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Buongiorno.

 

Una minuscola premessa: il mio racconto non prevede una suddivisione in capitoli, ma non essendoci una sezione adatta ad ospitarne di circa trentamila ( :D ), mi è stato suggerito, appunto, di suddividerlo, per poterlo pubblicare.

 

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C’ERA questo tizio. Poverino, non aveva nulla… da lustri disoccupato, con un unico, palpabile conto aperto: quello con Dio, il quale, a suo giudizio, lo aveva condannato ad una vita da reietto, mostruosamente al di sotto di quanto credeva avrebbe meritato. Per questo, lo malediceva spesso, facendo sfoggio di un ragguardevole repertorio d’improperi, abile a provocare al Papa un mancamento.

Stiamo parlando, in fondo, di uno che – come dice la canzone – pensava tanto all’America, ma in realtà mai oltrepassava i facili confini della piccola città di Foro (…e poi dicono esserci nulla di scritto!), un vero e proprio buco di circa mille abitanti, degno del suo nome. Non li oltrepassava, i confini, un po’ per soldi, appunto, un po’ perché apatico, conseguenza grave, nonché spesso naturale, di un male intriso ormai nell’animo.

Beh, a dire il vero “qualcosina” aveva: la proprietà di un, pur modesto, appartamento (hai detto niente! Di questi tempi, poi…) al primo piano di un antico edificio in pieno borgo “storico”, lasciatogli dai genitori. Con essi, suo malgrado, aveva condiviso l’intera esistenza, ma da due anni – a poca distanza l’uno dall’altra – gli avevano detto addio per passare a miglior vita (e quanto spesso li ha invidiati, per questo…). Grazie a loro, se non altro, godeva di un tetto sopra la testa, in aggiunta agli spiccioli che ancora gli rimanevano del suo vecchio lavoro di portalettere, dal quale si era lui stesso licenziato, causa pesante mancanza di stimoli. E menomale che, almeno, aveva acquisito spontaneamente la virtù del risparmio e della previdenza, altrimenti chissà su quale strada si sarebbe trovato a mendicar centesimo!

Dai genitori, in particolare, è doveroso far presente uno degli aspetti ereditati che più lo avrebbero contraddistinto: il buon valore, ovvero, della giusta riservatezza, portata da lui all’estremo, al punto da ripudiare amicizie e diffidare di semplici chiacchiere. Nessuno mai, infatti, poté vantarsi di saper granché di egli. Voci non controllate sostenevano si vergognasse… vergognasse della sua condizione.

 

Ecco, dunque, l’anonimo spazio di vita in cui, pian piano, andava consumandosi l’esistenza di questa triste anima h24 rimuginante, prossima alla mezza età. In quelle quattro mura a lui fredde e indifferenti dove, da qualche tempo, il demonio lo tentava alla fine.

 

Una mattina, non si sa come, si era svegliato dal solito un po’ curioso.

Dall’interno del suo letto cigolante, che male faceva riposare lui e quei fantasmi dei vicini (li vedessi mai, se non per lamentarsi…) ogni notte, estese spontaneamente il braccio verso il comodino al suo fianco, per prendere il portafoglio in pelle su di esso gettato con noncuranza. Nell’aprirlo, stranamente, non fu assalito dal classico magone, faccia a faccia col verdino da cinque, unico compagno di “valore” davvero con lui da sempre e amico fedele in caso di emergenze. Subito, invece, andò alla finestra e, a dispetto del sole ad importunarlo, posò lo sguardo sulla tabaccheria (l’unica in paese…) sfigata che aveva dieci metri davanti casa, ma dove mai era entrato, e in cui la gente, al massimo, si riuniva per qualche chiacchiera salutare, di rado assai per altro. Fu allora che un’idea lo contemplò, un’idea per lui del tutto nuova, potenzialmente pericolosa: della fortuna al gioco.

Perciò scese. Prima ancora di far colazione, senza nemmeno lavarsi… limitandosi a mettere indosso, in tutta fretta, i pantaloni grigi di tuta “d’ordinanza” e la camicia blu a quadri di flanella, oltre ad un paio di scarpe sportive non poco consumate da almeno tre anni di utilizzo quasi quotidiano. Il fatto è che la fortuna, secondo lui, non gli era mai stata amica, per questo volle sfruttare il momento con tal veemenza, per sfuggire al ripensamento.

Ciò nonostante, giunto a due passi dall’entrata, fu di nuovo assalito dal dramma cronico dell’indecisione. Tanto forte e palese che un’anziana coppia l’osservò esterrefatta, nel momento in cui dondolava avanti e indietro sul posto, e, credendolo pazzo, volle allontanarsi da lui di scatto (di scatto… diciamo il tempo intercorrente tra prenotazione e visita in ospedale). Difficile biasimarli: non potevano mica immaginare trattarsi, più “semplicemente”, dell’interiore contrapposizione tra l’angelo della coscienza e il demone della lusinga! Il primo lo tirava indietro verso casa, il secondo lo spingeva all’interno della tabaccheria.

E come a molti troppo spesso accade, ebbe a vincere la tentazione. Troppo ghiotta risultò l’occasione perché, a quel punto, vi rinunciasse. Fosse anche andata male, di cos’altro si sarebbe trattato, se non di un giorno come un altro?

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