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Ippolita2018

[MI 135] I poveri non hanno i denti

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Traccia di mezzanotte

 

 

I poveri non hanno i denti. Sei certo di avere di fronte a te un povero se dentro la bocca non gli vedi i denti. Al massimo tre o quattro, quasi sempre malfermi: cosine bianche e puntute, infilate a caso nelle gengive livide. 'Ce l'hai l'omogeneizzato?' è la domanda che mi fanno più spesso. 'Perché quando la gengiva s'infiamma mica riesco a masticare'.

 

«Nina, sei sicura di voler venire? Andare di notte non è come quando incontri quelli che vengono al Centro.»

Cosa mai ci sarà di differente, gli vorrei rispondere. Forse solo la fatica: invece di stare seduta ad ascoltare, mi devo muovere.

«Sì, te l'ho già detto, Piero. Sicura.»

Sono le nove di sera: il furgoncino con noi cinque dentro parte verso la Stazione Ostiense. Mentre gli altri parlano di politica, io guardo fuori: a quest'ora del sabato, di solito, sono a cena con gli amici. Poi porto il cane a fare un giro. Vedo per la strada tanti ragazzi con le bottiglie di birra in mano, che ridono e si prendono a spinte. Piero parcheggia quasi davanti alla Stazione. Penso a mio fratello: conosceva tutte le discoteche qui vicino e una volta, per sbaglio, aveva vomitato su un barbone. 'Ero ubriaco!', diceva ridendo mentre si dondolava sulla sedia. Mia madre e mio padre non si erano arrabbiati quando Elio, a cena, aveva raccontato di quella sera. Io avevo dodici anni, e guardavo il coltello per la carne poggiato sul tavolo della cucina. Una parte di me afferrava quel coltello e glielo infilava nella gola. Lui si sbilanciava e cadeva all'indietro, da seduto: io allora gli saltavo con i piedi sulla pancia e guardavo il sangue che colava.

 

«Siamo pronti? Chi ha le coperte termiche? E i sacchi a pelo dove sono? Avevo detto di preparare due buste distinte. Sabry, tira fuori lo zaino coi thermos, per favore.»

Detesto il modo di fare di Piero. È organizzatissimo e bravissimo e buonissimo e tante altre cose in -issimo, ma mi dà fastidio. Perché dire Sabry se si chiama Sabrina? I diminutivi mi fanno uscire di testa.

«I pasti caldi li prendo io» dico prima che riesca a storpiare anche il mio breve nome, ma ciò non lo soddisfa: per me è la prima volta, dice, e devo solo guardare e imparare.
«I pasti caldi li porta Roby», ordina fiero.

 

Eccoli. Sono lì, davanti a noi, come mucchi di immondizia che respira. Piccole matasse di capelli grigi escono fuori dai cartoni e da strati di pezze colorate. Tutt'intorno buste di plastica piene di roba. Due di loro tirano fuori le facce, e con le bocche senza denti ci sorridono. Piero e gli altri li conoscono, li chiamano per nome. Offrono loro il sacchetto con la roba da mangiare, spostano i cartoni e li sostituiscono con le coperte termiche: a Roma in questi giorni si muore di freddo. Mi tengo in disparte, e osservo. Dov'è la vita, la vita nuda intendo? È quella mia, che compro le cose da mangiare al supermercato, pago le bollette della luce, parlo di cucina coi colleghi, dormo dentro a un letto che sta in una stanza che sta in un appartamento che sta in un condominio? E se rimanessi qui, stanotte, in mezzo a loro, lo capirei una buona volta cos'è la vita?


«Vi presento una nuova amica, Nina. Lei sta a un Centro di Ascolto, sente tante storie simili alle vostre. Oggi ha voluto esserci.»

La voce di Piero suona fastidiosa. Cosa significa "ha voluto esserci", mi domando. Mi fa apparire come una che va allo zoo a guardare gli animali da vicino. Mi inginocchio davanti a quei due corpi, le cui teste ora si vedono nella loro interezza, e l'odore che ben conosco mi entra dalle narici fino nel cervello. Quando sono nella mia stanza di volontaria posso aprire la finestra e spruzzare lo spray disinfettante; qui no. I due sono un tutt'uno con quel fetore. La vita è esattamente questo: il marciume che diventeremo da morti, e insieme gli occhi azzurri che in questo momento mi fissano. Voglio essere te, penso mentre lo guardo: perché tu sì e io no? Cerco di trattenere i singhiozzi e la voglia di infilarmi sotto quei cartoni in mezzo a loro. Non sto bene: mia madre ha ragione. Sono esaltata, nevrotica, irrazionale. 'E allora perché ho anche avuto una promozione, me lo spieghi, e come mai ho studiato Statistica, se sono così tanto irrazionale? Me lo sai spiegare?' Non fa niente, penso. È inutile cercare di capire cosa è la vita. Ora mi metto buona buona accanto a Piero e cerco di pensare ad altro. 

 

Dietro di noi, sulla piazza, vi è un'aiuola rialzata, chiusa da massicci blocchi di tufo, con in mezzo un grande pino marittimo. Intorno al pino vi sono tanti ragazzi: alcuni orinano contro l'albero, altri spaccano le bottiglie sul marciapiede. Sono ubriachi già prima di entrare nelle discoteche. Una pattuglia fa marcia indietro e chiede loro i documenti. Mi giro di nuovo verso i miei amici barboni. Chissà se conoscevano quello contro cui mio fratello vomitò quella notte di tanti anni fa. È quasi mezzanotte ormai, ho un freddo cane nonostante i guanti e il cappello. Effettivamente a quest'ora potrei/dovrei stare tra le mie lenzuola profumate di ammorbidente ai fiori di loto, mentre la mia Chica mi annusa i capelli. La notte non finisce mai. I barboni da aiutare qui in Stazione sono quindici, e poi ci sposteremo sul Lungotevere, e poi spero basta. Vorrei mangiarmeli tutti, farli scomparire nel caldo della mia bocca e digerirli dentro lo stomaco per assimilare fino in fondo tutto il dolore e tutta quanta l'ingiustizia della vita, e insieme a loro vorrei infilarmi nella bocca anche tutti quei ragazzi ubriachi e masticarli ― io che i denti li ho ― insieme ai barboni, così si potrebbero comprendere meglio tra loro. Spero che il furgoncino mi riporti presto e mi lasci scivolare, all'alba, di fronte al portone di casa, una casa vera, fatta di mattoni, con dentro le scale e l'ascensore che conducono alle porte blindate degli appartamenti caldi e luminosi. Lì dentro mi voglio chiudere a chiave e dare molte, moltissime mandate, in modo tale che nessuno possa entrare e che io non possa mai più uscire. 

 

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Buongiorno @Ippolita2018

9 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

Vorrei mangiarmeli tutti, farli scomparire nel caldo della mia bocca e digerirli dentro lo stomaco per assimilare fino in fondo tutto il dolore e tutta quanta l'ingiustizia della vita, e insieme a loro vorrei infilarmi nella bocca anche tutti quei ragazzi ubriachi e masticarli ― io che i denti li ho ― insieme ai barboni, così si potrebbero comprendere meglio tra loro.

questo è il pezzo che preferisco! Perché mangiarli? Per sentirli di più è quello che capisco io, per capire meglio come vivono, perché allora non vivere con loro per un po'?

Mi è piaciuta la suddivisione del testo, mi è piaciuta la descrizione di Piero che, inizialmente pensavo fosse il fratello di Nina. Non c'è una vera trama però, è un frammento di vita. Secondo me si poteva spingere un poco di più su un intreccio su chi siano i personaggi, sia dalla parte dei volontari che da quella dei senza tetto, invece si rimane un po' in superficie secondo me, quasi come fosse davvero una prima uscita per strada, in cui si colgono solo le cose più evidenti come la puzza e la mancanza di denti. 

Mi piace anche il contrasto finale, inevitabile, di Nina che pensa a casa sua e alle sue lenzuola fresche, avrei spinto anche qui, sui contrasti intendo.

9 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

dormo dentro a un letto che sta in una stanza che sta in un appartamento che sta in un condominio?

questo è un pensiero che ho fatto anche io tante volte

9 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

Non fa niente, penso. È inutile cercare di capire cosa è la vita.

credo che potresti trovare una risposta nel racconto di @M.T.:)

È un racconto che fa male il tuo @Ippolita2018, Nina si pone delle domande che si pongono spesso tante persone e a cui è difficile trovare risposta. È successo anche a me di lavorare sulla strada, più che altro con la prostituzione, ma anche con i senza tetto e ci si fanno un milione di domande a cui non si trova risposta, spesso, quando la trovi, non la capisci o non riesci ad accettarla. O almeno per me è stato così, molta rabbia, impotenza e a un certo punto la consapevolezza che non tutti vogliono essere aiutati. È sicuramente un'esperienza molto forte che non ti lascia più.

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Non faccio l'analisi di questo racconto. Mi è piaciuta la descrizione delle scene,  ho apprezzato tanto i pensieri interiori della protagonista e le riflessioni sul senso della vita.

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Per ora solo un passaggio veloce. Ci tornerò su appena possibile.
 

11 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

Vorrei mangiarmeli tutti, farli scomparire nel caldo della mia bocca e digerirli dentro lo stomaco per assimilare fino in fondo tutto il dolore e tutta quanta l'ingiustizia della vita, e insieme a loro vorrei infilarmi nella bocca anche tutti quei ragazzi ubriachi e masticarli ― io che i denti li ho ― insieme ai barboni, così si potrebbero comprendere meglio tra loro.

 

Capisco l'intento del messaggio, ma questo passaggio va ben oltre, dando tutto un altro sapore (hehe... vabeh) al racconto. Mi piace da morire (masticato... scusa, oggi mi sono svegliato più scemo del solito).

 

Per ora solo complimenti :rosa:

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Lo trovo un racconto molto bello.

Anche a me la parte dove la protagonista vorrebbe infilarseli tutti in bocca é quella che é piaciuta di più, soprattutto perché parte in maniera materna e protettiva (vedi le mamme che ai figli dicono ti mangerei) per finire in maniera sinistra quando si riferisce ai giovani ubriachi.

Mi piacciono molto anche i mille pensieri della protagonista riguardo al disagio, la voglia di mischiarsi a loro, la gratitudine di avere una casa propria. Mi sono riconosciuta in alcuni aspetti.

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Mille grazie ad @Almissima, @Ton, @Annabel, @Kikki:)

 

5 ore fa, Kikki ha scritto:

perché allora non vivere con loro per un po'?

Perché comunque non sarebbe mai sufficiente: "con loro" è diverso da "dentro di loro". La condivisione a un certo punto finisce, e ognuno torna nel proprio mondo. Ciò che volevo sfiorare nel racconto è proprio la dolorosa impossibilità di mettersi nei panni dell'altro, soprattutto quando quest'ultimo è così tanto "altro".

 

5 ore fa, Kikki ha scritto:

Non c'è una vera trama però, è un frammento di vita. Secondo me si poteva spingere un poco di più su un intreccio su chi siano i personaggi, sia dalla parte dei volontari che da quella dei senza tetto, invece si rimane un po' in superficie secondo me

Forse ho sbagliato, ma questa "inconsistenza" l'ho un po' cercata.

 

6 ore fa, Kikki ha scritto:

È sicuramente un'esperienza molto forte che non ti lascia più.

Grazie ancora, Kikki, per i tuoi preziosi pareri. 

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@Ippolita2018, benritrovata e con un racconto niente male!

 

Leggendo sono tornata ai mesi di tirocinio che feci presso uno dei campi nomadi di Bologna, tanti, tanti anni fa. Ricordo molto bene la fascinazione, l'impotenza, la rabbia e, come diceva Kikki, la consapevolezza che non tutti vogliono essere aiutati e che, nel caso specifico, non tutti vogliono una vita con tanto di appartamento e bollette da pagare.

Ho finito il tuo racconto con un interrogativo, perchè Nina se li vuole mangiare? Per un senso di protezione portato all'estremo? Però, poi, dice che si mangerebbe pure i ragazzetti ubriachi e, allora, mi son chiesta se non volesse mangiarseli perchè non li può comprendere fino in fondo. Una sorta di cannibalismo volto all'annientamento di quel che non possiamo capire e che, quindi,  fa paura.

Alla fine dei giochi la tua Nina non mi piace molto, ma mi è piaciuto moltissimo il tuo racconto. Non trovo un problema l'assenza della trama, la sua forza sta nella protagonista e nel tempo che passa con loro.

 

 

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Ciao @Ippolita2018

nel tuo racconto si assapora un'intensa atmosfera notturma, che pare sullo sfondo ma che invece permea il senso profondo del testo, o almeno così l'ho percepito io.

Interessante la questione dei denti. Mi ha fatto venire in mente il detto "chi ha il pane non ha i denti", dove il pane, in questa tua interpretazione, è la vita. Ho trovato anche interessante l'atto di mangiare queste creature della notte, e in questo caso mi è venuto in mente il movimento letterario dell'antropofagismo brasiliano, che sicuramente conoscerai (masticare, mangiare, assimilare il "nemico", anche l'atto di vomitare del fratello fa da contraltare a questo, è un mangiare senza assimilare, infatti).

E questi sono solo alcuni spunti di riflessione che il tuo testo suscita.

Insomma hai scritto un racconto potente che mi dà l'impressione che potrebbe essere ampliato.

Alla prossima!

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I miei complimenti, @Ippolita2018 (y)

 

Il tuo racconto arriva come un pugno allo stomaco, una storia sull'emarginazione e su chi ci gravita attorno. Una meditazione che ci può fare solo che bene, oggi come oggi,

sulle vere difficoltà, disperazioni e miserie della vita. E sul valore di ogni vita, sulla fortuna o sfortuna che può toccare a chiunque.

Grazie della lettura, chapeau!

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18 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

cosine bianche e puntute,

 

18 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

Piccole matasse di capelli grigi

Ti faccio due appunti "colorati": i denti di chi vive in strada, ancor più se ci vivono da anni, sono raramente bianchi, più giallastri o grigi, marroncini. E i capelli grigi evocano anziani, mentre sempre più tra gli homeless aumentano le persone giovani. Capelli sporchi o stopposi, non so, ma grigi fanno pensare a delle persone vecchie.

 

Il racconto mi è piaciuto, la tua protagonista parla all'ambivalenza di molti tra ripulsione e pietas, voglia di aiutare, gli emarginati della società. Anche il suo interrogarsi cosa sia davvero la vita, la nostra, la loro, una via di mezzo? Altro?

L'insistenza sul fratello, l'ubriachezza, il suo "legame" con gli homeless, l'aneddoto del "ho immaginato di ucciderlo" mi ha fatto sorgere il dubbio che il fratello sia morto e lei ne cerchi un'eco tra le anime della notte: i nottambuli ubriachi e eccitati, i barboni stanchi e schivi. Ma forse mi sono lasciata troppo trasportare nel cercare significati nascosti.

Quello che mi sembra esca chiaramente è una estraneità della tua protagonista nei confronti di tutti: barboni, colleghi di ronda caritativa, sua madre, i giovani discotecari, il fratello... forse cerca una soluzione a questa estraneità, scendendo sul terreno, volendo "masticarli", ma continua a osservare tutto e tutti come una spettatrice, o una ricercatrice davanti a un esperimento. Dall'esterno, più con interrogativi intellettuali che con empatia. Del resto, la sua conclusione è di voler rientrare e rinchiudersi dentro. Sempre più trincerata nella sua estraneità a tutti.

Bel racconto, ma che lascia una sensazione abbastanza glaciale e agghiacciante. Mi hai fatto un po' paura, @Ippolita2018 ;)

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8 ore fa, Kikki ha scritto:

molta rabbia, impotenza e a un certo punto la consapevolezza che non tutti vogliono essere aiutati

 

2 ore fa, AnnaL. ha scritto:

come diceva Kikki, la consapevolezza che non tutti vogliono essere aiutati e che, nel caso specifico, non tutti vogliono una vita con tanto di appartamento e bollette da pagare.

Niente è più vero di queste vostre osservazioni. Io stessa ho toccato con mano tale realtà. La protagonista (in qualche modo colpita da burnout) si domanda cosa sia la vita perché non esclude che la "vita vera" (o, meglio, uno degli aspetti in cui quel guazzabuglio che chiamiamo "vita" si presenta a noi) si nasconda appunto in mezzo alla strada.

 

2 ore fa, AnnaL. ha scritto:

Ho finito il tuo racconto con un interrogativo, perchè Nina se li vuole mangiare? (...) mi son chiesta se non volesse mangiarseli perchè non li può comprendere fino in fondo

Bellissima risposta. Quello di Nina è un desiderio irrazionale. Mangiandoli, come giustamente osservi, li fa propri, li assimila, li interiorizza, li comprende. E mescola i dolori degli uni con quelli degli altri, e in qualche modo li riconcilia tra loro: il fratello di Nina, da giovane, aveva vomitato, ubriaco, addosso a un barbone.

Grazie per il tuo commento utilissimo e attento, @AnnaL..

 

9 ore fa, Kikki ha scritto:

successo anche a me di lavorare sulla strada, più che altro con la prostituzione, ma anche con i senza tetto e ci si fanno un milione di domande a cui non si trova risposta

 

2 ore fa, AnnaL. ha scritto:

Leggendo sono tornata ai mesi di tirocinio che feci presso uno dei campi nomadi di Bologna

Complimenti a entrambe. Grazie. <3

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Ciao, @Ippolita2018 e bentrovata. Ogni tuo pezzo, poetico o narrativo che sia, non lascia mai indifferente il lettore. Adoperi sempre immagini forti, capaci di farci interrogare sul loro significato, come: 

20 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

Vorrei mangiarmeli tutti, farli scomparire nel caldo della mia bocca e digerirli dentro lo stomaco per assimilare fino in fondo tutto il dolore e tutta quanta l'ingiustizia della vita, e insieme a loro vorrei infilarmi nella bocca anche tutti quei ragazzi ubriachi e masticarli ― io che i denti li ho ― insieme ai barboni, così si potrebbero comprendere meglio tra loro.

 

Non è solo un racconto, è una storia di vita cruda vista attraverso gli occhi di chi è fortunato e privilegiato ad avere un tetto sopra la testa e un letto caldo. Spesso non ci rendiamo nemmeno conto di quello che abbiamo. Sono esperienze come quella vissuta da Nina a farci apprezzare le cose, ma anche a riflettere. Mi sono trovata in Nina e nelle sue domande, le stesse che mi facevo io durante gli anni di volontariato nel centro di prima accoglienza della Caritas dove mi occupavo di immigranti. Grazie per questa lettura intensa. A rileggerci. 

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Ciao @Ippolita2018, difficile commentare questo tuo racconto,  non so perché ma lo sento molto vero, molto sentito, forse un poco personale? Non so, ma lo sembra. Lo stile è  diretto e fluido, non mi sono mai inciampato nella lettura e visto il poco tempo che hai avuto a disposizione non è cosa da poco. Qualcuno potrebbe dirti che è troppo esplicito,  che un poco fa la morale. Per quel che mi riguarda preferisco un racconto che dica qualcosa come il tuo. Meglio avere un contenuto anche a rischio di sembrare retorici piuttosto che essere vuoti.

 

Saluti,

 

Mirko 

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Il 30/3/2020 alle 11:42, Almissima ha scritto:

la parte dove la protagonista vorrebbe infilarseli tutti in bocca (...) parte in maniera materna e protettiva (vedi le mamme che ai figli dicono ti mangerei) per finire in maniera sinistra quando si riferisce ai giovani ubriachi.

Molto interessante questa interpretazione. Grazie, @Almissima.

 

20 ore fa, ivalibri ha scritto:

mi è venuto in mente il movimento letterario dell'antropofagismo brasiliano, che sicuramente conoscerai (masticare, mangiare, assimilare il "nemico", anche l'atto di vomitare del fratello fa da contraltare a questo, è un mangiare senza assimilare

Non ci avevo pensato: grazie mille per averlo notato, @ivalibri (qui, naturalmente, le creature non sono viste come nemiche), e grazie per l'attento commento. Stimolante anche il valore che hai dato al "vomitare" del fratello. 

20 ore fa, ivalibri ha scritto:

nel tuo racconto si assapora un'intensa atmosfera notturna, che pare sullo sfondo ma che invece permea il senso profondo del testo

Hai perfettamente ragione: l'ho notata anch'io, rileggendolo il giorno dopo. Mi sono quasi fatta paura da sola, come ha scritto @Befana Profana:asd:

 

19 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:

E sul valore di ogni vita, sulla fortuna o sfortuna che può toccare a chiunque.

Ti ringrazio tanto, @Poeta Zaza: hai colto nel segno. La "casualità" ha un posto importante nei miei pensieri. Grazie per le tue bellissime parole.

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Il 30/3/2020 alle 18:31, Befana Profana ha scritto:

Ti faccio due appunti "colorati": i denti di chi vive in strada, ancor più se ci vivono da anni, sono raramente bianchi, più giallastri o grigi, marroncini. E i capelli grigi evocano anziani, mentre sempre più tra gli homeless aumentano le persone giovani

Appunti giustissimi: ho scritto "bianchi" per dare loro risalto nell'oscurità della bocca, ma il vero colore è giallastro, come scrivi. Il fatto che siano "cosine puntute" mi era sembrato sufficiente per delinearne il misero aspetto, ma sostituendo "bianchi" con "giallastri" la descrizione acquista verosimiglianza. Grazie! Riguardo ai capelli grigi, ammetto che il mio pensiero era fisso su barboni anziani e che ho escluso i giovani (moltissimi, come giustamente sottolinei) dal racconto.

Il 30/3/2020 alle 18:31, Befana Profana ha scritto:

mi ha fatto sorgere il dubbio che il fratello sia morto e lei ne cerchi un'eco tra le anime della notte: i nottambuli ubriachi e eccitati, i barboni stanchi e schivi

Anch'io ho pensato che fosse morto. O comunque, in qualche modo, perduto. Entusiasmante questa tua osservazione.

Il 30/3/2020 alle 18:31, Befana Profana ha scritto:

Quello che mi sembra esca chiaramente è una estraneità della tua protagonista nei confronti di tutti

Questo lo trovo estremamente interessante: forse è dovuto al fatto che con temi del genere il mio più alto timore è di cadere nella retorica o, peggio ancora, nell'intento didascalico. 

Il 30/3/2020 alle 18:31, Befana Profana ha scritto:

Dall'esterno, più con interrogativi intellettuali che con empatia.

Io ho pensato al burnout. Ti pare convincente?

Il 30/3/2020 alle 18:31, Befana Profana ha scritto:

lascia una sensazione abbastanza glaciale e agghiacciante. Mi hai fatto un po' paura, @Ippolita2018

Mi sei troppo simpatica, @Befana Profana. Grazie di tutto. <3

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2 ore fa, Ippolita2018 ha scritto:

o ho pensato al burnout. Ti pare convincente?

Avevo letto che lo spiegavi in un commento, ma sinceramente io non l’ho colto nel racconto, forse c’è un indizio nella tirata che immagina di fare a sua madre che dice che lei non sta bene. Ma a parte in quel passaggio, a me ha proprio lasciato la sensazione di una con mancanza d’empatia, al limite della asocialità. Però forse è l’aneddoto sul fantasticare di uccidere il fratello che mi ha indirizzato su quell’immagine lì e non ne sono più uscita, è una lettura solo mia, non darle troppo peso. 

(Sono contenta che il fratello scomparso fosse in qualche modo tra le righe e che non me lo sia sognato io). 

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Bellissimo testo, @Ippolita2018, molto sentito, interiore e vissuto. Ciò che più mi è piaciuto è la protagonista, che avrebbe potuto essere molto diversa e "buonista" attirando le simpatie di molti lettori che, invece, l'anno trovata quasi antipatica e si sono stupiti di alcune sue reazioni e pensieri. E invece, proprio per questo è credibile e molto umana.

Lo stesso errore in cui caddi molto tempo fa, sentendomi poi un perfetto cretino con la sola attenuante di star vivendo una vita troppo comoda, diversa e lontana dai veri derelitti, dagli "ultimi".

Parlando di Gino Strada con un suo amico e collega mi era permesso di criticare alcuni suoi interventi. Al che lui, con molta gentilezza, mi fece presente che non potevo utilizzare il mio metro con chi aveva visto e vissuto sulla sua pelle tutti i giorni , e per troppo tempo, cose  tanto orribili da non poter neppure essere immaginate.

Come chi, fatte le debite proporzioni, sta in un centro d'ascolto e va per strada a respirare la puzza dei dimenticati.

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Ho trovato questo racconto interessante e ben scritto su due livelli: il primo quello della storia che
racconti. Una sofferenza che spesso si dà quasi per scontata e metabolizzata dalla società che la lascia un
po’ di lato, sperando che sparisca davvero (finale pazzesco con l’esaltazione di un egoismo che è l’unico
baluardo in una società che chiude gli occhi). Il secondo quello dello stile. Queste frasi che avanzano
quasi a singulti, seguendo le incertezze della protagonista e sottolineando, semmai fosse necessario, il
moto di emozioni contrastanti che scuotono la protagonista. L’ho apprezzato davvero molto.
Complimenti.

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20 ore fa, Befana Profana ha scritto:

Però forse è l’aneddoto sul fantasticare di uccidere il fratello che mi ha indirizzato su quell’immagine lì e non ne sono più uscita

Speravo che l'aneddoto spingesse il lettore a spiegarsi perché da adulta la bambina sente il desiderio (contrastante, certo) di stare in mezzo ai barboni. L'indifferenza insultante di genitori e fratelli l'aveva nauseata. Invece pare una pazza asociale, mi sa che hai ragione. ;)

 

@M.T., @Lo scrittore incolore: mille grazie per le vostre gentilissime parole! 

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Molto bello davvero @Ippolita2018.

Ho preferito le parti in cui rappresenti la rivalità che si instaura anche nel gruppo di persone che vanno a far del bene, mi sono sembrate molto sincere. Se posso, un po' meno sinceri alcuni passaggi

Il 29/3/2020 alle 23:35, Ippolita2018 ha scritto:

Voglio essere te, penso mentre lo guardo

 

Il 29/3/2020 alle 23:35, Ippolita2018 ha scritto:

Vorrei mangiarmeli tutti, farli scomparire nel caldo della mia bocca e digerirli dentro lo stomaco per assimilare fino in fondo tutto il dolore e tutta quanta l'ingiustizia della vita

 

Qui il tono è un po' troppo sostenuto;  personalmente, mi si è rotta quella immedesimazione che si era creata. Io sottrarrei, anche perché il testo è carico di per sé, magari non c'è bisogno di evocare a parole l'ingiustizia della vita.

Sono però osservazioni di dettaglio a fronte di un racconto che, lo ripeto, trovo molto bello.

 

Ah

Il 29/3/2020 alle 23:35, Ippolita2018 ha scritto:

Dov'è la vita, la vita nuda intendo?

Capisco cosa vuoi dire. Penso che sia nell'una e nell'altra condizione: è dappertutto, e ci sono tante vite autentiche, mica una sola.  

 

Alla prox ;)

Modificato da Edu

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Il 30/3/2020 alle 20:38, Emy ha scritto:

Mi sono trovata in Nina e nelle sue domande, le stesse che mi facevo io durante gli anni di volontariato

Grazie mille, @Emy, per il tuo commento: mi hai scritto cose molto belle. <3

 

Il 31/3/2020 alle 12:24, INTES MK-69 ha scritto:

Qualcuno potrebbe dirti che è troppo esplicito,  che un poco fa la morale. 

Questo speravo proprio di averlo evitato, cercando di mettere in evidenza anche quegli aspetti vagamente autoreferenziali di certe realtà di volontariato. Ti ringrazio moltissimo, sono contenta che il racconto ti sia piaciuto, @INTES MK-69:)

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Il 1/4/2020 alle 13:13, Macleo ha scritto:

Ciò che più mi è piaciuto è la protagonista

Sono molto contenta. Grazie per il tuo graditissimo apprezzamento, @Macleo.

 

Il 1/4/2020 alle 13:13, Macleo ha scritto:

lui, con molta gentilezza, mi fece presente che non potevo utilizzare il mio metro con chi aveva visto e vissuto sulla sua pelle tutti i giorni , e per troppo tempo, cose  tanto orribili da non poter neppure essere immaginate

Questo è un argomento su cui rifletto spesso. Grazie.

 

Il 2/4/2020 alle 10:33, Edu ha scritto:

Ho preferito le parti in cui rappresenti la rivalità che si instaura anche nel gruppo di persone che vanno a far del bene, mi sono sembrate molto sincere

Grazie, @Edu.

 

Il 2/4/2020 alle 10:33, Edu ha scritto:

sottrarrei, anche perché il testo è carico di per sé, magari non c'è bisogno di evocare a parole l'ingiustizia della vita

Non sbagli. L'idea era esprimere il caos fuori e dentro la protagonista. Un caos che, nel caso del tema del racconto, si tenta di arginare portando le coperte di notte.

 

Il 2/4/2020 alle 10:33, Edu ha scritto:

Capisco cosa vuoi dire. Penso che sia nell'una e nell'altra condizione: è dappertutto, e ci sono tante vite autentiche, mica una sola.  

Giustissimo: la tua risposta non fa una grinza sul piano della razionalità. Quello che la protagonista si chiede, e che di certo non ho saputo ben rappresentare, non viaggia sul piano razionale: la vita "nuda" mi serviva per esprimere un'idea di uguaglianza, in cui si riparte da zero, nudi come quando usciamo dell'utero materno. Ma anche lì, in qualche modo, i giochi sono fatti: in quale famiglia, quartiere, città, zona di mondo ti è dato di nascere? Ecco, speravo di rappresentare questo guazzabuglio da cui non si esce. 

Mille grazie per il tuo commento gentile.

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@Ippolita2018 Ciao, trovo che tu abbia affrontato un tema difficile senza usare retorica, ma con un realismo asciutto con tratti di lirisimo. Ho apprezzato l'onestà e anche una certa integrità di fondo dell'io narrante.

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Il 29/3/2020 alle 23:35, Ippolita2018 ha scritto:

'Ero ubriaco!', diceva ridendo mentre si dondolava sulla sedia. Mia madre e mio padre non si erano arrabbiati quando Elio, a cena, aveva raccontato di quella sera. Io avevo dodici anni, e guardavo il coltello per la carne poggiato sul tavolo della cucina

Che la protagonista avesse, all'epoca 12 anni, e già reagiva (seppure con un solo moto di rabbia) "all'indifferenza" del mondo nei confronti dei derelitti, in questo caso il racconto del fratello poco sensibile, ci dice che ci sono sentimenti che nascono con noi, non ci possono venire insegnati. Il volontariato e poi la scesa in campo, parlano di determinazione, voglia di fare. C'è anche quel volerseli mangiare che a me suggerisce l'idea della protezione, diversa da quel masticare i ragazzi ubriachi. Lo scopo lo dici chiaramente masticare per annientare le ingiustizie della vita. Eppure il tuo personaggio è in conflitto, non può non provare disgusto per l'odore nauseante emesso dai barboni, e alla fine non riesce a reggerne la vista. Si arrende, non vede l'ora di rientrare a casa, una vera casa, con scale ascensore... e lì vorrebbe isolarsi per sempre. Anche se spinti dalla forza di volontà, c'è sempre qualcosa più grande di noi a renderci impotenti. Testo molto intenso e controverso.  Brava. 

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Il 6/4/2020 alle 14:58, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Eppure il tuo personaggio è in conflitto

Hai ragione: nella scrittura temo sempre l'unilateralità, e il "conflitto" è battaglia, scontro: i pezzi della personalità escono fuori.

Il 6/4/2020 alle 14:58, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Si arrende

Più che resa, è come suggerisci sotto:

Il 6/4/2020 alle 14:58, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Anche se spinti dalla forza di volontà, c'è sempre qualcosa più grande di noi a renderci impotenti

Forse la protagonista sente stanchezza e impotenza. Grazie per aver messo in risalto nella tua lettura attenta l'episodio del fratello, e mille grazie per il tuo giudizio lusinghiero che mi onora e mi fa felice, @Adelaide J. Pellitteri.

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Il 29/3/2020 alle 23:35, Ippolita2018 ha scritto:

Una parte di me afferrava quel coltello e glielo infilava nella gola. Lui si sbilanciava e cadeva all'indietro, da seduto: io allora gli saltavo con i piedi sulla pancia e guardavo il sangue che colava. 

Terribile (e splendidamente rappresentato). La sliding door fra un futuro da serial killer e quello da volontario per l'assistenza ai bisognosi... :asd:

 

Condivido i due appunti che ti ha fatto @Befana Profana sul colore dei denti e dei capelli.

 

Vero pure (e quanto!) che ciò che salta all'occhio è il finale desiderio di distanza della voce narrante dal dolore; la fragile empatia, che nella sostanza pare soccombere all'istinto (alla scelta?) di fuga dalla realtà. Ho letto solo velocemente, per il momento, le tue risposte, ma mi pare di comprendere che il tuo intento non fosse esattamente la rappresentazione di questo. Eppure è proprio questo che, in qualche modo, a mio parere, rende interessante il racconto. L'atmosfera notturna e un po' oscura che irrompe fra dovere di solidarietà, buoni propositi, bisogno di condivisione e di assistenza (non è forse un caposaldo del soccorso, la consapevolezza del fatto che ottiene più chi dona rispetto a chi riceve?), ecco: quest'atmosfera rappresenta bene l'oscuro (non troppo estremo) che c'è in noi. Oddio, poi non posso avere la presunzione di generalizzare. Dirò: in me senza dubbio. Rifiutare, in qualche modo, l'empatia, trovare rifugio nel mio angolo di mondo, sono tentazioni che non posso dire di non aver mai provato.

L'impotenza, la sensazione di combattere una battaglia più grande delle nostre capacità e che sentiamo già persa in partenza, sono, poi, solo alibi. Questa sorta di autocritica non traspare in alcun modo dal racconto. Nella mia personale interpretazione, il finale, infatti, è più aperto di quanto possa sembrare. L'irrealtà del desiderare di non voler più uscire rende proprio la scelta della tua protagonista come non ancora compiuta, come attimo di grande debolezza che non è detto che lei non possa vincere. È lo sconforto (ben rappresentato in poche ed essenziali parole) che potrebbe preludere a una prepotente (e definitiva) reazione.

 

Non so, ma io mi ci specchio molto. E quell'anestetico che è costituito dalla propria roccaforte di certezze, che crediamo (vogliamo... vorremmo) granitiche e che invece sono di sabbia, può aver poca efficacia, grazie alla scelta della quale ci è data, comunque, la facoltà.

Ok, ok: forse vado molto al di là di ciò che questo tuo "frammento" realmente rappresenta (più testimonianza, che intervento morale) ma proprio la sua estemporaneità, la sua carenza sotto il profilo della storia narrata, non dovrebbe spingere il lettore a una riflessione intima? Tu gli sbatti in faccia la quasi-vittoria della scelta di fuga di un personaggio e lui (il lettore) si trova costretto a meditarci su. Per come ti è venuto fuori io non ci leggo un invito a guardare ai poveri, bensì un'intimazione a guardarmi dentro.

Per questo mi è piaciuto.

 

 A rileggerti.

 

 

 

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Che bel commento, @queffe, grazie. Oggettivamente bello: non solo perché hai gradito il racconto, la qualcosa mi fa tanto piacere. Un commento stratificato, che scende nel profondo delle mie intenzioni e con intelligente destrezza le porta alla luce: una a una.

 

Il 15/4/2020 alle 12:50, queffe ha scritto:

Nella mia personale interpretazione, il finale, infatti, è più aperto di quanto possa sembrare. 

 

Il 15/4/2020 alle 12:50, queffe ha scritto:

ma proprio la sua estemporaneità, la sua carenza sotto il profilo della storia narrata, non dovrebbe spingere il lettore a una riflessione intima?

Questo è un grande complimento. Ti ringrazio davvero tanto per esserti soffermato sul mio piccolo testo. Un saluto.

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