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Commento a "Il sole non scalda" di Alberto Tosciri

 

Non tutti erano d’accordo con me, ma che se ne andassero al diavolo. La nuova prof era sexy. Okay, forse era fin troppo magrolina, e non curava tantissimo il suo aspetto fisico. Però era giovane, fresca d’università e con un’aria dolente ed emaciata che a me piaceva molto. Aveva gli occhi cerchiati, ma che occhi. Di un grigio argenteo che non ho mai più visto in un’altra donna. Inoltre era competente. Questo per me aumentava molto il suo sex-appeal. Sono sempre stato appassionato dell’ora di lettere, ed era bello avere una professoressa con quegli occhi (e che occhi) che spiegava con asciutta competenza la poesia di Dante Alighieri.

Trudy questo lo sapeva benissimo e continuava a lanciarmi palline di carte durante l’ora della prof di lettere. Non era il suo vero nome, ma una volta, in modo malaccorto, ci aveva confessato che dormiva ancora col suo orsacchiotto Trudy. Da quel giorno il suo destino era stato segnato. Era anche grande, grosso e ciccioso, come un orso, per questo il soprannome gli era rimasto appiccicato. Trudy. Gli volevo molto bene, ma era un discreto rompi.

Inoltre, aveva una forza sproporzionata rispetto alla mira. Una delle sue palline di carta arrivò fino alla cattedra.

La prof aprì. La lesse e sorrise, quindi riprese a spiegare. Io mi girai, per vedere Trudy che sghignazzava. Cosa diavolo avevo scritto?

Aprii uno dei bigliettini che era arrivato a me. Diceva:

 

Se della prof vuoi vuoi essere l’amante

devi studiare bene il tuo Dante.

 

Un rima baciata. Da qualche giorno, da quando eravamo su Dante, Trudy s’era scoperto poeta. Mi chiesi se il bigliettino arrivato alla prof fosse altrettanto compromettente. La guardai, presi appunti. Mi sentivo bruciare. Mi chiesi se mi stesse venendo la febbre, ma forse ero proprio innamorato di lei. Col senno di qualche anno dopo, mi sarei accorto che ho sempre avuto una passione per le donne irraggiungibili.

Dopo la lezione, mentre gli altri sciamavano in cortile per l’intervallo, la prof chiamò alla cattedra me e Trudy.

«Chi di voi è il poeta?» disse.

Entrambi arrossimmo. Temevamo ci mettesse una nota. Di Trudy si possono dire molte cose, ma una è certa: è una persona leale.

«Il biglietto è mio» confessò.

La prof continuò a sorridere.

«Vedo un’ombra di talento. Per punizione, perché non si lanciano bigliettini in aula, dovrai scrivermi un sonetto. Lo abbiamo studiato due settimane fa, rivedi gli appunti. E lo dovrai leggere di fronte all’intera classe.»

«Okay» disse Trudy, sempre più rosso e confuso.

«E io?» chiesi.

«Tu non lanciavi bigliettini.»

«No.»

«Allora sei assolto. Andate a divertirvi» disse, prendendo in mano un libbricino di poesie consumato.

Cosa m’aspettavo? Che assegnasse anche a me una poesia? Che avrei scritto qualcosa talmente ispirato da conquistare il suo cuore? Sono un po’ sciocco, come avrete capito.

In cortile, Trudy s’accese una di quelle sue sigarette puzzolentissime.

«Complimenti, sei il cocco della prof» dissi.

«Ne farei volentieri a meno» fece lui. «Vuoi un tiro?»

«No, faccio a meno anch’io» dissi, sconsolato.

«Dovresti metterti con Ramona Casiraghi.»

«Che c’entra la Casiraghi?»

«Ha occhi solo per te. Così ti togli dalla testa strane idee.»

Pensai agli occhi della prof. Al suo aspetto emaciato e al suo fare nevrotico. La Casiraghi aveva tutte le sue cose a posto ed ero contento di piacerle, ma era solo una banale quindicenne. Non passava le sue pause fra le lezioni vuotando tazze di plastica di caffè e leggendo libbricini di poesia. Non aveva nulla da dire.

«Andiamo» dissi. «Due ore di algebra. Toglierà dalla mia mente qualsiasi strana idea.»

Comunque credo Trudy avesse veramente aspirazioni poetiche. La settimana dopo portò effettivamente un sonetto che lesse alla classe. Confesso che non era male. La prof gli mise un bel “nove” sul registro. Mi sentivo bruciare d’invidia.

Se ne tornò soddisfatto al posto, ricevendo dagli altri ragazzi pacche sulle spalle. Con mio grande scorno, notai una luce, negli occhi della prof, accesa dalla poesia di Trudy.

Una volta a casa, mi scoprii alla scrivania dello studio di mio padre, dove facevo i compiti nel pomeriggio, con un bloc-notes giallo e una matita in mano. Stavo cercando di scrivere una poesia.

Mia madre entrò con una tazza di cioccolato mentre mi fumavano le meningi.

«Studi?»

«Più o meno...»

«Che studi?»

«Dobbiamo scrivere una poesia» mentii. «È un compito a casa.»

«Fa’ vedere.»

Normalmente sarei stato restio, ma mia madre legge molto. La sua opinione doveva contare qualcosa.

«Chi è questa donna dagli occhi grigi?» disse, restituendo il bloc-notes.

«Nessuna.»

«Una tua compagna di classe?»

«Me la sono inventata.»

«Okay, ti credo.»

«Com’era la poesia?»

«Va bene.»

Pensai a Trudy, col suo nove. “Va bene” non è una poesia da nove. Ahimè, non sarei mai entrato nel cuore della prof.

Rinunciai, quel giorno e per sempre, a scrivere versi. Il mattino dopo, il mio grosso amico non venne a scuola, e neppure in quelli successivi. Un pomeriggio telefonai a casa di Trudy e sua madre mi disse che era in Australia.

«In Australia?»

«È in visita dalla zia.»

«Per quanto sarà lì?»

«Finirà l’anno.»

Ed era partito così, senza dirmi nulla? Provai a scrivergli una mail, ma non mi ripose.

Intanto, la prof andava avanti a bere caffè (non faceva altro, nelle pause) e a spiegarci la letteratura  e io, lo confesso, ne ero sempre più innamorato. A volte, ma doveva essere soltanto la mia immaginazione, mi sembrava guardasse me quando parlava d’un passo d’amore. La mia infatuazione non faceva che crescere.

Intanto, la nostra classe non faceva che diminuire. Dopo Trudy, smisero di venire a scuola Giovani Scacciapreti, per via di un’interminabile mononucleosi, Lorenzo Giovannirana, suo padre era stato trasferito per lavoro in un’altra città, Federico Sminuzzamerletti, cause ignote (era sempre stato quello della classe più discontinuo nel venire a scuola e frequentava cattive compagnie, perciò la sua scomparsa non fu una sorpresa.)

Come avete notato, sparivano i maschi, finché in classe non rimanemmo che io e le ragazze e l’anno stava per finire.

L’ultimo giorno di lezione, fui l’unico a presentarmi.

«Fammi un piacere» mi disse la prof «vammi a prendere un bicchiere d’acqua.»

«Agli ordini» dissi io, ormai ammaliato. 

In corridoio, vedevo capannelli di persone che mi guardavano e parlottavano fra di loro.

Poggiai il bicchiere d’acqua sulla cattedra. La prof si tolse gli occhi e li mise dentro, quindi cominciò a massaggiarsi l’incavo delle orbite vuote.

La prof aveva occhi finti?

«È stato un anno duro» disse lei.

«Le sue lezioni mi sono piaciute tanto.»

«Adesso toccherebbe a te» disse «ma mi dispiace. Ho capito che ti sei affezionato.»

«Io la amo» dissi, guardando nel vuoto delle orbite.

D’improvviso, cambiò espressione. Il suo viso si rigò di sangue e lacrime. Era diventato un mostro.

Provò ad avventarsi con le zanne su un mio braccio, ma io mi divincolai. Presi una sedie e la colpii.

«Pro, perché fai così? Ti amo.»

«È la mia natura.»

«Cosa sei?»

«Siamo un po’ deboli in mitologia, a quanto pare.»

«Spiegami, ti prego.»

«Sono una lamia. Mi nutro di giovani vittime maschili.»

«Perciò, il resto della classe…»

«I loro resti sono ancora nel mio frigorifero.»

«Perché nessuno l’ha denunciata?»

«Lancio una malia impenetrabile. Nessuno s’accorge di me, fino a quando non mi svelo.»

«Perciò sto per morire.»

«Sei l’ultimo. Sono solo una supplente, l’anno prossimo m’assegneranno a un’altra scuola.»

«Potrei rivedere i tuoi occhi, come ultima cosa?»

Il mostro fece una specie di sorriso. Quindi, andò a prendere il bicchiere, per rimettere gli occhi grigi al loro posto.

Incredibile a dirsi, l’amavo ancora.

«Ti prego» dissi. «Fammi un’ultima lezione, prima di morire. Cos’è una lamia?»

Il suo volto si rilassò, si distese. Tornò la nevrotica intellettuale dagli occhi grigi di cui m’ero innamorato.

«Davvero t’interessa saperlo?»

«Voglio sapere che mi sta uccidendo.»

«Perché?»

«Sei una brava insegnante. Mi piace imparare cose nuove da te.»

«Il tuo amico… quello succulento. Come si chiamava?»

«Trudy.»

«Sai, m’aveva colpito. Pensavo fosse un bravo studente. Un poeta. Invece, quando mi sono svelato a lui, non ha fatto altro che trillare come una femminuccia. Non ha svelato la tua avidità di sapere.»

Pensai a Trudy, divorato vivo da quel mostro. Deglutii. Lei continuò.

«Credevo tutti voi foste… banali, insulsi. Vedevo i vostri occhi appannati, durante le mie lezioni, e pensavano che vi meritaste di essere divorati da me. Tu sei sempre stato diverso, lo confesso.»

«Parlami delle lamie» dissi, poggiando la mano su un banco.

«Lamie. Che dirti. Siamo in giro da tanto, ma in pochi ci conoscono. Non andiamo molto di moda, di questi tempi. Spesso ci confondo coi vampiri, ma essi, vedi, sono soltanto un calco fatto su di noi. Noi siamo le originali.»

«Hai molte sorelle?»

«Più di quanto immagini.»

«Anche loro insegnano?»

La prof sorrise.

«Facciamo ogni genere di lavoro, che ci permette di venire a contatto con ragazzi di cui nutrirci.»

«Anche voi avete paura delle croci, come i vampiri?»

«No, solo il sale può ucciderci…»

Si morse la lingua. Era infantilmente caduta nella mia trappola. 

Scappai dall’aula, in cerca di sale da lanciarle contro. Forse nel laboratorio di scienza c’era qualcosa di utile. Corsi a più non posso, ma poi mi resi conto che nessuno m’inseguiva.

Trovai del sale in laboratorio e, titubante, tornai di sopra per affrontare il mostro. Dovevo vendicare Trudy, e tutti gli altri.

In classe, però, non c’era nessuno. Solo un bicchiere d’acqua e un registro aperto sulla cattedra.

Al fianco del mio nome, un bel “dieci.”

 

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Ciao @Domenico S., anche questo è un racconto interessante ma credo tu possa strutturarlo meglio. Il brano pare spezzato in due parti ben distinte: nella prima racconti di una infatuazione adolescenziale a tutti gli effetti, mentre nella seconda la storia si tramuta in un horror/fantasy, in cui la supplente rivela la sua vera natura. Ora, non credo sia in assoluto un errore dividere il racconto in questo modo, giustamente vuoi tenerti l'effetto sorpresa per il finale, però il rischio è quello di ingannare il lettore cambiando non solo le carte in tavola quasi di punto in bianco, ma addirittura genere letterario. Non voglio che tu mi fraintenda, il tuo stile di scrittura mi piace ed il racconto si lascia leggere volentieri, solo che nella prima parte non vi è alcun indizio che possa lasciar presagire ad un finale horror; questo, oltre a disorientare il lettore, ti costringe a cadere nella trappola dell'infodump nella seconda parte, per poter andare a parare dove avevi previsto.

Fossi in te, cercherei di mettere qualche indizio che possa far sorgere anche solo un dubbio nella figura della supplente, fin dalle prime battute. Per esempio, un alunno potrebbe portarle, per errore, sale al posto di zucchero per il suo amato caffè, provocando in essa una reazione eccessiva e risparmiandoti la parte in cui ella spiega che solo il sale può ucciderla (scusa ma ho un'allergia verso i cattivi che rivelano ai quattro venti il proprio punto debole).

Buona domenica, ci leggiamo in giro.

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@Senz'anima Ciao, ti ringrazio perché hai letto e commentato anche questo racconto.

Allora, per quanto riguarda le tue critiche:

- Nelle mie intenzioni, il lettore dovrebbe gradualmente capire che in quella classe succede qualcosa di strano. Se tu parli di una storia divisa in due tronconi significa che ho fallito in una missione abbastanza importante per uno scrittore, ossia dosare gradualmente le informazioni fino a quando non si svela tutto, mantenendo però un senso d'insieme. Se deciderò di tornare sul racconto, sicuramente cercherò di risolvere questo problema.

- Mi rendevo conto, scrivendo, che stavo facendo infodump e stavo usando un cliché (il cattivo che svela il suo punto debole), però l'ho fatto per due motivi. Innanzitutto, il cattivo è pur sempre una professoressa, quindi è portata a spiegare, perciò mi sembrava che ciò fosse connaturato al personaggio. Inoltre, il racconto non finisce col protagonista che finisce il cattivo lanciandogli il sale, ma col cattivo che premia il protagonista perché ha avuto una sete di conoscenza maggiore rispetto agli altri studenti che s'era pappata. Diciamo che speravo l'originalità di questa trovata "salvasse" il fatto d'aver ricorso a un cliché. Ma se tu hai avvertito ciò come un peso significa che probabilmente ho fallito anche in ciò.

 

Ti ringrazio, a presto!

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@Domenico S. Ciao.

 

Un racconto interessante, dalle ulteriori possibilità di sviluppo, secondo me. Si avverte la necessità di sapere qualcosa di più, ulteriori particolari. La lamia ha un suo fascino tenebroso; all’inizio sembra la solita storia dell’infatuazione di un adolescente per la sua professoressa, un fatto molto comune. Ma avrei aggiunto di concerto fin da questi normali preamboli qualche fuggevole accenno alla pericolosa vera natura della lamia sotto le spoglie di insegnante.

Mi è piaciuto il consiglio che ti ha dato @Senz'anima di mettere il sale nel caffè; io avrei aggiunto un particolare più sottile, inquietante a questo proposito. Trudy, prima di lanciare la pallina di carta con la poesia poteva aver mangiato una focaccia salata e qualche granello di sale, perché no, rimaneva in mezzo alle pieghe della carta, appallottolata con le mani ancora unte della focaccia… Sarebbe stato interessante osservare la reazione della lamia quando la pelle delle sue mani fosse venuta a contatto anche con un granello di sale. Sicuramente avrebbe provato dolore, magari non mortale ma sufficiente  a farle assumere un’espressione di spasimo, di furore, per poi ricomporsi a fatica, in un bagno di sudore. Oppure, più romanticamente, il ragazzo poteva convincerla ad andare con lui in un parco divertimenti, dove notoriamente vendono popcorn… o fare una passeggiata in riva al mare, dove si respira aria salmastra che sicuramente non avrebbe fatto la gioia della lamia…  Insomma, accennare a qualcosa di strano e inusuale da parte della donna davanti a cose normali per gli umani.

Anche quando la lamia si scopre apertamente davanti al ragazzo ci sono alcune cose che andrebbero approfondite. Il ragazzo trova perfettamente normale che la lamia si tolga gli occhi per metterli nel bicchiere d’acqua, segno che nel mondo che hai costruito queste cose sono conosciute da tutti, ma mi sembrerebbe strano, essendo un mondo moderno. Le usanze delle lamie, equiparate a streghe nel Medio Evo, in quell’epoca erano note a tutti ma in epoca moderna stride, comunque può benissimo starci. Andrebbe però anche succintamente esplicitata questa conoscenza, la possibilità che le lamie possano infiltrarsi fra gli esseri umani moderni. Può benissimo esistere una civiltà moderna in cui convivono come vivi i ricordi di antichi miti.

Poi quando il ragazzo apprende della fine di Trudy e degli altri maschi della classe,  chiedendole come mai non sia stata denunciata, cioè scoperta, la lamia asserisce di aver gettato una malia impenetrabile e non può essere scoperta finché non si svela. Va benissimo, ma viene naturale sapere il comportamento dei genitori di Trudy, dei genitori degli altri ragazzi e della comunità davanti alla scomparsa di tanti ragazzi.

Dovrebbe essere un comportamento anomalo, come allucinato, che non fa capire che i figli non ci sono più e non torneranno mai più. Immagina i discorsi di questi genitori che parlano fra di loro dei figli scomparsi come se fossero sempre presenti… Ne uscirebbe un racconto ancora più intrigante…

Ma qualcuno si accorge di questo comportamento, tipo il ragazzo protagonista, che in alcuni meandri della sua coscienza potrebbe essere impermeabile alla magia della lamia e questo la lamia lo sa, oltre al fatto che il ragazzo è innamorato di lei.

Penso che con ulteriori particolari il racconto assurgerebbe a qualcosa di più corposo e coinvolgente, oltre a  procedere qualche passo in più verso un universo più tenebroso.

Il finale mi ha fatto rimanere un pochino male, a dir la verità. Non mi aspettavo che la lamia fosse così ingenua da confessare il suo punto debole, ma non mi aspettavo nemmeno che il ragazzo non lo sapesse, vista la sua apparente imperturbabilità fino a quel momento, come se nel suo mondo queste cose fossero già messe in conto nel vivere comune, come ho detto prima.

Nel complesso però ho gradito molto questo testo, ben scritto e originale come idea.

                        

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Il 5/4/2020 alle 18:24, Alberto Tosciri ha scritto:

l finale mi ha fatto rimanere un pochino male, a dir la verità. Non mi aspettavo che la lamia fosse così ingenua da confessare il suo punto debole, ma non mi aspettavo nemmeno che il ragazzo non lo sapesse, vista la sua apparente imperturbabilità fino a quel momento, come se nel suo mondo queste cose fossero già messe in conto nel vivere comune, come ho detto prima.

Ciao @Alberto Tosciri, ti ringrazio per l'accurato commento. Rifletterò su come migliorare la storia in base a quanto mi hai detto. Anche tu hai criticato il finale, che in realtà a me piace molto, ma forse solo a me. Un caro saluto.

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Comunque  @Domenico S. non vederlo come un fallimento, in realtà mi pare tu abbia trovato una strada con queste storie che riportano mondi fantastici nell'usualità, e questa è un'ottima conquista per uno scrittore. Significa aver trovato una strada per poter raggiungere uno stile che ti possa far distinguere, un modo per far si che un lettore possa riconoscere il tuo tocco senza dover andare a vedere chi sia l'autore, o meglio ancora  una certezza per il lettore stesso di ritrovare in un tuo scritto qualche cosa che potrebbe apprezzare. 

Com'è ovvio che sia ci devi lavorare un poco e non tutte le ciambelle escono con il buco al primo tentativo. In questo caso basterebbe anche caratterizzare un poco più a fondo il protagonista, potrebbe ad esempio essere un nerd fanatico di arti nere che conosce il punto debole di una Lamia per esempio e che inizia ad insospettirsi pian piano, il che contrasterebbe con la sua infatuazione nei riguardi della supplente stessa. In questo modo riusciresti anche a risolvere la questione delle lamie semisconosciute in epoca moderna, come suggeriva @Alberto Tosciri. 

Insomma, hai diversi modi per rendere più appetibile questo racconto, che ha comunque del potenziale. Parafrasando Thomas Edison, non hai fallito, hai trovato un modo in cui non scrivere questa storia ;) .

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Ciao @Domenico S. :)

ti commento mentre leggo ;)

 

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

tantissimo il suo aspetto

Ho scoperto - da quando frequento l'officina - che non è il massimo mettere i possessivi se non sono necessari. Qui si capisce che si parla dell'aspetto fisico dell'insegnante, eviterei quel "suo".

 

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

Però

perchè però, a cosa è aggrappato? iniziare con "Era giovane" secondo me rende più fluido l'incipit della frase.

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

grigio argenteo

Passi gli occhi grigi, ma eviteri di legarli con argento, è un binomio troppo usato.

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

ma che occhi. Di un grigio argenteo che non ho mai più visto in un’altra donna.

Descrivere così è come non dire niente. Parlare di occhi va bene, ma cos'hanno di diverso dagli altri? alla professoressa le si sbava il trucco? Quando corregge i compiti alla lavagna il gesso le dà allergia e la fa lacrimare? Quando chiama per le interrogazioni abbassa di poco le palpebre per poi riaprirle pronunciando il nome del chiamato alla cattedra? Parlare di aspetto fisico legato a un qualcosa credo sia più incisivo del semplice dire "occhi mai visti da nessuna parte".

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

competenza

Ripetuto alla riga sopra. Prova a leggere ad alta voce, ascoltando si notano le ripetizioni.

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

Trudy. Da quel giorno il suo destino era stato segnato. Era anche grande, grosso e ciccioso, come un orso, per questo il soprannome gli era rimasto appiccicato. T

Questa parte è superflua. Puoi  concludere con orsacchiotto: il resto è un in più.

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

Una delle sue palline di carta arrivò fino alla cattedra.

La prof l'aprì, (virgola) lesse e sorrise, quindi riprese a spiegare. Io  Mi girai (no virgola) e vidi Trudy che sghignazzava.("per vedere" implica che lui già sappese che l'amico sghignazzava)

Cosa diavolo avevo scritto?

 

La parte dei dialoghi è molto carina, anche il bigliettino m'ha fatto sorridere. Solo che hai messo il tag horror e di horror ancora non ho intravisto nulla.

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

come avrete capito.

Rivolgersi al lettore non è il massimo, l'ho scoperto sempre qui in officina. (Scusa se ti sto facendo notare alcune cose e forse ti sembro antipatica, ma vedo che sei un utente presente, ti sta a cuore il forum e la scrittura, penso ti possa far piacere ricevere i consigli che io stessa ho ricevuto prima di te.)

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

Intanto, la prof andava avanti a bere caffè (non faceva altro, nelle pause)

Ecco il campanello dell'horor finalmente. Ah, come prima: i dialoghi  mi piacciono molto, e la trama mi prende.

Il 4/4/2020 alle 08:25, Domenico S. ha scritto:

La prof si tolse gli occhi e li mise dentro

Questo pezzo m' ha fatto ridere e guarda che suscitare ilarità è difficile. Il racconto, se grottesco, secondo me tiene bene. 

Non m'è dispiaciuto il finale; Ci sono parti spiegate nelle battute conclusive che non aggiungono niente alla trama (mi riferisco ai vampiri).

Ti ripeto: non ho avuto i brividi ma non importa, conta che l'ho letto incuriosita fino alla fine. I dialoghi, i personaggi e la trama stuzzicante mi hanno invogliato.

Un saluto e scusa ancora. :)

 

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8 ore fa, L@ur@ ha scritto:

Ci sono parti spiegate nelle battute conclusive che non aggiungono niente alla trama

Ciao @L@ur@ sono contento il racconto ti sia piaciuto. Naturalmente in ogni buon racconto (non dico che il mio lo sia) ci sono parti in più che magari non c'entrano molto con la trama, ma che non è male tenere perché aggiungono piacere all'affabulazione. Comunque ho trovato le tue correzioni molto precise e le ho utilizzate per migliore il testo. Un caro saluto.

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