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Mauro86

(S)fortuna volle [Capitolo 2 di 6]

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Entrò. L’ambiente non era il suo. Chiaramente. Ma il profumo dei soldi, espresso da tutti quegli inviti a “provare” che leggeva ogni dove, diede lui sollievo.

Rari com’erano a Foro, singolare trovò la presenza del giovane a precederlo, il quale, carico di tatuaggi e spento negli occhi, faceva incetta di sigarette. Arrivato il suo “turno” (erano in due…), si ritrovò faccia a faccia con l’anziana (eccola lì la normalità che ritorna) titolare.

Egli temeva quell’incontro… temeva la signora Maria, l’eterna padrona del locale e amica d’infanzia della sua famiglia. Perché lei lo adorava, letteralmente. E appena scorto, non esitò un istante a valicare il bancone per fargli le feste. Lo abbracciò, baciò, intrise dei più sfarzosi complimenti. Come un figlio (fosse stata più giovane…) di ritorno dagli orrori della guerra. Per forza di cose, da casa lo vedeva uscire spesso, senza che questi mai si fermasse oltre il secondo di orologio per dedicarle due parole o un saluto.

Ecco, al nostro tutto ciò non piaceva. Non tanto per lei, nello specifico, ma perché da tali dimostrazioni d’affetto ricavava un senso di familiarità tutto suo che lo ricollegava – ancora di più – alla tragedia del fallimento, nel non esser riuscito a evadere, tornando a sentirsi come la rana in un pozzo, con la differenza che di mari e oceani egli sapeva.

Si ripulì la guancia col disprezzo di chi non gradisce una pur sincera manifestazione d’affetto. Un gesto sgarbato che lei non notò, perché girata, diretta dove prima si trovava. C’è da star certi, tuttavia, che, l’avesse anche fatto, lo avrebbe perdonato.

Finalmente, si giunse al dunque. Completamente inusitato al gioco, si era presentato, il nostro, senza sapere a quale tra i tanti giocare, al che, sempre con aria infastidita, dovette aprir bocca per chiedere lei consiglio. Sentita la richiesta, Donna Maria disapprovò con una smorfia, provocando lui stupore giustificato (contraria lei…?!?). Contrariamente al ruolo, infatti, avrebbe preferito saperlo non avvezzo all’azzardo, che ben conosceva. Ma non solo con lui, ella storceva il naso con tutti, quando le si presentavano esprimendo la medesima volontà, e chissà che non fosse tale atteggiamento a tener lontane le persone dal farlo, e dal negozio in generale. Tenendo a lui maggiormente, gli dedicò un breve sermone, con a tema la dipendenza. Visibilmente spazientito, non lasciò che finisse, e prese la prima scheda sui cui l’occhio gli cadde, quella che, nemmeno a farlo apposta, metteva in palio il montepremi più alto: un milione e mezzo.

Il gioco consisteva nell’indicare una serie di numeri per una delle città proposte, per poi attendere il fine settimana e l’estrazione, che sarebbe stata trasmessa in diretta alla televisione. Maria, un che sconfortata, altro non poté che sospirar di amaro e sottostare al dovere.

In una lotteria, in genere, prassi non scritta vuole si punti su numeri già decisi e ben precisi, derivanti, magari, da una qualche ricorrenza, propria o di persona amata. Ma di piacevole ricorrenza egli non ne aveva alcuna, tantomeno persona amata. Non era stato sempre solo, in fondo? Diede un’ulteriore, rapida letta alle regole, per poi ricordarsi di essere anch’egli persona di buon cuore, e, un po’ pentito della sua freddezza, volle “ringraziare” la donna lasciando lei facoltà di scelta sui numeri da giocare. Con un unico punto fermo: Roma. Assolutamente, doveva esser quella la ruota. La capitale non lo attraeva più di tanto (non ci era mai stato…), ma in quel frangente la investì di una valenza particolare, come apice ideale di quanto credeva avrebbe potuto. In passato… ma anche in futuro. Sì, non aveva ancora abbandonato la volontà di sognare, per quanto improbabile potesse risultare un suo successo. Non si sarebbe recato lì, altrimenti!

Maria, in parte rifocillata dalla purezza di quel gesto, compilò la scheda e gliela diede. Egli fissò quest’ultima per attimi che sembravano ore, domandandosi, tra sé e sé, cosa diamine gli fosse saltato in mente. Infine, se ne andò, “degnando” la donna di un saluto col volto, mentre ancora guardava la scheda fra le sue mani. Non si era trattato di maleducazione, stavolta, ma di testa altrove.

Tornò a casa immediatamente, e vi si rinchiuse per tutto il giorno, di nuovo in guerra con la ragione. Non aveva l’animo del tirchiaccio, ma quanto gli pesava essersi separato dal suo verdino per un colpo di testa… per quel clamoroso abbaglio che lo aveva portato ad illudersi di un’assurda possibilità di riuscita. Già non gli bastavano i pochi denari che aveva, perché, dunque, oltre che d’irrequietudine, divenir schiavo del gioco?

Non mangiò, né bevve, timidi sorsi d’acqua a parte, giusto per bagnar le labbra. In balia dei nervi, scagliò un diretto sul muro dietro il letto, e subito i fantasmi si fecero vivi… Per almeno diecimila volte maledisse loro, la vita, le difficoltà. E chi, dall’Alto, le aveva create.

Questo fu l’andazzo dei giorni seguenti, nei quali lo si vide uscire ancor più di rado.

Fino al sabato importante, quello dell’estrazione.

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@Mauro86 il commento cha hai fatto per postare questo capitolo è un po' striminzito.

Chiudo la discussione, tu puoi scrivere un nuovo commento e mandare il link a uno dei membri dello saff online che provvederà a riaprire. Se sei a corto di idee, ti lascio una discussione che può aiutarti, la trovi qui

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