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Befana Profana

[Decameron 2020] Mario

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commento

 

Mario si annoia. Non può nemmeno mettersi a pulire la cucina, perché oggi lo ha già fatto. Anche aspirare i pavimenti sarebbe inutile: non c’è un granello di polvere in tutto l’appartamento. Lancia un’occhiata alla televisione spenta, ma il solo pensiero di accenderla gli risveglia i bruciori di stomaco. Non sopporta più i continui aggiornamenti sui numeri di morti e contaminati, ne ha abbastanza dei bollettini medici. Ha anche smesso di comprare il giornale. Eppure, quella del quotidiano è stata un’abitudine inderogabile di tutta la sua vita d’adulto. Purtroppo negli ultimi tempi andare all’edicola all’angolo era diventata un’attività sgradevole, Mario non sopportava più gli sguardi dei pochi passanti che incontrava. Le loro accuse mute gli rimbombavano nelle orecchie: il giornale non è un bene vitale, dove cazzo te ne vai, devi stare a casa, è per proteggere voi che stiamo rinchiusi e tu te ne vai a spasso… uno non si è nemmeno limitato al rimprovero silenzioso, glielo ha proprio urlato:

«A casa, vecchio, a casa! Lo capisci che sono quelli come te a restarci per primi?»

Non sono poi così vecchio, ora dicono che la terza età comincia a settantacinque anni, io ne faccio settantuno il mese prossimo. E sto bene, sono in forma. La risposta gli è rimasta nascosta dietro le labbra chiuse: lo sapeva che l’altro non avrebbe ascoltato, ha abbassato le spalle ed è rientrato a passo svelto, con il giornale stretto tra le mani. È stato l’ultimo che ha comprato.

Uscire gli manca: le passeggiate, le chiacchiere col barista alla mattina presto davanti a un caffè, cornetto e un succo di pompelmo. Andare a guardare le vetrine dei negozi, anche se non è mai stato quel che si dice uno spendaccione, ma guardare sì, gli è sempre piaciuto. Rimpiange il parco e le soste sulla panchina a dar da mangiare ai piccioni: trovava sempre qualcuno con cui scambiare due parole, sul tempo, sul sindaco o sul campionato. Ormai s’autorizza a uscire solo per fare la spesa: quella è un diritto che nessuno può rinfacciargli, ma anche lì li sente, gli sguardi che gli buttano addosso.

Ha pensato che forse dovrebbe prendere un altro cane, gli farebbe compagnia, e gli fornirebbe anche una scusa per uscire di casa qualche volta in più. Ma quando è morto Amilcare, due anni prima, ha sofferto troppo. Si svegliava di notte col respiro spezzato e i bronchi che bruciavano. Aveva persino chiesto aiuto al medico. Ma non era un virus, quello, solo il dolore d’aver perso un amico. Non potrebbe sopportare di perderne un altro. O se adottasse un cane e fosse lui a morire lasciandolo abbandonato? Non sarà vecchio come pensa la gente là fuori, ma non è più un ragazzino, lo sa bene. È condannato a stare da solo. Però gli pesa.

Non è mai stato un gran compagnone, né l’anima della festa, piuttosto un tipo schivo, di poche parole, ma la solitudine forzata dei suoi sessanta metri quadri ora quasi lo stritola. A volte se ne sta seduto in cucina, zitto zitto, ci manca poco che trattenga il respiro, per non perdersi i rumori dagli appartamenti vicini, invidia il loro star rinchiusi insieme. Ride come se la vedesse, la ragazzina del trilocale a fianco quando stona le canzoni di San Remo a polmoni spiegati. Lei di sicuro il virus non ce l’ha. A volte sua madre la sgrida, ma poi si mette a cantarci insieme, e non stonano più. A Mario piacciono le loro voci, ogni tanto chiude gli occhi e immagina come sarebbe d’avere in casa una piccoletta che s’inventa come passare il tempo.

Non è solo il buonumore che invidia ai vicini, anche quello cattivo gli sembra meglio della noia che ha in casa lui. Quelli del piano di sotto hanno sempre avuto una relazione agitata, le urla non sono mai mancate; ma da quando devono passare tutte quelle ore insieme a quattr’occhi, certi giorni sbraitano da mattina a sera. Mario li ascolta: a volte si lanciano delle parole così pesanti che lui sobbalza, scuote la testa, si chiede se quando tutta questa storia sarà finita la loro avrà ancora un futuro.

Ma pensa che avere tra i piedi qualcuno con cui litigare sarebbe comunque preferibile al niente da cui è circondato. Non può più nemmeno andare a trovare zia Mirna, le case di riposo sono state le prime a sospendere le visite. Povera zia, come deve sentirsi abbandonata, ma lei almeno ha gli altri ospiti con cui parlare. E il personale. «Potrete tenere il contatto con le video-chiamate» diceva la lettera della direttrice. Figurarsi, con la zia Mirna che non ha mai usato nulla di più tecnologico di un telefono fisso.

Quasi rimpiange di non abitare in casa di riposo anche lui: il giardino di Villa Chiara è grande e ombreggiato. È sicuro che si può ancora passeggiare, lì. Scuote la testa: ti stai rimbecillendo, Mario, sogni l’ospizio, in gamba e in salute come sei.

Troppo in salute: se avesse un malanno di quelli non troppo gravi, che devi tenere controllato, almeno avrebbe i controlli a cui andare.

Neanche leggere lo aiuta più a far passare il tempo. Ha riletto la metà della sua libreria, ha fatto in fretta: dorme poche ore per notte. I titoli che restano non gli fanno voglia. Forse potrebbe dare un’occhiata al reparto libri, la prossima volta che andrà a fare la spesa. Ma già immagina gli sguardi e i bisbigli di disapprovazione degli altri clienti e degli addetti, a vedere un vecchio, uno come lui ciondolare davanti a degli acquisti non vitali.

Meglio non pensarci. Forse aspetterà anche più del solito prima di tornare a fare la spesa, non c’è fretta: mangia poco ultimamente e le provviste gli durano di più. Potrebbe provare ad andare al supermercato ogni due settimane invece di una. Poi gli resterà solo la spedizione ai cassonetti come scusa per uscire, ma almeno lì nessuno troverà niente da rimproverargli, spera.

La giornata è ancora lunga. Si guarda intorno: non sopporta più quei muri chiari. Forse potrebbe ridipingerli, ma non ha la vernice e andare alla ferramenta è fuori discussione. Però, da qualche parte ha ancora dei pennarelli, li ha comprati il giorno in cui s’è iscritto a un corso di disegno per adulti, poi s’è stancato del corso e il materiale è rimasto lì. Non che con i pennarelli possa pensare d’imbiancare le pareti, però… Mario sorride, soddisfatto dell’idea che gli prude nella mente. Non deve neanche cercare più di tanto, in casa sono due i posti in cui butta le cose "che potrebbero servire di nuovo prima o poi": l’ultimo cassetto del comò in camera e la scatola blu sullo scaffale alto dello sgabuzzino. I colori sono lì, nel loro astuccio trasparente.

Esita qualche istante, con il pennarello in aria, al momento di vergare il primo tratto, al centro del muro lungo della cucina. Il tempo di riflettere per non sbagliare. Poi i tratti gli vengono sicuri, quasi naturali: quel mezzo corso di disegno deve essergli rimasto più impresso di quanto pensasse. Guarda il primo lavoro finito e annuisce soddisfatto: è meglio di quanto s’aspettasse. Il sorriso del tizio seduto di fronte a lui sul muro è piuttosto riuscito. Non è un quadro d’autore, solo un buffo personaggio stilizzato, ma più cordiale d’una parete bianca. Mario ne ricambia il sorriso prima di andare a decorare gli altri muri di casa.

Lavora senza pause, nemmeno per fare pipì — cosa rara: da quando deve stare chiuso in casa sembra che gli scappi in continuazione, ma ora niente — disegna, sfuma, ritocca. Quando richiude il pennarello e si rialza massaggiando le reni doloranti, nei suoi sessanta metri quadri non è più da solo. C’è il primo, l’uomo con i baffi che con molta fantasia assomiglia un po’ al barista da cui aveva l’abitudine di fare colazione; due ragazzetti giocano a palla sul muro del corridoio, tra il bagno e la camera da letto, mentre nello spazio tra le due finestre del soggiorno, da un nuovo davanzale in due dimensioni si affaccia una signora che ha le sopracciglia sottili e la crocchia di zia Mirna.

In cucina, poco sopra al battiscopa, tra il frigo e la porta, ora campeggia un cagnetto buffo e la sua ciotola. Rossi tutti e due, perché i pennarelli grigi e neri erano scarichi, ma non gli da fastidio, anzi. Quella nuova compagnia gli ha ridato il sorriso, ha anche ritrovato la voglia di cucinare, per la prima volta da giorni questa sera mangerà un pasto caldo invece della solita tartina di pane con un’insalata. Mette a scongelare una fettina di vitello sul lavandino mentre sbuccia due patate.

«Non pensarci nemmeno, Roxy – dice rivolto al cane sul muro – quella è mia. Ma se fai il bravo, te ne lascerò un pezzetto, stasera.» Non è come avere un cane vero, ma già si sente meno solo. E domattina avrà l’uomo coi baffi con cui bere un caffè.

È così contento dei suoi nuovi coinquilini che ha concesso loro degli accessori: un vaso di gerani per il davanzale della zia, una sigaretta per l’uomo coi baffi. Normalmente non lascerebbe fumare nessuno in casa, ma per un amico può fare un’eccezione. Ai ragazzini ha regalato una porta in cui tirare e un amichetto che li guarda da lontano.

Giorno dopo giorno, ha aggiunto nuovi abitanti all’appartamento. Finiti i muri vuoti, ha iniziato a spostare i mobili per fare più spazio. Al market ha comprato pennarelli nuovi, una confezione da ventiquattro, per poter disegnare vestiti colorati e chiome vistose.

Ora hanno tutti un nome, tranne Baffo. Mario ha immaginato per lui rocamboleschi segreti nascosti in quel soprannome: un vecchio filibustiere, il Baffo, prima di finire a fare caffè e cappuccini.

Si sente così bene, in casa, che ha quasi smesso anche d’andare al supermercato: ordina la spesa e gliela consegnano a casa. Il ragazzo che gliela porta è sempre cordiale, anche se dietro alla mascherina il sorriso non si vede. Ma a Mario non dispiace più di tanto: di visi sorridenti ora ne ha tanti dentro casa. Purtroppo non parlano, ma non si può avere tutto. Ha persino riflettuto alla possibilità di disegnare loro delle nuvole con le parole, come nei fumetti, ma poi direbbero sempre le stesse cose. Preferisce immaginare ogni volta un dialogo diverso.

Con un po’ di imbarazzo, si è disegnato anche un’amica. I tanti colori erano per lei: lunghi capelli scuri con una mèche blu e un abito leggero di tante sfumature. Assomiglia un po’ a una bella signora con cui ha chiacchierato a lungo, mesi prima, al parco. Molto simpatica, avrebbe voluto incontrarla ancora, magari chiederle, osando, di bere un caffè insieme, ma non è mai successo. Poi è arrivata la quarantena. Chissà se la signora sta bene.

Preferisce non pensarci, che gli viene il magone. Ammira la donna sul muro del salotto e le sorride. Ora la sera guardano un film insieme, hanno gli stessi gusti: Sergio Leone, Coppola, Scorsese.

Mario non si chiede più quando si potrà tornare a uscire, ha tutto quel che gli serve in casa, fa una bella vita. Gli piacerebbe poter ballare con Amelia, almeno una volta, di veder svolazzare le sfumature del suo vestito, ma s’accontenta anche solo di averla lì con sé e di dirle buonanotte come se fosse vera.

Dorme anche meglio: non fa più fatica a trovare sonno e ha smesso di svegliarsi tre volte ogni notte, la mattina apre gli occhi riposato e contento di iniziare la giornata. È diventato più esperto del Baffo a preparare il cappuccino: ci spruzza sopra anche il cacao, poi lo mette su un vassoio con biscotti e succo di pompelmo e va a berlo sul divano, in compagnia di Amelia.

Questa mattina però è in ritardo, ha poltrito più del solito, forse a causa del tempo brutto, che non lascia filtrare il sole attraverso la tenda. Apre un occhio, ma pensa che non gli dispiacerebbe restare sotto alle coperte ancora un po’. Si gira con la faccia verso il muro e richiude le palpebre.

«Ehi, pigrone, alzati, che aspetto la mia colazione, ho già acceso la macchinetta del caffè.»

Mario si stira e sorride: non può restare a poltrire.

«Arrivo, Amelia, scusami. Di’ al Baffo se ce li ha ancora un paio di cornetti, o se ho tardato troppo.»

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21 ore fa, Befana Profana ha scritto:

Mario si annoia. Non può nemmeno mettersi a pulire la cucina, perché oggi lo ha già fatto. Anche aspirare i pavimenti sarebbe inutile: non c’è un granello di polvere in tutto l’appartamento. Lancia un’occhiata alla televisione spenta, ma il solo pensiero di accenderla gli risveglia i bruciori di stomaco. Non sopporta più i continui aggiornamenti sui numeri di morti e contaminati, ne ha abbastanza dei bollettini medici. Ha anche smesso di comprare il giornale. Eppure, quella del quotidiano è stata un’abitudine inderogabile di tutta la sua vita d’adulto. Purtroppo negli ultimi tempi andare all’edicola all’angolo era diventata un’attività sgradevole.

è diventata

21 ore fa, Befana Profana ha scritto:

 Mario non sopportava più gli sguardi dei pochi passanti che incontrava. Le loro accuse mute gli rimbombavano nelle orecchie: il giornale non è un bene vitale, dove cazzo te ne vai, devi stare a casa, è per proteggere voi che stiamo rinchiusi e tu te ne vai a spasso… uno non si è nemmeno limitato al rimprovero silenzioso, glielo ha proprio urlato:

«A casa, vecchio, a casa! Lo capisci che sono quelli come te a restarci per primi?»

Non sono poi così vecchio, ora dicono che la terza età comincia a settantacinque anni, io ne faccio settantuno il mese prossimo. E sto bene, sono in forma. La risposta gli è rimasta nascosta dietro le labbra chiuse: lo sapeva che l’altro non avrebbe ascoltato, ha abbassato le spalle ed è rientrato a passo svelto, con il giornale stretto tra le mani. È stato l’ultimo che ha comprato.

Nel pezzo di cui sopra hai parlato al passato, in contrapposizione con l'incipit che inizia al tempo presente: Mario si annoia. E allora perché continuare con l'imperfetto: Mario non sopportava più? e gli altri a seguire. 

Poi però riprendi col presente, qui sotto, e sino alla fine, correttamente:

21 ore fa, Befana Profana ha scritto:

Uscire gli manca: le passeggiate, le chiacchiere col barista alla mattina presto davanti a un caffè, cornetto e un succo di pompelmo. Andare a guardare le vetrine dei negozi, anche se non è mai stato quel che si dice uno spendaccione, ma guardare sì, gli è sempre piaciuto. Rimpiange il parco

 

Bentrovata, @Befana Profana :)

 

Comincio col dirti che ho molto apprezzato l'idea dell'evasione nell'arte del disegno del protagonista, Mario, un'arte che gli permette di creare, nel mondo dove è imprigionato, dei compagni di vita virtuali (e anche oltre il virtuale, visto che alla fine sconfini nel fantasy, brillantemente...) così come Mario avrebbe potuto scrivere, come hai fatto tu, con l'arte letteraria, nella stessa situazione di prigionia.

Come siamo tutti, oggi. Avere un'occupazione in cui realizzare il nostro istinto artistico è un grande conforto. Quando, poi, si riesce a condividerlo con gli altri, coi mezzi moderni, è ancora meglio.

Oltre all'idea centrale, hai saputo descrivere molto bene, Marezia, le condizioni e i limiti attuali della stretta sociale da coronavirus. Soltanto, hai omesso la libera passeggiata (quattro passi) nei dintorni del proprio quartiere (anche senza avere il cane). Ma è un dettaglio.

Il testo scorre nel tuo stile concreto ed efficace, chiaro per la lettura perché "aggancia" il lettore.

Tranne quel pezzo che ti ho citato di sfasatura verbale,  la sintassi e la grammatica sono ok. come ovvio per la tua esperienza che conosco e apprezzo.

 

Ti faccio solo un appunto, ed è sulla scelta del titolo. Il nome del protagonista cosa ci dice del contenuto? Nulla. E mille altri nomi? Nulla.

Per il mio sentire, per me nel titolo si dovrebbe mettere un indizio, un'anticipazione, di quello che è il contenuto.

Ora, senza scadere nel banale, citando il coronavirus nel titolo, preceduto da: Il tempo del... La compagnia ai tempi del..., avresti potuto scegliere un titolo più "ficcante"

per l'occasione.

 

Comunque grazie per la lettura e la compagnia, e complimenti :)

 

Zaza

 

 

 

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1 ora fa, Poeta Zaza ha scritto:

Nel pezzo di cui sopra hai parlato al passato, in contrapposizione con l'incipit che inizia al tempo presente: Mario si annoia. E allora perché continuare con l'imperfetto: Mario non sopportava più? e gli altri a seguire.  

Poi però riprendi col presente,

Ciao @Poeta Zaza, ben tornata (a proposito, che resti tra noi, ho adorato il tuo racconto per questo MI). Le alternanze presente passato sono volute: Mario non esce più se non per fare la spesa. Seduto in cucina si annoia, non va nemmeno più a comprare il giornale, perché quando ci andava lo guardavano male e lo rimproveravano. Ho alternato l'adesso, al presente, e il ricordo, all'imperfetto, di quello che succedeva fino a pochi giorni fa, prima che rinunciasse del tutto a uscire se non per la spesa. Ma se, leggendo il testo, la cosa non si capisce, devo aver sbagliato a costruire il tutto, proverò a rileggere e riflettere a mente distaccata.

La passeggiata salutare è un problema che mi sono posta, ma, forse non frequenti i social e hai ben ragione, ma sapessi gli orrori che la gente dice in questo momento: è vero che comprare il giornale e uscire a far 2 passi è concesso, ma la quantità di gente che sostiene e urla che gli anziani dovrebbero star rinchiusi e non capiscono nulla, e che bisognerebbe chiuderli dentro, che cavolo vanno all'edicola e a spasso... del resto l'idea del racconto mi è nata dallo sconcerto che certe esternazioni e giudizi suscitano in me :)

1 ora fa, Poeta Zaza ha scritto:

alla fine sconfini nel fantasy,

sono contenta che tu abbia scelto questa interpretazione ottimista: ho volutamente chiuso in modo ambiguo. Realismo magico/fantastico o anziano che da di matto a causa della solitudine?

A questo proposito, sul titolo sono parzialmente d'accordo con te, ho riflettuto ad altre possibilità, ma poi utilizzare solo il nome del protagonista mi piaceva perché non è una storia paradigmatica, non è che la quarantena debba fare quell'effetto, è unicamente la vicenda di uno, troppo solo che ha vissuto quella cosa lì.

1 ora fa, Poeta Zaza ha scritto:

per me nel titolo si dovrebbe mettere un indizio, un'anticipazione,

Il fatto è che tutto quello che mi veniva in mente trovavo che anticipasse troppo togliendo la "sorpresa finale": la solitudine di Mario, gli amici di Mario, l'appartamento vuoto?

Al troppo evocativo ho preferito il vago. Forse, troppo, ti do ragione. Ci penserò su per vedere se trovo un'idea che sia un buon compromesso tra i due estremi.

 

Grazie mille, pensavo che con tutti i racconti dei MI ricevere commenti sarebbe stata dura, grazie a te ne ho almeno uno. E di ottima qualità :rosa:

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Ciao,

Ho letto questo racconto proprio perché s’intitola Mario. E’ un nome molto comune, ma se qualcuno si è scomodato a scrivere la storia di questo Mario, bè, qualcosa di speciale la deve avere. E infatti è un vecchietto ingegnoso. Il modo in cui trova una soluzione al suo isolamento e alla tristezza di questi giorni è carina e originale! Il racconto è calato in un’attualità che più attuale di così è impossibile, soprattutto perché in questo momento non riusciamo neanche a immaginare il mondo dopo la pandemia. Un po’ triste il finale: dopo il sorriso ritrovato non si capisce se Mario è uscito di testa o se effettivamente ha trovato un buon equilibrio tra realtà e fantasia. E’ scritto anche molto bene, forse ho intravisto giusto un errorino: “sarebbe d’avere in casa una piccoletta che s’inventa come passare il tempo”. Diciamo che questa forma non mi suona bene. Complessivamente mi è piaciuto molto: credo che la situazione che stiamo vivento sia di grande ispirazione e tu hai saputo osservare il quotidiano e trovarci delle idee per le tue storie. Brava. (y)

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Il 18/3/2020 alle 20:06, C1P8 ha scritto:

“sarebbe d’avere in casa una piccoletta che s’inventa come passare il tempo”. Diciamo che questa forma non mi suona bene.

Ciao, @C1P8, hai perfettamente ragione: quella "d'" non ci andava. Purtroppo vivo in Francia da 20 anni e ogni tanto le parole e le forme sintattiche delle 2 lingue si incrociano, ibridano, scambiano e attorcigliano nella mia testa. Ho scritto una frase in italiano con la sintassi francese! (questa non è una giustificazione ma una testimonianza del mio decadimento neuronale :))

Sono contenta che ti sia piaciuto, in questo momento mi vengono in mente solo storie da quarantena e questa è la sola che mi sono concessa di fra nascere davvero.

Grazie e a presto

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Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Non sopporta più i continui aggiornamenti sui numeri di morti e contaminati

Non so se è corretto "contaminati"... Penso che sia preferibile contagiati. Inoltre. userei l'espressione "... sul numero dei morti e dei contagiati".

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Ha anche smesso di comprare il giornale.

Allora... Hai iniziato con un perentorio: "Mario si annoia". Quando? Adesso. Segue, poi, tutta una serie di cose che non gli va di fare (ora), perché non necessarie (pulire), oppure perché gli danno noia (guardare la tv). Scrivere "Ha anche smesso di comprare il giornale", per quanto non sbagliato, secondo me, interrompe un po' questo flusso logico.  Propongo qualcosa tipo: "Neanche di andare a comprare il giornale gli va più. Eppure, quella del quotidiano è stata un’abitudine..."

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

«A casa, vecchio, a casa! Lo capisci che sono quelli come te a restarci per primi?»

Bella questa frase, un misto di richiamo indispettito e di burbera premura.

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

per non perdersi i rumori dagli appartamenti vicini, invidia il loro star rinchiusi insieme.

Qui c'è qualcosa che non mi torna. Invidia il "loro" di chi? Dei rumori? Degli appartamenti? Mi sa che manca un soggetto. Propongo di spezzare la frase così: "A volte se ne sta seduto in cucina, zitto zitto, ci manca poco che trattenga il respiro, per non perdersi i rumori dagli appartamenti vicini. Invidia le presone che li abitano, il loro star rinchiusi insieme".

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

come sarebbe d’avere in casa

... l'avere

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Scuote la testa: ti stai rimbecillendo, Mario, sogni l’ospizio, in gamba e in salute come sei.

:D Brutti scherzi della solitudine! Mi piace il tuo Mario, bello lucido!

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

I titoli che restano non gli fanno voglia.

... non lo ispirano un granché?

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Forse potrebbe dare un’occhiata al reparto libri, la prossima volta che andrà a fare la spesa. Ma già immagina gli sguardi e i bisbigli di disapprovazione degli altri clienti e degli addetti

Mi fermerei qui, senza ripetere la storia degli acquisti non essenziali.

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

da quando deve stare chiuso in casa sembra che gli scappi in continuazione,

:D:D

 

Ciao @Befana Profana! Ma che bello il tuo racconto! Delicato, poetico, un inno alla fantasia umana, chiave fatata che permette a Mario di fuggire dal suo grigio isolamento. 

Molto significativo e molto vero, anche perché - fuori dal caso concreto delle vicende da te narrate -  la solitudine negli anziani è una realtà che non necessita del Covid per manifestarsi. Pollice su, quindi, per la storia. 

Ci aggiungo anche che la caratterizzazione dell'anziano protagonista è ben fatta. Non solo. Mario è un "dritto", uno giovanile, si direbbe. Mi piace quest'uomo che, pur nella sua sperimentata routine, non manca di riaffermare il suo stato di "settantunenne in forma".

Mi è piaciuta un po' meno la forma della narrazione, invece. Non perché presenti grosse magagne, intendiamoci, è solo che certe piccole leggerezze (qualche ripetizione di concetti, qualche piccolo difetto strutturale nelle frasi, una prima parte forse un pochino troppo lunga) sembrano sussurrarmi all'orecchio che tu non abbia prestato troppa attenzione alla fase di editing. Ma, ripeto, si tratta di piccolezze e io sto rendendomi antipatico a sottolineare la cosa con una simile insistenza.

Concludendo, brava. Hai preso la situazione contingente, quella della quarantena forzosa alla quale siamo tutti sottoposti, l'hai descritta in maniera fedele attraverso le difficoltà di Mario e ci hai restituito un piccolo gioiello di racconto che riesce ad instillare un senso di speranza. Anche questa passerà, sembra dire la tua storia, e finché c'è vita, c'è sempre una soluzione per ogni problema.

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Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

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Mario si annoia. Non può nemmeno mettersi a pulire la cucina, perché oggi lo ha già fatto. Anche aspirare i pavimenti sarebbe inutile: non c’è un granello di polvere in tutto l’appartamento. Lancia un’occhiata alla televisione spenta, ma il solo pensiero di accenderla gli risveglia i bruciori di stomaco. Non sopporta più i continui aggiornamenti sui numeri di morti e contaminati, ne ha abbastanza dei bollettini medici. Ha anche smesso di comprare il giornale. Eppure, quella del quotidiano è stata un’abitudine inderogabile di tutta la sua vita d’adulto. Purtroppo negli ultimi tempi andare all’edicola all’angolo era diventata un’attività sgradevole, Mario non sopportava più gli sguardi dei pochi passanti che incontrava. Le loro accuse mute gli rimbombavano nelle orecchie: il giornale non è un bene vitale, dove cazzo te ne vai, devi stare a casa, è per proteggere voi che stiamo rinchiusi e tu te ne vai a spasso… uno non si è nemmeno limitato al rimprovero silenzioso, glielo ha proprio urlato:

«A casa, vecchio, a casa! Lo capisci che sono quelli come te a restarci per primi?»

Non sono poi così vecchio, ora dicono che la terza età comincia a settantacinque anni, io ne faccio settantuno il mese prossimo. E sto bene, sono in forma. La risposta gli è rimasta nascosta dietro le labbra chiuse: lo sapeva che l’altro non avrebbe ascoltato, ha abbassato le spalle ed è rientrato a passo svelto, con il giornale stretto tra le mani. È stato l’ultimo che ha comprato.

Uscire gli manca: le passeggiate, le chiacchiere col barista alla mattina presto davanti a un caffè, cornetto e un succo di pompelmo. Andare a guardare le vetrine dei negozi, anche se non è mai stato quel che si dice uno spendaccione, ma guardare sì, gli è sempre piaciuto. Rimpiange il parco e le soste sulla panchina a dar da mangiare ai piccioni: trovava sempre qualcuno con cui scambiare due parole, sul tempo, sul sindaco o sul campionato. Ormai s’autorizza a uscire solo per fare la spesa: quella è un diritto che nessuno può rinfacciargli, ma anche lì li sente, gli sguardi che gli buttano addosso.

Ha pensato che forse dovrebbe prendere un altro cane, gli farebbe compagnia, e gli fornirebbe anche una scusa per uscire di casa qualche volta in più. Ma quando è morto Amilcare, due anni prima, ha sofferto troppo. Si svegliava di notte col respiro spezzato e i bronchi che bruciavano. Aveva persino chiesto aiuto al medico. Ma non era un virus, quello, solo il dolore d’aver perso un amico. Non potrebbe sopportare di perderne un altro. O se adottasse un cane e fosse lui a morire lasciandolo abbandonato? Non sarà vecchio come pensa la gente là fuori, ma non è più un ragazzino, lo sa bene. È condannato a stare da solo. Però gli pesa.

Non è mai stato un gran compagnone, né l’anima della festa, piuttosto un tipo schivo, di poche parole, ma la solitudine forzata dei suoi sessanta metri quadri ora quasi lo stritola. A volte se ne sta seduto in cucina, zitto zitto, ci manca poco che trattenga il respiro, per non perdersi i rumori dagli appartamenti vicini, invidia il loro star rinchiusi insieme. Ride come se la vedesse, la ragazzina del trilocale a fianco quando stona le canzoni di San Remo a polmoni spiegati. Lei di sicuro il virus non ce l’ha. A volte sua madre la sgrida, ma poi si mette a cantarci insieme, e non stonano più. A Mario piacciono le loro voci, ogni tanto chiude gli occhi e immagina come sarebbe d’avere in casa una piccoletta che s’inventa come passare il tempo.

Non è solo il buonumore che invidia ai vicini, anche quello cattivo gli sembra meglio della noia che ha in casa lui. Quelli del piano di sotto hanno sempre avuto una relazione agitata, le urla non sono mai mancate; ma da quando devono passare tutte quelle ore insieme a quattr’occhi, certi giorni sbraitano da mattina a sera. Mario li ascolta: a volte si lanciano delle parole così pesanti che lui sobbalza, scuote la testa, si chiede se quando tutta questa storia sarà finita la loro avrà ancora un futuro.

Ma pensa che avere tra i piedi qualcuno con cui litigare sarebbe comunque preferibile al niente da cui è circondato. Non può più nemmeno andare a trovare zia Mirna, le case di riposo sono state le prime a sospendere le visite. Povera zia, come deve sentirsi abbandonata, ma lei almeno ha gli altri ospiti con cui parlare. E il personale. «Potrete tenere il contatto con le video-chiamate» diceva la lettera della direttrice. Figurarsi, con la zia Mirna che non ha mai usato nulla di più tecnologico di un telefono fisso.

Quasi rimpiange di non abitare in casa di riposo anche lui: il giardino di Villa Chiara è grande e ombreggiato. È sicuro che si può ancora passeggiare, lì. Scuote la testa: ti stai rimbecillendo, Mario, sogni l’ospizio, in gamba e in salute come sei.

Troppo in salute: se avesse un malanno di quelli non troppo gravi, che devi tenere controllato, almeno avrebbe i controlli a cui andare.

Neanche leggere lo aiuta più a far passare il tempo. Ha riletto la metà della sua libreria, ha fatto in fretta: dorme poche ore per notte. I titoli che restano non gli fanno voglia. Forse potrebbe dare un’occhiata al reparto libri, la prossima volta che andrà a fare la spesa. Ma già immagina gli sguardi e i bisbigli di disapprovazione degli altri clienti e degli addetti, a vedere un vecchio, uno come lui ciondolare davanti a degli acquisti non vitali.

Meglio non pensarci. Forse aspetterà anche più del solito prima di tornare a fare la spesa, non c’è fretta: mangia poco ultimamente e le provviste gli durano di più. Potrebbe provare ad andare al supermercato ogni due settimane invece di una. Poi gli resterà solo la spedizione ai cassonetti come scusa per uscire, ma almeno lì nessuno troverà niente da rimproverargli, spera.

La giornata è ancora lunga. Si guarda intorno: non sopporta più quei muri chiari. Forse potrebbe ridipingerli, ma non ha la vernice e andare alla ferramenta è fuori discussione. Però, da qualche parte ha ancora dei pennarelli, li ha comprati il giorno in cui s’è iscritto a un corso di disegno per adulti, poi s’è stancato del corso e il materiale è rimasto lì. Non che con i pennarelli possa pensare d’imbiancare le pareti, però… Mario sorride, soddisfatto dell’idea che gli prude nella mente. Non deve neanche cercare più di tanto, in casa sono due i posti in cui butta le cose "che potrebbero servire di nuovo prima o poi": l’ultimo cassetto del comò in camera e la scatola blu sullo scaffale alto dello sgabuzzino. I colori sono lì, nel loro astuccio trasparente.

Esita qualche istante, con il pennarello in aria, al momento di vergare il primo tratto, al centro del muro lungo della cucina. Il tempo di riflettere per non sbagliare. Poi i tratti gli vengono sicuri, quasi naturali: quel mezzo corso di disegno deve essergli rimasto più impresso di quanto pensasse. Guarda il primo lavoro finito e annuisce soddisfatto: è meglio di quanto s’aspettasse. Il sorriso del tizio seduto di fronte a lui sul muro è piuttosto riuscito. Non è un quadro d’autore, solo un buffo personaggio stilizzato, ma più cordiale d’una parete bianca. Mario ne ricambia il sorriso prima di andare a decorare gli altri muri di casa.

Lavora senza pause, nemmeno per fare pipì — cosa rara: da quando deve stare chiuso in casa sembra che gli scappi in continuazione, ma ora niente — disegna, sfuma, ritocca. Quando richiude il pennarello e si rialza massaggiando le reni doloranti, nei suoi sessanta metri quadri non è più da solo. C’è il primo, l’uomo con i baffi che con molta fantasia assomiglia un po’ al barista da cui aveva l’abitudine di fare colazione; due ragazzetti giocano a palla sul muro del corridoio, tra il bagno e la camera da letto, mentre nello spazio tra le due finestre del soggiorno, da un nuovo davanzale in due dimensioni si affaccia una signora che ha le sopracciglia sottili e la crocchia di zia Mirna.

In cucina, poco sopra al battiscopa, tra il frigo e la porta, ora campeggia un cagnetto buffo e la sua ciotola. Rossi tutti e due, perché i pennarelli grigi e neri erano scarichi, ma non gli da fastidio, anzi. Quella nuova compagnia gli ha ridato il sorriso, ha anche ritrovato la voglia di cucinare, per la prima volta da giorni questa sera mangerà un pasto caldo invece della solita tartina di pane con un’insalata. Mette a scongelare una fettina di vitello sul lavandino mentre sbuccia due patate.

«Non pensarci nemmeno, Roxy – dice rivolto al cane sul muro – quella è mia. Ma se fai il bravo, te ne lascerò un pezzetto, stasera.» Non è come avere un cane vero, ma già si sente meno solo. E domattina avrà l’uomo coi baffi con cui bere un caffè.

È così contento dei suoi nuovi coinquilini che ha concesso loro degli accessori: un vaso di gerani per il davanzale della zia, una sigaretta per l’uomo coi baffi. Normalmente non lascerebbe fumare nessuno in casa, ma per un amico può fare un’eccezione. Ai ragazzini ha regalato una porta in cui tirare e un amichetto che li guarda da lontano.

Giorno dopo giorno, ha aggiunto nuovi abitanti all’appartamento. Finiti i muri vuoti, ha iniziato a spostare i mobili per fare più spazio. Al market ha comprato pennarelli nuovi, una confezione da ventiquattro, per poter disegnare vestiti colorati e chiome vistose.

Ora hanno tutti un nome, tranne Baffo. Mario ha immaginato per lui rocamboleschi segreti nascosti in quel soprannome: un vecchio filibustiere, il Baffo, prima di finire a fare caffè e cappuccini.

Si sente così bene, in casa, che ha quasi smesso anche d’andare al supermercato: ordina la spesa e gliela consegnano a casa. Il ragazzo che gliela porta è sempre cordiale, anche se dietro alla mascherina il sorriso non si vede. Ma a Mario non dispiace più di tanto: di visi sorridenti ora ne ha tanti dentro casa. Purtroppo non parlano, ma non si può avere tutto. Ha persino riflettuto alla possibilità di disegnare loro delle nuvole con le parole, come nei fumetti, ma poi direbbero sempre le stesse cose. Preferisce immaginare ogni volta un dialogo diverso.

Con un po’ di imbarazzo, si è disegnato anche un’amica. I tanti colori erano per lei: lunghi capelli scuri con una mèche blu e un abito leggero di tante sfumature. Assomiglia un po’ a una bella signora con cui ha chiacchierato a lungo, mesi prima, al parco. Molto simpatica, avrebbe voluto incontrarla ancora, magari chiederle, osando, di bere un caffè insieme, ma non è mai successo. Poi è arrivata la quarantena. Chissà se la signora sta bene.

Preferisce non pensarci, che gli viene il magone. Ammira la donna sul muro del salotto e le sorride. Ora la sera guardano un film insieme, hanno gli stessi gusti: Sergio Leone, Coppola, Scorsese.

Mario non si chiede più quando si potrà tornare a uscire, ha tutto quel che gli serve in casa, fa una bella vita. Gli piacerebbe poter ballare con Amelia, almeno una volta, di veder svolazzare le sfumature del suo vestito, ma s’accontenta anche solo di averla lì con sé e di dirle buonanotte come se fosse vera.

Dorme anche meglio: non fa più fatica a trovare sonno e ha smesso di svegliarsi tre volte ogni notte, la mattina apre gli occhi riposato e contento di iniziare la giornata. È diventato più esperto del Baffo a preparare il cappuccino: ci spruzza sopra anche il cacao, poi lo mette su un vassoio con biscotti e succo di pompelmo e va a berlo sul divano, in compagnia di Amelia.

Questa mattina però è in ritardo, ha poltrito più del solito, forse a causa del tempo brutto, che non lascia filtrare il sole attraverso la tenda. Apre un occhio, ma pensa che non gli dispiacerebbe restare sotto alle coperte ancora un po’. Si gira con la faccia verso il muro e richiude le palpebre.

«Ehi, pigrone, alzati, che aspetto la mia colazione, ho già acceso la macchinetta del caffè.»

Mario si stira e sorride: non può restare a poltrire.

«Arrivo, Amelia, scusami. Di’ al Baffo se ce li ha ancora un paio di cornetti, o se ho tardato troppo.»

Credo che molti di noi abbiano uno zio, un nonno o un parente nel quale ritrovare il personaggio di Mario, un anziano qualsiasi, che in questi giorni, purtroppo, deve star soffrendo la solitudine davvero molto. Il risvolto della storia ha suscitato in me una tenerezza che sempre ho nei confronti degli anziani, che tanto hanno da dirci e da darci. 

Che dire, in questi giorni, questo testo fa riflettere e scaldare il cuore a chi ha più sensibilità verso questi argomenti.

Chapeau!

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23 ore fa, Pulsar ha scritto:

Non so se è corretto "contaminati"

 

23 ore fa, Pulsar ha scritto:
Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

come sarebbe d’avere in casa

... l'avere

due "contaminazioni" dal francese: è inutile, più passa il tempo e più faccio ibridazioni. Il mio cervello li legge come corretti, faux amis, costruzioni falsate. Devo trovare il modo di notarli da sola, non solo quando me li indicano gli altri.

23 ore fa, Pulsar ha scritto:

Qui c'è qualcosa che non mi torna. Invidia il "loro" di chi?

hai perfettamente ragione: in origine era "appartamenti dei vicini" e filava bene, ma ho deciso di togliere il dei e non mi sono resa conto che il senso logico c'era ma sintatticamente era sbagliato. :facepalm:

@Pulsar, ti confesso, ahimè, di averlo corretto e editato più volte, in realtà. Forse senza lasciare abbastanza giorni tra la prima e l'ultima stesura, ma l'ho fatto, mi assumo l'intera responsabilità di tutte le magagne.

Sul "fare voglia", ammetto la mia ignoranza: credevo fosse una forma colloquiale nazionale, invece a quanto pare è solo regionale. Lo terrò a mente e userò solo invogliare, d'ora in poi.

Sulle lungaggini e le ripetizioni, invece è una scelta voluta, il mio narratore esterno segue da vicino Mario e mi sembrava ci stessero bene le ripetizioni a sottolineare il suo rimuginare sui rimproveri degli altri, sulle accuse, su ciò a cui ha rinunciato. È probabile che sembrasse necessario solo a me. Rileggerò "a freddo" tra qualche giorno per magari correggere il tiro.

Grazie mille delle correzioni e dei suggerimenti (no, non sei stato antipatico, giuro :)), sono felice che tu l'abbia letto con piacere e che anche tu abbia scelto di leggere il finale in senso positivo, io ho cercato di non sbilanciarmi troppo. :rosa:

 

 

@'Till the end grazie mille della lettura e delle belle parole. :sss:

 

 

 

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Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Lei di sicuro il virus non ce l’ha.

Di sicuro lei non ha il virus.  (?)

Non ho commentato i vecchi che danno da mangiare ai colombi, perché nel nostro condominio ce ne sono un paio e non c'è verso di farli capire che min questo modo li attirano nel nostro cortile e poi cagano dappertutto. Vero che anche i colombi hanno diritto di vivere, ma anche gli esseri umani hanno diritto di vivere nel pulito. Meglio che Mario si prenda un altro cane. E se uno dei due muore... beh, muoiono anche i coniugi.

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

ci manca poco che trattenga il respiro ...

Si potrebbe eliminare il "ci"  (?)

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

ogni tanto chiude gli occhi e immagina come sarebbe d’avere in casa una piccoletta

Mi fai venire dei dubbi. Toglierei il "di".

 

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

che devi tenere controllato

Sarò un nostalgico, ma mi suona meglio "tenere sotto controllo" che "tenere controllato".

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Non è un quadro d’autore, solo un buffo personaggio stilizzato, ma più cordiale d’una parete bianca

Incredibile quanto sia liberatorio ed eccitante dipingere direttamente sui muri. Anni fa l'ho permesso a mia figlia (ha dipinto una barchetta sul mare, utilizzando la parete bianca della sala. Ovviamente poco prima di una ristrutturazione).

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Preferisce immaginare ogni volta un dialogo diverso.

Mi ricorda la storia di un monastero buddista che aveva appeso una tela bianca sul muro, così ogni ospite poteva immaginarsi il quadro che preferiva.

Il 17/3/2020 alle 20:02, Befana Profana ha scritto:

Chissà se la signora sta bene.

Metterei un "?" a fine frase.

 

Racconto simpatico all'insegna dei valori autentici della vita. A parte qualche piccolo refuso, ben scritto. Ogni tanto si legge volentieri qualcosa di positivo.

 

Alla prossima.

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