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Spoiler

Ho scritto questo racconto seguendo la traccia di mezzanotte del MI135: "Il sole è calato, da qui inizia la vostra storia: qualsiasi racconto è valido, purché inizi e finisca in una notte."

 

«Ti piace?», chiese lei.

Lui mugolò un sì eccitato, incomprensibile a causa della ball gag. Jack Rothschild era prono sul tavolo delle riunioni, polsi e caviglie legati, mentre un’androide dall’aspetto di una giovane avvenente lo penetrava con uno strap-on.

Jack osservava il panorama notturno della città dalla cima del suo palazzo, mentre una spolverata di bianco, come quella che ormai da qualche anno era comparsa tra i suoi capelli, scendeva da nuvoloni bui che erano una cosa unica con lo smog. Amava quel paesaggio, con le insegne al neon e gli ologrammi che pubblicizzavano i suoi prodotti.

E più di tutto amava sentirsi dominato, una volta tanto. In fondo è il feticcio segreto di chi è abituato a dominare, pensò Jack, mentre il giocattolo gli sprofondava nel retto, su e giù, facendolo gemere di piacere.

E per farsi dominare aveva scelto chi era stata costruire per servire. Dio, quanto lo eccitava questa cosa. Il suo membro durissimo premeva contro il tavolo di marmo a cui fino a poche ore prima stava discutendo con un gruppo di colletti bianchi. Ora l’edificio era deserto, fatta eccezione per lui.

L’androide con cui si stava masturbando era tutto ciò che un uomo potesse desiderare da una donna: bella, con le forme al posto giusto, sensuale. Era del tutto simile a un essere umano, fatta eccezione per il led azzurro sulla fronte.

«Ti sta piacendo, amore? Sei così bello quando godi», sussurrò lei. Lo eccitava così tanto quando lo chiamava “amore”, come se credesse che tra lui e quell’oggetto ci fosse un legame speciale. «Ho comprato gatto a nove code, vuoi provarlo?» Un gatto a nove code? Jack scosse la testa, e lei si fermò. “Chi le ha detto di fermarsi?”, pensò. Ora era di cattivo umore. Per colpa di un androide.

«Perché no? Sei stato tu a dirmi che ti piacerebbe, amore, volevo farti una sorpresa...»

Jack notò uno strano tono, come se fosse sul punto di piangere. Non fece in tempo a rispondere, perché in quell’istante le porte dell’ascensore si aprirono. Non se n’era accorto prima, preso com’era dall’androide. E ora era troppo tardi.

La signora Rothschild uscì dall’ascensore e il sorriso smagliante le si spense in volto. Il vassoio di dolci di alta pasticceria le scivolò dalle mani e rovinò al suolo. Jack la guardò attraverso la vetrata della sala riunioni, gli occhi sgranati. Cercò di dire qualcosa, ma la ball gag gli impedì di articolare una frase. La donna avanzò a grandi passi verso di loro.

L’androide scese dal tavolo e si fermò accanto a Jack. «Jack... Chi è questa donna?»

La signora Rothschild si fermò davanti all’androide, scrutando il suo corpo nudo e soffermandosi sullo strap-on ancora legato alla sua vita. «Quindi è questo che fai quando mi dici che lavori fino a tardi, mh? Ti scopi gli androidi, Jack? È questo che fai?» Sua moglie era in piedi di fronte a lui, le mani sui fianchi.

«Jack, ti ho chiesto chi è questa donna».

Qual era il problema con tutte quelle domande, quando aveva una maledetta ball gag in bocca? Né quella microcefala di sua moglie, né quel catorcio dell’androide avevano afferrato che a lui non piacevano, le sorprese. Non c’era mosca che volasse in quella città che lui non desiderasse: come poteva un uomo come lui volere una sorpresa?

L’androide fece un passo verso la donna. «Chi sei?»

Lei la spinse via con uno schiaffo, facendola rovinare al suolo. Poi le sputò addosso. «Chi sono?», l’apostrofò. «Stupida, schifosa, perversa macchina. Sono la moglie di Jack Rothschild, sono Sophia Rothschild, la moglie dell’uomo più ricco di questa città, ecco chi sono.» Distolse lo sguardo, come disgustata dal fatto di aver perso tempo a parlare con un’androide, e lo rivolse a Jack, scuotendo la testa.

Con la coda dell’occhio, Jack vide l’androide infilare una mano tra la pigna di vestiti al suolo. Provò a dire qualcosa, ma non ci riuscì. L’androide spostò le proprie mutandine rosa dalla pila, sollevò qualcosa e scattò in avanti, colpendo la donna in volto.

Jack urlò per farla smettere, ma la macchina sembrava posseduta. Si mise a cavalcioni sopra la signora Rothschild, colpendola sul volto con il gatto a nove code, ancora e ancora. La donna urlava e piangeva, cercando di dimenarsi, ma la presa dell’androide era ferrea. La macchina lanciò via il giocattolo sessuale e afferrò la testa della donna con entrambi le mani.

«Jack è solo mio! Bugiardo, bugiardo, bugiardo!»

Jack vide delle lacrime rigare il viso dell’androide e cadere su quello della moglie. Poi la macchina sollevò la testa della donna e, urlando, la picchiò violentemente contro il pavimento, ripetutamente. Vide la testa di sua moglie rompersi come un melone, vide il sangue e le cervella schizzare sul pavimento. Quando gli arrivò il puzzo non riuscì a trattenere un conato di vomito.

L’androide si alzò in piedi. Lo guardò dall’alto in basso, ansimante, le mani zuppe di sangue, gli schizzi sul volto che si mischiavano alle lacrime. Poi gli diede le spalle e si allontanò, svanendo all’interno dell’ascensore.

Jack restò solo, legato al tavolo, nudo. I bellissimi capelli biondi della donna che aveva amato ora erano un groviglio sanguinolento che si mischiava con i pezzi di cervello. Doveva solo aspettare il lunedì, pensò. Che seccatura.

Ripensò allo sguardo che gli aveva rivolto l’androide dopo aver ucciso sua moglie, mentre lo torreggiava. Per un motivo che neanche lui capiva fino in fondo, quello sguardo glielo aveva fatto diventare duro come il tavolo di marmo.

 

«Oh, lo sai, amico, il mio rap ti sbrana,

Lo sappiamo tutti che tua mamma è una puttana.»

Tug Boi rise e diede un pugno sulla spalla a Jimmy. «Fai cagare a fare freestyle, vrp».

«Diglielo sul beat, diglielo sul beat!» Gracchiò Puttanella, la boombox in mano che mandava la base a palla per tutto il quartiere. Erano appostati davanti alla stazione dei treni abbondonata, passando le lente ore della notte a rappare.

Tug Boi alzò lo sguardo alle nuvole da cui sta nevicando, quando passò un dirigibile che proiettava ologrammi pubblicitari. Androidi di marchio RotCorp. Schiavi robotici all’ultimo grido, in tutto e per tutto simili a un essere umano, comprali alla modica cifra di non-basta-il-lavoro-di-una-vita!

«Sì, diglielo sul beat!», fecero eco gli altri ragazzi.

Tug Boi scosse la testa, tornando alla realtà. «Non ne vale la pena».

«Okay, o-okay, facciamo così», ribatté Puttanella. Frugò nella tasca del giaccone e tirò fuori una pastiglietta verde. «Chi vince riceve questa».

Tug Boi finì di scolare la birra e gettò la latta per strada. «Dammi quella roba», sbottò, strappando la pastiglia di mano a Puttanella e cacciandosela in bocca.

Gli altri ragazzi risero, dando pacche di consolazione a Puttanella.

Tug Boi si schiarì la voce. «Okay, ah, Jimmy, senti qua.

Mia madre non è una puttana, ma fattura, non sei originale.

Voglio vedere quanto dura il tuo rap senza mia madre da insultare.

Lo sai, ogni ragazzino che si mette contro di me,

Sembra solo un clown che vuole sfidare il re, ah.»

Gli altri ragazzi presero a urlare e fischiare. Poi alzarono lo sguardo e ammutolirono. Dal fondo della strada una figura stava barcollando nella loro direzione. Si prepararono a scappare. Qualche passo ancora, e si accorsero della pulsante luce azzurra sulla fronte, più visibile di qualsiasi fascetta al braccio.

«Oh cazzo, è un-», disse Puttanella, prima di ricevere una gomitata.

Quella era la cosa più assurda che Tug Boi avesse mai visto in vita sua. Un’androide femminile, dall’aspetto di una giovane ragazza attraente, stava camminando per strada, fissando dritto avanti a sé. Era completamente nuda, nonostante il vento freddo e la neve, e aveva le mani e il viso sporchi di sangue. Aveva uno strap-on in vita.

Arrivò accanto a loro e fece per tirare dritto. Ammirarono quelle curve mozzafiato. Tug Boi allungò una mano per fermarla. Il suo palmo toccò il ventre dell’androide. Era caldo. «Non così in fretta, bellezza».

Lei gli rivolse uno sguardo spaesato. Gli altri fecero per avventarvisi, ma Tug Boi li fermò.

«Secondo voi quanto può valere un gioiellino del genere?», chiese.

«Lo vedi tutto quel sangue, Tug Boi? Cristo! Questa ha ammazzato qualcuno.» Rispose Jimmy.

«Aiutatemi, per favore». Un sussurro appena percettibile al di sopra del beat.

«Come?» Puttanella si sporse in avanti, sorridendo.

«Aiutatemi, ho freddo».

Gli altri scoppiarono a ridere. «Ha freddo, questa è bella».

Puttanella estrasse un coltello. «Urla pure se vuoi, così la polizia può venire a ritirarti.»

L’androide non urlò. Le sfilarono lo strap-op e la costrinsero in ginocchio, e lei li lasciò fare, docile.

«Che cazzo state facendo, vrps? Se la toccate con un dito vi apro il culo a calci. Se riusciamo a piazzarla sul mercato siamo a posto per tutta la vita, cazzo! Per tutta la vita. Pensateci.»

«Non lo so, non guardo così in là come te, Tug Boi. E anche se fosse, perché non divertirci un po’? Dimmi, da quant’è che ti è spuntata la fica, Tug Boi?» Gli altri ragazzi risero, dando ragione a Jimmy.

«Fatelo e vi ammazzo».

«Provaci, fichetta».

Jimmy si avvicinò a Tug Boi, pronto a fare a botte. Intanto gli altri ragazzi si slacciarono le cinture.

«Non fatelo, per favore». La voce dell’androide era piatta e apatica.

I ragazzi risero. «Ah no? Allora perché sei stata costruita, mh? Sei un oggetto, ecco cosa.»

«Quindi infilereste l’uccello nel tostapane?» Li canzonò lei.

«Che cazzo hai detto, puttanella?», disse Puttanella. «Adesso ti insegno io le buone maniere». Afferrò una mano dell’androide e i ragazzi acclamarono.

Tug Boi intanto aveva steso con un pugno alla mandibola il gracile Jimmy, ma non fece in tempo a fermare Puttanella. Tagliò con un colpo secco il mignolo dalla mano dell’androide, che urlò di dolore. Tug Boi osservò il pezzo di carne cadere sull’asfalto sporco della città, e invece di cavi elettrici vide muscoli, tendini, sangue.

«Wow, hanno riprodotto anche il dolore in questi cosi. A che cazzo serve?»

«Per gli stronzi sadici che li comprano, te lo dico io».

Tug Boi non ci vide più dalla rabbia e si avventò su Puttanella, dando inizio alla rissa.

«Hey, hey, stronzi!» Una voce tonante li fece fermare. Alzarono lo sguardo e videro un uomo vecchio e grasso affacciato a una finestra illuminata. «Se non la finite con questo casino scendo giù e vi ammazzo come capretti, è chiaro?» A riprova di ciò, dalla finestra sbucò una doppietta.

«Oh cazzo, è il vecchio Rin, è impazzito!»

«Puoi giurarci se lo sono!» Sbraitò lui, sparando un colpo in aria.

«Scappiamo, veloci, veloci, vrps!» Disse Tug Boi. Gli altri ragazzi presero a correre a perdifiato, un po’ inciampando, un po’ scivolando sulla neve.

Tug Boi lanciò un’ultima occhiata all’androide, accucciata a terra, tremante, e incrociò il suo sguardo terrorizzato. Sospirò, si sfilò la giacca e la lanciò alla macchina. Poi si voltò e prese a correre, raggiungendo gli altri e sparendo tra i vicoli bui.

Mentre scappavano, il beat continuava a pompare a tutto volume dalla cassa.

«Spegni quella cazzo di boombox, Puttanella».

 

Il vecchio Rin osservò la ragazza seduta dall’altra parte del tavolo della squallida cucina.

«Grazie per avermi aiutato», disse lei. Ora che era pulita Rin poté constatare quanto fosse carina. Le aveva medicato anche il dito, alla bell’e meglio.

«Dovresti coprire quella cosa», disse Rin, indicando con il coltello che teneva in mano il led azzurro in fronte alla ragazza. Poi con la lama tagliò uno spicchio di mela e gliel’offrì.

Lei scosse la testa. «È importante, definisce chi sono.»

«E chi sei?»

«Un’androide».

«Non esistono androidi, ragazzina.» Sospirò e si mise in bocca lo spicchio di mela. Gli faceva così pena.

«Come?» Sembrava turbata, come Rin aveva immaginato.

«Non esistono androidi. I tuoi genitori ti hanno venduto alla RotCorp prima ancora che tu fossi nata. È quello che la gente fa, quando l’unico potere che gli è rimasto è quello di generare prole.»

La ragazza si ritrasse sulla sedia, scuotendo la testa, gli occhi lucidi. «No, non capisco. Non capisco cosa stai dicendo. Sei pazzo, ti stai prendendo gioco di me. Io sono un’androide. Io sono un...»

Il vecchio Rin picchiò il pugno sul tavolo e la ragazza sussultò. Iniziava a stancarsi. «No che non lo sei. Tu sei una persona, una persona sottoposta a lavaggio del cervello dal primo giorno che è nata per essere il prodotto più adatto per ubbidire a qualsiasi padrone.» Rin sospirò, scuotendo la testa e alzando lo sguardo oltre la finestra. «Ci passiamo tutti quanti, qui nei bassifondi, prima o poi: la scelta è vendere i propri figli o morire di fame. Io stesso ho venduto mio figlio alla RotCorp. Io e mia moglie volevamo mettere i soldi da parte per garantire un futuro al secondo bambino, che volevamo tenere. Ma non è mai arrivato. Pochi mesi dopo, mia moglie è morta di cancro. Lavorava in fabbrica, tutti i giorni a contatto con prodotti tossici, perciò...»

«Ma, ma, se è veramente come dici tu, allora perché nessuno sa nulla? Dovremmo...»

«Secondo te io come so queste cose? Lo sanno tutti, ragazzina.»

Lei lo guardò, la bocca spalancata. «Quello che dici non ha senso...» Fece per alzarsi, ma Rin con un’occhiata le fece cenno di stare seduta. «Insomma, perché nessuno fa niente? Nel mio database, nella sezione sui diritti umani, viene detto che...»

«Non hai nessun maledetto database, è il tuo cervello, e i diritti umani sono quelli che ti sono stati insegnati all’allevamento di “androidi”. Ma quello che non ti è stato insegnato è che non tutti possono permettersi il privilegio dei diritti fondamentali. Due pesi, due misure. Lo sai perché la gente non fa niente? Perché tutti sperano di arrivare a essere abbastanza ricchi da permettersi un androide, un giorno. È intrinseco nella nostra società: l’egoismo ci viene insegnato come un valore. A nessuno frega un cazzo se ci sono persone che muoiono di fame per strada, persone usate come schiavi, persone costrette a vivere da miserabile. Se qualcuno è in queste condizioni, be’, è perché se lo è meritato.»

La ragazza ascoltò lo sproloquio di Rin con gli occhi sgranati, scuotendo la testa, stringendo i braccioli della sedia fino a farsi diventare le nocche bianche. «Meritato? Ma io non ho fatto nulla...»

«Lo so, lo sanno, lo sanno tutti, ma non gliene frega un cazzo a nessuno! Lo vuoi capire? Alle persone interessano solo due cose: mangiare il banchetto che hanno davanti a sé, o arrivare un giorno ad averne uno da poter mangiare.»

La ragazza rimase qualche attimo in silenzio. «Quindi anche a te interessa questo?»

«A me interessa solo raggiungere mia moglie per dirle di aver vissuto una vita dignitosa». Finì di mangiare la mela con calma, lo sguardo alzato alla finestra, ripensando alla gioventù e ai momenti passati con la donna che aveva amato. Ingoiato l’ultimo boccone, si voltò nuovamente verso la ragazza. «Sei una persona», affermò, con voce piatta, come dicendo un’ovvietà.

«Mh».

«E le persone hanno un nome. Come vuoi chiamarti?»

«Io...» La ragazza fissò un punto al centro del tavolo, pensierosa. Dopo qualche attimo, alzò gli occhi a quelli del vecchio. Rin sorrise alla determinazione che lesse in quello sguardo e un brivido percorse la sua schiena. «Sophia. Mi chiamo Sophia.»

 

Sophia si guardò attorno. Avere un nome era una sensazione che non aveva mai provato. Rivolse lo sguardo alla luce gialla del lampadario, al tavolaccio di legno, ai fornelli da cui ancora saliva odore di aglio, all’uomo anziano di fronte a lei assorto nei suoi pensieri.

Non sapeva ancora se credere alle sue parole. Ma in ogni caso... Che cosa cambiava? Si portò una mano alla fronte, al led incastonato nella sua carne, e per la prima volta lo percepì come un corpo estraneo, così come il suo amore per Jack.

Alzò lo sguardo al cielo freddo, al di là del vetro. Un pallido raggio di sole stava iniziando a squarciare le nubi, ma non accennava a smettere di nevicare. La coltre bianca scendeva sulla città, inesorabile, e Sophia rabbrividì. Si sentì soffocare sotto tutta quella neve, si sentì senza via di uscita, si sentì piccola, fragile, impotente. Sophia sorrise. Per la prima volta, si sentì umana.

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Ciao @mina99

il tuo racconto è crudo, a tratti molto potente e complessivamente ben scritto. L'impressione che mi lascia, però, è quella di un'ottima idea che manca però di una conclusione, di un finale altrettanto forte. Forse il motivo è che l'idea è talmente buona che meriterebbe più spazio per essere sviluppata ulteriormente. Ho particolarmente apprezzato la scena ambientata nella cucina del vecchio Rin. Molto intensa. Quel che mi manca è un po' di legame tra le tre scene descritte e forse servirebbe una descrizione un po' più accurata degli ambienti. Forse avrei semplicemente voluto che durasse di più.

Molto bello comunque!

Grazie per la piacevole lettura :D

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4 ore fa, Eva___ ha scritto:

Ciao @mina99

il tuo racconto è crudo, a tratti molto potente e complessivamente ben scritto. L'impressione che mi lascia, però, è quella di un'ottima idea che manca però di una conclusione, di un finale altrettanto forte. Forse il motivo è che l'idea è talmente buona che meriterebbe più spazio per essere sviluppata ulteriormente. Ho particolarmente apprezzato la scena ambientata nella cucina del vecchio Rin. Molto intensa. Quel che mi manca è un po' di legame tra le tre scene descritte e forse servirebbe una descrizione un po' più accurata degli ambienti. Forse avrei semplicemente voluto che durasse di più.

Molto bello comunque!

Grazie per la piacevole lettura :D

Ciao, grazie mille del passaggio, dei complimenti della tua opinione^^ ne faccio tesoro.

È un bel po' che non scrivevo, di norma le descrizioni sono la cosa che mi viene meglio, in questo caso è il contrario. Interessante :umh:

Grazie ancora^^

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Wow. Adoro la fantascienza ed anche se il Cyberpunk non è il mio genere preferito, quando non è troppo invadente credo abbia il suo perchè. Questo è uno di quei casi; mi pare tu l'abbia usato come contesto per raccontare qualche cosa di più profondo, ovvero un ragionamento a proposito di un risvolto filosofico valido anche nel mondo odierno.

Come dice @Eva___,  non ci sarebbe nulla da dire se volessi ampliare questo tuo racconto,  16000 caratteri forse sono davvero troppo limitativi. Facci un pensiero!

Ah, c'è un piccolo refuso:

Il 29/3/2020 alle 22:59, mina99 ha scritto:

chi era stata costruire per servire

Credo che intendessi "chi era stata costruita per servire".

Ci si legge in giro, buona giornata.

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2 ore fa, Senz'anima ha scritto:

Wow. Adoro la fantascienza ed anche se il Cyberpunk non è il mio genere preferito, quando non è troppo invadente credo abbia il suo perchè. Questo è uno di quei casi; mi pare tu l'abbia usato come contesto per raccontare qualche cosa di più profondo, ovvero un ragionamento a proposito di un risvolto filosofico valido anche nel mondo odierno.

Come dice @Eva___,  non ci sarebbe nulla da dire se volessi ampliare questo tuo racconto,  16000 caratteri forse sono davvero troppo limitativi. Facci un pensiero!

Ah, c'è un piccolo refuso:

Credo che intendessi "chi era stata costruita per servire".

Ci si legge in giro, buona giornata.

Ciao, grazie del passaggio, dei complimenti e degli ottimi consigli^^

Grazie anche di aver segnalato il refuso, non ci avevo fatto caso :grat: un altro di cui mi sono accorto solo dopo aver pubblicato è qui

Il 29/3/2020 alle 22:59, mina99 ha scritto:

Ho comprato gatto a nove code

Dove ho perso l'articolo xD

Grazie ancora :rosa:

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Il 29/3/2020 alle 22:59, mina99 ha scritto:

Lui mugolò un sì eccitato, incomprensibile a causa della ball gag. Jack Rothschild era prono sul tavolo delle riunioni, polsi e caviglie legati, mentre un’androide dall’aspetto di una giovane avvenente lo penetrava con uno strap-on.

Ciao minuccio, partiamo subito belli carichi... :D

 

Il 29/3/2020 alle 22:59, mina99 ha scritto:

ball gag

l'articolo mi è sconosciuto. Devo aggiornarmi...

 

Il 29/3/2020 alle 22:59, mina99 ha scritto:

Non esistono androidi. I tuoi genitori ti hanno venduto alla RotCorp prima ancora che tu fossi nata. È quello che la gente fa, quando l’unico potere che gli è rimasto è quello di generare prole.»

Gran bell'idea questa. Tutta la parte che segue (a parte il finale vero e proprio che tra l'altro ho trovato molto bello) serve benissimo a spiegare proprio quest'idea che ti è venuta degli "androidi" posticci, in pratica una specie di schiavitù futurista che sfrutti la povertà e l'avidità. Apprezzata molto (sicuramente molto più originale dell'impressione iniziale che m'ero fatto del semplice automa di ferro e circuiti), così che anche io ti consiglio di ragionarci su per quanto riguarda un eventuale ampliamento in qualcosa di più corposo e complesso.

Restando in tema racconto breve, comunque, ho apprezzato la costruzione delle tre scene (più finale) consecutive con il passaggio di testimone dei personaggi che fanno da contorno alla vera protagonista (mentre all'inizio sembra che il protagonista possa essere Jack), e anche lo stile di scrittura, molto scorrevole. Forse io personalmente avrei evitato un po' di splatter e di porno e avrei ragionato di più sulla scenata di gelosia iniziale (appare un po' immotivata), ma sono scelte soggettive.

Scusami per il ritardo (me n'ero completamente dimenticato!) e alla prossima! 

 

 

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Ciao @Joyopi, grazie mille del passaggio, dei complimenti e dei consigli :rosa:  sempre molto gentile.

Ti dò ragione sulla scenata di gelosia, avrei dovuto spiegarla meglio:hm: in revisione vedo di ampliare e sistemare^^ grazie ancora!~

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Scritto benissimo @mina99 , complimenti.

Lontanissimo dai generi che più amo, eppure mi è piaciuto: merito di un'idea geniale, che nasconde – nemmeno troppo – una similitudine tra la società rappresentata e quella odierna e di una scrittura di qualità, molto pulita e rigorosa.

Bravo ;).

 

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51 minuti fa, Marcello ha scritto:

Scritto benissimo @mina99 , complimenti.

Lontanissimo dai generi che più amo, eppure mi è piaciuto: merito di un'idea geniale, che nasconde – nemmeno troppo – una similitudine tra la società rappresentata e quella odierna e di una scrittura di qualità, molto pulita e rigorosa.

Bravo ;).

 

Grazie mille:rosa:<3

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Secondo me non è un WTF, @mina99, ma chi se ne frega, come al tuo solito è una bellissima idea, magari a volte è più bello un bel racconto che un WTF. Ogni volta che ti leggo penso che tu abbia davvero tanta creatività. All'inizio mi sembrava di leggere Dick, poi, secondo me, la forma del racconto breve ti ha costretto a mettere alcune parti spiegate, e il racconto ha preso a convincermi meno. Io questo brano lo amplierei. Quando sei passato dalla prima scena a quella dei ragazzi del freestyle ho pensato a un raccordo davvero perfetto, e molto cinematografico; è dalla parte in cui inizi a spiegare che non si tratta di un androide che mi convince meno: escogiterei soluzioni altrettanto brillanti come le prime per proseguire il racconto senza mettere in bocca ai personaggi il senso della storia

Modificato da Edu
solito analfabetismo di ritorno

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Ciao @Edu, grazie mille del passaggio e delle belle parole:rosa: sono contento che hai colto alcuni punti a cui ho pensato anche io

8 ore fa, Edu ha scritto:

Secondo me non è un WTF, @mina99

In effetti ho scritto cose più strane; ma va benissimo così:asd:

8 ore fa, Edu ha scritto:

All'inizio mi sembrava di leggere Dick

E in effetti l'idea mi è venuta leggendo Dick ~

8 ore fa, Edu ha scritto:

è dalla parte in cui inizi a spiegare che non si tratta di un androide che mi convince meno

Anche secondo me quella è la parte che convince meno, ma stando nel limite di caratteri mi sembrava fosse l'unica via... Ho provato a ridurre all'osso lo spiegone e affidare il significato del racconto alla parte finale col pov della ragazza, ma il risultato non è granché. In revisione sistemerò, magari inserendo un po' di azione nell'allevamento di androidi

Grazie ancora:rosa:

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Ciao @mina99,

   il racconto è scritto molto bene, a tratti mi dà l'idea di un capitolo di pulp fiction e l'idea è molto originale. La cosa che più mi ha colpito è che la protagonista è convinta di essere un androide, invece è solo il prodotto di un brain washing. Inizialmente pensavo che il protagonista sarebbe stato il riccone poi c'è stato quel repentino cambio che mi ha spiazzato, positivamente intendo.

Un'altro aspetto che mi ha colpito è la descrizione dell'uomo dominato, e di come viene dominato, con appunto dei giocattoli sessuali. Mai avrebbe pensato che quello che per lui era un giocattolo, è diventato invece protagonista senziente della situazione. La moglie di Jack è a sua volta descritta benissimo e chi legge non vede l'ora che venga maltrattata/uccisa dall'androide.

Se mi posso permettere ci sono delle cose che avrei scritto diversamente: il finale, che forse è un po stringato e la descrizione dei teppisti, io non li avrei inseriti in un contesto rap ma più che altro come dei piccoli spacciatori. Avrei anche spiegato come Sophia esce dal palazzo per ritrovarsi in strada.

Grazie e al prossimo racconto.

Michele

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@michele.spinella grazie mille dei consigli e dei complimenti <3

1 ora fa, michele.spinella ha scritto:

Inizialmente pensavo che il protagonista sarebbe stato il riccone poi c'è stato quel repentino cambio che mi ha spiazzato, positivamente intendo.

Sono contento che abbia funzionato, era il mio obiettivo^^ volevo passare i vari POV dei personaggi che hanno a che fare con la ragazza, meno che il suo, in quanto oggetto; il suo POV entra solo nel finale, come a riconoscimento del fatto che sia una persona

In revisione terrò in considerazione i tuoi consigli preziosi, grazie:rosa:

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