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ivalibri

[MI 135] Andiamo a scuola

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Traccia di mezzanotte

 

Andiamo a scuola

 

Lo schermo del cellulare diventa sempre più luminoso. Mi strofino gli occhi, cominciano a bruciare alla quinta partita di fila di Fortnite. Mi alzo dal letto sfatto e mi tiro su i pantaloni del pigiama. Non mi sono neanche vestito oggi, tanto non devo andare da nessuna parte e il letto, be', quello l'avrò rifatto i primi quattro o cinque giorni. Ormai nemmeno mia madre ci fa caso. Anche lei se ne va in giro per la casa in ciabatte e vestaglia. Poverina, ha cercato di mantenere un contegno le prime settimane: puliva, spolverava, si lavava i denti tre volte al giorno. Ora se ne sta svaccata peggio di me. Dorme fino alle 10 del mattino e di sera litiga con me per quale serie Netflix guardare. Quando c'è luce se ne sta alla finestra a guardare chi passa giù nel vicolo. Le prostitute hanno resistito qualche giorno, poi gli affari non giravano per niente e se ne sono andate a casa loro. Qualche sparuto spacciatore c'è ancora, formano gruppetti di tre o quattro, bisticciano, gesticolano, come sempre. Unica novità, qualcuno di loro si mette la mascherina e i guanti, non tutti, però, ché ci sono cose più urgenti.
L'orologio del telefono segna le 21.35. Ecco perché ho fame.
– Ma' – urlo verso la cucina – Che hai fatto per cena?
– Niente. Fatti un toast.
Il prosciutto è finito, allora opto per una scatoletta di tonno, che quelle non mancano mai. Tonno e pan carré, altro che Masterchef.
Il cellulare vibra. È una videochiamata di Simone. Rispondo e spunta il suo faccione:
– Oh, Andre, come butta?
– Una figata. Tu? Cosa fai? – gli chiedo, tanto per dire. Lo so che non sta facendo niente.
– Niente. Che cazzo dovrei fare?
– Fatti i compiti.
– Come no. Ma chi sei? Mia madre?
– Scherzo, dai. 
Il silenzio si insinua presto nella conversazione.
– Cosa stai mangiando? – mi chiede Simone.
– Panino col tonno.
– Buono! Dai, ci sentiamo domani.
– No! Aspetta!
– Aspetta cosa?
– Facciamo qualcosa – gli dico, come se lui potesse tirarmi fuori da qui, persino casa sua mi sembra un paradiso, almeno è diversa dalla mia.
– Ok. Facciamo una videochiamata di gruppo?
– Ma no, non intendevo quello. Facciamo qualcosa di vero.
– E cosa? 
Lo dico, sì, ora la sparo, è da un po' che mi sto facendo 'sto film:
– Usciamo!
– Che cazzo dici, Andre! A quest'ora non si può. Cosa gli diciamo alla polizia, che stiamo andando a fare la spesa?
– Non lo so. Ma io voglio uscire ed esco.
– Che stronzo egoista. Dai, non ci pensi alla gente che muore?
– Non succederà niente. Staremo attenti, stiamo a un metro di distanza e non ci tocchiamo.
– Non lo so, e poi cosa facciamo io e te?
– Idea! Andiamo a scuola. Ci vediamo stanotte nel cortile davanti all'entrata.
– Ah, ah, ah! Ti manca la scuola?
– No, ma mi manca andare a scuola. Aspettiamo che dormono tutti. Facciamo alle 3.
– No, no, dai. Ci fanno la multa.
– Fai come vuoi. Io vado. Appuntamento alle tre e mezzo davanti a scuola.
Butto giù. All'improvviso tutto acquista un senso. Lascio mia madre scegliere la serie che vuole, tanto poi ci si addormenta davanti, e preparo il mio piano. Mi metto una tuta grigia, scarpe da ginnastica per non fare rumore, occhiali da sole. Invece della mascherina mi metterò una sciarpa sulla faccia. E guanti da moto. Mi lavo la faccia e i denti, ché se mi arrestano e mi fanno le foto segnaletiche è meglio essere a posto. E aspetto.
Alle tre e dieci la mamma dorme, sta persino russando. Con le chiavi faccio girare la serratura della porta di casa il più piano possibile per chiudere, scendo le scale ed esco dal portone. L'aria fresca mi investe come una secchiata d'acqua in testa. La sensazione è bellissima ma non posso perdere tempo ad assaporarla. Il vicolo è vuoto ma nella strada principale potrebbe esserci una volante. Corro rasente ai muri e a ogni angolo sbircio, come fanno i detective nei film. Passo dalle strade più strette, ci metterò un po' di più ma è meno rischioso. Sono fortunato: non incontro nessuno, intravvedo solo una sagoma in lontananza. Mi nascondo dietro a una macchina parcheggiata finché se ne va. Chissà chi era... Un poliziotto o un fuorilegge come me?
Alla fine vedo la scuola. Tetra e abbandonata a se stessa. Scavalco il cancello ed entro nel cortile. Vado nel mio angolino, lì dove mi fermavo a parlare con Simone e a guardare le ragazze di quinta, quelle più belle e più grandi, che sembrano delle donne vere e proprie. Poi guardo in su, verso le finestre delle aule. Eccola là, la mia classe. Chi l'avrebbe mai detto che sarei venuto a guardarla con la scuola chiusa, di notte. 
Quando sto per tornare a casa, mi accorgo che c'è qualcuno che si avvicina al cancello. Sento una fitta nello stomaco: non mi posso nascondere da nessuna parte e quello sta venendo proprio verso di me. Mi vedo già in galera, anzi ci vedo mia madre, che sono minorenne. Ci manderanno sicuramente lei, mica mio padre che non si fa mai vedere. Poi dall'ombra esce una voce familiare: 
– Andrea! Andrea! Sono io.
– Simone! Sei venuto. Grande! Dai, scavalca il cancello.
– La fai facile tu, non sei mica grasso come me.
– Ti do una mano io.
– No! Non toccarmi che mio padre ha il diabete e se mi contagi se la rischia.
– Ho i guanti, dai.
– Niente da fare. Esci fuori tu che se cado e mi ammazzo è colpa tua.
Esco fuori, allora. Io e Simone ci sediamo, a un metro abbondante di distanza, con la schiena appoggiata al cancello. Davanti la città vuota, pulsante di vita nascosta. Stiamo lì, parliamo ogni tanto, anche se non ce n'è proprio bisogno. 
Un chiarore lontano a un certo punto ci avverte che la notte sta per finire.
Mi alzo: – Ciao, fra'. Sarà meglio che torniamo a casa.
– Ok.
Si alza anche lui. Ci guardiamo in faccia, per quello che si riesce a vedere.
– Mi ha fatto piacere – dico, senza finire la frase.
– Anche a me.
Facciamo qualche passo nella stessa direzione. Poi ci separiamo.
– Ci vediamo, Andre.
– Già. Ci vediamo. 

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Ciao Cetti. Un po' ce l'ho con te, perché non ne posso più di questo argomento e almeno nella fantasia vorrei un po' di evasione. Però tu l'evasione qui ce l'hai messa, lo sgarro che per quanto non sia giustificabile è umano, e fa tenerezza. Come non comprenderli i tuoi personaggi? Anche io voglio andare a scuola :sob:

P.s. piaciuto. Mai scontata tu, e hai sempre qualcosa da dire. Brava!

12 ore fa, ivalibri ha scritto:

Ci vediamo.

e così ti taggo e ti saluto 

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15 ore fa, ivalibri ha scritto:

– Mi ha fatto piacere – dico, senza finire la frase.
– Anche a me.

l'unica cosa che mi stona è questa, mi sa di un dialogo da più adulti, ma forse è un problema mio.

Per il resto mi è piaciuto molto, mi hai messo addosso una gran pesantezza a essere sinceri, ma questo vuol dire che l'obiettivo è raggiunto, quindi brava. Bei dialoghi, veloci e fluidi, proprio come tutto il racconto. La chicca è lo stato d'animo generale che si respira, molto, come dire, reale?

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Della serie: Quante cose belle avevamo, prima, e ce ne rendiamo conto solo ora, con la libertà sacrificata alla sicurezza della salute personale (come è giusto, ovviamente!).

La mancanza delle piccole e grandi cose, di tutte quelle abitudini che avevano un senso anche perché le facevamo in compagnia, e dandole per scontate, per intramontabili.

 

Come rivedere, oggi, nell'epoca de coronavirus, dove è ambientato il tuo racconto, la scuola del protagonista, che ci va nottetempo, radendo i muri, come chi sa di fare una

cosa proibita, che mai più avrebbe pensato di fare pochi mesi prima. E non da solo, ma con un amico, perché tutti si cerca adesso di condividere.

 

:) Brava, @ivalibri . Ci hai messo l'angoscia che conosci tu e che conosce ogni tuo lettore, e mi hai messo addosso un brivido. A rileggerci!

 

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@ivalibri per ironia ho appena finito di scrivere una lettera ai genitori di tutti i nostri alunni, ho lo stato d'animo giusto per questo tuo racconto.

Guarda, lo capisco Andrea. Di norma in questo periodo dell'anno sono una iena perchè le energie si stanno per esaurire, adesso, potessi, andrei nella mia scuola anche solo per poterne respirare l'odore.

Un racconto malinconico, un po' freddo sul finale, ma perfettamente in accordo a questi tempi.

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21 ore fa, ivalibri ha scritto:

Non mi sono neanche vestito oggi, tanto non devo andare da nessuna parte e il letto, be', quello l'avrò rifatto i primi quattro o cinque giorni.

Non mi sono neanche vestito oggi, tanto non devo andare da nessuna parte, e il letto, be', quello l'avrò rifatto i primi quattro o cinque giorni.

 

21 ore fa, ivalibri ha scritto:

Facciamo qualcosa – gli dico, come se lui potesse tirarmi fuori da qui, persino casa sua mi sembra un paradiso, almeno è diversa dalla mia.

Facciamo qualcosa – gli dico, come se lui potesse tirarmi fuori da qui; persino casa sua mi sembra un paradiso, almeno è diversa dalla mia.

 

22 ore fa, ivalibri ha scritto:

– Mi ha fatto piacere – dico, senza finire la frase.

 

Bel racconto, pieno di atmosfera e di rimpianto di cose che non si apprezzavano quando si avevano.

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Grazie per i commenti e le annotazioni @Edu @Kikki @Poeta Zaza @AnnaL. @M.T.

Il 30/3/2020 alle 10:02, Edu ha scritto:

Un po' ce l'ho con te, perché non ne posso più di questo argomento e almeno nella fantasia vorrei un po' di evasione

Hai ragione Edu, ma ormai il mio dilemma è scrivo ambientando tutto nel passato, anche se per passato bastano pochi mese fa, oppure se ambiento nel presente faccio finta che tutto ciò non esista? Non so a te, ma a me tutta questa situazione ha proprio cambiato il modo di percepire il mondo, il problema è che non so ancora in che modo. Altrimenti bisognerebbe scegliere il genere fantastico.

A presto!

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Hai una scrittura fluida e piacevole: qui meno immaginifica e potente del racconto sul cane nero (che ho molto apprezzato), ma perché tu stessa lo hai scelto. Mantieni sempre in questo brano un tono volutamente "grigio", impastato col degrado in cui stanno versando madre e figlio (e riesci con acutezza a dare l'idea che forse anche prima della clausura forzata c'era un po' di abbandono) e coi colori della notte. I due ragazzi che cercano la scuola sono simbolo ben congegnato di una realtà che ci appartiene indipendentemente dai tempi che stiamo vivendo: ci accorgiamo di quanto sia bello quello che abbiamo solo quando non lo possediamo più. Solo allora la banalità che gli apparteneva diventa luminosa come l'oro. Ti ringrazio per la lettura, @ivalibri, e mi permetto qui sotto di segnalarti qualche sciocchezza che ho notato nel testo. 

 

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

allora opto per una scatoletta di tonno, che quelle non mancano mai.

È sfuggito l'accento sul ché causale.

 

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

Andre,

Nelle due occorrenze in cui lo usi, il nome abbreviato è privo di accento finale: è un uso adolescenziale che mi sfugge?

 

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

Fatti i compiti.

Il punto di domanda è volutamente omesso?

 

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

come se lui potesse tirarmi fuori da qui, persino casa sua mi sembra un paradiso, almeno è diversa

Metterei punto fermo dopo "qui".

 

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

Facciamo alle 3

Forse in questo caso sarebbe preferibile scrivere "tre" in lettere, come poco oltre. Prima, quando il ragazzo guarda l'ora sul telefono ed essa è specificata coi numeri forse può andare, anche se personalmente uniformerei.

 

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

intravvedo

Meno comune di "intravedere"; essendo in bocca a un adolescente, forse opterei per la forma più usata.

 

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

anzi ci vedo mia madre, che sono minorenne.

È sfuggito l'accento sul ché causale.

 

Un caro saluto.

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Grazie @Ippolita2018  per il tuo commento e i tuoi suggerimenti, che condivido in pieno.

1 ora fa, Ippolita2018 ha scritto:

Nelle due occorrenze in cui lo usi, il nome abbreviato è privo di accento finale: è un uso adolescenziale che mi sfugge?

Sì, è un uso adolescenziale. I ragazzi usano quasi sempre tra di loro i nomi abbreviati, per cui Andrea diventa Andre.

 

1 ora fa, Ippolita2018 ha scritto:
Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

Fatti i compiti.

Il punto di domanda è volutamente omesso?

Sì, è un imperativo. Ma ora che me l'hai fatto notare, suonerebbe meglio se fosse una domanda.

Grazie ancora e a presto!

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Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

Mi lavo la faccia e i denti, ché se mi arrestano e mi fanno le foto segnaletiche è meglio essere a posto.

questo dettaglio è delizioso.

Il 29/3/2020 alle 21:26, ivalibri ha scritto:

e a guardare le ragazze di quinta, quelle più belle e più grandi, che sembrano delle donne vere e proprie

qui invece l'avrei detto in modo forse non scurrile, ma comunque più gergale.

Mamma, che malinconia, @ivalibri, che già son qui a sentirmi in colpa con mia figlia che guarda avvicinarsi le date della gita in Irlanda che avrebbe dovuto fare e non farà; con l'interrogativo di quando e come potranno tornare a scuola... mi fai piangere. Segni che il racconto è riuscito :)

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Un’idea talmente semplice ed essenziale che diventa vincente: è da qualche giorno che penso a quando io
avevo l’età dei ragazzi che ora vanno a scuola e rifletto su come l’avrei vissuta io. Primi giorni mega
pacchia e grandi sorrisi, ma poi appunto, come al tuo protagonista, mi mancherebbe non la scuola, ma
l’andare a scuola. Ben (?) venga dunque questa fuga insensata, eppure necessaria. Racconta in modo
pratico e vivido quello che starà passando per la testa di tutti i ragazzi d’Italia, in questi giorni in cui la
quarantena è diventata da pretesto di vacanza, vero dramma di chiusura in casa. Complimenti! Piaciuto
molto!

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Ciao @ivalibri, un bel racconto che prende spunto dalla situazione attuale per narrare la nostalgia di un ragazzo per la sua scuola ( e non lo avrebbe mai immaginato). Correttamente sei andata a indagare gli stati d'animo dei ragazzi di oggi che si trovano ad affrontare una situazione assolutamente nuova con la quale la generazione dei loro genitori e della maggior parte dei nonni non  ha dovuto fare i conti prima e quindi è impreparata e non può aiutarli. Basta vedere i docenti che fatica fanno ad usare la tecnologia x fare lezione tanto x fare un esempio sempre legato all'ambiente scolastico. 

Grazie x il tuo bel racconto,

 

Saluti,

Mirko

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Ciao, @ivalibri. Bentrovata! Sei stata molto brava a immedesimarti nel ruolo di adolescenti e a trasmettere quella che io chiamo energia repressa causata da questo fermo imposto. Anche l'atmosfera della notte è palpabile, così come l'eccitazione dei due amici e una cosa che in tempi normali sarebbe da considerare una bravata, diventa una boccata d'aria indispensabile. Grazie per la piacevole lettura!

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@ivalibri sempre bello leggere i tuoi racconti, il lettore non ha bisogno di sforzarsi per immaginare, ogni parola ci accompagna dentro la storia e tutto viene messo in vista. Il rapporto tra madre e figlio, l'annullamento  di chi rimanere in pigiama,  in attesa del giorno che tarda a venire, come rimanere inchiodati in una lunga motte. Poi c'è la smania giovanile,  la ribellione, il ragazzo che "osa", e c'è anche la condivisione, perché lo cose si possono fare pure da soli ma in due il vuoto è meno vuoto. Un racconto concreto, che non ha bisogno di colpi di scena nè di rovesciamenti di trama per sedurre il lettore. Brava, come sempre. (y)

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