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Domenico S.

La conversazione

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Commento a "Arija" di Ljuset

 

Prese dal cassetto della scrivania la bottiglia di vodka e tre bicchieri. Li versò senza chiedere se ne avessimo voglia. Ci sembrava che uno stato di sbronza pressoché costante fosse parte essenziale del nostro lavoro, se non dell’etica del lavoro, perciò non facemmo una piega. Il mio bicchiere era macchiato di rossetto sul bordo. Facemmo cin, lo girai e bevvi dalla parte (grossomodo) pulita.

«Vi piacciono le barzellette?» chiese il vice-questore.

«Stai per raccontarne una?» risposi. Era inteso, fra me e il fotografo, che io facessi le domande. 

«Se vi piacciono le barzellette…» continuò l’uomo, col suo accento pesante quanto i baffi e un inglese formalmente corretto, per quanto elementare «allora questa vi farà impazzire.»

Vuotò di colpo il bicchiere, quindi ne versò un altro. Rabboccò anche i nostri, sempre senza chiedere. Aveva il volto gonfio e gli occhi iniettati di rosso dell’alcolizzato.

«Che paese, l’America» continuò. «Ci sono stato vent’anni fa. Viaggiavo come un uomo d’affari, ma in realtà ero una spia. Sapete cosa mi ha colpito?»

«Cosa?»

«Le librerie. Tutti quei libri in bella vista, a portata di mano, pieni di ogni sorta di idee. Autori che da noi era censurati e letti sottobanco potevano essere comprati per pochi dollari, o addirittura letti gratuitamente nelle biblioteche. Incredibile. Non vi rendete conto della vostra fortuna.»

«Le persone non danno tanto importanza ai libri.»

«Sbagliano» disse l’uomo, agitando l’indice di fronte al nostro viso. «Comunque, non stavo divagando. Sono vecchio, ma non ho ancora cominciato a blaterare» ci disse, come se la vodka e i baffoni grigi potessero farci pensare il contrario.

«Siamo qui per parlare di uno scrittore» risposi, per venire subito in suo soccorso. Per dire che aveva conquistato la nostra attenzione, se non la nostra stima.

«Esatto. Uno scrittore. Se chiedete a me, non uno di prima grandezza. Sapete come distinguo quelli bravi dal resto della massa?»

«No, ma vorrei saperlo.»

Anch’io, come ogni giornalista, ho un romanzo nel cassetto.

«La fretta. Vedete, dalle informazioni che ho raccolto su di lui, e sono esatte, perché so fare il mio lavoro…»

Entrambi annuimmo. Nessuno pensò per un attimo che quel funzionario di quella sperduta dittatura post-sovietica fosse meno che competente, nonostante l’alito pesante, gli occhi rossi, la parlata trascinata.

«Dalle informazioni che ho su di lui, ho capito che aveva molta fretta di arrivare. Sapete, vendere tante copie. Avere il mondo ai suoi piedi. Donne, soprattutto. Gloria, onori, soldi. E donne.»

Ci guardò, come a dire. Sappiamo tutti come gira il mondo.

Sospirò.

«Forse aveva anche talento. Non so. Ho letto tutto quello che ha scritto, su quel maledetto blog. Probabilmente neanche lui prevedeva che avrebbe avuto tanto successo. Ci sperava, sì. Ma come faceva a saperlo? Se lo avesse previsto….»

Il funzionario picchiò sulla scrivania col bicchiere.

«Forse non l’avrebbe fatto. Si sarebbe limitato a insegnare. A condurre la sua piccola vita. O forse no, alcune persone hanno le vocazione per diventare santi. Martiri. Eroi. È per quello che siete qui, giusto? Volete la storia di un santo.»

«Siamo qui soltanto per scrivere la verità» dissi io, cercando di mettere insieme tutta la professionalità che mi permetteva il secondo bicchiere di vodka.

«La verità…» disse lui, sorridendo mestamente. «Che cos’è la verità?»

Nessuno di noi rispose.

«Però aveva un tocco, questo lo devo riconoscere. Sapeva rendere bene le piccole situazioni d’assurdo che le politiche dello stato creavano nel quotidiano. Penso che in fondo la gente lo leggesse per questo tocco, per queste sue piccole divagazioni, rispetto alle lunghe invettive contro il nostro regime. Ma anche voi avete letto i suoi articoli. Sapete di cosa sto parlando.»

Né io, né il fotografo conoscevamo la lingua di quella piccola repubblica post-sovietica, e in realtà non avevamo letto una riga del soggetto in questione. Anziché ammetterlo, dissi:

«Ci faresti un esempio?»

I suoi occhi s’illanguidirono.

«Sapete, prima di fare lo scrittore era un insegnante di scuola. Raccontava di come un giorno spiegava un episodio ai suoi studenti, e il giorno dopo doveva rimangiarsi tutto. Perché nel frattempo la storia era cambiata. Il regime aveva deciso di cambiare la storie e aveva mandato a tutti gli istituti dei piccoli ritagli da attaccare sui libri, e lui era stato costretto a passare la notte con la colla ad appiccicarli.»

«Orwell.».

«Orwell era inglese. Scriveva favole. Questi sono fatti» rispose l’uomo. «Però, se chiedete a me, fu più il desiderio di fama a spingerlo a scrivere. Per questo, quando nella vostra storia direte che era un santo, un martire, un eroe, non dimenticate che quanto lo spingeva era questo: era un maestro di scuola squattrinato e le donne non se lo filavano.»

Presi un appunto. Era un’angolazione che avrei messo nel mio reportage. A pochi ormai piacciono le storie della luce contro le tenebre. Un po’ di chiaroscuro è necessario.

«Ma voi, lo so, non siete qui per questo.»

«Siamo qui perché lei ci ha convocati» dissi. In effetti, era stata un’autentica sorpresa. Ed era spiazzante vedere un funzionario del regime che parlava in modo così schietto con dei giornalisti stranieri. Prima di partire, ci avevano avvisato che saremmo stati visti e trattati alla stregua di spie. Che ci avrebbero controllati, sorvegliati, pedinati. Che ci saremmo imbattuti in una fitta coltre di menzogne prima di arrivare alla… verità. Se mai ci saremmo giunti.

Invece, quel funzionario stava dicendo tutto quello che noi volevamo sapere, e anche di più. Perché?

Si stropicciò gli occhi. Dopo un attimo di indecisione, versò un altro sorso di vodka, meno generoso del precedente.

«Continuo a vederlo» disse.

«Cosa intende?»

«Su quella scalinata del tribunale. Afflosciato per terra. Crivellato di colpi. Continuo a vederlo. Nella mia carriera non sono mancati i cadaveri. Alcuni in condizioni orribili. Ma nessuno mi ha fatto impressione come lui. Era giovane… molto giovane. Ventitré anni. Ed è stato ucciso sul sagrato del luogo di giustizia. Questo mi ha colpito, più di tutto. Fucilato sui gradini del tribunale.»

«Lei crede nella giustizia?»

Cominciò a ridere sommessamente.

«Giustizia. Verità.»

Non riuscimmo a capire se stesse liquidando queste grandi parole come sciocchezze infantili, o se forse rimpiangesse un tempo in cui ci aveva creduto.

«Affidarono a me l’indagine» continuò. «Il mio capo mi convocò nell’ufficio. Sapete, lui è un uomo serio. Dotato di un forte senso di autodisciplina. Qui tutto fila liscio e preciso, come un orologio.»

«C’è un senso d’ordine da queste parti.»

«Ordine. Esatto. Finalmente hai detto la parola giusta. Vedete, l’ordine è qualcosa di tangibile. Qualcosa che uno può vedere, toccare, respirare. Verità, giustizia…»

Un altro sorso di vodka.

«Comunque, affidarono l’indagine a me. Io ormai sono quasi in pensione. Sono un vecchio arnese, un uomo stanco, che aspetta solo il momento in cui potrà passare le sue giornata al divano davanti alla televisione, in compagnia di una di queste» disse, carezzando la bottiglia. «Perché pensate me la diedero proprio a me?» chiese.

«Perché a nessuno interessava trovare il colpevole» m’azzardai a rispondere.

Lui sorrise.

«Questa, come vi dicevo dall’inizio, è una barzelletta. Beh, se quelle erano le intenzioni del mio capo, devo dire che si sbagliava. Il blog di questo scrittore… vedete, io lo seguivo. Lo leggevo. Da molto tempo, da ben prima che venisse ucciso.»

«Credeva nelle sue idee?»

«Lei crede nella verità e nella giustizia?»

Il mio fotografo sembrò per un attimo voler dire qualcosa, ma poi rimase in silenzio.

«Ci credo» dissi, deglutendo. Forse stavo mentendo a me stesso. Nel mio mestiere non facevo altro che incontrare falsità e soprusi.

«Beh, io un tempo ci credevo. All’inizio. Quando tutto quello che qui abbiamo messo in piedi… sembrava avesse un senso. Che davvero avremmo creato un paese migliore. Per noi, per i nostri figli. Invece, come sempre succede, ha prevalso soltanto il bisogno dell’ordine.»

Tutti sapevamo cosa succedeva da quelle parti. Era la parte sottaciuta, eppure più importante della nostra conversazione.

Quel parlare di giustizia e verità, comunque, mi aveva dato coraggio. O forse era stata la vodka.

«Lei ha detto d’aver visto cadaveri di ogni tipo.»

«Sì.»

«Ha mai visto uno dei campi di concentramento?»

«Prigioni. Tutti i paesi ne hanno. Anche in America, vero?»

Capii che non voleva affrontare quel discorso. Decisi di tornare all’argomento principale.

«Lei perciò conosceva già questo scrittore, prima che morisse.»

«Leggevo i suoi articoli.»

«E le piacevano?»

«Il fatto» disse il vice-questore, stropicciandosi gli occhi «che anch’io ho un forte senso di disciplina. Un forte senso del dovere. E, invecchiando, amo sempre più l’ordine.»

«Cosa sta cercando di dirmi?»

«Fui io a segnalarli al mio capo. Feci un bel dossier cartaceo, lui non ha mai amato troppo il computer.»

«Perché ci sta dicendo tutto questo?»

«Abbiamo grandi boschi di betulle, nel nostro paese» continuò l’uomo, stropicciandosi di nuovo gli occhi. «Maestosi. Luminosi. Prima che voi partiate, vi consiglio di chiedere ai vostri accompagnatori di visitarli. Non potete partire senza aver visto questa meraviglia nazionale.»

Sia io che il mio fotografo capimmo che non stava divagando. Presto sarebbe arrivato al punto.

«Pieni di selvaggina. Magnifica selvaggina. Sapete, non sono mai stato appassionato di caccia, ma ho dovuto cominciare per motivi di carriera. Il mio capo va ogni fine settimana.»

«E lei va con lui?»

«Esatto.»

«Ogni settimana.»

«L’ultima volta proprio questa domenica. È andata molto bene. Tante lepri. Abbiamo risparmiato un cerbiatto. Abbiamo il cuore tenero, in fondo.»

«Eravate solo lei e il suo capo?»

«Sì. È stata una fortuna, perché ho potuto svolgere inosservato la mia indagine.»

«La sua indagine?»

L’uomo sbatté con una certa forza il pugno sul tavolo.

«Sono un buon detective. Forse non appariscente come quello dei vostri film, ma so fare il mio lavoro. So fare due più due. In questo caso, poi è stato facile. Mi è bastato raccogliere due bossoli.»

«Quelli del fucile da caccia del suo capo.»

«Esatto. Lei è un uomo intelligente. Sono contento che racconterà la storia.»

«Immagino che i bossoli combaciassero.»

«Racconterà la storia? Dirà la verità?» disse, con occhi supplicanti, quasi in lacrime.

«La sua storia sarà letta da metà del pianeta.»

«Bene» disse, rincuorato. Mise nel cassetto la bottiglia di vodka.

«Perché ce l’ha raccontata?»

«Ormai sono quasi in pensione. Cosa volete che cambi?»

«Anche qui avete le prigioni.»

«Non andrò in nessuno di quei luoghi, non si preoccupi» disse.

Finalmente intervenne il mio fotografo.

«Vorrei farle un ritratto» disse.

«Certo» fece lui. «Non sono un uomo privo di vanità, non mi spiace che la mia foto sia vista da metà del pianeta.»

Si alzò. Si lisciò l’abito e i baffi. Poi disse:

«Aspettate.»

Andò a un alto armadietto metallico, lo aprì e prese il fucile.

«Una bella foto da macho, come va di moda da queste parti.»

Il fotografo scattò il ritratto, col fucile in mano. L’uomo sorrideva.

«Bene, bene» disse, sedendosi di nuovo alla scrivania. Poggiò il fucile al suo fianco. «Ho risolto qualcuno dei vostri dubbi?»

«Ho molto da scrivere» dissi, guardando i miei appunti. «Mi metterò subito all’opera.»

«Che paese, l’America» disse. «Quelle magnifiche librerie…»

Lasciammo l’ufficio. Dopo pochi passi in corridoio, sentimmo partire il colpo.

 

 

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Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Prese dal cassetto della scrivania la bottiglia di vodka e tre bicchieri.

Nei racconti amo i dettagli, penso che siano quelli che diano spessore alle storie. Specificami che tipo di vodka è, il nome, la marca, la nazionalità. Fammi calare nell'ambientazione. Questo vale anche per tutto il resto del testo: più dettagli ci sono, meglio è.

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

col suo accento pesante quanto i baffi

Non ho capito il 'quanto'. I baffi sono pesanti? Non folti?

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Anch’io, come ogni giornalista, ho un romanzo nel cassetto.

E' davvero il protagonista che parla o si tratta dell'autore? Se è il protagonista, questo dettaglio deve avere un qualche seguito nel testo, altrimenti è da togliere in quanto informazione superflua.

@Domenico S. come hai notato, ti ho segnalato piccole cose, nessun 'errore' macroscopico, solo impressioni soggettive. La storia mi è piaciuta molto, coi dialoghi riesci a creare molto bene l'immagine del vice-questore e a farmelo figurare in testa. Restano un po' ai margini il giornalista e il fotografo, forse meriterebbero un poco più di spazio. La storia è condotta egregiamente, ricca di sott'intesi che però sono ben chiari al lettore. A volte ho avuto l'impressione che il giornalista parlasse troppo, come quando specifica (e non c'è bisogno) che i bossoli del fucile siano gli stessi. Però si tratta di piccoli dettagli, niente di che. 
Ci sono due note negative, a mio avviso. Il vice-questore la tira un po' troppo per le lunghe. Soprattutto nella prima parte, si ha l'impressione che divaghi eccessivamente. Io, lettore impaziente e frettoloso, voglio subito capire dove voglia andare a parare e di cosa mi stia parlando il testo. Un minimo di frustrazione è giusto, serve a creare tensione, ma troppa mi spazientisce. Secondo me con questo racconto sei arrivato giusto al limite, in alcuni casi hai rischiato di eccedere e prendere troppo la tangente, ma poi hai saputo tornare in carreggiata nella seconda parte e nello svelamento finale, arrivando più rapidamente al punto e senza tergiversare troppo.

La seconda nota negativa, più della precedente, è che il finale sia prevedibile. Metti troppo vicine tra loro le notizie per cui il vice-questore sia certo di non finire in prigione e il fatto che prenda in mano il fucile. Il mio consiglio è di fare una cosa più velata: quando mette via/prende la vodka, accenna a una pistola tenuta nel cassetto della scrivania. Basta questo e il 'colpo' finale perché il lettore capisca come si sia ucciso. 

Un saluto!

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@Komorebi Ciao, grazie per essere passato di qui. I "baffi pesanti" sono un licenza poetica, pensavo me la passaste, ma probabilmente non ha molto senso. Il giornalista/narratore dice che ha un romanzo nel cassetto. Era per caratterizzare meglio il personaggio, ma forse è un particolare superfluo che confonde. Forse il funzionario di stato tende a divagare troppo ma, se ci fai caso, tutto quanto dice ha a che fare col nocciolo del problema. Comunque, vedrò di limare questo aspetto. Il dettaglio del giornalista che parla di bossoli che combaciano l'ho messo perché lo snodo della trama fosse ben chiaro. Tu pensi che il finale sia troppo scontato? Che la presenza del fucile da caccia lo anticipi eccessivamente? Ci penserò su! Grazie per averlo notato.

Sono contento che, a parte i difetti, il racconto ti sia piaciuto.

Grazie dell'utile commento! Un saluto, Domenico.

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Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Prese dal cassetto della scrivania la bottiglia di vodka e tre bicchieri. Li versò senza chiedere se ne avessimo voglia. Ci sembrava

Avevamo assimilato

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

che uno stato di sbronza pressoché costante fosse parte essenziale del nostro lavoro, se non dell’etica del lavoro, perciò non facemmo una piega.

 

«Se vi piacciono le barzellette…» continuò l’uomo, col suo accento pesante quanto i baffi e un inglese formalmente corretto, per quanto elementare

due punti

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«allora questa vi farà impazzire.»

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Vuotò di colpo il bicchiere, quindi ne versò un altro. Rabboccò anche i nostri, sempre senza chiedere. Aveva il volto gonfio e gli occhi iniettati di rosso dell’alcolizzato.

«Che paese, l’America» continuò. «Ci sono stato vent’anni fa. Viaggiavo come un uomo d’affari,

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

ma in realtà ero una spia. Sapete cosa mi ha colpito?»

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Siamo qui per parlare di uno scrittore» risposi, per venire subito in suo soccorso. Per dire che aveva conquistato la nostra attenzione, se non la nostra stima.

se non il nostro pieno interesse.

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Esatto. Uno scrittore. Se chiedete a me, non uno di prima grandezza. Sapete come distinguo quelli bravi dal resto della massa?»

«No, ma vorrei saperlo.»

(Se parli anche per il fotografo, dovresti dire: No, ma vorremmo saperlo).

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Ci guardò, come a dire.

meglio due punti

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

 

Raccontava di come un giorno spiegava un episodio ai suoi studenti, e il giorno dopo doveva rimangiarsi tutto.

Ti suggerirei l'uso del congiuntivo

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

 

«Credeva nelle sue idee?»

«Lei crede nella verità e nella giustizia?»

Ecco, io qui avrei preferito sentire il vice-questore rivolgersi a entrambe le persone davanti a lui.

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Il fatto» disse il vice-questore, stropicciandosi gli occhi «è che anch’io ho un forte senso di disciplina.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Il mio capo ci va ogni fine settimana.»

 

 

Lieta di avere letto questa impeccabile giallo politico, molto ben articolato, profondo e avvincente, @Domenico S. :)

 

Scusa per le pulci che ti ho fatto sopra, che spero comunque ti siano utili, ma il commento mi servirà per pubblicare.

I personaggi sono resi nella loro psicologia e caratterizzazione in modo incisivo. La conversazione si svolge in modo tale da coinvolgere sempre di più il lettore.

Ho rilevato un'attenzione ai particolari, nel rivelare pian piano le vere opinioni di chi, per mestiere, è avvezzo a non manifestarle mai, che ti fa onore.

Il messaggio del racconto è trasmesso senza possibilità di equivoci.

Bravo, Domenico!

 

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Ciao @Poeta Zaza ti ringrazio per le utili correzioni. Sono contento che tu abbia apprezzato il mio piccolo racconto. Sono contento che il messaggio del racconto risulti chiaro. Un saluto!

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Ciao @Domenico S.;) spero che stai bene. Commento il tuo testo perchè possiede un titolo che mi incuriosisce^^

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Prese dal cassetto della scrivania la bottiglia di vodka e tre bicchieri. Li versò senza chiedere se ne avessimo voglia. Ci sembrava che uno stato di sbronza pressoché costante fosse parte essenziale del nostro lavoro, se non dell’etica del lavoro, perciò non facemmo una piega. Il mio bicchiere era macchiato di rossetto sul bordo. Facemmo cin, lo girai e bevvi dalla parte (grossomodo) pulita.

L'incipit è interessante. Ma non capisco: Ci sembrava che uno stato di sbronza pressoché costante fosse parte essenziale del nostro lavoro,

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Vi piacciono le barzellette?» chiese il vice-questore.

«Stai per raccontarne una?» risposi. Era inteso, fra me e il fotografo, che io facessi le domande. 

Che vuol dire : fra me e il fotografo, che io facessi le domande. 

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Se vi piacciono le barzellette…» continuò l’uomo, col suo accento pesante quanto i baffi e un inglese formalmente corretto, per quanto elementare «allora questa vi farà impazzire.»

Vuotò di colpo il bicchiere, quindi ne versò un altro. Rabboccò anche i nostri, sempre senza chiedere. Aveva il volto gonfio e gli occhi iniettati di rosso dell’alcolizzato.

Ottima descrizione, vedo limpida la scena.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Esatto. Uno scrittore. Se chiedete a me, non uno di prima grandezza. Sapete come distinguo quelli bravi dal resto della massa?»

«No, ma vorrei saperlo.»

Anch’io, come ogni giornalista, ho un romanzo nel cassetto.

«La fretta. Vedete, dalle informazioni che ho raccolto su di lui, e sono esatte, perché so fare il mio lavoro…»

Entrambi annuimmo. Nessuno pensò per un attimo che quel funzionario di quella sperduta dittatura post-sovietica fosse meno che competente, nonostante l’alito pesante, gli occhi rossi, la parlata trascinata.

«Dalle informazioni che ho su di lui, ho capito che aveva molta fretta di arrivare. Sapete, vendere tante copie. Avere il mondo ai suoi piedi. Donne, soprattutto. Gloria, onori, soldi. E donne.»

Ho compreso bene: Sapete come distinguo quelli bravi dal resto della massa?»Dalla fretta?

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Ci guardò, come a dire. Sappiamo tutti come gira il mondo.

Preferirei: come dire: sappiamo tutti come gira il mondo.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Sospirò.

«Forse aveva anche talento. Non so. Ho letto tutto quello che ha scritto, su quel maledetto blog. Probabilmente neanche lui prevedeva che avrebbe avuto tanto successo. Ci sperava, sì. Ma come faceva a saperlo? Se lo avesse previsto….»

Il funzionario picchiò sulla scrivania col bicchiere.

«Forse non l’avrebbe fatto. Si sarebbe limitato a insegnare. A condurre la sua piccola vita. O forse no, alcune persone hanno le vocazione per diventare santi. Martiri. Eroi. È per quello che siete qui, giusto? Volete la storia di un santo.»

«Siamo qui soltanto per scrivere la verità» dissi io, cercando di mettere insieme tutta la professionalità che mi permetteva il secondo bicchiere di vodka.

Pezzo molto scorrevole, complimenti:ola:

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Sapeva rendere bene le piccole situazioni d’assurdo che le politiche dello stato creavano nel quotidiano.

Spiegherei meglio questo concetto.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Né io, né il fotografo conoscevamo la lingua di quella piccola repubblica post-sovietica, e in realtà non avevamo letto una riga del soggetto in questione. Anziché ammetterlo, dissi:

e in realtà non avevamo letto una riga del soggetto in questione.  :angry:Molto male.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

I suoi occhi s’illanguidirono.

Che vuol dire: illanguidirono?

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Sapete, prima di fare lo scrittore era un insegnante di scuola. Raccontava di come un giorno spiegava un episodio ai suoi studenti, e il giorno dopo doveva rimangiarsi tutto. Perché nel frattempo la storia era cambiata. Il regime aveva deciso di cambiare la storie e aveva mandato a tutti gli istituti dei piccoli ritagli da attaccare sui libri, e lui era stato costretto a passare la notte con la colla ad appiccicarli.»

Che comodità:angry:

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Orwell era inglese. Scriveva favole. Questi sono fatti» rispose l’uomo. «Però, se chiedete a me, fu più il desiderio di fama a spingerlo a scrivere. Per questo, quando nella vostra storia direte che era un santo, un martire, un eroe, non dimenticate che quanto lo spingeva era questo: era un maestro di scuola squattrinato e le donne non se lo filavano.»

Presi un appunto. Era un’angolazione che avrei messo nel mio reportage. A pochi ormai piacciono le storie della luce contro le tenebre. Un po’ di chiaroscuro è necessario.

^^Interessante.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Invece, quel funzionario stava dicendo tutto quello che noi volevamo sapere, e anche di più. Perché?

Stona quel perchè

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Si stropicciò gli occhi. Dopo un attimo di indecisione, versò un altro sorso di vodka, meno generoso del precedente.

«Continuo a vederlo» disse.

«Cosa intende?»

«Su quella scalinata del tribunale. Afflosciato per terra. Crivellato di colpi. Continuo a vederlo. Nella mia carriera non sono mancati i cadaveri. Alcuni in condizioni orribili. Ma nessuno mi ha fatto impressione come lui. Era giovane… molto giovane. Ventitré anni. Ed è stato ucciso sul sagrato del luogo di giustizia. Questo mi ha colpito, più di tutto. Fucilato sui gradini del tribunale.»

Scrivi con una grande maestria^^

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Lei crede nella giustizia?»

Cominciò a ridere sommessamente.

«Giustizia. Verità.»

Non riuscimmo a capire se stesse liquidando queste grandi parole come sciocchezze infantili, o se forse rimpiangesse un tempo in cui ci aveva creduto.

«Affidarono a me l’indagine» continuò. «Il mio capo mi convocò nell’ufficio. Sapete, lui è un uomo serio. Dotato di un forte senso di autodisciplina. Qui tutto fila liscio e preciso, come un orologio.»

Anche questo pezzo mi piace.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Questa, come vi dicevo dall’inizio, è una barzelletta. Beh, se quelle erano le intenzioni del mio capo, devo dire che si sbagliava. Il blog di questo scrittore… vedete, io lo seguivo. Lo leggevo. Da molto tempo, da ben prima che venisse ucciso.»

Non ho capito perchè la reputa una barzelletta?

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Ci credo» dissi, deglutendo. Forse stavo mentendo a me stesso. Nel mio mestiere non facevo altro che incontrare falsità e soprusi.

Che significa soprusi?

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Quando tutto quello che qui abbiamo messo in piedi… sembrava avesse un senso. Che davvero avremmo creato un paese migliore. Per noi, per i nostri figli. Invece, come sempre succede, ha prevalso soltanto il bisogno dell’ordine.»

Non riesco a capire questa frase.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

Tutti sapevamo cosa succedeva da quelle parti. Era la parte sottaciuta, eppure più importante della nostra conversazione.

Quel parlare di giustizia e verità, comunque, mi aveva dato coraggio. O forse era stata la vodka.

«Lei ha detto d’aver visto cadaveri di ogni tipo.»

«Sì.»

«Ha mai visto uno dei campi di concentramento?»

«Prigioni. Tutti i paesi ne hanno. Anche in America, vero?»

Capii che non voleva affrontare quel discorso. Decisi di tornare all’argomento principale.

«Lei perciò conosceva già questo scrittore, prima che morisse.»

«Leggevo i suoi articoli.»

«E le piacevano?»

«Il fatto» disse il vice-questore, stropicciandosi gli occhi «che anch’io ho un forte senso di disciplina. Un forte senso del dovere. E, invecchiando, amo sempre più l’ordine.»

Pezzo molto scorrevole.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Abbiamo grandi boschi di betulle, nel nostro paese» continuò l’uomo, stropicciandosi di nuovo gli occhi. «Maestosi. Luminosi. Prima che voi partiate, vi consiglio di chiedere ai vostri accompagnatori di visitarli. Non potete partire senza aver visto questa meraviglia nazionale.»

Perchè si stropiccia gli occhi?

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Sì. È stata una fortuna, perché ho potuto svolgere inosservato la mia indagine.»

«La sua indagine?»

L’uomo sbatté con una certa forza il pugno sul tavolo.

«Sono un buon detective. Forse non appariscente come quello dei vostri film, ma so fare il mio lavoro. So fare due più due. In questo caso, poi è stato facile. Mi è bastato raccogliere due bossoli.»

Questa parte mi piace moltissimo.

 

Il 25/4/2020 alle 09:01, Domenico S. ha scritto:

«Racconterà la storia? Dirà la verità?» disse, con occhi supplicanti, quasi in lacrime.

«La sua storia sarà letta da metà del pianeta.»

«Bene» disse, rincuorato. Mise nel cassetto la bottiglia di vodka.

«Perché ce l’ha raccontata?»

«Ormai sono quasi in pensione. Cosa volete che cambi?»

«Anche qui avete le prigioni.»

«Non andrò in nessuno di quei luoghi, non si preoccupi» disse.

Finalmente intervenne il mio fotografo.

«Vorrei farle un ritratto» disse.

«Certo» fece lui. «Non sono un uomo privo di vanità, non mi spiace che la mia foto sia vista da metà del pianeta.»

Si alzò. Si lisciò l’abito e i baffi. Poi disse:

«Aspettate.»

Andò a un alto armadietto metallico, lo aprì e prese il fucile.

«Una bella foto da macho, come va di moda da queste parti.»

Il fotografo scattò il ritratto, col fucile in mano. L’uomo sorrideva.

«Bene, bene» disse, sedendosi di nuovo alla scrivania. Poggiò il fucile al suo fianco. «Ho risolto qualcuno dei vostri dubbi?»

«Ho molto da scrivere» dissi, guardando i miei appunti. «Mi metterò subito all’opera.»

«Che paese, l’America» disse. «Quelle magnifiche librerie…»

Lasciammo l’ufficio. Dopo pochi passi in corridoio, sentimmo partire il colpo.

Bel finale. In realtà pensavo che li uccideva.

 

Conclusione: racconto molto coinvolgente, lineare con un ottima struttura narrante. Mi viene in mente qualcosa i Ganngster o qualcosa del genere, tema adattabile sul mondo dell'editoria. Mi sembra aver visto un piccolo film con una sequenza d'immagini davvero perfetta. I dialoghi sono calibrati in maniera equa. Questo racconto mi è piaciuto.

Ti auguro una buona continuazione.

-Floriana-

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Questo il mio commento (primo sul forum):

 

Il racconto mi ha attirato a partire dal titolo (che richiama – involontariamente? – quello del famoso film di F. F. Coppola) e per la scelta di una struttura a dialogo insistito tra due voci narranti. Da una parte un burocrate di un paese dell’ex-Unione Sovietica (quasi in pensione), dall’altra dei giornalisti americani desiderosi si raggiungere la verità circa l’omicidio di un giovane scrittore e blogger ucciso a ventitré anni. L’incipit in medias res riesce a creare subito l’atmosfera smagata che pervade il racconto e che vede contrapporsi due diversi modi d’intendere la libertà. L’insistere sulle librerie americane nelle prime battute è una scelta azzeccata e il leitmotiv della scrittura torna più volte nel racconto dandogli coesione. Si parla, infatti, di uno scrittore ambizioso, che ha “fretta di arrivare” e vuole la fama per diventare uno sciupafemmine e scappare dal grigio destino d’insegnante malpagato.
Trovo ammissibile la scelta di non dare nomi propri ai personaggi e di non descriverli fisicamente (se non per pochi dettagli), la loro forza sta nel loro idioletto e nel modo con il quale l’ex-sovietico riesce a rendere la folle idea di ordine dell’URSS. Forse la citazione di Orwell è pleonastica.
Il racconto come giallo in miniatura, dunque, funziona e il colpo di scena che coinvolge il capo sovietico (la trovata dei due bossoli è una finezza) gioca su un uso attento della reticenza e dell’allusione. Il suicidio nel finale, invece, non è del tutto convincente a mio vedere, a livello interpretativo può essere inteso come una resa di fronte al manifestarsi della verità, oppure come la prova che una vera catarsi è sempre distruttiva.
I contenuti sono plausibili, non serve una particolare sospensione dell’incredulità per rendere verosimile la trama proposta, lo stile è scorrevole e curato (v. parole come “rabboccò”, l’assenza di refusi, la punteggiatura sorvegliata), in particolare la sintassi paratattica crea un ritmo godibile.
In definitiva La conversazione è un racconto che regala venti minuti interessanti, un pizzico di adrenalina nel finale, potrebbe essere incluso in un’antologia di racconti polizieschi, ma non si può definirlo un capolavoro, manca quel quid che rende il tutto memorabile e davvero riconoscibile lo stile dell’autore.

 

p.s. dal racconto si potrebbe trarre un cortometraggio benfatto, regista permettendo.

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@Robert Wilhelm Ciao, ti ringrazio per la tua analisi, molto tecnica è precisa. Sicuramente alle mie storie manca il "quid" di cui parli, ma cerco di fare del mio meglio date le mie limitazioni... sono contento che tu abbia notato come il mio stile sia tendenzialmente parattatico. E' qualcosa di cui sono (vanitosamente) orgoglioso. Sarebbe carino un giorno vedere un film tratto da quanto scrivo! Ahimè, temo sia molto difficile. Comunque ti ringrazio davvero per il commento, è stato utile. Vedo che sei nuovo sul forum. Ti do il benvenuto e ti invito a commentare molto spesso, farai felici tanti utenti con la tua ottima capacità d'analisi. A presto!

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