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Nightafter

Crisi di Civiltà - Pt. 5

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Crisi di Civiltà – Pt. 5


Compiuta la missione di sopprimere il soggetto prescelto, gli OCD informavano la sede centrale, a cui inviavano i moduli firmati per il consenso alla sua esecuzione.
A seguire giungeva sul posto una squadra del “Terminal Cleaning Team”: figure a metà tra il beccamorto e l'avvoltoio.
Questi si occupavano della logistica: in sostanza prelevare il cadavere e nel caso non avesse congiunti, rilevare tutto ciò che gli era appartenuto in vita.
Il corpo veniva destinato agli inceneritori territoriali per la cremazione.
Questo risolveva il problema delle esequie, semplificando la gestione cimiteriale urbana.
Le abitazioni venivano svuotate e se in buono stato poste in vendita, altrimenti rase al suolo.
Le suppellettili erano destinate ai centri regionali per il riciclo dei materiali.
Non mancava, all'occasione, lo sciacallaggio: denaro e beni di valore che si spartivano tra loro come bottino.
Lo Stato e i suoi apparati, come esisteva all'inizio del nuovo millennio era un ricordo
Una casta di burocrati si occupava ancora di servizi minimali diretti alla collettività, il resto era affidato a strutture private in continua competizione per aggiudicarsele: in sostanza una lotta tra bande, per contendersi lucrose attività che un tempo rientravano nella funzioni statali.
Una ristretta oligarchica di appartenenti alle “Brigate di difesa Etnica” costituiva il “Comitato di Salute Nazionale”, all'interno del quale si esercitava il residuo potere di quel simulacro di governo.

 

Lui non era innocente, conosceva la violenza, o meglio l'aveva conosciuta e praticata molto tempo prima di aver iniziato a impedire agli OCD di eliminarlo.
Al termine del Liceo le condizioni economiche della famiglia non gli avevano permesso di iscriversi all' Università, Laura più fortunata e aveva potuto farlo nella facoltà di Medicina. Non era però riuscita a laurearsi: i suoi erano deceduti in un incidente e lei, priva di sostegno economico si era ritirata al quarto anno.
Già quegli anni erano difficili: le ripetute crisi economiche avevano stremato il sistema produttivo, la mancanza di lavoro lasciava sul lastrico interi comparti della popolazione.
Trovare lavoro per un giovane privo d'esperienza e specializzazione, divenne un sogno irrealizzabile.
L'unico sogno della sua vita era di poterla vivere con Laura.
Dopo inutili tentativi di trovare impiego, ai diciotto anni si arruolò nell'esercito, all'ora ve ne era ancora uno regolare.
Dopo il corso per sottufficiali, chiese di entrare nelle “Forze Speciali”.
Un corpo scelto, con capacità di agire e combattere in tutti gli scenari operativi e di effettuare incursioni mirate nelle linee nemiche.
In cinque anni di fermo, ebbe l'esperienza d'essere impiegato sul campo in diverse zone turbolente d'Africa e del Medioriente: conobbe la guerra.
Aveva bisogno di fare soldi in fretta e l'esercito pagava bene quel lavoro sgradevole, quando ritenne di aver accumulato quanto gli occorreva per il suo progetto di vita si congedò dalle armi.
Ne avevo vista e praticata di violenza, da sentirne impregnata la pelle.
Quando si fissava nelle narici e nella mente l'odore del sangue e della carne d'uomo bruciata, non c'era brusca che te la scrostasse.
Al fine acquistò la casa colonica dove vivere con lei, cercando di cancellare l'orrore di ciò che avevo fatto e visto fare.
La casa col suo modesto appezzamento di terra divenne un'isola tra la desolazione del mondo, un minuscolo baluardo, dove cullare la voglia di sentirsi ancora umani.
Presero da un conoscente, una grossa palla di morbido pelo dorato di due mesi di vita, apparteneva a una cucciolata di Golden Retriever, era tenero come un peluche, un cucciolo stupendo.
Lui avrebbe voluto chiamarlo Leon, perché sembrava un piccolo di leone, lei volle chiamarlo Mirtillo.
Non ci fu maniera di dissuaderla, benché fosse prevedibile che, intorno ai due anni di età, per un bestione di quasi quaranta chili e un'altezza di sessanta centimetri, quel nome risultasse a dir poco singolare.
Crebbe affettuoso, mansueto e giocherellone, divenendo un esemplare da campione.
Un tenero cucciolone con loro, ma una belva temibile per chiunque varcasse la recinzione della fattoria senza essere gradito.

 

Quando condusse a casa i due bimbi, trovati nella capanna degli attrezzi, Laura si trasformò, lasciando emergere in quella situazione tragica la sua vocazione materna inespressa.
Li nutrì, ripulì e medicò con una cura premurosa: una chioccia con i propri pulcini, non avrebbe fatto di meglio.
Gli studi di Medicina, benché incompleti, si mostrarono provvidenziali.
Visitò i bimbi da capo a piedi, accertò dolorosamente che non gli era stata mozzata solo la lingua, ma anche lese le loro corde vocali: era questo a renderli praticamente muti.
Con sollievo verificò che, oltre alla mutilazione subita, non presentassero serie patologie.
Vi era solo uno diffuso stato di malnutrizione e le tracce fisiche dello stress subito dall'aver vissuto per strada, con l'angoscia d'essere braccati.
Con un'intesa di segni scoprirono che la bimba aveva otto anni, come lui aveva supposto nel trovarli, mentre il bambino ne aveva dieci, pur  per la minuta conformazione ne mostrasse qualcuno meno.
La domanda allo scempio sui loro corpi aveva una sola atroce risposta: erano stati straziati in quella maniera crudele per destinali al mercato sessuale dei pedofili.
Criminali pervertiti, pagavano bene la carne fresca di quell'età, ma sentirne urla e pianti nell'abusarli li infastidiva: la mutilazione aveva eliminato il problema.
Era probabile che i ragazzini fossero orfani, salvati dal massacro dei propri famigliari, durante uno dei progrom sanguinosi, per essere avviati a quel nuovo orrore.
Per qualche sconosciuta opportunità erano riusciti a sfuggire ai propri aguzzini e si erano eclissati per la campagna.
Difficile capire come fossero riusciti a sostenersi per tutto quel tempo, forse mendicando o rubando frutta dagli alberi in qualche podere, in fine nel loro girovagare nascosto avevano trovato riparo, dalla notte di pioggia, in quel capanno.
Lui nelle prime settimane scese diverse volte al paese vicino per fare provviste, cercare farmaci e acquistare il vestiario necessario da sostituire agli stracci che portavano addosso.
I negozianti nel servirlo lo guardavano strano, lo conoscevano di vista, sapevano dove viveva e quanto fosse schivo a cercare cose in paese: si contavano in una mano le volte che lo avevano visto comparire nelle loro botteghe.
Dopo due mesi con loro, di bimbi avevano ripreso l'aspetto sano e normale, la piccola si era particolarmente affezionata a Laura, la seguiva come un'ombra in ogni spostament0 che compiva nei suoi lavori domestici, commuoveva intuire la carenza d'affetto che affliggeva i due infelici.
Lui armato di sega, martello e legno, gli costruì un piccolo carretto munito di piccole ruote ricavate da vecchi cuscinetti metallici, a turno ci montavano sopra e spingendolo, facevano lunghe scorribande sull'aia davanti alla casa.
Non avevano più negli sguardi quella luce di animali in fuga.
Mirtillo gli saltava intorno strepitante di brio, gli piaceva unirsi ai loro giochi, la sua razza era tra quelle più indicate per la compagnia dei bambini.
Procurava pena vederli intenti in quella infantile allegria e constatare che l'unica voce proveniente da quei giochi fosse il latrare festoso del cane: senza di essa sarebbe parso di assistere alla scena di un film muto.
Giocavano all'apparenza spensierati e sereni, anche se per mesi continuarono a sobbalzare ad ogni rumore proveniente dall'esterno alla casa.
Furono nell'insieme mesi lieti, era giunta l'estate a scaldare e dare colore alle cose, la sera cenavano nel patio: le zanzare non davano tregua, stavano immersi nei fumi degli zampironi alla citronella, nell'inutile tentativo di tenerle lontane.
In quelle sere, lui guardava il viso di Laura rispecchiare la serenità e la dolcezza che con quei bambini era scesa sulle loro vite, per la prima volta sentiva di avere una vera famiglia, provava qualcosa di molto simile alla felicità.

 

(Continua)

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