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Simone Puppio

Parole misteriose...

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Buongiorno a tutti amici scrittori,

 

lo ammetto: sono un maledetto esteta.

 

Ultimamente sto facendo leggere il mio romanzo a una persona molto cara (e paziente!), ovvero la mia compagna (accanita lettrice e scrittrice di un romanzo per bambini e una raccolta di racconti per adulti). Il risultato è che, in molti capitoli, mi ha fatto notare la presenza di vocaboli un po’ troppo ricercati, come il nome particolare dei materiali (porfido), dei tessuti (shantung) e via dicendo. Ora, questi termini non è che io li abbia piazzati a caso per fare il saccente: sono frutto di una lunga ricerca, finalizzata a trovare l’equivalente concreto che più si addiceva a descrivere una mia immagine mentale.

 

Detto ciò, voi che ne pensate? È necessario limare un po’ il livello generale oppure si possono mantenere questi termini magari a discapito di un’immediata comprensione?

 

Grazie! ;)

 

PS. ad esempio, descrivendo un locale orientale, nel giro di due facciate, si trovano:

  • turibolo: incensiere;
  • afrormosia: legno esotico usato per il parquet;
  • guayabera: camicia a maniche lunghe tipica dei luoghi sudamericani;
  • zangbeto: sciamano voodoo.
     

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12 minuti fa, Simone Puppio ha scritto:

Detto ciò, voi che ne pensate? È necessario limare un po’ il livello generale oppure si possono mantenere questi termini magari a discapito di un’immediata comprensione?

Credo sia impossibile dare una risposta senza avere il testo sottomano, perché sono troppe le variabili. Dipende dal genere del romanzo, dal pubblico di riferimento, dalla scena in questione, da chi le pronuncia...

Certo che se nel mezzo di una scena mozzafiato in cui un cacciatore di taglie sta inseguendo un assassino, ti metti a specificare che l'inseguitore indossa una guayabera a righine bianche e blu Dodger e scivola sul pavimento di afrormosia, finendo per cadere ai piedi di uno zangbeto, che veste una tunica di shantung color rosso Falun e ha in mano un turibolo da cui promanano effluvi erotizzanti... be', allora è probabile che il libro voli dalla finestra ;).

  • Divertente 6

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2 minuti fa, Marcello ha scritto:

Certo che se nel mezzo di una scena mozzafiato in cui un cacciatore di taglie sta inseguendo un assassino, ti metti a specificare che l'inseguitore indossa una guayabera a righine bianche e blu Dodger e scivola sul pavimento di afrormosia, finendo per cadere ai piedi di uno zangbeto, che veste una tunica di shantung color rosso Falun e ha in mano un turibolo da cui promanano effluvi erotizzanti

In effetti, così suonerebbe come una martellata sui denti! Fa parte di una descrizione statica però ho capito il concetto. Se i termini impediscono al flusso di scorrere, allora è meglio semplificarne alcuni!

  • Grazie 1

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@Simone Puppio semplificare è sempre meglio, in un libro un solo vocabolo "sconosciuto"  è più che sufficiente. Un solo termine astruso resta nella mente del lettore, se ne metti troppi, vuoi o non vuoi, fai la figura del saccente. Prova a metterti anche nei panni del lettore, che gusto puoi provare a leggere e non capire? Nessuno tiene il vocabolario sottomano (a meno che non si legga sul Kindle). Seppure esiste la voglia di conoscere e capire, interrompere la lettura per cercare il vocabolo non piace a nessuno. Se proprio hai faticato, accontentati di usarne due o tre, non di più. (y)

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  • Grazie 1

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4 ore fa, Simone Puppio ha scritto:

mi ha fatto notare la presenza di vocaboli un po’ troppo ricercati

 

4 ore fa, Simone Puppio ha scritto:

questi termini non è che io li abbia piazzati a caso per fare il saccente:

 

Anche a me lo hanno fatto notare. È che spesso ciò che è ricercato per altri non lo è per me. Per esempio, una volta scrissi "appressarsi" in un racconto del WD. I commenti erano del tipo "Appressarsi è troppo ricercato, devi scrivere avvicinarsi!", ma per me è normale che uno si appressi a un altro. Altro esempio: sempre in un racconto del WD, scrissi "accosto a" invece di "accanto a" e i commenti furono dello stesso tenore.

Il problema è che uno deve tenere conto di tante cose quando scrive. Per dire, "accosto" mi serviva per evitare di ripetere troppo "accanto" e "appressarsi" per evitare un brutto effetto con "avvicinarsi", che avevo scritto alcune righe prima. Chi giudica da fuori spesso non considera il co-testo, ma solo la singola parolina.

In un libro ho scritto "pioggerellare" invece di "piovigginare". Però, in questo caso, non credo che un lettore non capisca pioggerellare e allora vada a cercare il dizionario (Aveva pioggerellato per tutta la notte, anche mentre andavo verso casa di Ermenegildo con i tergicristalli accesi a bassa velocità). Con mia madre usavo dire colazionare al posto di fare colazione. Pensavo: "C'è cenare e pranzare, dunque perché mai non devo dire colazionare? Per di più, in inglese to breakfast è comune!". Anche in questo caso, non credo che un eventuale lettore non capisca colazionare (Marta e Vincenzo quella mattina colazionarono assieme con uova e bacon) e vada in cerca del dizionario.

Nei tuoi esempi, invece, sì poiché usi termini che non si "ancorano" ad altri. Non sono solo ricercati, ma anche pochissimo comuni: quasi mai usati in pratica o piuttosto desueti. "A bassa disponibilità" direbbero alcuni linguisti.

Allora li eviterei. Non è però un obbligo: per esempio, Hemingway usò parole gergali molto tecniche in Il vecchio e il mare.

Insomma, dipende dal contesto e da tanti fattori, ma io preferirei evitare "paroloni".

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@Simone Puppio Io ne inserirei solamente uno per ogni scena. Se invece questi termini sono distribuiti in tutto l'arco del romanzo, allora li lascerei. 

Ti faccio i complimenti per la ricercatezza

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Per quanto mi riguarda, invece, non è una cosa così fastidiosa (ovviamente generalizzando).

A volte mi capita di leggere romanzi con descrizioni raffinate come le tue, magari perché incentrati su un argomento particolare o ambientati in luoghi esotici e sì, spesso mi imbatto in termini oscuri su cui devo informarmi (ma non mi disturba, così imparo qualcosa di nuovo). Oppure l'autore riesce piazzarti il significato sotto il naso senza che te ne accorgi.

Ho letto un libro dal titolo Piano solo, la cui trama ruota intorno a un pianoforte che deve recuperare il timbro originale andato perduto: il testo era pieno zeppo di tecnicismi sonori e strutturali, ma mi aiutava a percepire i suoni e gli odori e a visualizzare la scena esatta davanti a me. 

Poi magari dipende anche dal punto di vista della narrazione. Se il tuo protagonista è tenuto a conoscere quei materiali o è un frequentatore dei luoghi che hai descritto ci sta: magari butta lì una spiegazione tipo "fatto di quel tessuto di seta ruvida e bellissima che è lo shantung" (è solo un esempio del cavolo :D ). Oppure, quatto quatto, fai in modo che qualcun altro erudisca il tuo protagonista sul nome del legno del pavimento o dell'incensiere...

Infine, dipende dal tipo di lettore dei tuoi romanzi che può essere più o meno interessato una caratterizzazione puntuale del contesto.

Chiaramente le mie sono riflessioni superficiali, è sempre tutto da contestualizzare.

 

P.S. Eppure a me "porfido" pare un termine di uso così comune...  :grat:

 

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22 ore fa, dyskolos ha scritto:

Allora li eviterei. Non è però un obbligo: per esempio, Hemingway usò parole gergali molto tecniche in Il vecchio e il mare.

Credo, infatti, che sceglierò la via del compromesso: alcuni li sostituisco, mentre quelli intuibili dal contesto li lascio!

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@Antares_ sì, anche io sono quel tipo di lettore. Di solito un termine strano cerco di intuirlo, di approfondirlo o di ignorarlo se proprio non lo capisco: ma fastidio non lo provo. Interessante, invece, è il tuo suggerimento di "spiegare" il termine al lettore, cosa che arricchisce anche il racconto se ben confezionata. Grazie!

  • Grazie 1

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A me non dispiace cercar parole sul dizionario, anzi! Però... sarebbe meglio limitarsi e giustificarlo all'interno del testo (il protagonista è del luogo? Nel caso sarebbe logico che chiami i capi di vestiario col loro nome.  Lavora con il legno quindi li conosce?). E, come ti hanno detto, dipende a che pubblico lo destini, in un YA sarebbero solo caratteri sprecati (sì, l'esempio è un po' estremo lo ^_^).

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19 ore fa, Antares_ ha scritto:

Eppure a me "porfido" pare un termine di uso così comune...  

 

A dire il vero, anche a me "porfido" non pare un "parolone". Io lo sento, e lo uso quando capita.

 

 

19 ore fa, Antares_ ha scritto:

Per quanto mi riguarda, invece, non è una cosa così fastidiosa

 

Nemmeno per me, anzi mi piace documentarmi su cose sconosciute. Il problema è la densità: un parolone ogni due pagine va bene, invece ogni due righe no.

Una volta lessi un romanzo ambientato nel 1926 (o giù di lì) in Inghilterra. A un certo punto trovai una frase come questa: "Il dottor Rossi indossò una X". Non riconobbi la parola X, ma non la cercai sul vocabolario perché nella mia testa X era un cappotto, evidentemente di uso comune nel 1926. Finito il romanzo, cercai quella parola e scoprii che invece era un tipo di occhiali che andavano di moda in Inghilterra nel 1926. Cioè, per tutto il tempo del romanzo mi ero immaginato il dottor Rossi col cappotto e senza occhiali, ma in realtà era un tipo e senza cappotto e occhialuto :facepalm::bash::censura:

 

Il non cercare ha i suoi cari effetti collaterali :rotol:

  • Divertente 3

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