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'Till the end

Capitolo 1: Il Morso pt1

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Salve, dopo aver letto il regolamento (suggerimento più che giustificato di un admin) sono tornato alla riscossa per proporvi la prima parte del primo capitolo del libro che ho scritto all'età di tredici anni (ora ne ho quattordici, che differenza eh!) vi lascio alla lettura, ditemi cosa ne pensate.

 

Nicolas era appena uscito di casa. 
Il cancello di casa sua, argentato ma a tratti arrugginito, fu sbattuto violentemente e non appena ebbe girato il vialone, Nick aveva iniziato a pensare a ciò che era appena successo, e a riordinare quelle idee che per mezzo della velocità dell'accaduto, erano così disordinate. Pochi minuti prima di aprire la porta, i suoi genitori avevano fatto un'altra delle loro solite scenate, sul medesimo argomento di sempre, e Nicolas gli aveva rifilato la stessa risposta di sempre, con la stessa violenza di sempre, ma questa volta sembrava non bastare, sembrava anzi aver peggiorato le cose. Quella volta suo padre aveva sbottato di più del solito, e sua madre, aveva urlato come mai prima d'ora.
 «Nicholas! Tu sei un ragazzo per bene, colto ed intelligente, cosa penserebbero di te se stessi con una ragazza di quella risma sociale!»  
Quelle parole rimbombavano ancora nella sua testa.
Doveva distrarsi, era uscito apposta. Alle sette in punto aveva un appuntamento con John, e con la causa di tutti quei litigi, ovvero la sua nuova conoscenza, Katie.
Si erano conosciuti in uno squallido bar nella periferia del paesino in cui viveva, Mum's eyes. Nick c’era andato un mese prima per la prima volta, nonostante fosse il bar che tutti additavano come “il bar dello scempio”, e nonostante le continue raccomandazioni dei suoi genitori, che fin da quando Nick si era guadagnato la libertà di poter uscire da solo lo avevano sempre additato come posto assolutamente da evitare.
 Il bar era di proprietà del padre di Katie un uomo grosso, calvo e barbuto dai severi occhi verdi che condivideva con la figlia, e fra un’ordinazione e un servizio ai tavoli circostanti, i due ragazzi di tredici anni ciascuno non potevano passar inosservati l'un l'altro.
 Se ci aggiungiamo anche che Katie era una delle ragazze più belle che Nick avesse mai visto, era impos-sibile che quella sera non sbocciasse perlomeno curiosità.
 «Ehi, posso prendere il bicchiere?» Una ragazza dai capelli castani e gli occhi verdi, con indosso un grembiulino sopra una t-shirt verde e un paio di jeans, si avvicinò a Nick.
 «Oh ehm, si certo fai pure.» 
 «Vabbè.» e prese il bicchiere.
 «Come ti chiami?» Nick ricordava la sua bellissima voce con nostalgia. 
 «Ah io, Nick!» aveva detto molto imbarazzato.
 «Quindi ciao, Nick, io sono Katie!» aveva ribattuto lei, e un po’ di luce nei suoi bellissimi occhi color smeraldo, abbinati alla perfezione ai capelli castano scuro.
 «Allora, io ho finito qui, mio padre probabilmente non mi farà uscire prima di aver chiuso il bar, quindi potremmo parlare mentre gli ultimi clienti tagliano la corda, non so, oggi sono molto annoiata».
La conversazione filò tranquilla, si parlava di film, di attori e attrici, di manga, anime e scuola. 
Ma i due non affrontarono l’argomento della vita privata, se non riguardo relazioni amorose, che in am-be due erano completamente assenti. Nick fu sorpreso, effettivamente, nel venire a conoscenza che quella graziosa e bellissima ragazza non aveva mai avuto un ragazzo. Forse complice della fama della sua famiglia, o forse per altri motivi, Katie, proprio come Nick, non si era mai frequentata con un ragaz-zo.
Aveva scoperto però, che Katie non frequentava più la scuola da un annetto circa, questo per rimanere al bar ad aiutare suo padre. Tuttavia, pensò Nick, quella ragazza non aveva un’aria ignorante, anzi: par-lava bene, e nonostante gli evidenti modi estroversi, risultava piacevole e mai eccessiva.

Mentre ricordava il primo incontro e la conoscenza che ne venne fuori, con quella ragazza così bella quanto matura ed intelligente, si ritrovò sugli scalini vicino alla chiesetta di Sant. Nicholas, dove era l'appuntamento con John e Katie. 
Guardò il suo nuovo cellulare appena uscito di negozio, che per i suoi genitori valeva come un docu-mento ufficiale scritto di sana pianta da qualcuno di molto importante, che gli dava il potere di proibir-gli di uscire. Erano le sette in punto e di John ancora nessuna traccia.
Le sette e un quarto e poi le sette e venti, e mentre Nick stava per mandare una nota vocale ad entrambi sollecitando loro di venire ed anche in fretta, si bloccò alla vista di un ragazzo capelli biondo scuro lun-ghi, sopracciglia marcate e fisico possente – che aggiunti ai suoi occhi marrone scuro – lo rendevano la perfetta rappresentazione di ciò che la maggior parte delle ragazze desiderava vedere in un ragazzo, correre e ansimare verso la chiesetta dove Nick era seduto sui gradini.
 «Era ora!»
 «S-scusami Nick, ero, ero stanco morto e mi sono addormentato dopo essere andato in palestra.»
 «Ma non avevi finito?»
 «Si, oggi era l’ultima volta che ci sono andato.»
John era un tipo da palestra e nuoto, aveva un ottimo fisico, ma stranamente odiava correre, cosa che aveva in comune con Nick. Aveva corti capelli color paglia e dei bei occhi azzurrini. Di carattere era as-sai spontaneo, non badava per nulla a ciò che la gente pensava di lui, e non cedeva alle lusinghe delle ra-gazze che lo corteggiavano di continuo a scuola, ed a Nick tutto ciò era sempre piaciuto, era un piacere averlo come amico per la sua grande autoironia e senso dell’umorismo, per il suo saper dare consigli saggi nonostante fosse il primo a non volerne, per il suo essere comprensivo ma anche severo quando serviva.
 «Allora, Katie?» chiese lui, avendo come risposta da parte di Nick un secco “non voglio parlarne”.
I due iniziarono quindi a discutere di Lavanda, del rapporto che lei aveva formato con John, di compiti e partite. Era l’unico modo per Nick di distrarsi, nonostante la ragazza dagli occhi smeraldo fosse sempre nei suoi pensieri.
Ma la distrazione dai suoi problemi durò poco, e fu interrotta da un faro in lontananza che illuminava il pezzo della strada sottostante ad un SUV nero, che era inconfondibilmente l'unico SUV di quel paesino, e l'unico proprietario doveva per forza essere sua zia Murge, mandata a rintracciare Nick, e vedere se era andato in uno dei tanti posti vietati dai genitori, e la periferia e la chiesetta di Sant. Nicholas alle sette di sera, era uno di quelli.
Zia Murge abitava da tutt’altra parte del paesino, era una donna tarchiata brutta e vecchia, era la zia di sua madre, ma Nick la doveva vedere solo in rare occasioni, come le cerimonie o le feste di famiglia.
Ma era già capitato un paio di volte che quando Nick aveva un appuntamento con Katie, magicamente zia Murge sentiva il bisogno irrefrenabile di passare proprio per la strada che avrebbe dovuto fare Nick. Era scocciante doverla seminare tutte le volte, ma Nick aveva imparato a farlo.
Nick e John capirono subito che dovevano nascondersi, due ragazzi maturi come loro di 14 anni sape-vano che le scuse non avrebbero retto e così corsero nel retro della chiesetta, ma sapendo che non sa-rebbe bastato a zia Murge un controllo superficiale, si arrampicarono in poco tempo sul muretto che divideva il retro della struttura dal cimitero adiacente.
Atterrarono sul morbido prato e rotolarono per un po’.
  John si era squarciato la pelle arrampicandosi, ed era caduto rotolando per un bel pezzo, distratto dalla luce dei fari e dalla farinosa voce di zia Murge che si dannava per non aver scoperto il nipote con le ma-ni nella marmellata. 
Quando Nick si accorse di John sdraiato a terra dolorante, quasi non gli venne un colpo. Il suo ginocchio era sporco di terriccio e sangue che iniziava a colargli rovinosamente. Se lo era quasi sicuramente scor-ticato, e Nick non aveva la più pallida idea di cosa fare.
 «John, ma come?»
 «Oh lo sapevo che non sarei dovuto andare oggi in palestra, sono caduto malamente!»
 «Chiamo i tuoi genitori!»
E proprio mentre Nick estraeva il cellulare, il sordo rumore del clacson del SUV di zia Murge lo fece sussultare.
 «Abbassati presto.» urlò John, sicuro di essere coperto dal suono del clacson che non s’era ancora fer-mato, probabilmente suonato da zia Murge per avvisare Nick della sua presenza, nel caso egli fosse lì.
Così fece Nick, abbassandosi di colpo abbastanza da essere coperto dal muretto che avevano in prece-denza scavalcato, sicuro del fatto che zia Murge per nulla al mondo sarebbe scesa dal suo comodissimo SUV con aria condizionata a palla per accontentare una delle tante manie di controllo di sua sorella.
 «Nick, scusa se te lo chiedo, prima di chiamare potresti andare al rubinetto vicino alla tomba del vec-chio sindaco, prendere l'annaffiatoio e portarmi dell'acqua da mettere sulla ferita per farla smettere di bruciare manco fosse non so, una candela? Sai, brucia abbastanza!» chiese John, capace di immettere un pizzico di ironia e di sorridere anche in quella circostanza.
 «Ma-ma aspetta, sarebbe meglio chiamare prima i tuoi no?»
«Oh e dai mi brucia da cani.» 
«No John io non ci entro in quel posto.» si lamentò Nick, la paura addosso solo a pensarci.
 «Nick…» piagnucolò John sofferente.
 Proprio mentre Nick stava per controbattere, ecco che dal SUV di zia Murge rimbomba sordamente, facendo sobbalzare Nick per la seconda volta, che preso dall’ansia per non sapere cosa fare, accetta di andare a prendere l’annaffiatoio con l’acqua, anche e soprattutto per allontanarsi da lì e ridurre le pos-sibilità di essere scoperto, dovendo arrivare nella parte più nascosta del cimitero, dove le alte statue e i giganteschi tronchi d’albero coprivano tutto.
 E così si addentrò in quel cimitero, maledicendo Katie per non essere venuta; se lei fosse venuta, pro-babilmente le sarebbe toccato accompagnarlo, anche perché durante le volte in cui erano usciti insieme cercando sempre di non farsi vedere ( e talvolta utilizzando proprio John come palo) avevano svilup-pato una forte complicità dovuta al doversi nascondere da occhi indiscreti, cosa che li avrebbe potuti aiutare in quel frangente, e magari, con il coraggio e l’impavidità che la contraddistinguevano, Katie avrebbe trovato il modo di rendere divertente quella situazione.
Si avvicinò alla fontanella, sentendo il clacson smettere di suonare improvvisamente ed il rombo del SUV che faceva intendere che zia Murge se ne era andata. 
Nick, certamente più sollevato, prese l'annaffiatoio, ma proprio quando prese per girare la manopola della fontanella, sentì un dolore lancinante alla caviglia seguito dalla sensazione che qualcosa di caldo e vivo stesse scivolando via dal suo corpo, cosa che lo fece cadere faccia a terra sul prato dove prima di perdere coscienza in preda ad un dolore esageratamente forte alla caviglia vide un'ombra, o forse un fumo nero, scappare lontano. Nick seguì con lo sguardo quella cosa nero pece che serpeggiava via fin-ché non chiuse gli occhi, credendo nella frazione di secondo prima di svenire che sarebbe rimasto lì tramortito a terra, forse per sempre, e che sarebbe morto dissanguato da lì a poco per via della ferita che a suo parere, dato l’immenso dolore, doveva sicuramente star sanguinando copiosamente. 

Quando riaprì gli occhi, era sul sedile di un'auto, una BMW dagli interni davvero belli in pelle nera. La prima persona che vide fu Lavanda, parte del terzetto della cerchia di amici di Nick, una ragazzina bionda, capelli a treccine, qualche lentiggine sottostante a degli occhi azzurro chiaro, collanina color oro che scintillava su una T-shirt color bianco, sopra una gonna jeans che arrivava fino alle ginocchia e stivaletti con fibbie d'oro. Lei stava appoggiata con la schiena al sedile, gli occhi semi-chiusi e pieni di sonno, ma che non sembravano voler smettere di osservare Nick.
Ma ecco che dopo un paio di minuti, un leggero ceffone gli arrivò sulla guancia, non abbastanza fragoro-so da svegliare Lavanda, che si era ormai addormentata, ma che lo distrasse e lo portò a girarsi, e a guardare il suo amico John seduto sul sedile accanto al suo, la gamba stesa sul sedile e l’altra piegata a fargli da appoggio. Un grosso cerotto era attaccato sul ginocchio scoperto dal pantaloncino, ancora un po’ rosso per la botta.
 «Ah Nick scusa, volevo svegliarti, pensavo stessi dormendo...» disse lui mortificato.
 «Figurati dormivo fino a qualche minuto prima...» Rispose Nick assonnato – piuttosto – e si guardò at-torno, scorgendo difronte a lui la madre di Lavanda impegnata a fare a guidare velocemente, il sedile accanto al suo vuoto – dove mi trovo, e che è successo?»
 «Oh non dirmi che ora mi tocca fare il cliché dell’amico a cui tocca spiegare cos’è successo e dove si trova al classico ragazzo ferito.» rispose John, con uno sbuffo di impazienza.

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Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

dopo aver letto il regolamento

Non lo hai letto benissimo, però ;) perché al punto 1 del regolamento di sezione si legge:

Nella sezione Racconti lunghi vanno pubblicati testi autoconclusivi oltre 8000 e fino a 16000 caratteri.

E il tuo non è un racconto autoconclusivo, cosa che si evince fin dal titolo. Andrebbe dunque spezzato in due parti e pubblicato in Racconti a capitoli (dove vige il limite degli ottomila caratteri). Non voglio fare il cattivone e fingo che sia un racconto autonclusivo per non dovertelo chiudere una seconda volta; ricordati però, se tu decidessi di pubblicarne altre parti, di rispettare le regole e inserirlo nella sezione giusta.

Ti consiglio di riguardare la formattazione in futuro, prima di spingere il bottone di invio: non so per quale motivo, ma ci sono molte parole spezzate in due e separate da un trattino, come fossero state pronunciate da un balbuziente.  A questo scopo, a sinistra del bottone arancione, ce n'è uno grigio in cui si legge "anteprima risposta", che ti permette di visionare tutta la discussione prima di pubblicarla e di correggere eventuali errori di digitazione.

Esaurite le formalità burocratiche, andiamo al commento vero e proprio.

 

Per essere stato scritto a tredici anni non è male, ma contiene – com'è naturale che sia – errori e ingenuità tipiche dell'età.

Non ho tempo per fare un editing completo del racconto, ma cercherò di segnalarti dove mettere le mani per revisionarlo in futuro, consigli che già potresti applicare alle parti successive.

La grammatica, innanzitutto.

È piuttosto corretto sotto questo punto di vista, gli unici veri errori sono quelli che riguardano la concordanza dei tempi verbali (che va sotto il nome latino di consecutio temporum) tra la proposizione reggente e la subordinata. Discorso difficile, lo so, e termini tecnici che quasi certamente non conoscerai; ma se vuoi scrivere ti tocca impararli, e bene :si: . Qui puoi farti una prima idea di cosa intendo.

Vediamo nel dettaglio.

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

Nicolas era appena uscito di casa. 
Il cancello di casa sua, argentato ma a tratti arrugginito, fu sbattuto violentemente e non appena ebbe girato il vialone, Nick aveva iniziato a pensare a ciò che era appena successo, e a riordinare quelle idee che per mezzo della velocità dell'accaduto, erano così disordinate.  

Il tempo principale della narrazione è il passato, ma l'incipit è, giustamente, al trapassato (era uscito) perché racconti un fatto avvenuto in precedenza. Sei tu a stabilire il tempo della narrazione e io mi baso sulle tue scelte. Alla riga successiva c'è fu sbattuto (passato in forma passiva, che suonerebbe molto meglio se lo rendessimo attivo) e questo è il tempo della narrazione. Prosegui correttamente con "non appena ebbe girato", trapassato perché il fatto avviene prima dell'azione che stai per indicare, ma poi sbagli nel dire "aveva iniziato", perché quello è il tempo della narrazione, quindi iniziò.

Rivediamo allora il tutto, rendendo attiva la seconda frase e apportando anche qualche modifica di stile (via la ripetizione di "casa", via il possessivo inutile e notazione più disinvolta del fatto che il cancello è arrugginito) .

 

Nicolas era appena uscito di casa.

Sbatté violentemente il cancello, qua e là chiazzato di ruggine, e non appena ebbe girato il vialone iniziò a pensare...

 

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

Ma era già capitato un paio di volte che quando Nick aveva un appuntamento con Katie, magicamente zia Murge sentiva il bisogno irrefrenabile

sentisse

Era capitato che sentisse, non era capitato che sentiva 

 

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

ecco che dal SUV di zia Murge rimbomba sordamente, facendo sobbalzare Nick per la seconda volta, che preso dall’ansia per non sapere cosa fare, accetta di andare a prendere

qui, stranamente, il tempo principale passa per due righe dal passato al presente... (e non si capisce cosa sia a rimbombare)

 

Arrivato alla fine del racconto mi rendo conto che usi con buona naturalezza strutture verbali e sintattiche molto complesse: periodi ipotetici dell'irrealtà (che spesso mandano in crisi "scrittori" molto più esperti), trapassati prossimi e remoti, congiuntivi e condizionali... Gli errori in fin dei conti sono veramente pochi, segno che hai una buona preparazione grammaticale di base: ottima cosa, questa.

 

Purtroppo devo interrompermi: non ho il tempo di continuare, ma tornerò presto.  Ho parlato soltanto di grammatica, ma devo darti qualche dritta sulla punteggiatura nei dialoghi (roba di poco conto), su certe scelte lessicali e, soprattutto, devo darti qualche consiglio di stile.

Torno presto, contaci.

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Ti ringrazio davvero tanto, e devo dire che speravo proprio di ricevere un commento sulle varie mie disattenzioni grammaticali. Il mio problema, è che spesso quando faccio revisioni dei miei capitoli per controllare appunto eventuali errori grammaticali ma anche ortografici, finisco sempre per cambiate periodi e ristrutturare frasi. Questo capitolo a febbraio ha fatto un anno, e ti assicuro che sia a livello di stile sia riguardo i tempi verbali è cambiato davvero tanto. Sono contento che i miei periodi più complessi, quali i periodi dell'irrealtà che adoro usare, siano tutti abbastanza coerenti e che nessuno di esso perda il filo logico, aspetto delucidazioni sullo stile che pure m'interessa molto.

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7 ore fa, Marcello ha scritto:

Non lo hai letto benissimo, però ;) perché al punto 1 del regolamento di sezione si legge:

Nella sezione Racconti lunghi vanno pubblicati testi autoconclusivi oltre 8000 e fino a 16000 caratteri.

E il tuo non è un racconto autoconclusivo, cosa che si evince fin dal titolo. Andrebbe dunque spezzato in due parti e pubblicato in Racconti a capitoli (dove vige il limite degli ottomila caratteri). Non voglio fare il cattivone e fingo che sia un racconto autonclusivo per non dovertelo chiudere una seconda volta; ricordati però, se tu decidessi di pubblicarne altre parti, di rispettare le regole e inserirlo nella sezione giusta.

Ti consiglio di riguardare la formattazione in futuro, prima di spingere il bottone di invio: non so per quale motivo, ma ci sono molte parole spezzate in due e separate da un trattino, come fossero state pronunciate da un balbuziente.  A questo scopo, a sinistra del bottone arancione, ce n'è uno grigio in cui si legge "anteprima risposta", che ti permette di visionare tutta la discussione prima di pubblicarla e di correggere eventuali errori di digitazione.

Esaurite le formalità burocratiche, andiamo al commento vero e proprio.

 

Per essere stato scritto a tredici anni non è male, ma contiene – com'è naturale che sia – errori e ingenuità tipiche dell'età.

Non ho tempo per fare un editing completo del racconto, ma cercherò di segnalarti dove mettere le mani per revisionarlo in futuro, consigli che già potresti applicare alle parti successive.

La grammatica, innanzitutto.

È piuttosto corretto sotto questo punto di vista, gli unici veri errori sono quelli che riguardano la concordanza dei tempi verbali (che va sotto il nome latino di consecutio temporum) tra la proposizione reggente e la subordinata. Discorso difficile, lo so, e termini tecnici che quasi certamente non conoscerai; ma se vuoi scrivere ti tocca impararli, e bene :si: . Qui puoi farti una prima idea di cosa intendo.

Vediamo nel dettaglio.

Il tempo principale della narrazione è il passato, ma l'incipit è, giustamente, al trapassato (era uscito) perché racconti un fatto avvenuto in precedenza. Sei tu a stabilire il tempo della narrazione e io mi baso sulle tue scelte. Alla riga successiva c'è fu sbattuto (passato in forma passiva, che suonerebbe molto meglio se lo rendessimo attivo) e questo è il tempo della narrazione. Prosegui correttamente con "non appena ebbe girato", trapassato perché il fatto avviene prima dell'azione che stai per indicare, ma poi sbagli nel dire "aveva iniziato", perché quello è il tempo della narrazione, quindi iniziò.

Rivediamo allora il tutto, rendendo attiva la seconda frase e apportando anche qualche modifica di stile (via la ripetizione di "casa", via il possessivo inutile e notazione più disinvolta del fatto che il cancello è arrugginito) .

 

Nicolas era appena uscito di casa.

Sbatté violentemente il cancello, qua e là chiazzato di ruggine, e non appena ebbe girato il vialone iniziò a pensare...

 

sentisse

Era capitato che sentisse, non era capitato che sentiva 

 

qui, stranamente, il tempo principale passa per due righe dal passato al presente... (e non si capisce cosa sia a rimbombare)

 

Arrivato alla fine del racconto mi rendo conto che usi con buona naturalezza strutture verbali e sintattiche molto complesse: periodi ipotetici dell'irrealtà (che spesso mandano in crisi "scrittori" molto più esperti), trapassati prossimi e remoti, congiuntivi e condizionali... Gli errori in fin dei conti sono veramente pochi, segno che hai una buona preparazione grammaticale di base: ottima cosa, questa.

 

Purtroppo devo interrompermi: non ho il tempo di continuare, ma tornerò presto.  Ho parlato soltanto di grammatica, ma devo darti qualche dritta sulla punteggiatura nei dialoghi (roba di poco conto), su certe scelte lessicali e, soprattutto, devo darti qualche consiglio di stile.

Torno presto, contaci.

Ciao, scusami davvero tanto, ma tra il cercare col contacaratteri di editare il più possibile il capitolo, mi è davvero sfuggito. Non ho tuttavia scusanti, e se tu mi avessi richiuso la discussione, non ti avrei affatto biasimato. Ma comunque ti ringrazio davvero tanto di non averlo fatto, comprendendo la mia necessità di avere consigli. Sono affezionato a questa storia, e vorrei davvero vedere questo mio e altri ancora miei libri in uno scaffale di una libreria: non vorrò vivere di questo e nella vita studieró per altro, ma ciò non cambia la mia affezione verso il mio libro e i libri in generale. Mi sono dilungato in questo commento, ma ho preso il tuo intervento come spunto per far capire il mio intento, che credo di condividere co tanti altri. Buona serata.

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7 ore fa, Marcello ha scritto:

Non lo hai letto benissimo, però ;) perché al punto 1 del regolamento di sezione si legge:

Nella sezione Racconti lunghi vanno pubblicati testi autoconclusivi oltre 8000 e fino a 16000 caratteri.

E il tuo non è un racconto autoconclusivo, cosa che si evince fin dal titolo. Andrebbe dunque spezzato in due parti e pubblicato in Racconti a capitoli (dove vige il limite degli ottomila caratteri). Non voglio fare il cattivone e fingo che sia un racconto autonclusivo per non dovertelo chiudere una seconda volta; ricordati però, se tu decidessi di pubblicarne altre parti, di rispettare le regole e inserirlo nella sezione giusta.

Ti consiglio di riguardare la formattazione in futuro, prima di spingere il bottone di invio: non so per quale motivo, ma ci sono molte parole spezzate in due e separate da un trattino, come fossero state pronunciate da un balbuziente.  A questo scopo, a sinistra del bottone arancione, ce n'è uno grigio in cui si legge "anteprima risposta", che ti permette di visionare tutta la discussione prima di pubblicarla e di correggere eventuali errori di digitazione.

Esaurite le formalità burocratiche, andiamo al commento vero e proprio.

 

Per essere stato scritto a tredici anni non è male, ma contiene – com'è naturale che sia – errori e ingenuità tipiche dell'età.

Non ho tempo per fare un editing completo del racconto, ma cercherò di segnalarti dove mettere le mani per revisionarlo in futuro, consigli che già potresti applicare alle parti successive.

La grammatica, innanzitutto.

È piuttosto corretto sotto questo punto di vista, gli unici veri errori sono quelli che riguardano la concordanza dei tempi verbali (che va sotto il nome latino di consecutio temporum) tra la proposizione reggente e la subordinata. Discorso difficile, lo so, e termini tecnici che quasi certamente non conoscerai; ma se vuoi scrivere ti tocca impararli, e bene :si: . Qui puoi farti una prima idea di cosa intendo.

Vediamo nel dettaglio.

Il tempo principale della narrazione è il passato, ma l'incipit è, giustamente, al trapassato (era uscito) perché racconti un fatto avvenuto in precedenza. Sei tu a stabilire il tempo della narrazione e io mi baso sulle tue scelte. Alla riga successiva c'è fu sbattuto (passato in forma passiva, che suonerebbe molto meglio se lo rendessimo attivo) e questo è il tempo della narrazione. Prosegui correttamente con "non appena ebbe girato", trapassato perché il fatto avviene prima dell'azione che stai per indicare, ma poi sbagli nel dire "aveva iniziato", perché quello è il tempo della narrazione, quindi iniziò.

Rivediamo allora il tutto, rendendo attiva la seconda frase e apportando anche qualche modifica di stile (via la ripetizione di "casa", via il possessivo inutile e notazione più disinvolta del fatto che il cancello è arrugginito) .

 

Nicolas era appena uscito di casa.

Sbatté violentemente il cancello, qua e là chiazzato di ruggine, e non appena ebbe girato il vialone iniziò a pensare...

 

sentisse

Era capitato che sentisse, non era capitato che sentiva 

 

qui, stranamente, il tempo principale passa per due righe dal passato al presente... (e non si capisce cosa sia a rimbombare)

 

Arrivato alla fine del racconto mi rendo conto che usi con buona naturalezza strutture verbali e sintattiche molto complesse: periodi ipotetici dell'irrealtà (che spesso mandano in crisi "scrittori" molto più esperti), trapassati prossimi e remoti, congiuntivi e condizionali... Gli errori in fin dei conti sono veramente pochi, segno che hai una buona preparazione grammaticale di base: ottima cosa, questa.

 

Purtroppo devo interrompermi: non ho il tempo di continuare, ma tornerò presto.  Ho parlato soltanto di grammatica, ma devo darti qualche dritta sulla punteggiatura nei dialoghi (roba di poco conto), su certe scelte lessicali e, soprattutto, devo darti qualche consiglio di stile.

Torno presto, contaci.

Ho scordato di citarti, ma il primo commento era riferito a te, comunque.

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3 ore fa, 'Till the end ha scritto:

Ho scordato di citarti, ma il primo commento era riferito a te, comunque.

Avevo capito, grazie;).

Tra scrittura, editing, il forum e gli impegni domestici ho davvero poco tempo, ma tornerò appena possibile per completare il commento.

A presto.

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Mi ritrovo un po' di tempo e continuo il commento in sospeso ;).

La punteggiatura nei dialoghi, dicevo l'altra volta.  

In realtà è piuttosto corretta, devi modificare soltanto la posizione del punto quando la battuta è seguita  da indiretto: in quel caso il punto va alla fine dell'indiretto e non alla fine della battuta.

Per spiegarmi:

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

 «Oh ehm, si certo fai pure.» 
 «No John io non ci entro in quel posto.» si lamentò Nick, la paura addosso solo a pensarci.

La prima è corretta, nella seconda invece il punto va all'esterno (dove in effetti l'hai messo) e quello all'interno va soppresso.

«No John io non ci entro in quel posto» si lamentò Nick, la paura addosso solo a pensarci.

Qui invece:

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

«Vabbè.» e prese il bicchiere.

manca un verbo dichiarativo (dire, rispondere, ribattere...), quindi in realtà "e prese il bicchiere" non è un vero indiretto a sostegno della battuta e l'iniziale andrebbe maiuscola.

In sostanza, scriverei:

«Vabbè» disse e prese il bicchiere.

oppure:

«Vabbè.»

E prese il bicchiere.

Cose di poco conto, dunque.

 

Nel precedente intervento parlavo anche di scelte lessicali. 

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

Se ci aggiungiamo anche che Katie era una delle ragazze più belle

"se ci aggiungiamo" è troppo colloquiale; qui meglio usare un'espressione più formale: "per di più" o "inoltre", per esempio.

 

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

e un po’ di luce nei suoi bellissimi occhi color smeraldo, abbinati alla perfezione ai capelli castano scuro

qui il concetto è chiaro, ma "abbinare" si usa per una scelta voluta: si abbina il colore della cravatta a quello della camicia, ma non quello degli occhi ai capelli, perché ci tocca in sorte alla nascita. Qui userei il verbo "armonizzare" o una perifrasi con "armonia": che si armonizzavano alla perfezione, oppure che erano in perfetta armonia.

Scegliere sempre il sostantivo (il verbo, l'aggettivo...) più adatto a esprimere ciò che intendiamo, ci aiuta a trasmettere meglio immagini e concetti e dà al testo una forma migliore e più curata. Un buon dizionario dei sinonimi in questo caso ci è di grande aiuto: ti consiglio di salvare questa pagina e utilizzarla spesso:  http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/sinonimi/.

 

Per quanto riguarda lo stile, è una conquista da raggiungere passo dopo passo: ti ci vorrà tempo – parlo di anni, non di mesi – per elaborare un tuo stile personale. Occorre pazienza, applicazione, umiltà e soprattutto leggere molto, e poi leggere e poi ancora leggere. Imitare lo stile di uno scrittore che ti piace può essere un buon punto di partenza, perché ti permette di confrontarti di continuo con il modello che hai scelto (come avrebbe descritto lui il paese di pescatori dove voglio ambientare il racconto? Andiamo a controllare come descrive l'arrivo del protagonista nel paese dov'è ambientato il romanzo...).

Il primo consiglio che ti do è cercare di rendere le frasi meno complesse, affinché siano più scorrevoli. Chiediti sempre: posso dire la stessa cosa in maniera più semplice ed altrettanto efficace?  

Un paio di esempi per chiarire il mio pensiero:

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

i due ragazzi di tredici anni ciascuno non potevano passar inosservati l'un l'altro.

senti com'è pesante?

Detto che per rendere più scorrevole la frase l'informazione sull'età potrebbe essere agevolmente spostata in un altro punto, se proprio la vogliamo inserire qui potremmo dire, per esempio:

i due (tredicenni) non potevano certo ignorarsi

Altro esempio:

Il 21/3/2020 alle 13:10, 'Till the end ha scritto:

Ma la distrazione dai suoi problemi durò poco, e fu interrotta da un faro in lontananza che illuminava il pezzo della strada sottostante ad un SUV nero, che era inconfondibilmente l'unico SUV di quel paesino, e l'unico proprietario doveva per forza essere sua zia Murge, mandata a rintracciare Nick, e vedere se era andato in uno dei tanti posti vietati dai genitori, e la periferia e la chiesetta di Sant. Nicholas alle sette di sera, era uno di quelli.

qui si arriva alla fine in apnea...

Vediamo di semplificare, spezzando quest'unico periodo arzigogolato in più periodi più brevi.

Esaminiamo innanzitutto cosa si può togliere o dire in maniera più semplice.

La distrazione: hai già detto nella frase precedente che Nick intende distrarsi , ripetere il concetto non è opportuno.

Il SUV: è notte e la strada è illuminata solo dai fari dell'auto, riconoscere il colore è impossibile, tanto più se è nero. Ci interessa il fatto che sia nero? No? E allora freghiamocene del colore. 

La chiesetta: non può chiamarsi Sant. Nicholas. Santo in inglese si scrive "saint" e non "sant" e il punto serve per abbreviare la parola, ma se la scrivi per intero non ha ragione di esistere. Quindi la chiesa si chiamerà: Saint Nicholas, che puoi abbreviare in St. Nicholas. La domanda è: perché usare nomi in un'altra lingua, che poi rischi di non saper maneggiare correttamente? Perché l'inglese "fa figo"? Romanzi e racconti di giovani aspiranti scrittori sono pieni fino alla nausea di Nick, Kate e John; cambierebbe qualcosa se la chiesa si chiamasse San Nicola e i tre fossero Claudio, Beatrice e Fabio?

Ok, torniamo alla nostra frase complicata.

All'improvviso un paio di fari illuminarono la notte. I ragazzi si zittirono e quando l'auto arrivò in prossimità della chiesa Nick la riconobbe.

Non ci si poteva sbagliare, in paese c'era solo zia Murge a possedere un SUV. Non era una novità del resto: i suoi la mandavano spesso a controllare che non frequentasse i luoghi che gli avevano proibito. E St. Nicholas era uno di quelli.  

Non è certo l'unico modo possibile di riscrivere la frase, ma la cosa importante è che sia scorrevole da leggere, senza ripetizioni e senza informazioni non necessarie.

Esercitati a semplificare anche tutto il resto del brano: lima, taglia ciò che non è necessario, scegli il vocabolo più adatto per esprimere ciò che desideri far arrivare a chi legge, elimina tutte le ripetizioni. Quando credi di averi finito, rileggi a voce alta e scoprirai che c'è ancora molto lavoro da fare... A quel punto ricomincia da capo.

Inventare una storia è divertente, anche scriverla può esserlo. Correggerla e revisionarla non lo è mai: è un lavoro noiosissimo in realtà. 

Ma è quello che alla fine fa la differenza tra uno che scrive e uno scrittore.

 

Ciao e buon lavoro ;).

 

P.S.

Un buon punto di partenza possono essere questi racconti, leggili.

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Il 31/3/2020 alle 00:14, Marcello ha scritto:

Mi ritrovo un po' di tempo e continuo il commento in sospeso ;).

La punteggiatura nei dialoghi, dicevo l'altra volta.  

In realtà è piuttosto corretta, devi modificare soltanto la posizione del punto quando la battuta è seguita  da indiretto: in quel caso il punto va alla fine dell'indiretto e non alla fine della battuta.

Per spiegarmi:

La prima è corretta, nella seconda invece il punto va all'esterno (dove in effetti l'hai messo) e quello all'interno va soppresso.

«No John io non ci entro in quel posto» si lamentò Nick, la paura addosso solo a pensarci.

Qui invece:

manca un verbo dichiarativo (dire, rispondere, ribattere...), quindi in realtà "e prese il bicchiere" non è un vero indiretto a sostegno della battuta e l'iniziale andrebbe maiuscola.

In sostanza, scriverei:

«Vabbè» disse e prese il bicchiere.

oppure:

«Vabbè.»

E prese il bicchiere.

Cose di poco conto, dunque.

 

Nel precedente intervento parlavo anche di scelte lessicali. 

"se ci aggiungiamo" è troppo colloquiale; qui meglio usare un'espressione più formale: "per di più" o "inoltre", per esempio.

 

qui il concetto è chiaro, ma "abbinare" si usa per una scelta voluta: si abbina il colore della cravatta a quello della camicia, ma non quello degli occhi ai capelli, perché ci tocca in sorte alla nascita. Qui userei il verbo "armonizzare" o una perifrasi con "armonia": che si armonizzavano alla perfezione, oppure che erano in perfetta armonia.

Scegliere sempre il sostantivo (il verbo, l'aggettivo...) più adatto a esprimere ciò che intendiamo, ci aiuta a trasmettere meglio immagini e concetti e dà al testo una forma migliore e più curata. Un buon dizionario dei sinonimi in questo caso ci è di grande aiuto: ti consiglio di salvare questa pagina e utilizzarla spesso:  http://www.treccani.it/enciclopedia/tag/sinonimi/.

 

Per quanto riguarda lo stile, è una conquista da raggiungere passo dopo passo: ti ci vorrà tempo – parlo di anni, non di mesi – per elaborare un tuo stile personale. Occorre pazienza, applicazione, umiltà e soprattutto leggere molto, e poi leggere e poi ancora leggere. Imitare lo stile di uno scrittore che ti piace può essere un buon punto di partenza, perché ti permette di confrontarti di continuo con il modello che hai scelto (come avrebbe descritto lui il paese di pescatori dove voglio ambientare il racconto? Andiamo a controllare come descrive l'arrivo del protagonista nel paese dov'è ambientato il romanzo...).

Il primo consiglio che ti do è cercare di rendere le frasi meno complesse, affinché siano più scorrevoli. Chiediti sempre: posso dire la stessa cosa in maniera più semplice ed altrettanto efficace?  

Un paio di esempi per chiarire il mio pensiero:

senti com'è pesante?

Detto che per rendere più scorrevole la frase l'informazione sull'età potrebbe essere agevolmente spostata in un altro punto, se proprio la vogliamo inserire qui potremmo dire, per esempio:

i due (tredicenni) non potevano certo ignorarsi

Altro esempio:

qui si arriva alla fine in apnea...

Vediamo di semplificare, spezzando quest'unico periodo arzigogolato in più periodi più brevi.

Esaminiamo innanzitutto cosa si può togliere o dire in maniera più semplice.

La distrazione: hai già detto nella frase precedente che Nick intende distrarsi , ripetere il concetto non è opportuno.

Il SUV: è notte e la strada è illuminata solo dai fari dell'auto, riconoscere il colore è impossibile, tanto più se è nero. Ci interessa il fatto che sia nero? No? E allora freghiamocene del colore. 

La chiesetta: non può chiamarsi Sant. Nicholas. Santo in inglese si scrive "saint" e non "sant" e il punto serve per abbreviare la parola, ma se la scrivi per intero non ha ragione di esistere. Quindi la chiesa si chiamerà: Saint Nicholas, che puoi abbreviare in St. Nicholas. La domanda è: perché usare nomi in un'altra lingua, che poi rischi di non saper maneggiare correttamente? Perché l'inglese "fa figo"? Romanzi e racconti di giovani aspiranti scrittori sono pieni fino alla nausea di Nick, Kate e John; cambierebbe qualcosa se la chiesa si chiamasse San Nicola e i tre fossero Claudio, Beatrice e Fabio?

Ok, torniamo alla nostra frase complicata.

All'improvviso un paio di fari illuminarono la notte. I ragazzi si zittirono e quando l'auto arrivò in prossimità della chiesa Nick la riconobbe.

Non ci si poteva sbagliare, in paese c'era solo zia Murge a possedere un SUV. Non era una novità del resto: i suoi la mandavano spesso a controllare che non frequentasse i luoghi che gli avevano proibito. E St. Nicholas era uno di quelli.  

Non è certo l'unico modo possibile di riscrivere la frase, ma la cosa importante è che sia scorrevole da leggere, senza ripetizioni e senza informazioni non necessarie.

Esercitati a semplificare anche tutto il resto del brano: lima, taglia ciò che non è necessario, scegli il vocabolo più adatto per esprimere ciò che desideri far arrivare a chi legge, elimina tutte le ripetizioni. Quando credi di averi finito, rileggi a voce alta e scoprirai che c'è ancora molto lavoro da fare... A quel punto ricomincia da capo.

Inventare una storia è divertente, anche scriverla può esserlo. Correggerla e revisionarla non lo è mai: è un lavoro noiosissimo in realtà. 

Ma è quello che alla fine fa la differenza tra uno che scrive e uno scrittore.

 

Ciao e buon lavoro ;).

 

P.S.

Un buon punto di partenza possono essere questi racconti, leggili.

Ciao Marcello, grazie di esserti ricordato di me. Ti rispondo punto per punto in modo da far chiarezza.

SI, devo ammettere che gli errori di punteggiatura me li sono proprio cercati. Inizialmente, ogni discorso diretto veniva introdotto da due semplici trattini ad inizio e fine di ogni frase. Poi, però, mi sono ricordato che in tutti i libri che avevo letto vi erano le virgolette caporali (anche dette basse) e quindi ho deciso di usare quelle sia per una questione estetica sia per evitare di doverle editare dopo. Tuttavia non sapevo bene come usarle, dato che ci sono delle incongruenze anche tra i colleghi scrittori di un certo rango, e leggendo, dunque, pensavo di poter adottare un modo di usarle a mio piacimento. Mi era piaciuto lo stile di uno degli ultimi libri che avevo letto, il primo de "Le Cronache del Ghiaccio e Del Fuoco", dove Martin usava lo "schema" virgolette+frase+punto+virgolette. Mi sono sfuggiti però questi piccoli dettagli di forma che terrò ben presenti in mente da oggi in poi.

Per quanto riguarda il punto del "se ci aggiungiamo che", è una forte incongruenza con quello che è lo stile del narratore esterno, che come è giusto che sia, rimane più formale anche quando(in casi molto rari) "rompe la quarta parete" e colloquia direttamente con il lettore. Non so proprio perchè l'abbia scritto così, dunque.

Della questione del verbo "abbinare", invece, ne devo rivendicare la paternità. Era una mia scelta ben precisa, che comprendo possa essere macchinosa, di usare questo verbo per indicare un qualcosa che "è troppo bello per essere casuale", volevo quindi indicare che quegli occhi di quel colore e di quella tonalità di verde, erano troppo armoniosi con i capelli per essere un'armonia casuale. Sembrava quasi che qualcuno li avesse messi apposta così, tanto erano belli. Era un mio modo per cercare di esaltare la sua bellezza all'estremo, o almeno così doveva essere agli occhi del narratore che narrava il punto di vista di Nick. Scelta che capisco essere macchinosa, fammi sapere se secondo te ha comunque senso o dovrei cambiarla.

Sulla questione dello stile, non ho capito bene se la questione è che non ho uno stile (e forse sarebbe la migliore delle due) o se semplicemente il mio "stile" sembra un miscuglio di più modi di scrivere di qualche altro scrittore che conosco. Non vorrei aver rischiato di esser sceso nel Tolkieniano, anche perchè è uno stile che non apprezzo anche se ho molto rispetto dell'autore.

Anche su questa questione c'è lo zampino di influenze di altri scrittori fantasy: Non volevo rischiare di essere asciutto come la Rowling, anche se di mio mi è sempre piaciuto andare dritto al sodo senza troppi giri di parole, ma dalle prime bozze che avevo fatto ne veniva fuori che a volte rischiavo persino di dimenticarmi di descrivere questa o quell'altra cosa, tanto tentavo di asciugare il più possibile come è nella mia indole. Così ho cercato di pompare un po' di più, cercando di raggiungere una soluzione "grigia" tra il pomposo tolkeniano (o anche quello di Martin) e l'asciutto della Rowling, prendendo appunto spunto ancora una volta da autori esperti tentando quindi di non prendere decisioni di testa mia, perchè so che la poca umiltà finisce per mandare tutto all'aria. Tuttavia mi sembrava scorretto copiare uno stile, e non ci sarei nemmeno riuscito probabilmente. Così ho deciso di trovare comunque una scelta che avesse un minimo di personale. Probabilmente preso dalla paura del cercare di non essere troppo asciutto, sono finito ad essere troppo pomposo, e mi rendo anche conto che il primo capitolo è uno dei più asciutti e sintetici dell'intero libro, non oso immaginare nei capitoli di quindici o anche diciotto pagine dove vengono narrate più eventi, cosa io abbia potuto fare. Mi affido tuttavia al fatto che magari scrivendo mi sono raddrizzato da solo, non so se mi spiego.

L'ultimo punto è quello che mi ha fatto vergognare di più. Innanzitutto, sono subito andato a controllare che "Saint" fosse scritto bene in tutti i capitoli, ed effettivamente era scritto "St." come tu suggerivi. Non so perchè uno che vede film in inglese, che in futuro vuole fare lingue abbia scritto "Saint" in quel modo (perchè in realtà all'inizio volevo che fosse proprio Saint Nicholas il nome della chiesa, ma poi ho cambiato idea).

Piccolo altro appunto, all'inizio il SUV doveva essere bianco, ma poi mi è parso davvero al limite del barocco, e ho deciso di cambiargli il colore senza pensare al particolare che era buio.

Arriviamo poi alla parte più succulenta: Il libro è ambientato in Inghilterra. E lo so che in questo momento avrai esclamato "Nooo anche tu", perchè magari ne avrai letti una marea di libri fantasy ambientati in Inghilterra, ma la mia scelta non è assolutamente una scelta a caso: L'Inghilterra, insieme al Giappone, è uno dei paesi che vorrei visitare più di ogni altra cosa , e di cui so la morfologia quasi a memoria. Inoltre sono del tutto convinto che non sarei mai in grado di scrivere un libro ambientato nella mia nazione nativa, perchè lo scriverei ambientandolo nella mia cittadina, raccontando di cose che ho già vissuto, con la sola differenza che le racconterei "in chiave magica". L'idea di base del mondo magico che voglio creare è che, affianco alle città che tutti noi conosciamo, in ogni Nazione ci sono delle cittadine magiche che esistono da prima o da dopo la venuta dei "non magici". i Maghi, intelligentemente, avevano però capito che i non magici possedevano delle abilità che loro non avevano (i non magici avevano delle città quando ancora i maghi vivevano in capanne, e questo si ripercuote anche nei giorni nostri, dove i maghi vivono in borghi quasi medioevali all'aspetto o in città dove la tecnologia se c'è vi è in piccole quantità e dove vi sono qualche imitazione di luoghi di interesse di città non magiche, come ad esempio bar e negozi di abbigliamento), e quindi hanno sempre mantenuto la ferrea volontà di starsene per i conti propri, avendo proprio nella loro cultura il rispetto e la venerazione (in varie forme) degli esseri non magici.  E per tutto questo, l'Inghilterra mi sembrava perfetta. E' un cliché e me ne rendo conto, ma mi sembrava necessario, e spero che questo non intacchi la fruibilità del libro che vorrei vedere completo, che magari rischia di essere catalogato come uno dei tanti urban fantasy. Non troverei, tuttavia, modo di sostituire questa scelta, quindi rischio e vado avanti.

Attendo tue rispose appena puoi, fammi sapere cosa ne pensi, e se pensi che questa sia una base giusta e se con queste premesse, sarei capace di trovare una casa editrice interessata alla mia storia. Cordiali Saluti.

 

 

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