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Marissa1204

Il Cavaliere (Capit 1)

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L'aria era gelida, arrivava fin nelle ossa, portata dal vento forte che spirava.

Lo skyline della città di Liverpool era uno striscione di robusti edifici eleganti, al di sotto dei quali sfrecciavano le auto e i bus verde acqua, pieni di persone chiuse nei propri pensieri. Chi tornava a casa, chi andava a lavorare, chi a sballarsi: era pur sempre una città che non distingueva il weekend dai giorni infrasettimanali. Era sempre il momento di fare baldoria.

La normalità aleggiava in quella città di luci e freddo, nonostante ottobre fosse appena iniziato. Musica proveniente da ogni angolo, che animava i bar della città. Essa, però, era sovrastata da quel vento che riempiva le orecchie.

Era il porto di Liverpool, divisa in varie aree.

Una suora, con il cappotto chiuso e il capo chino per evitare che il vento le colpisse il viso, passeggiava su quel lungofiume. Erano poche le persone che percorrevano quel tratto: di giorno era bellissimo, perché era tranquillo rispetto al centro, ma la sera c'era troppo freddo.

La suora camminava immersa nei suoi pensieri, mentre le luci di Birkenhead, giusto di fronte, ammiccavano in sua direzione.

Quando aveva dei cali di fede, andava in quel posto perché il vento l'aiutava a schiarirsi le idee. Era giovane: aveva solo venticinque anni. A volte si chiedeva perché avesse scelto di diventare suora e quindi passare la vita a pregare e amare Gesù, invece di farsi una famiglia come tutte le sue amiche. Sistemò il velo nero sulla testa, spostato dal vento, mentre il rosario in legno che aveva al collo sventolava. Si aggiustò una ciocca di capelli castano dorato dietro l'orecchio e si fermò ad ammirare il panorama.

L'ultima volta che aveva avuto a che fare con uomo prima di diventare suora, non era andata bene: le aveva spezzato il cuore in modo assurdo, non voleva pensarci. A volte, però, il suo volto le appariva in sogno, causandole un tremito al cuore. Era stato difficile dimenticare il dolore che le aveva causato: si asciugò una lacrima maleducata che il vento insinuatosi negli occhi le aveva cacciato. Il trench lungo nero non poteva fare nulla contro il vento. Con una mano si chiuse il colletto, sperando di riparare almeno la gola.

Si udì un gracchiare di qualche cornacchia lontano e la suora rabbrividì: era terrorizzata dai corvi, a causa di un horror che aveva visto da bambina in cui uno stormo mangiava gli occhi dei cadaveri appesi per la gola. Sapeva che quegli animali non l'avrebbero mai fatto su un umano vivo, ma il brivido lo avvertì comunque. Non si pose il problema che magari fosse strano che un corvo fosse ancora sveglio, visto che non era un animale notturno. Doveva essere molto vicino, visto che sentì anche lo sbatacchiare delle sue ali.

La suora aumentò il passo: voleva allontanarsi il più possibile. Voleva stargli alla larga.

Non ricordava da quanto camminasse, fatto sta che era arrivata al Princes Dock, il punto più a nord dell'area portuale. Lì il vento era anche più forte e faceva avvertire le temperature più basse di quel che erano in realtà: era il momento di tornare o le sorelle si sarebbero preoccupate. Ma qualcosa la distrasse: davanti a lei c'era una colomba bianca.

Era candida, bellissima: volava in circolo con il becco rivolto verso il basso, come se cercasse qualcosa. Non emetteva alcun suono, ma la suora poté sentirne la preoccupazione. Perché una colomba dovrebbe esserlo? Poi l’animale vide la suora guardarla e forse, spaventata, volò verso nord risalendo il Princes Dock.

La suora rimase con il naso all'insù, con la fronte corrugata: non la vedeva più. Che strano fenomeno: neanche le colombe erano degli animali notturni.

Stava tornando verso la strada principale per rientrare in convento, quando vide di nuovo la colomba bianca volare in circolo e fare le identiche cose di poco prima. La suora, vinta dalla curiosità, la seguì, ma la colomba era veloce e sparì in lontananza.

La suora rimase interdetta e si diede della sciocca per ciò che aveva appena fatto. Quando si voltò, a terra accanto a uno dei pali di sicurezza, c'era un involucro di coperte. Poteva essere stato lasciato da un barbone e quindi pieno di batteri e altre cose. Fece per allontanarsi, quando dall'involucro, udì un gemito.

La suora spalancò gli occhi e si voltò di nuovo, per scostare le coperte. Forse qualcuno aveva abbandonato un cagnolino: che azione ingrata.

Scostò un lembo e vide che al suo interno c'era un bambino, completamente rosso, forse nato da poco, con i capelli scuri, che agitava i pugnetti. La suora si portò una mano alle labbra: chi avrebbe potuto abbandonare in quel modo e in quel luogo un neonato?

Il bambino cominciò a piangere disperato, mentre la suora non sapeva cosa fare: si guardava intorno, sperando che ci fosse qualcuno. Qualcun altro. Si pentì subito di quella vigliaccheria.

Prese le coperte tra le braccia e decise che avrebbe portato il bambino in convento, così da chiamare un dottore per farlo visitare.

Corse lungo la strada, sperando di non far del male al neonato. Attraversò l'enorme carreggiata che separava il porto dal centro e si addentrò in città. Si fermò alla fermata dell'autobus, cullando il piccolo e calmando il suo respiro affannoso. C'erano persone lì, ma non badavano a quella strana coppia. Ognuno era immerso nella propria vita, già piena di problemi, perché caricarsi anche quelli degli altri? Avrebbe potuto chiamare un taxi, ma aveva portato con sé solo il suo abbonamento per gli autobus.

Per fortuna, il piccolo si era calmato e si limitava a fissarla con aria interessata. Il batticuore della suora si era placato mentre meditava su cosa fare adesso con quel bambino.

Finalmente il numero 25 arrivò, accostandosi: lasciò che tutti salissero, per farlo poi lei. Mostrò l'abbonamento e andò a sedersi, tenendo il bambino sulle gambe: era ancora sveglio e silenzioso. Approfittò del viaggio, per guardarlo: chi avrebbe potuto fare un'azione del genere? Sarebbe stato meglio lasciarlo in un ospedale, al caldo e al sicuro, con un tetto sulla testa e cibo disponibile. Lasciarlo su un lungofiume al freddo era da mostri. La suora continuava a cullarlo, sorridendogli, mentre la tensione si allentava. Chissà come si sarebbero comportati adesso? Dovevano portarlo alla polizia?

Giunsero al convento: lì il vento era meno forte, ma la suora rimboccò lo stesso le coperte al piccolo.

Il convento era negli stessi giardini della cattedrale di Liverpool: era della stessa muratura marroncina della chiesa principale, ma più piccola. L'imponenza di quell'edificio bloccava sempre il respiro della suora: sembrava un enorme madre che sorvegliava su tutta Liverpool.

In quel convento, c'erano una decina di donne che avevano affidato il loro amore a Dio e vivevano facendo opere di carità: ogni mattina, aprivano le porte del convento ai vagabondi che richiedevano aiuto. E man mano che gli anni erano passati, quelli erano aumentati sempre di più. Ma per la loro fede, non potevano chiudere in faccia la porta a chi ne aveva bisogno solo perché a stento ce la facevano loro. In più avevano accolto tre giovani orfanelli, in attesa che venissero adottati.

La suora si avvicinò alle porte in legno di faggio e sentì un leggero chiacchiericcio provenire dal suo interno: le suore forse si accingevano a cenare.

La suora fece un profondo respiro, diede un ultimo sguardo al bambino per darsi forza e spinse le porte.

Camminò lungo il piccolo corridoio ed entrò nella cucina.

Le suore a vederla entrare improvvisamente si zittirono, poi notarono qualcosa che non andava.

«Suor Elizabeth, che hai là?»

Suor Elizabeth tirò un sospiro e raccontò ciò che aveva passato: passeggiando, aveva trovato il bambino e non poteva fare finta di nulla, così l'aveva portato in convento in modo da decidere cosa fare.

Intanto aveva appoggiato il bambino sul tavolo e le suore lo circondarono incuriosite.

«Ma sei impazzita? Perché portarlo qui? Dovevi portarlo in ospedale!» ringhiò suor Victoria. Elizabeth arrossì.

«Dobbiamo chiamare la Madre Superiora. Lei sa sempre cosa fare» suggerì suor Mary, per evitare che le suore litigassero.

«Suor Lorraine, chiama la Madre Superiora. E tu, Victoria, chiama il dottor Adenbrough» ordinò la suora più vicina al bambino.

Suor Lorraine annuì e sparì oltre la porta, mentre suor Victoria si precipitava al telefono.

«Chi mai abbandonerebbe un bambino così bello?» sospirò Suor Margaret.

«Come lo chiamiamo?» esclamò John, il maggiore degli orfanelli, che, spinto dalla fame, si era precipitato in cucina.

«Nessun nome! - esclamò la Madre Superiora sopraggiungendo – Questo bambino non può rimanere qui: il budget della parrocchia copre a stento le spese. Un'altra bocca da sfamare ci farebbe andare in rosso»

«Ma Madre Superiora, non possiamo abbandonarlo anche noi» si intromise suor Elizabeth che si era già affezionata.

«Lo si porta alla polizia e vediamo cosa ci suggeriscono. Adesso aspettiamo il dottor Adenbrough e vediamo cosa ci dice!» sentenziò la Madre Superiora e si accomodò sulla sua poltrona preferita accanto al caminetto.

Le suore si guardavano l'un l'altra, timorose dai suggerimenti che le forze dell'ordine avrebbero potuto fornire, ma poi furono distratte da una strana puzza proveniente dal bambino.

Le donne si voltarono con il volto inorridito e si guardarono, bisticciando un po' per chi avrebbe dovuto cambiarlo, soprattutto perché nessuno di loro l'aveva mai fatto. In convento, i bambini giungevano già abbastanza grandi, tipo dai cinque anni in su.

Suor Elizabeth si fece avanti, per velocizzare quella faccenda spinosa.

 

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@Marissa1204 ho chiuso il tuo capitolo perché non trovo alcun commento. Dai un'occhiata alle regole di sezione che forse ti sono sfuggite, le trovi in cima alla discussione qui. Altro problema è che ne i racconti a capitoli sono ammessi testi fino a 8000 caratteri, il tuo supera i 9000. Quando avrai scritto il tuo commento e modificato il capitolo in modo che rientri nei caratteri permessi, puoi procedere a pubblicarlo di nuovo. Buona scrittura :)

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