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Marissa1204

Il Cavaliere (Capit 1)

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https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/45676-demonite-13/?do=findComment&comment=825642

 

L'aria era gelida, arrivava fin nelle ossa, portata dal vento forte che spirava.
Lo skyline della città di Liverpool era uno striscione di robusti edifici eleganti, al di sotto dei quali sfrecciavano le auto e i bus verde acqua, pieni di persone chiuse nei propri pensieri. Chi tornava a casa, chi andava a lavorare, chi a sballarsi: era pur sempre una città che non distingueva il weekend dai giorni infrasettimanali. Era sempre il momento di fare baldoria.
La normalità aleggiava in quella città di luci e freddo, nonostante ottobre fosse appena iniziato. Musica proveniente da ogni angolo, che animava i bar della città. Essa, però, era sovrastata da quel vento che riempiva le orecchie.
Era il porto di Liverpool, divisa in varie aree.
Una suora, con il cappotto chiuso e il capo chino per evitare che il vento le colpisse il viso, passeggiava su quel lungofiume. Erano poche le persone che percorrevano quel tratto: di giorno era bellissimo, perché era tranquillo rispetto al centro, ma la sera c'era troppo freddo.
La suora camminava immersa nei suoi pensieri, mentre le luci di Birkenhead, giusto di fronte, ammiccavano in sua direzione.
Quando aveva dei cali di fede, andava in quel posto perché il vento l'aiutava a schiarirsi le idee. Era giovane: aveva solo venticinque anni. A volte si chiedeva perché avesse scelto di diventare suora e quindi passare la vita a pregare e amare Gesù, invece di farsi una famiglia come tutte le sue amiche. Sistemò il velo nero sulla testa, spostato dal vento, mentre il rosario in legno che aveva al collo sventolava. Si aggiustò una ciocca di capelli castano dorato dietro l'orecchio e si fermò ad ammirare il panorama.
L'ultima volta che aveva avuto a che fare con uomo prima di diventare suora, non era andata bene: le aveva spezzato il cuore in modo assurdo, non voleva pensarci. A volte, però, il suo volto le appariva in sogno, causandole un tremito al cuore. Era stato difficile dimenticare il dolore che le aveva causato: si asciugò una lacrima maleducata che il vento insinuatosi negli occhi le aveva cacciato. Il trench lungo nero non poteva fare nulla contro il vento. Con una mano si chiuse il colletto, sperando di riparare almeno la gola.
Si udì un gracchiare di qualche cornacchia lontano e la suora rabbrividì: era terrorizzata dai corvi, a causa di un horror che aveva visto da bambina in cui uno stormo mangiava gli occhi dei cadaveri appesi per la gola. Sapeva che quegli animali non l'avrebbero mai fatto su un umano vivo, ma il brivido lo avvertì comunque. Non si pose il problema che magari fosse strano che un corvo fosse ancora sveglio, visto che non era un animale notturno. Doveva essere molto vicino, visto che sentì anche lo sbatacchiare delle sue ali.
La suora aumentò il passo: voleva allontanarsi il più possibile. Voleva stargli alla larga.
Non ricordava da quanto camminasse, fatto sta che era arrivata al Princes Dock, il punto più a nord dell'area portuale. Lì il vento era anche più forte e faceva avvertire le temperature più basse di quel che erano in realtà: era il momento di tornare o le sorelle si sarebbero preoccupate. Ma qualcosa la distrasse: davanti a lei c'era una colomba bianca.
Era candida, bellissima: volava in circolo con il becco rivolto verso il basso, come se cercasse qualcosa. Non emetteva alcun suono, ma la suora poté sentirne la preoccupazione. Perché una colomba dovrebbe esserlo? Poi l’animale vide la suora guardarla e forse, spaventata, volò verso nord risalendo il Princes Dock.
La suora rimase con il naso all'insù, con la fronte corrugata: non la vedeva più. Che strano fenomeno: neanche le colombe erano degli animali notturni.
Stava tornando verso la strada principale per rientrare in convento, quando vide di nuovo la colomba bianca volare in circolo e fare le identiche cose di poco prima. La suora, vinta dalla curiosità, la seguì, ma la colomba era veloce e sparì in lontananza.
La suora rimase interdetta e si diede della sciocca per ciò che aveva appena fatto. Quando si voltò, a terra accanto a uno dei pali di sicurezza, c'era un involucro di coperte. Poteva essere stato lasciato da un barbone e quindi pieno di batteri e altre cose. Fece per allontanarsi, quando dall'involucro, udì un gemito.
La suora spalancò gli occhi e si voltò di nuovo, per scostare le coperte. Forse qualcuno aveva abbandonato un cagnolino: che azione ingrata.
Scostò un lembo e vide che al suo interno c'era un bambino, completamente rosso, forse nato da poco, con i capelli scuri, che agitava i pugnetti. La suora si portò una mano alle labbra: chi avrebbe potuto abbandonare in quel modo e in quel luogo un neonato?
Il bambino cominciò a piangere disperato, mentre la suora non sapeva cosa fare: si guardava intorno, sperando che ci fosse qualcuno. Qualcun altro. Si pentì subito di quella vigliaccheria.
Prese le coperte tra le braccia e decise che avrebbe portato il bambino in convento, così da chiamare un dottore per farlo visitare.
Corse lungo la strada, sperando di non far del male al neonato. Attraversò l'enorme carreggiata che separava il porto dal centro e si addentrò in città. Si fermò alla fermata dell'autobus, cullando il piccolo e calmando il suo respiro affannoso. C'erano persone lì, ma non badavano a quella strana coppia. Ognuno era immerso nella propria vita, già piena di problemi, perché caricarsi anche quelli degli altri? Avrebbe potuto chiamare un taxi, ma aveva portato con sé solo il suo abbonamento per gli autobus.
Per fortuna, il piccolo si era calmato e si limitava a fissarla con aria interessata. Il batticuore della suora si era placato mentre meditava su cosa fare adesso con quel bambino.
Finalmente il numero 25 arrivò, accostandosi: lasciò che tutti salissero, per farlo poi lei. Mostrò l'abbonamento e andò a sedersi, tenendo il bambino sulle gambe: era ancora sveglio e silenzioso. Approfittò del viaggio, per guardarlo: chi avrebbe potuto fare un'azione del genere? Sarebbe stato meglio lasciarlo in un ospedale, al caldo e al sicuro, con un tetto sulla testa e cibo disponibile. Lasciarlo su un lungofiume al freddo era da mostri. La suora continuava a cullarlo, sorridendogli, mentre la tensione si allentava. Chissà come si sarebbero comportati adesso? Dovevano portarlo alla polizia?
Giunsero al convento: lì il vento era meno forte, ma la suora rimboccò lo stesso le coperte al piccolo.
Il convento era negli stessi giardini della cattedrale di Liverpool: era della stessa muratura marroncina della chiesa principale, ma più piccola. L'imponenza di quell'edificio bloccava sempre il respiro della suora: sembrava un enorme madre che sorvegliava su tutta Liverpool.
In quel convento, c'erano una decina di donne che avevano affidato il loro amore a Dio e vivevano facendo opere di carità: ogni mattina, aprivano le porte del convento ai vagabondi che richiedevano aiuto. E man mano che gli anni erano passati, quelli erano aumentati sempre di più. Ma per la loro fede, non potevano chiudere in faccia la porta a chi ne aveva bisogno solo perché a stento ce la facevano loro. In più avevano accolto tre giovani orfanelli, in attesa che venissero adottati.
La suora si avvicinò alle porte in legno di faggio e sentì un leggero chiacchiericcio provenire dal suo interno: le suore forse si accingevano a cenare.
La suora fece un profondo respiro, diede un ultimo sguardo al bambino per darsi forza e spinse le porte.
Camminò lungo il piccolo corridoio ed entrò nella cucina.
Le suore a vederla entrare improvvisamente si zittirono, poi notarono qualcosa che non andava.
«Suor Elizabeth, che hai là?»
Suor Elizabeth tirò un sospiro e raccontò ciò che aveva passato: passeggiando, aveva trovato il bambino e non poteva fare finta di nulla, così l'aveva portato in convento in modo da decidere cosa fare.
Intanto aveva appoggiato il bambino sul tavolo e le suore lo circondarono incuriosite.
«Ma sei impazzita? Perché portarlo qui? Dovevi portarlo in ospedale!» ringhiò suor Victoria. Elizabeth arrossì.

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Molto bella la descrizione iniziale, fa sentire la città. Unica cosa, lavorerei un po’ di lima per rendere il tutto un po’ più scorrevole. Ad esempio, sostituirei “al di sotto dei” con “sotto ai”.

In questo periodo: “Sistemò il velo nero sulla testa, spostato dal vento”, la coniugazione maschile del verbo dopo “testa” mi ha fatto inciampare nella lettura.

La scena della suora, invece – per il mio gusto personale – procede un po’ troppo lenta. Secondo me, alcuni particolari, insieme alla quantità di aggettivi a volte raddoppiati potrebbero essere tagliati senza che il testo ne risenta.

Bella la svolta del bambino!

Lavorerei un po’ più sul finale, me renderlo meno tagliato di tronco e più sospeso… non so se riesco a spiegare quello che voglio dire.

Complimenti!

PS piccoli appunti:

 “visto che non era un animale notturno. Doveva essere molto vicino, visto che”… attenzione alle ripetizioni…

“sembrava un enorme madre” – apostrofo dopo “un”

“La suora si avvicinò (…) La suora (…)” – cercherei di sostituire il termine in uno dei due.

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Ciao

Grazie per la risposta e per aver letto il mio estratto.

18 ore fa, Ludwig von Drake ha scritto:

In questo periodo: “Sistemò il velo nero sulla testa, spostato dal vento”, la coniugazione maschile del verbo dopo “testa” mi ha fatto inciampare nella lettura.

 

Qui purtroppo se devo aggiustarlo, devo cambiare verbo, magari "mosso dal vento". Credo che debba essere comunque maschile perché è riferito a "velo" e non a "testa".

Per il resto, farò sicuramente tesoro dei tuoi suggerimenti, perché mi trovi d'accordo.

 

Grazie

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Ah scusami ho frainteso 😂 mi sembrava strano infatti. Comunque dovrei modificare la costruzione della frase. Vedo subito come fare. Grazie

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Quota

L'aria era gelida, arrivava fin nelle ossa, portata dal vento forte che spirava.

dal vento che spirava forte.

 

Quota

Lo skyline della città di Liverpool

per mio gusto, io sono per i testi in una lingua sola: se lo scrivi in italiano, non userai skyline, bensì l'equivalente nostro, che può essere "profilo urbano" o locuzione equivalente.

 

Quota

Era sempre il momento di fare baldoria.
La normalità aleggiava in quella città di luci e freddo,

non mi è chiara a frase sopra: forse volevi significare: il consueto tran tran si diffondeva in quella città di luci e freddo? La normalità del fare baldoria?

 

Quota

nonostante ottobre fosse appena iniziato.

cambierei con: "in quella città di luci e di freddo, nonostante ottobre fosse solo agli inizi".

Quota

 

Musica proveniente da ogni angolo, che animava i bar della città.

non ci va né la virgola né il che

Quota

 

Essa, però, era sovrastata da quel vento che riempiva le orecchie.
Era il porto di Liverpool, divisa in varie aree.

diviso

 

Quota

La suora camminava immersa nei suoi pensieri, mentre le luci di Birkenhead, giusto di fronte, ammiccavano in sua direzione.

nella sua direzione.

 

Quota

Quando aveva dei cali di fede,

crisi di fede oppure crisi di vocazione.

Quota

andava in quel posto perché il vento l'aiutava a schiarirsi le idee. Era giovane: aveva solo venticinque anni.

quel "solo" è superfluo, avendo detto prima che era giovane. Oppure, elimina "Era giovane" e dì soltanto: "Aveva solo venticinque anni."

 

Quota

L'ultima volta che aveva avuto a che fare con uomo

virgola

 

Quota

prima di diventare suora, non era andata bene: le aveva spezzato il cuore in modo assurdo, non voleva pensarci. A volte, però, il suo volto le appariva in sogno, causandole un tremito al cuore. Era stato difficile dimenticare il dolore che le aveva causato: si asciugò una lacrima maleducata che il vento

virgola

Quota

insinuatosi negli occhi

virgola

Quota

le aveva cacciato.

procurato forse più adatto di cacciato.

Quota

occhi dei cadaveri appesi per la gola. Sapeva che quegli animali non l'avrebbero mai fatto su un umano vivo, ma il brivido lo avvertì comunque. Non si pose il problema che magari fosse strano che un corvo fosse ancora sveglio,

Non si pose il problema della stranezza di un corvo in giro a quell'ora

Quota

visto che non era un animale notturno. Doveva essere molto vicino, visto che sentì anche lo sbatacchiare delle sue ali.
La suora aumentò

allungò

Quota

il passo: voleva allontanarsi il più possibile. Voleva stargli alla larga.


metteva alcun suono, ma la suora poté sentirne la preoccupazione. Perché una colomba dovrebbe esserlo? Poi l’animale vide la suora guardarla e forse, spaventata,

e, forse spaventata, volò...

 

Quota

volò verso nord risalendo il Princes Dock.


 Poteva essere stato lasciato da un barbone e quindi pieno di batteri e altre cose. Fece per allontanarsi, quando

virgola

Quota

dall'involucro, udì un gemito.

E man mano che gli anni erano passati, quelli erano aumentati sempre di più. Ma

virgola

Quota

Scostò un lembo e vide che al suo interno c'era un bambino, completamente rosso, forse nato da poco, con i capelli scuri, che agitava i pugnetti.

  

dal’incarnato rossastro dei neonati.

 

***

 

La curiosità del lettore è adeguatamente stimolata dalla vicenda.

La figura semplice di Sr Elizabeth è ben tratteggiata come quella di una ragazza che, delusa in amore, sceglie con superficialità la strada del convento, salvo ricredersi sulla bontà della sua scelta in diverse occasioni.

Nel corso di una passeggiata nei pressi del porto, incuriosita dal volo di un corvo e di una colomba in loco (simboli del male e del bene), rinviene un neonato appena partorito e lo porta al suo convento.

A parte alcuni difetti di costruzione della sintassi e qualche imprecisione nella punteggiatura, trovo una cura adeguata nel lessico.

Il tuo primo capitolo mi è piaciuto, @Marissa1204 :)

 

 

 

 

 

 

 

 

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Carissima @Poeta Zaza

Grazie mille della tua dettagliata risposta, sono contenta dei suggerimenti che mi hai segnati nei quali mi trovi in accordo. Ancor di più mi rende felice sapere che ti è piaciuta questa prima parte. Nella sezione officina, c'è la seconda parte di questo capitolo.

 

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Buongiorno, @Marissa1204, ho visto un tuo capitolo diviso in quattro nei racconti a capitoli e mi ha incuriosito anche il titolo. Ho letto altre tue storie e ho visto che di solito sono storie sentimentali e... sono un fan del sentimentale, del rosa e dell'introspettivo. Quindi con un po' di pazienza vengo a scocciarti anche qui e cercherò di lasciarti un commento su tutti i frammenti di questo capitolo.

Da lettore (non da editor perché non lo sono), inizio con il segnalarti tante piccole imprecisioni che ho trovato, che possono essere spunto di discussione oppure un modo per mandarmi a quel paese, scegli tu. :asd:

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

L'aria era gelida, arrivava fin nelle ossa, portata dal vento forte che spirava.
Lo skyline della città di Liverpool era uno striscione di robusti edifici eleganti, al di sotto dei quali sfrecciavano le auto e i bus verde acqua, pieni di persone chiuse nei propri pensieri. Chi tornava a casa, chi andava a lavorare, chi a sballarsi: era pur sempre una città che non distingueva il weekend dai giorni infrasettimanali. Era sempre il momento di fare baldoria.

Ti dirò, la frase iniziale - che ho messo tutta in grassetto - la porterei dopo la descrizione del luogo, vedo meglio «Lo skyline della città di Liverpool...» come incipit, mi proietta direttamente sul luogo. Per quanto riguarda il termine "skyline" sono un po' indeciso: da una parte anch'io non amo particolarmente inglesismi recenti, ma d'altra parte parli di Liverpool e può essere un ammodernamento/adattamento lessicale.

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

La normalità aleggiava in quella città di luci e freddo, nonostante ottobre fosse appena iniziato. Musica proveniente da ogni angolo, che animava i bar della città. Essa, però, era sovrastata da quel vento che riempiva le orecchie.

A lettura la ripetizione "città" si sente molto, ma se togli il secondo "città" poi la frase resta un po' dissonante. Forse puoi vedere cosa ne pensi di questa riscrittura

La normalità aleggiava in quella città di luci e freddo, nonostante ottobre fosse appena iniziato, e la musica che animava i bar proveniva da ogni angolo. Essa...

una riscrittura di questo tipo (magari risistemata), collega meglio "essa" della frase successiva a "la musica" che è il soggetto a cui si riferisce.

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

Era il porto di Liverpool, divisa in varie aree.

Difficile collegare il "divisa" a Liverpool, molto più facile l'associazione con "Il porto": in quel caso è "diviso".

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

Una suora, con il cappotto chiuso e il capo chino per evitare che il vento le colpisse il viso, passeggiava su quel lungofiume.

Mi spiace, ma non parli di un fiume prima. Un lettore che non conosce Liverpool - io per esempio :asd: - direbbe "eh?". Scherzi a parte, parlavi di un porto e "lungofiume" confonde un po'.

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

A volte si chiedeva perché avesse scelto di diventare suora e quindi passare la vita a pregare e amare Gesù, invece di farsi una famiglia come tutte le sue amiche.

Diciamo che lo si può sottintendere.

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

le aveva spezzato il cuore in modo assurdo, non voleva pensarci

Lo toglierei perché è uno di quegli aggettivi generici che non dicono molto al lettore.

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

Non si pose il problema che magari fosse strano che un corvo fosse ancora sveglio, visto che non era un animale notturno. Doveva essere molto vicino, visto che sentì anche lo sbatacchiare delle sue ali.

Per evitare quest'altra ripetizione puoi scrivere direttamente "sentiva" al posto di "visto che sentì".

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

La suora rimase con il naso all'insù, con la fronte corrugata:

Meglio un semplice "e".

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

Poteva essere stato lasciato da un barbone e quindi pieno di batteri e altre cose.

Sarei più generico, cose tipo "chissà cosa poteva contenere" perché il "pieno di batteri" è un'osservazione che facciamo ora causa coronavirus: in un contesto generale non mi sembra molto credibile. :D

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

Finalmente il numero 25 arrivò, accostandosi

In un racconto meglio il "venticinque".

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

La suora si avvicinò alle porte in legno di faggio e sentì un leggero chiacchiericcio provenire dal suo interno: le suore forse si accingevano a cenare.
La suora fece un profondo respiro, diede un ultimo sguardo al bambino per darsi forza e spinse le porte.
Camminò lungo il piccolo corridoio ed entrò nella cucina.
Le suore a vederla entrare improvvisamente si zittirono, poi notarono qualcosa che non andava.

Un po' troppe "suora" e "suore". Puoi usare riferimenti come altra/altre o "lei" per la protagonista. Tanto per toglierne un paio da questo passaggio.

 

Passando al racconto in generale, noto una narrazione diversa dall'altro che ho letto di recente (il fiato del drago). Potrei dire che l'altro racconto è più elaborato nel modo di raccontare ma l'impressione è che sei stata più decisa e impersonale mentre qui il tono è più tranquillo e anche con una punta di innocenza e malinconia - forse per adattarlo alla protagonista. La protagonista infatti, seppur una donna ferita da esperienze passate, mostra dolcezza, innocenza e malinconia, riassunte nella chiusa di questo frammento

Il 26/3/2020 alle 20:34, Marissa1204 ha scritto:

Elizabeth arrossì.

forse perché anche lei sognava altro nella vita e/o ha preso i voti per riempire il vuoto lasciato dalla delusione precedente. Può sembrare che ho detto qualcosa di drastico, ma non ne faccio una mera questione di compensazione quanto più una ricerca di amore da dare al mondo, in un certo senso. Si scorge però anche il dubbio riguardo alla propria scelta visto il pensiero della vita precedente e il ritrovamento del bambino poi portato d'istinto al convento; forse la sua vita è ancora incompleta, in un certo senso.

Comunque dai una buona aspettativa al lettore e l'inizio fa venire voglia di continuare a leggere... e cercherò di farlo e di lasciarti un parere.

Alla prossima lettura. :ciaociao:

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Ciao @bwv582

Sono contenta che tu abbia trovato il tempo di leggere il primo estratto del primo capitolo. Mi piace molto il tuo modo di scrivere le tue opinioni.

Ebbene, molto spesso inciampo nell'errore di dare per scontato che il lettore sappia; lo si evince dal punto che mi hai evidenziato riguardo il lungo fiume. Non sai quante volte l'ho riscritto perché il mio principale lettore beta mi ricordava che non tutti sono stati a Liverpool :D. Ti spiego, il porto di Liverpool si affiaccia sul suo fiume principale il Mersey; devo essere più chiara in quel punto e sono d'accordo.

Per quanto riguarda il personaggio della suora, ha un carattere impulsivo dovuto alla giovane età: lo si evince quando lei decise di prendere i voti a causa di un amore finito male. Naturalemte, poi a mente fredda comincia a porsi dei dubbi sulla scelta fatta, ma poi si fa forza grazie al ritrovamento del bambino.

Riguardo il pezzo dell'involucro di coperte, questo era un pensiero che mi ponevo anche nel periodo anti-Coronavirus :D. Infatti il pezzo è stato scritto nel 2018. Inoltre, Liverpool è una città come tante piena di senza tetto, quindi credo sia naturale porsi quel problema nel ritrovare delle coperte.

Sono d'accordo sugli errori di ortografia perché da scrittrice ammetto che nonostante lo leggo svariate volte, un errore stupido rimane sempre.

 

Per il resto, grazie di aver letto il primo capitolo della trilogia fantasy a cui sto lavorando.

 

A presto

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Ciao @Marissa1204, ti rispondo solo qui sui quattro frammenti perché penso sia l'unico su cui posso aggiungere qualcosa. Comunque non la porto alla lunga sennò viene chiusa la discussione e prendo una meritata tirata d'orecchie dai moderatori. :D

 

Il 30/5/2020 alle 12:00, Marissa1204 ha scritto:

Non sai quante volte l'ho riscritto perché il mio principale lettore beta mi ricordava che non tutti sono stati a Liverpool :D. Ti spiego, il porto di Liverpool si affiaccia sul suo fiume principale il Mersey; devo essere più chiara in quel punto e sono d'accordo.

Questo è un punto che resta pur sempre difficile per chi scrive. Non bisogna essere troppo sintetici e dare per scontati dei dettagli, ma d'altra parte la guida geografica porta il lettore a chiudere il libro e a cestinarlo dopo poche righe.

Anche l'altro commento

Il 30/5/2020 alle 12:00, Marissa1204 ha scritto:

Liverpool è una città come tante piena di senza tetto, quindi credo sia naturale porsi quel problema nel ritrovare delle coperte.

è sicuramente collegato al precedente, cioè alla mia ignoranza in tema Liverpool e in tema grandi città (di rado vado fuori dalle Marche e qui sono tutti paeselli salvo poche eccezioni). Il difficile resta far entrare il lettore che non conosce l'ambiente nell'ambiente stesso senza esagerare anche perché - opinione strettamente personale - è meglio dare pochi dettagli che troppi. Facendo da beta reader e avendo a mia volta beta reader vedo che c'è un'intolleranza maggiore ai troppi dettagli rispetto ai pochi.

 

Per quanto riguarda la suora, è il personaggio su cui secondo me ci si concentra (*). Nel senso che, oltre ad essere la protagonista (almeno di questo capitolo), ha una componente di umanità rispetto al suo ruolo. Se ci pensi, il suo ruolo - lo dico così - richiederebbe una fede senza spazio per i dubbi e lei scende un po' da questa dimensione spirituale per andare incontro al lettore. Mostra indecisione, titubanza, sentimenti umani (in un certo senso, per lo meno rispetto al distacco delle altre) ed è quindi un ponte per il lettore per collegarsi agli altri personaggi che restano comunque più distaccati. Quindi, torno al punto dell'asterisco (*), forse merita qualche dettaglio in più in senso introspettivo e può essere questo, diciamo, il "più" che può starci per ampliare questo capitolo.

Ripeto: opinione personale da lettore, quindi posso averti detto la cosa più vera al mondo come la più grande cantonata. :D

Buona scrittura e alla prossima lettura. :ciaociao:

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