fatto di non andare equivarrebbe per lei a un abbandonarla.»

«Lei mi amava. Di noi tre fratelli, ero io il suo preferito. Me lo aveva detto una volta, a bassa voce per non farsi sentire da Ortis e Ale. Io sono sempre stato il suo preferito. Come posso non andare da lei?»

Di nuovo, sta zitto. Ripenso alle sue parole, forse c’è qualcosa che ha cercato di far emergere da dentro di me ma che non ho saputo cogliere.

«Lei c’era sempre per me. E io forse non ci sono sempre stato per lei. Forse è questo che mi dispiace di più, ecco. Lei… non so se gliel’ho mai descritta. Lei era una donnina magra, piccola. Sembrava che solo stringendola avresti potuto romperla. Come un bicchiere di vetro. Dava l’idea di fragilità. Era la Fragilità, ecco. Ha presente le cose fragili? Sono oggetti secondo me dotati di una certa, come dire? Fierezza. Tutto ciò che è fragile è fiero. È come se percepisse di potersi rompere da un momento all’altro, che le sue particelle potrebbero scomporsi in un battito di ciglia. E allora fa tutto, usa tutte le sue energie per tenersi insieme, resistere. Ecco, è questa la fierezza. Lei, mia madre, aveva la pelle incartapecorita da tutto il sole che aveva preso, la schiena curva per gli anni di lavoro a sistemare letti negli alberghi, pulire stanze, sgobbare solo per riuscire a mantenerci, a non farci mai mancare niente. Lei ci ha cresciuti molto più che nostro padre. Nostro padre portava i soldi a casa, giocava con noi a fare la lotta, ma appena siamo diventati adolescenti non ha più avuto interesse per noi. Era come se, per garantirci la nostra indipendenza, lui si fosse del tutto tirato indietro. Nostra madre no. Mia… nostra madre ci trattava da bambini anche quando eravamo adolescenti. E all’epoca questa cosa mi dava sui nervi, apprezzavo di più il disinteresse virile di mio padre. Ma ora ricordo l’affetto che ci ha sempre mostrato, la vicinanza, l’amore costante…»

E l’analista zitto. Attende paziente.

«Ripenso a lei e vedo il suo sorriso. Questo sorriso storto, coi denti giallognoli, ma che comunque risaltava sulla pelle bruciata dal sole. Lei si vergognava del suo sorriso, ma io lo trovavo così bello, così sincero. Io… io le volevo bene. Le volevo tanto bene.»

«Ha parlato di amore. L’amore che si prova per chi ci ha cresciuto e per chi c’è sempre stato, coi suoi difetti e i suoi pregi.»

«Sì, e di difetti ne aveva tanti… ma in fondo era mia madre. E io le ho sempre voluto bene. Forse non gliel’ho mai detto abbastanza. Forse lei si è dimenticata quanto le volessi bene. Sa, dall’adolescenza in avanti si smettono di dire certe cose alle madri. Ed era passato molto tempo da quando sono andato a trovarla l’ultima volta. Non ero lì quando è morta. Io non c’ero. Lei c’è sempre stata per me e io…»

Cominciano a scendere le lacrime. Qualcosa si è smosso. L’analista non mi porge i fazzoletti, non si muove sulla sua sedia. Con voce chiara e calda, specifica:

«Mostra dei sensi di colpa, una paura di tornare da lei».

«Sì. Ho paura di sentirmi un mostro per averla abbandonata. Cioè, so di non averla abbandonata, non letteralmente, però… Io non c’ero quando è morta, capisce? Non c’ero quando è stata male! Come faccio a tornare da lei? Con che coraggio mi presento al suo funerale? È il funerale di mia madre, cazzo! Il funerale di mia madre! Lei non ci sarà più! L’ho perduta per sempre, per sempre! Dove trovo il coraggio di andare da lei?»

«La paura che mi sta descrivendo, se comprendo bene, è la paura di trovarsi di fronte a delle accuse che lei rivolge a se stesso. E questa paura è rafforzata dalla tristezza del suo lutto.»

«Io ho paura di guardare quel corpo piccolo, fragile, compatto e immobile nella bara della camera ardente. E ho paura perché non rivedrò più quel sorriso così brutto e così splendido che lei aveva. Ho paura di dimenticarla. Ho paura di non essere stato abbastanza per lei. Di non averla ripagata di tutto l’amore.»

Lui non parla. Resto solo coi miei pensieri e penso a mia madre.

Sospiro.

«Mia madre è morta, ma resterà sempre mia madre. Al funerale la stringerò a me un’ultima volta.»

«Le faccio le mie condoglianze per il suo lutto. Se dovessero esserci problemi, mi faccia sapere se ha difficoltà a venire al prossimo incontro. O se preferisce prendersi del tempo per sé.»

«No, no. Credo che verrò. La ringrazio.»

«Si prenda il suo tempo e ci rifletta. Un lutto ha bisogno di tempo per essere, come si dice in gergo, metabolizzato. Non abbia fretta. Ne potremo parlare ancora, se ne sentirà il bisogno.»

«D’accordo. Ora mi scusi ma devo andare. Devo prepararmi per il viaggio.»

«Arrivederci.»

«Arrivederci.»

 

Spoiler

Nota: l'ispirazione al testo è presa dalla traccia di mezzogiorno del MI 134, A porte chiuse

Modificato da Komorebi

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Ciao 😉

 

Ho delle difficoltà a commentare il tuo racconto, perché ho iniziato la lettura con delle aspettative e l’ho terminata sentendo che mi mancava qualcosa. La prima parte mi è piaciuta molto, non si capisce perché lui abbia paura e potrebbe essere qualsiasi cosa, questo elemento di “distrazione” è sempre un buon incipit per me.

 

quello che però non ho apprezzato completamente è il momento di “catarsi” che sembra risolversi in una manciata di righe. Il protagonista passa dai corpi carbonizzati a realizzare che il reale problema è di dover partecipare al funerale della madre troppo in fretta, secondo me. È come se la seconda metà fosse uno svolgimento della risoluzione del conflitto che hai presentato, ma (è la mia sindacabile opinione eh 😉) questo ne spegne il potenziale. 
 

personalmente, avrei preferito un crescere della tensione fino a uno scoppio finale. 
 

in ogni caso, è scritto molto bene, la mia “critica” verte più sul contenuto e sulla scelta strutturale.

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Hola! 

[Ho letto e riletto le regole riguardo l'officina, ma avendo uno schermo come tramite vorrei non creare incomprensioni da tastiera, quindi questa scialba premessa è solo per sottolineare di prendere tutto ciò che dico con le pinze e come opinione personale]

 

Il messaggio: Potremmo dire che sono un fan dei racconti che si sviluppano tramite il discorso diretto, ma in questo non sono riuscito a trovare il messaggio di fondo (al di là della paura di non aver ricambiato a pieno l'amore della madre). Ho avuto l'impressione che il finale fosse un po' rapido, l'epifania è racchiusa in quel "Mia madre è morta, ma resterà sempre mia madre" che però mi sembra arrivare in una maniera così tempestiva da risultare un po' troppo antitetica rispetto all'ingorgo di parole con cui il protagonista apre il racconto. La realizzazione che la paura sia "quella cosa lì" nello specifico sembra arrivare dal nulla. 

 

Il protagonista a mio parere ne esce fortificato, ma in maniera strana. All'inizio sembra che la sua paura di prendere l'aereo - quello specifico aereo - sia un qualcosa di insormontabile e che, una volta riconosciuta la causa, questa venga automaticamente rimossa; non penso che il procedimento sia errato ma che manchi una catarsi capace di spingerlo oltre. Mi incuriosisce molto il fatto che riesca così in breve ad "accettare" la consapevolezza della morte della madre e a farne un baluardo per proseguire perché è ciò che deve essere fatto. 

 

L'analista, come voce secondaria è abbastanza impalpabile. Per quel che ho potuto scoprire dell'analisi (senza presumere che sia il metodo standard per tutti, sia chiaro) mi è parso di capire che il ruolo dell'analista sia spesso quello di chi fa delle domande per fare in modo che sia il paziente a trovare delle risposte, senza servirgli risposte impacchettate da cui questi possa far dipendere il suo stato emotivo. Il 'tuo' analista non fa domande, anzi parla pochissimo ed esprime quasi solo dei giudizi - cosa che in terapia generalmente non si usa, considerato che il 'giudizio' non rientra nella definizione di 'safe place' che si vuole attribuire allo studio di un analista. 

 

Il parlato è scritto piuttosto bene, anche se alcune espressioni nella prima parte non sembrano esattamente in linea con quella forma di flusso di coscienza, più che altro perché sono espressioni più strutturate che la nostra mente tende ad evitare in quel contesto. Mi ha fatto un po' impressione il cambio di registro repentino: dal fluire di pensieri guidato dall'emozione e infarcito di imprecazioni, ad una sorta di dolorosa tenerezza. Lo scarto è visibile e immediato, senza tappe intermedie.

Ah, credo che il gergo più prossimo sia "elaborare il lutto", più che "metabolizzare". 

 

In definitiva, ritengo sia un buon racconto a livello stilistico ma con qualche frattura nella sospensione d'incredulità data dal comportamento verbale dei personaggi, o almeno ho ricevuto quest'impressione. 

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@Roy e @calamostro grazie sincero per i vostri commenti. Mi trovo d’accordo: il finale epifanico arriva troppo rapidamente, un po’ complice la mia fretta, un po’ il limite di caratteri. 

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Io non  trovo, invece, che lo scioglimento sia troppo frettoloso. Forse qualche spiegazione in più ci starebbe bene, ma il finale non è inaspettato. Consideriamo la sequenza: paura di volare, paura di prendere uno specifico areo, notizia della morte della madre, ricordi relativi alla madre, sensi di colpa. A questo punto, da lettore, mi aspetto che il protagonista decida di andare al funerale, cosa che infatti fa. E poi la frase indicata da altri utenti come imprevista, "Mia madre è morta, ma resterà sempre mia madre", è già idealmente introdotta, diverse righe prima, dal pezzo "Questo sorriso storto, coi denti giallognoli, ma che comunque risaltava sulla pelle bruciata dal sole. Lei si vergognava del suo sorriso, ma io lo trovavo così bello, così sincero. Io… io le volevo bene. Le volevo tanto bene.»". In entrambi i casi, il punto è l'amore incondizionato. 

 

Ho solo qualche commento da fare: 

 

1) Io accorcerei un po' la parte iniziale: non c'è bisogno di 15 righe per  dare l'idea del malessere del protagonista quando si tratta di aerei.

 

2) Le imprecazioni mi sembrano fuori luogo -- parlando con un analista, non mi rivolgerei mai in quei termini -- e inutili: se immagini di toglierle, si riesce comunque a percepire il cambio di registro che accompagna lo svolgimento. 

 

3) Che razza di nome è "Ortis"? Mi viene in mente Foscolo e l'Italia di fine Settecento.

 

4) Il fatto che la madre abbia la pelle bruciata dal sole mi sembra poco coerente. Scusa, ma non lavorava in albergo? 

 

5) Ci sono delle espressioni pleonastiche, come "prima in vita mia" in "E mi dà fastidio perché questa paura non l’ho mai avuta prima in vita mia".

 

6) Non mi suona bene la frase "Il fatto di non andare equivarrebbe per lei a un abbandonarla". Io direi " ... ad abbandonarla" o, forse, "... a essere abbandonata".

 

Comunque, bravo/a. Mi è piaciuto il racconto. 

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Buongiorno^^@Komorebi, spero che stai bene. Il tuo titolo mi ha catturata, è molto esplicito!:facepalm: che paura.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Guardi, il problema è nato dal nulla, davvero. È che non riesco a prendere l’aereo. Ma io devo prenderlo, cazzo. Come ci arrivo da lei, se non riesco a salire sull’aereo? E mi dà fastidio perché questa paura non l’ho mai avuta prima in vita mia. Ho preso decine di aerei e non mi è mai successo niente. E adesso, invece, sono pieno di paranoie del cazzo. E se poi cade? E se dovesse precipitare e io morissi? Mi sono sempre domandato se i cadaveri negli aerei li trovano ai loro posti, tutti composti ma sciolti e bruciati, tipo esercito di terracotta, o se i corpi sono scomposti e fatti a pezzi. Che schifo. E poi trovo disgustosa l’idea dei corpi bruciati perché si vedono i denti e il teschio sotto la pelle. Mi fa senso pensare a quei corpi neri coi denti di fuori tipo ghigno. Ecco, lo vede? Come faccio a prendere l’aereo con questi pensieri?»

L'incipit è interessante. Non amo le frasi che iniziano con E. Bella l'idea dell'esercito di terracotta.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

Credo si tratti di tutte le notizie che in questi giorni hanno preso a essere trasmesse, a quello che dicono i telegiornali, intendo.

La prima parte della frase non mi piace.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

Ha notato come ultimamente vadano di moda i disastri aerei? Io non ho mai avuto paura di volare, l’ho fatto spesso per lavoro, ma adesso proprio non ce la faccio. Ho una paura fottuta, tipo che me la faccio addosso anche solo a pensare di arrivare al cazzo di check-in. Mi vedo quella faccia pallida e sorridente da stronza della hostess o come cazzo si chiama Qui cancellerei: la tipa che fa l’imbarco – sempre una tipa, tra l’altro, come se dovesse piacermi di più prendere un fottuto aereo se a timbrarmi il biglietto è una stangona in minigonna, come se dovessero convincermi a comprarlo, quel loro fottutissimo aereo. Be’, insomma, mi vedo la faccia cadaverica di questa tipa dal sorriso perfetto e mi viene voglia di prenderla a pugni. Probabilmente se non guarisco succederà così: arrivo in aeroporto, mi piscio addosso mentre sono in coda al check-in e quando sono di fronte alla spilungona che sorride, SBAM! Un pugno in faccia.»

Qui si coglie a pieno l'ansia del protagonista. Rivedrei solo una frase:

sempre una tipa, tra l’altro, come se dovesse piacermi di più prendere un fottuto aereo se a timbrarmi il biglietto è una stangona in minigonna, come se dovessero convincermi a comprarlo, quel loro fottutissimo aereo. Be’, insomma, mi vedo la faccia cadaverica di questa tipa dal sorriso perfetto e mi viene voglia di prenderla a pugni. Per me poco chiaro, eviterei di ripetere tipa.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Sì, cazzo. Proprio adesso, tra l’altro. Vede, la mamma è morta un giorno fa. Ieri, non ‘un giorno fa’. Che cazzo di modo è di parlare? Comunque, è morta ieri. Era già malata, sapevo che sarebbe stata solo questione di giorni, ormai. Mi arrivavano notizie, ultimamente, delle sue condizioni che si andavano aggravando. Era, come si dice, sospesa, no? Tra la vita e la morte da diverse settimane. E poi le sue condizioni sono precipitate. Be’, dopodomani è il funerale e domani dovrei prendere quel fottuto aereo per raggiungerla. E devo andarci, non posso tirarmi indietro. Ha idea di cosa direbbero i parenti se proprio io non ci fossi? Non posso annullare la cosa. Non posso, eppure… ecco… non riesco.»

Sento bene il tono del protagonista ansioso^^ complimenti.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Lei teme che questa sua paura improvvisa Meglio una virgola  e che non riesce a spiegarsi le impedisca di presenziare al funerale di sua madre Qui inserirei un ? Ha paura, se ho ben capito, che non riuscirà a vincere questo impedimento che sente, e quindi non andrà da sua madre.»

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Sì, e non capisco come mai. Perché mi è venuta questa paura d’un tratto? Cos’è che mi blocca? Io amo mia madre, non posso farle questo. Non posso lasciarla sola al funerale.»

«Il fatto di non andare equivarrebbe per lei a un abbandonarla. Qui preferirei un abbandono»

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Lei mi amava. Di noi tre fratelli, ero Qui cancellerei io io il suo preferito. Me lo aveva detto una volta, a bassa voce per non farsi sentire da Ortis e Ale. Io sono sempre stato il suo preferito. Come posso non andare da lei?»

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

Di nuovo, sta zitto. Ripenso alle sue parole, forse c’è qualcosa che ha cercato di far emergere da dentro di me ma che non ho saputo cogliere.

Direi: Di nuovo resta in silenzio.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Lei c’era sempre per me. Questa frase stona, eliminerei E io. Forse non ci sono sempre stato per lei. Forse è questo che mi dispiace di più, ecco. Lei… non so se gliel’ho mai descritta. Lei era una donnina magra, piccola. Sembrava che solo stringendola avresti potuto romperla. Come un bicchiere di vetro. Dava l’idea di fragilità. Era la Fragilità, ecco. Ha presente le cose fragili? Sono oggetti secondo me dotati di una certa, come dire? Fierezza. Tutto ciò che è fragile è fiero. È come se percepisse di potersi rompere da un momento all’altro, che le sue particelle potrebbero scomporsi in un battito di ciglia non scriverei. E allora fa tutto, usa tutte le sue energie per tenersi insieme, resistere. Ecco, è questa la fierezza. Lei, mia madre, aveva la pelle incartapecorita da tutto il sole che aveva preso, la schiena curva per gli anni di lavoro a sistemare letti negli alberghi, pulire stanze, sgobbare solo per riuscire a mantenerci, a non farci mai mancare niente. Lei ci ha cresciuti molto più che nostro padre. Nostro padre portava i soldi a casa, giocava con noi a fare la lotta, ma appena siamo diventati adolescenti non ha più avuto interesse per noi. Era come se, per garantirci la nostra indipendenza, lui si fosse del tutto tirato indietro. Nostra madre no. Mia… nostra madre ci trattava da bambini anche quando eravamo adolescenti. E all’epoca questa cosa mi dava sui nervi, apprezzavo di più il disinteresse virile di mio padre. Ma ora ricordo l’affetto che ci ha sempre mostrato, la vicinanza, l’amore costante…»

Bellissima descrizione dei genitori:D

Che significa: aveva la pelle in carta pecorita?

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Ripenso a lei e vedo il suo sorriso. Questo sorriso storto, coi denti giallognoli, ma che comunque risaltava sulla pelle bruciata dal sole. Lei si vergognava del suo sorriso, ma io lo trovavo così bello, così sincero. Io… io le volevo bene. Le volevo tanto bene.»

Bellissima questa frase:)

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Sì, e di difetti ne aveva tanti… ma in fondo era mia madre. E io le ho sempre voluto bene. Forse non gliel’ho mai detto abbastanza. Forse lei si è dimenticata quanto le volessi bene. Sa, dall’adolescenza in avanti si smettono di dire certe cose alle madri. Ed era passato molto tempo da quando sono andato a trovarla l’ultima volta. Non ero lì quando è morta. Io non c’ero. Lei c’è sempre stata per me e io…»

Testo scorrevole. Qui mi piace anche: E io le ho sempre voluto bene.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Sì. Ho paura di sentirmi un mostro per averla abbandonata. Cioè, so di non averla abbandonata, non letteralmente, però… Io non c’ero quando è morta, capisce? Non c’ero quando è stata male! Come faccio a tornare da lei? Con che coraggio mi presento al suo funerale? È il funerale di mia madre, cazzo! Il funerale di mia madre! Lei non ci sarà più! L’ho perduta per sempre, per sempre! Dove trovo il coraggio di andare da lei?»

Molto scorrevole. Consiglio di chiedere scusa all'analista quando dice una parolaccia.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Io ho paura di guardare quel corpo piccolo, fragile, compatto e immobile nella bara della camera ardente. E ho paura perché non rivedrò più quel sorriso così brutto e così splendido che lei aveva. Ho paura di dimenticarla. Ho paura di non essere stato abbastanza per lei. Di non averla ripagata di tutto l’amore.»

Scena struggente.

 

23 ore fa, Komorebi ha scritto:

«Le faccio le mie condoglianze per il suo lutto. Se dovessero esserci problemi, mi faccia sapere se ha difficoltà a venire al prossimo incontro. O se preferisce prendersi del tempo per sé.»

«No, no. Credo che verrò. La ringrazio.»

«Si prenda il suo tempo e ci rifletta. Un lutto ha bisogno di tempo per essere, come si dice in gergo, metabolizzato Qui metterei le " metabolizzato" . Non abbia fretta. Ne potremo parlare ancora, se ne sentirà il bisogno.»

«D’accordo. Ora mi scusi ma devo andare. Devo prepararmi per il viaggio.»

«Arrivederci.»

«Arrivederci.»

^^A volte basta solo parlare per saper affrontare una paura?

 

Conclusioni: il testo mi è piaciuto, è un'analisi profonda di una paura. La narrazione è gestita molto bene. Scorrevole e decisa. Toglierei le E iniziali ad alcune frasi e per far un testo più veritiero, scriverei le scuse delle parolacce. Per il resto è un ottimo racconto.

A rileggerti

- Floriana -

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https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/47221-quella-paura-fottuta/

Commento 

Ciao @Komorebi, ho scelto di leggere il tuo racconto fra tanti per il titolo "Quella paura fottuta", pensando fra me e me a quante paure abbiamo ognuno dentro di noi e a quale avresti potuto riferirti. È molto importante il titolo in un racconto, deve "vendere " la storia ma non deludere il lettore ed in questo sei stato bravo. 

La trama in sé non mi ha particolarmente colpito, perché analizzandola il protagonista spiega le sue paure di prendere l'aereo suo analista,  invece il messaggio che volevi trasmettere attraverso il racconto è potente e mi ha fatto provare emozioni quali empatia, tristezza, dolcezza e paura.

Ho capito i sentimenti che provava il protagonista, quali tenerezza e dolcezza verso la madre che sì, aveva anche lei i suoi difetti, ma che ispirava sentimenti teneri anche perché lo aveva cresciuto e gli era stato vicino da piccolo come da adolescente.

La descrizione della madre è tenera, si percepisce l'amore di un figlio che, anche se a un certo punto si era allontanato, provava sentimenti forti per lei, per tutto quello che aveva rappresentato nella sua vita, una donna minuta fisicamente, all'apparenza fragile ma in realtà così forte e dedita alla famiglia.

Il protagonista ne va fiero di essere sempre stato il preferito tra i figli, ma è come se l'avesse delusa, provava sensi di colpa nei suoi confronti e adesso come faceva a presentarsi al suo capezzale? Come faceva a non presentarsi?

Ho provato anche paura di avere un giorno lo stesso senso di colpa del protagonista di cui mi sarebbe piaciuto conoscere il nome, come della madre.

Anche se ho trovato degli errori di stesura, il giudizio finale sul racconto prevale su tutto,  proprio per il coinvolgimento emotivo.

Per quanto riguarda lo stile, non lo trovo scorrevole, è frammentario, spezza il racconto, prova a sostituire i punti in virgole e invece di tante frasi ne avrai una che messa insieme ad altre "lega" il racconto.

Ad esempio: 

Il 26/4/2020 alle 10:42, Komorebi ha scritto:

Ho preso decine di aerei e non mi è mai successo niente. E adesso, invece, sono pieno di paranoie del cazzo. E se poi cade? E se dovesse precipitare e io morissi? Mi sono sempre

Ho preso decine di aerei, non mi è mai successo niente e adesso, invece, sono pieno di paranoie del cazzo. Se precipitasse? 

La scelta del lessico caratterizza il personaggio, ma è troppo rimarcato, può dire "cazzo" o altro, in continuazione no.

Cerca di rivedere la stesura del racconto per quanto riguarda le frasi.

Il mio giudizio da lettore è positivo, mi è piaciuto il racconto.

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