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Salve, sono un aspirante scrittore di appena 14 anni (vi prego di non fermarvi a questo e di non passare avanti) che vorrebbe pubblicare il primo capitolo di una raccolta più ampia di libri facenti parte di una saga, questo è il primo capitolo di un libro che ho iniziato a scrivere più o meno un anno fa a cui ho lavorato fino a dicembre, il quale poi ha subito numerosi processi di revisione. Questo è il primo, vorrei da voi un'opinione che mi faccia capire se vale la pena provare a farmi  tentare di pubblicare (Categoricamente da case editrici free) e questo primo capitolo, e credo sia la cosa più importante, vi ha trasmesso qualcosa. 

Grazie dell'attenzione e buona lettura

Nicholas era appena uscito di casa.

Il cancello di casa sua, argentato ma a tratti arrugginito, fu sbattuto violentemente e non appena ebbe girato il vialone, Nick aveva iniziato a pensare a ciò che era appena successo, e a riordinare quelle idee che per mezzo della velocità dell'accaduto, erano così disordinate. Pochi minuti prima di aprire la porta, i suoi genitori avevano fatto un'altra delle loro solite scenate, sul medesimo argomento di sempre, e Nicolas gli aveva rifilato la stessa risposta di sempre, con la stessa violenza di sempre, ma questa volta sembrava non bastare, sembrava anzi aver peggiorato le cose. Quella volta suo padre aveva sbottato di più del solito, e sua madre, aveva urlato come mai prima d'ora.

 «Nicholas! Tu sei un ragazzo per bene, colto ed intelligente, cosa penserebbero di te se stessi con una ragazza di quella risma sociale!» 

Quelle parole rimbombavano ancora nella sua testa.

Doveva distrarsi, era uscito apposta. Alle sette in punto aveva un appuntamento con John, e con la causa di tutti quei litigi, ovvero la sua nuova conoscenza, Katie.

Si erano conosciuti in uno squallido bar nella periferia del paesino in cui viveva, Mum's eyes. Nick c’era andato un mese prima per la prima volta, nonostante fosse il bar che tutti additavano come “il bar dello scempio”, e nonostante le continue raccomandazioni dei suoi genitori, che fin da quando Nick si era guadagnato la libertà di poter uscire da solo lo avevano sempre additato come posto assolutamente da evitare.

 Il bar era di proprietà del padre di Katie un uomo grosso, calvo e barbuto dai severi occhi verdi che condivideva con la figlia, e fra un’ordinazione e un servizio ai tavoli circostanti, i due ragazzi di tredici anni ciascuno non potevano passar inosservati l'un l'altro.

 Se ci aggiungiamo anche che Katie era una delle ragazze più belle che Nick avesse mai visto, era impossibile che quella sera non sbocciasse perlomeno curiosità.

 «Ehi, posso prendere il bicchiere?» Una ragazza dai capelli castani e gli occhi verdi, con indosso un grembiulino sopra una t-shirt verde e un paio di jeans, si avvicinò a Nick.

 «Oh ehm, si certo fai pure.»

 «Vabbè.» e prese il bicchiere.

 «Come ti chiami?» Nick ricordava la sua bellissima voce con nostalgia.

 «Ah io, Nick!» aveva detto molto imbarazzato.

 «Quindi ciao, Nick, io sono Katie!» aveva ribattuto lei, e un po’ di luce nei suoi bellissimi occhi color smeraldo, abbinati alla perfezione ai capelli castano scuro.

 «Allora, io ho finito qui, mio padre probabilmente non mi farà uscire prima di aver chiuso il bar, quindi potremmo parlare mentre gli ultimi clienti tagliano la corda, non so, oggi sono molto annoiata».

La conversazione filò tranquilla, si parlava di film, di attori e attrici, di manga, anime e scuola.

Ma i due non affrontarono l’argomento della vita privata, se non riguardo relazioni amorose, che in ambe due erano completamente assenti. Nick fu sorpreso, effettivamente, nel venire a conoscenza che quella graziosa e bellissima ragazza non aveva mai avuto un ragazzo. Forse complice della fama della sua famiglia, o forse per altri motivi, Katie, proprio come Nick, non si era mai frequentata con un ragazzo.

Aveva scoperto però, che Katie non frequentava più la scuola da un annetto circa, questo per rimanere al bar ad aiutare suo padre. Tuttavia, pensò Nick, quella ragazza non aveva un’aria ignorante, anzi: parlava bene, e nonostante gli evidenti modi estroversi, risultava piacevole e mai eccessiva.

 

Mentre ricordava il primo incontro e la conoscenza che ne venne fuori, con quella ragazza così bella quanto matura ed intelligente, si ritrovò sugli scalini vicino alla chiesetta di Sant. Nicholas, dove era l'appuntamento con John e Katie.

Guardò il suo nuovo cellulare appena uscito di negozio, che per i suoi genitori valeva come un documento ufficiale scritto di sana pianta da qualcuno di molto importante, che gli dava il potere di proibirgli di uscire. Erano le sette in punto e di John ancora nessuna traccia.

Le sette e un quarto e poi le sette e venti, e mentre Nick stava per mandare una nota vocale ad entrambi sollecitando loro di venire ed anche in fretta, si bloccò alla vista di un ragazzo capelli biondo scuro lunghi, sopracciglia marcate e fisico possente – che aggiunti ai suoi occhi marrone scuro – lo rendevano la perfetta rappresentazione di ciò che la maggior parte delle ragazze desiderava vedere in un ragazzo, correre e ansimare verso la chiesetta dove Nick era seduto sui gradini.

 «Era ora!»

 «S-scusami Nick, ero, ero stanco morto e mi sono addormentato dopo essere andato in palestra.»

 «Ma non avevi finito?»

 «Si, oggi era l’ultima volta che ci sono andato.»

John era un tipo da palestra e nuoto, aveva un ottimo fisico, ma stranamente odiava correre, cosa che aveva in comune con Nick. Aveva corti capelli color paglia e dei bei occhi azzurrini. Di carattere era assai spontaneo, non badava per nulla a ciò che la gente pensava di lui, e non cedeva alle lusinghe delle ragazze che lo corteggiavano di continuo a scuola, ed a Nick tutto ciò era sempre piaciuto, era un piacere averlo come amico per la sua grande autoironia e senso dell’umorismo, per il suo saper dare consigli saggi nonostante fosse il primo a non volerne, per il suo essere comprensivo ma anche severo quando serviva.

 «Allora, Katie?» chiese lui, avendo come risposta da parte di Nick un secco “non voglio parlarne”.

I due iniziarono quindi a discutere di Lavanda, del rapporto che lei aveva formato con John, di compiti e partite. Era l’unico modo per Nick di distrarsi, nonostante la ragazza dagli occhi smeraldo fosse sempre nei suoi pensieri.

Ma la distrazione dai suoi problemi durò poco, e fu interrotta da un faro in lontananza che illuminava il pezzo della strada sottostante ad un SUV nero, che era inconfondibilmente l'unico SUV di quel paesino, e l'unico proprietario doveva per forza essere sua zia Murge, mandata a rintracciare Nick, e vedere se era andato in uno dei tanti posti vietati dai genitori, e la periferia e la chiesetta di Sant. Nicholas alle sette di sera, era uno di quelli.

Zia Murge abitava da tutt’altra parte del paesino, era una donna tarchiata brutta e vecchia, era la zia di sua madre, ma Nick la doveva vedere solo in rare occasioni, come le cerimonie o le feste di famiglia.

Ma era già capitato un paio di volte che quando Nick aveva un appuntamento con Katie, magicamente zia Murge sentiva il bisogno irrefrenabile di passare proprio per la strada che avrebbe dovuto fare Nick. Era scocciante doverla seminare tutte le volte, ma Nick aveva imparato a farlo.

Nick e John capirono subito che dovevano nascondersi, due ragazzi maturi come loro di 14 anni sapevano che le scuse non avrebbero retto e così corsero nel retro della chiesetta, ma sapendo che non sarebbe bastato a zia Murge un controllo superficiale, si arrampicarono in poco tempo sul muretto che divideva il retro della struttura dal cimitero adiacente.

Atterrarono sul morbido prato e rotolarono per un po’.

  John si era squarciato la pelle arrampicandosi, ed era caduto rotolando per un bel pezzo, distratto dalla luce dei fari e dalla farinosa voce di zia Murge che si dannava per non aver scoperto il nipote con le mani nella marmellata.

Quando Nick si accorse di John sdraiato a terra dolorante, quasi non gli venne un colpo. Il suo ginocchio era sporco di terriccio e sangue che iniziava a colargli rovinosamente. Se lo era quasi sicuramente scorticato, e Nick non aveva la più pallida idea di cosa fare.

 «John, ma come?»

 «Oh lo sapevo che non sarei dovuto andare oggi in palestra, sono caduto malamente!»

 «Chiamo i tuoi genitori!»

E proprio mentre Nick estraeva il cellulare, il sordo rumore del clacson del SUV di zia Murge lo fece sussultare.

 «Abbassati presto.» urlò John, sicuro di essere coperto dal suono del clacson che non s’era ancora fermato, probabilmente suonato da zia Murge per avvisare Nick della sua presenza, nel caso egli fosse lì.

Così fece Nick, abbassandosi di colpo abbastanza da essere coperto dal muretto che avevano in precedenza scavalcato, sicuro del fatto che zia Murge per nulla al mondo sarebbe scesa dal suo comodissimo SUV con aria condizionata a palla per accontentare una delle tante manie di controllo di sua sorella.

 «Nick, scusa se te lo chiedo, prima di chiamare potresti andare al rubinetto vicino alla tomba del vecchio sindaco, prendere l'annaffiatoio e portarmi dell'acqua da mettere sulla ferita per farla smettere di bruciare manco fosse non so, una candela? Sai, brucia abbastanza!» chiese John, capace di immettere un pizzico di ironia e di sorridere anche in quella circostanza.

 «Ma-ma aspetta, sarebbe meglio chiamare prima i tuoi no?»

«Oh e dai mi brucia da cani.»

«No John io non ci entro in quel posto.» si lamentò Nick, la paura addosso solo a pensarci.

 «Nick…» piagnucolò John sofferente.

 Proprio mentre Nick stava per controbattere, ecco che dal SUV di zia Murge rimbomba sordamente, facendo sobbalzare Nick per la seconda volta, che preso dall’ansia per non sapere cosa fare, accetta di andare a prendere l’annaffiatoio con l’acqua, anche e soprattutto per allontanarsi da lì e ridurre le possibilità di essere scoperto, dovendo arrivare nella parte più nascosta del cimitero, dove le alte statue e i giganteschi tronchi d’albero coprivano tutto.

 E così si addentrò in quel cimitero, maledicendo Katie per non essere venuta; se lei fosse venuta, probabilmente le sarebbe toccato accompagnarlo, anche perché durante le volte in cui erano usciti insieme cercando sempre di non farsi vedere ( e talvolta utilizzando proprio John come palo) avevano sviluppato una forte complicità dovuta al doversi nascondere da occhi indiscreti, cosa che li avrebbe potuti aiutare in quel frangente, e magari, con il coraggio e l’impavidità che la contraddistinguevano, Katie avrebbe trovato il modo di rendere divertente quella situazione.

Si avvicinò alla fontanella, sentendo il clacson smettere di suonare improvvisamente ed il rombo del SUV che faceva intendere che zia Murge se ne era andata.

Nick, certamente più sollevato, prese l'annaffiatoio, ma proprio quando prese per girare la manopola della fontanella, sentì un dolore lancinante alla caviglia seguito dalla sensazione che qualcosa di caldo e vivo stesse scivolando via dal suo corpo, cosa che lo fece cadere faccia a terra sul prato dove prima di perdere coscienza in preda ad un dolore esageratamente forte alla caviglia vide un'ombra, o forse un fumo nero, scappare lontano. Nick seguì con lo sguardo quella cosa nero pece che serpeggiava via finché non chiuse gli occhi, credendo nella frazione di secondo prima di svenire che sarebbe rimasto lì tramortito a terra, forse per sempre, e che sarebbe morto dissanguato da lì a poco per via della ferita che a suo parere, dato l’immenso dolore, doveva sicuramente star sanguinando copiosamente.

 

Quando riaprì gli occhi, era sul sedile di un'auto, una BMW dagli interni davvero belli in pelle nera. La prima persona che vide fu Lavanda, parte del terzetto della cerchia di amici di Nick, una ragazzina bionda, capelli a treccine, qualche lentiggine sottostante a degli occhi azzurro chiaro, collanina color oro che scintillava su una T-shirt color bianco, sopra una gonna jeans che arrivava fino alle ginocchia e stivaletti con fibbie d'oro. Lei stava appoggiata con la schiena al sedile, gli occhi semi-chiusi e pieni di sonno, ma che non sembravano voler smettere di osservare Nick.

Ma ecco che dopo un paio di minuti, un leggero ceffone gli arrivò sulla guancia, non abbastanza fragoroso da svegliare Lavanda, che si era ormai addormentata, ma che lo distrasse e lo portò a girarsi, e a guardare il suo amico John seduto sul sedile accanto al suo, la gamba stesa sul sedile e l’altra piegata a fargli da appoggio. Un grosso cerotto era attaccato sul ginocchio scoperto dal pantaloncino, ancora un po’ rosso per la botta.

 «Ah Nick scusa, volevo svegliarti, pensavo stessi dormendo...» disse lui mortificato.

 «Figurati dormivo fino a qualche minuto prima...» Rispose Nick assonnato – piuttosto – e si guardò attorno, scorgendo difronte a lui la madre di Lavanda impegnata a fare a guidare velocemente, il sedile accanto al suo vuoto – dove mi trovo, e che è successo?»

 «Oh non dirmi che ora mi tocca fare il cliché dell’amico a cui tocca spiegare cos’è successo e dove si trova al classico ragazzo ferito.» rispose John, con uno sbuffo di impazienza.

«Oh cazzo.» bisbigliò Nick, mentre tutti i ricordi dei ciò che era successo prima gli riaffioravano uno dopo uno, compresi gli ultimi istanti prima di svenire. Un brivido gli percorse la schiena, e per un attimo, si ritrovò completamente immerso nei suo pensieri.

 «Ora ricordo, John, dopo cosa…?»

«Oh, dopo ho chiamato i miei genitori e gli ho spiegato cos’era successo, ma loro erano fuori città così hanno chiesto alla madre di Lavanda di venirci a prendere e di portarti in ospedale, il sign. Walter era indisposto e sua moglie ha preferito non farlo venire.»

 «Ah, beh grazie…ma dimmi, come stai?» chiese Nick a John.

 «Oh, non è niente –e fece vedere il suo ginocchio con un grosso cerotto attaccato sopra – i miei hanno chiesto alla madre di Lavanda di portare anche dei cerotti e della roba strana che a detta sua serve per medicare, quindi alla fine hai avuto la peggio, Nick... ».

 «Ragazzi, non ho voluto interrompere la vostra chiacchierata – e sentirono il rumore della macchina che frenava e lo stridio delle ruote dovuto alla frettolosa manovra ingaggiata dalla sign.ra Giselle per parcheggiare in modo almeno decente – Ma siamo arrivati!»

 La voce della sign.ra Giselle era come sempre soave, e colpiva ogni volta Nick per quanto era dolce.

 «Nick come va, ti fa male?»

 «Mh no, non molto signora.» Nick avrebbe odiato lamentarsi, ma effettivamente in quel preciso istante il dolore era nullo.

 «LAVANDA, LAVANDA SIAMO ARRIVATI.» L’urlo di che John cacciò di gola avrebbe potuto svegliare anche tutto l’ospedale per quanto sembrava disumano nel piccolo spazio che era l’automobile, ed infatti Lavanda sobbalzò immediatamente, dovendo metterci un po’ per recuperare il fiato ed i battiti cardiaci.

 «Sono sveglia idiota! Non farlo mai più John, era necessario urlare così tanto? E poi devi far scendere prima Nick. Mamma accompagnalo tu al pronto soccorso!»

 «Oh, sì certo, tuo padre sta per arrivare, sai quanto ci tiene a Nick, cerca di chiamarlo e tranquillizzarlo, e avvisami quando arriva Ian!»

La madre di Nick scese dalla macchina, aprì lo sportello e prese per mano Nick, che a stento camminava, dolorante come era il suo piede.

Lavanda nel frattempo aveva avvisato Ian della situazione, mentre John era andato dritto alla macchinetta del caffè a prendersi una cioccolata calda, per poi avviarsi alla stanza che avrebbero dato a Nick.

La madre di Lavanda si avvicinò al bancone dove una bassa, bionda e robusta segretaria era seduta, mentre scriveva qualcosa ad un computer, di cui processore probabilmente aveva la stessa potenza di calcolo del cervello umano, abbinato ad una donna che per scrivere premeva un tasto ogni 4 minuti, dovendo prima cercare la lettera successiva sulla grigia tastiera.

 «Salve, sono Giselle Bernarde, sono qui per questo ragazzo Nicholas Darrew, ehm come posso dirvi, problemi "seri"...»

La faccia della segretaria si fece subito seria. Squadrò i suoi interlocutori il meglio che poteva: dietro alla sign.ra Giselle vi era John che arrancava a raggiungere i ragazzi, Lavanda che lo sorreggeva e subito vicino alla madre di Lavanda Nick, il quale era stato indicato con la mano destra dalla sing.ra Giselle quando gli aveva detto il nome. La donna smise di schiacciare tasti, inforcò gli occhiali con le catenine, e firmò un foglio che stava sotto la tastiera dandolo poi alla madre di Lavanda, che ringraziò ed entrò nell'ascensore arancione vicino al bancone, indicato dalla signora.

una volta entrati in ascensore, alla madre di Lavanda bastò pronunciare “legge n. 66 decreto primo segretezza massima”, per far accendere una luce rossa e una voce che recitava –Benvenuti nell'ospedale di ST. Sebastian, state per accedere al piano numero 21M, dove è possibile utilizzare seppur con cautela e sotto sorveglianza (vedi clausola n.89) la magia.

E dopo qualche secondo di attesa, le porte dell'ascensore si aprirono per lasciare spazio a ciò che sembrava, "un mondo a sé".

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@'Till the end ciao. 

Siamo felici di avere aspiranti scrittori così giovani tra noi: non è la prima volta e non sarà l'ultima. Due ragazzi, fra gli altri, sono entrati a far parte del forum alla tua età e, a distanza di qualche anno, uno ha esordito direttamente con Marsilio e un altro è tuttora quello che io ritengo la voce migliore tra noi.

Con tutto ciò però noi abbiamo un regolamento da rispettare, che ti invito a leggere: https://www.writersdream.org/forum/announcement/9-regolamento-del-forum/.

Il commento che hai fatto, e che andava linkato all'inizio del racconto, è di quattro parole: noi pretendiamo un commento esaustivo, come potrai vedere nel regolamento di cui sopra.

Cosa ancora più importante, nella sezione Racconti vanno postati brani di max. 8000 caratteri, il tuo è lungo 16214 caratteri... Lo devi dunque spezzare in più capitoli, da postare singolarmente ognuno con un proprio commento nella sezione Racconti a capitoli. Per tutti questi motivi sono costretto a chiudere la discussione. 

Se qualcosa non ti fosse chiaro puoi contattare uno qualsiasi di noi dello staff per avere chiarimenti.  

Altra fonte di notizie importanti sono le F.A.Q., che trovi nella barra arancione in alto, e questa discussione: 

Ciao e buona permanenza. 

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