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Gigiskan

[MI 134] Un divano

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Commento

Traccia di mezzogiorno: A porte chiuse

 

 

 

«Ti va di sederti sul divano oggi?»

La domanda di A. mi colse di sorpresa, ma acconsentii.

Cercai una posizione comoda sul divano, senza riuscire a trovarla. Mi sentivo rigido e irrequieto insieme. Dovevo sedere sul bordo o poggiare la schiena? Dove mettere le braccia? Come tenere le gambe?

Di solito eravamo uno di fronte all’altro, separati dalla scrivania: non avevo mai nemmeno considerato la possibilità di sedermi sul divano! Da quella prospettiva lo studio mi sembrava diverso rispetto a come l’avevo sempre visto, quasi non lo riconoscevo. Osservai le decorazioni floreali sul muro, i peluche dei personaggi Disney e il tavolino blu con le sedie colorate, che di solito erano alle mie spalle – A. lavorava anche con bambini, si occupava di disturbi specifici dell’apprendimento.

Durante le ultime sedute avevamo parlato del mio corpo e del modo in cui occupo lo spazio, della tendenza a farmi più piccolo di quanto già non sia – sono alto un metro e sessanta, arrotondando per eccesso – in alcune situazioni. Pensai che l’invito a sedermi sul divano avesse a che fare con questo.

A., che nel frattempo aveva preso una sedia e si era posizionato davanti a me, rimase in silenzio per qualche secondo. Poi mi chiese:

«Come stai?»

Lo disse a bassa voce, come avesse avuto paura che un volume troppo elevato potesse ferirmi. Ho sempre trovato che fosse molto bravo a entrare nel mio mondo in punta di piedi, per non urtare il mio equilibrio fragile.

«Preferivo stare alla scrivania», risposi ironico.

A. sorrise, era abituato all’umorismo che uso quando parlo di me. Mi disse che dalle volte successive avrei potuto decidere io dove sedermi.

Non mi sedetti più su quel divano.

 

Questo ricordo mi tornò alla mente all’incirca un anno dopo, quando iniziai il percorso di terapia con D., che è ancora oggi il mio psicologo.

Entrai nello studio per il nostro primo incontro. Guardai la scrivania alla mia sinistra, ma D. mi invitò ad accomodarmi sul divano.

Ripensai subito al divano nello studio di A. Tuttavia, questa volta non ero agitato e trovai la coincidenza alquanto buffa.

Dopo le presentazioni generali, D. mi chiese:

«Perché hai deciso di venire qui?»

Domanda diretta, a bruciapelo.

Con il tempo, ho capito che la differenza maggiore tra A. e D. è proprio a livello di prossemica. Come già ho detto, A. aveva questa maniera così lieve di avvicinarsi a me, quasi timorosa della mia vulnerabilità. Il tocco di D., al contrario, è molto rapido, talvolta brusco, e più di una volta, a conclusione della seduta, mi sono sentito ferito, stracciato. Però D. mi mette di fronte ai miei problemi, mi dona la sensazione della sfida con me stesso. Anche se, almeno per ora, sento di stare perdendo la sfida.

Alla domanda di D., in ogni caso, non sapevo come rispondere.

Una turba di pensieri mi invadeva la mente. Non erano parole, nemmeno immagini: erano sensazioni confuse e indistinte a cui non riuscivo ad associare una forma che mi permettesse di comunicarle. Aprii la bocca, sperando che questo avrebbe spinto il cervello a trovare le parole per iniziare un discorso. Funzionò, ma non come avrei voluto.

Iniziai a raccontare del mio ragazzo, poi del coming out, e qui mi interruppi. Avvertii un nodo alla gola e la voce mi si spezzo. Mi bloccai, senza dire più nulla.

D. rimase in silenzio per un po’. Poi chiese, quasi in un sussurro:

«Come stai?»

D’un tratto, il divano sotto di me si fece scomodo. Mi sentii scomposto e cercai di sistemarmi, ma non trovai una posizione adatta. Il mio corpo era diventato un oggetto ingombrante. Avrei voluto occupare meno spazio possibile, rimpicciolirmi fino a scomparire. Ridurre a zero la superficie di contatto con il mondo.

Sentivo sulle spalle il peso del passato e la paura del futuro. Il sentimento di inadeguatezza, l’insicurezza, la tristezza esistenziale, il desiderio di non provare più nulla. Avevo raccontato tante volte ad A. del mio primo coming out, ma non avevo mai pianto. Mi sorprese il fatto che fosse successo in quel momento con D., che avevo appena conosciuto. Pensavo di aver superato alcune difficoltà. A quanto pare mi sbagliavo.

Gli occhi mi si riempirono di lacrime, chinai la testa.

La domanda mi era risultata incredibilmente pesante, il contatto con D. era stato traumatico come per un palloncino quello con l’ago. Mi domandavo se anche per lui il contatto con me fosse stato difficile, se si fosse punto con i miei aghi emotivi da cactus.

«Possiamo parlarne un’altra volta?» chiesi soltanto.

D. assentì con la testa. Rimase in silenzio, aspettando che fossi io a riprendere il discorso a partire da un altro soggetto.

 

Nella mia testa, i due ricordi si sono sovrapposti e mescolati. Al punto che ho dovuto compiere uno sforzo mnemonico e immaginativo enorme per riuscire a disgiungerli. E non posso assicurare che vi sia del vero in tutto ciò che ho riportato.

I due percorsi di psicoterapia sono per me uno solo: il secondo non ha mai avuto un inizio perché il primo non è mai finito. Non parlo solo di continuità, ma di identità vera e propria.

A. e D., che pure a volte mi sembrano tanto diversi, sono la stessa persona. A. giocava con me, mi seguiva nei miei voli pindarici, nei giochi di parole, nelle catene metaforiche. D. mi riporta a terra quando volo via, si scontra con me perché lui è concreto e io sono astratto, ma proprio questo mi aiuta a crescere.

Eppure, A. e D. sono la stessa persona, chiamata ora con un nome ora con l’altro. Nella mia testa, A. è sé stesso e D. contemporaneamente; e, viceversa, D. è sé stesso e A. contemporaneamente. In barba al principio di non contraddizione di Aristotele.

I due divani sono, per me, uno solo.

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Ciao @Gigiskan :)

Faccio fatica a capire quale sia il racconto: ci sono due ricordi e poi una terza parte che tira le somme, diciamo, quello che manca secondo me è un filo conduttore, che avrebbe potuto essere il coming out, ma non lo ritrovo nella parte con A. Forse sono io che non ho capito bene quale fosse il tuo scopo. Il tono iniziale è narrativo, mentre nel finale è un resoconto, come se il protagonista scrivesse su un diario o come se fosse lo psicolog di se stesso e riportasse i risultati da qualche parte.

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Ciao, Gigi! Bentrovato. 

16 ore fa, Gigiskan ha scritto:

La domanda di A. mi colse di sorpresa, ma acconsentii.

Cercai una posizione comoda sul divano, senza riuscire a trovarla. Mi sentivo rigido e irrequieto insieme. Dovevo sedere sul bordo o poggiare la schiena? Dove mettere le braccia? Come tenere le gambe?

Primo, non andrei a capo. Per me la frase d'apertura fa parte della stessa scena. Secondo, forse è una questione di gusti, però invertirei nella seconda frase: Mi sentivo insieme rigido e irrequieto.

20 ore fa, Gigiskan ha scritto:

e la voce mi si spezzo

spezzò, refuso

 

Un racconto che oserei definire bizzarro, almeno nella sua parte finale che mi ha lasciata perplessa. Infatti, mi sono chiesta perché chiamasse entrambi specialisti con una lettera. Quello che non capisco se questa persona è solo nella testa del paziente divisa in due, come conseguenza di un suo disturbo mentale, o se c'è dell'altro che mi sfugge. Ben scritto, ma gli manca il mordente e soprattutto più chiarezza. A rileggerci!

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Un racconto psicologico dove il disagio esteriore di come sedersi su un semplice divano traspone una fragilità interiore e il disagio identitario nel riuscire a trovare una congrua collocazione nella società.

La scelta di siglare i nomi porta inevitabilmente a qualche inestetismo nella punteggiatura, ma la scrittura è buona.

Nel complesso, la fattura del testo non mi ha fatto pesare la cerebralità delle sedute, però a livello di storia mi rimane un po' lì in sospeso.

 

@Gigiskan Ciao e alla prossima.

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ciao @Gigiskan, piacere di conoscerti. Ho trovato la tua scrittura e il tuo stile buoni e su questo non ho particolari appunti da segnalarti. Mi ha lasciato un po' spaesata la parte finale che mi è sembrata più una riflessione del protagonista rispetto alle due situazioni che hai raccontato con i due psicologi A. e D. 

Originale la scelta di utilizzare il sedersi sul divano come metafora del disagio del protagonista. Un saluto e a rileggerti! :) 

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Ho trovato la parte introspettiva molto ricca, interessante e realistica, mentre la fine confonde il lettore; quasi una "schizofrenia" inversa: invece di ospitare più persone, vive la stessa persona come se fossero due.

Ho visto giusto?

 

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Il 15/3/2020 alle 21:59, Gigiskan ha scritto:

Cercai una posizione comoda sul divano

Avevi accettato, quindi sappiamo già che la posizione comoda riguarda il divano.

 

Il 15/3/2020 alle 21:59, Gigiskan ha scritto:

e la voce mi si spezzo

Refuso: spezzò 

 

Il 15/3/2020 alle 21:59, Gigiskan ha scritto:

Mi sorprese il fatto che fosse successo in quel momento con D., che avevo appena conosciuto.

Appena conosciuto? Hai già detto che "le sedute" erano diverse da quelle con A. Quindi, meglio dire "che conoscevo da poco". Ancora di più visto che il finale riconduce a una sola persona. 

Non ci racconti le motivazioni delle sedute se non descrivendo il tuo disagio fisico e mentale, per questo motivo lo percepisco incompleto. Però mi è piaciuta l'idea della "doppia personalità " esterna. 

 

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Ciao @Gigiskan
 

Mi pare tu scriva in modo pulito, senza troppi fronzoli, e questo mi piasce (Alessandro Borghese mode on). Sai andare al punto delle cose: c’è della freschezza nel saper usare parole concrete, siano queste cactus o peluche. Molti non riescono a farlo, ma tu sì. Quello che non mi ha convinta, e che anzi ha disturbato molto la mia lettura sono stati quei nomi puntati. Se si tratta di un episodio vero, puoi cambiarli per preservare la privacy, ma puntarli mi lascia l’effetto da Posta del cuore di Cioè :rolleyes: Ah, bei tempi! 

Nella prima parte descrivi bene gli spazi, nella seconda però l’aspetto emotivo schiaccia quello fattuale, generando un po’ di confusione nella comprensione. Rivedrei anche gli incisi, che per la maggior parte non servono. 
L’aspetto psicologico, della percezione di sé, è comunque reso con molta delicatezza e precisione, mi è piaciuto molto. 
 

Complimenti!

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@Gigiskan ben trovato! Sono un po' spiazzata, al pari degli altri, il protagonista ha per caso un Disturbo Dissociativo dell'Identità? A racconto finito è la prima cosa che ho pensato e, anche rileggendolo, ho l'idea di qualcuno la cui personalità è frammentata.

La parte centrata sulle sedute è molto ben descritta, rende davvero l'idea del disagio e della fatica, l'ultima è meno efficace.

A rileggerti!

 

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@Kikki @Emy @Vincenzo Iennaco @julia1983 @Ippolita2018 @Almissima @Adelaide J. Pellitteri @Garrula @AnnaL.

Ciao! Ringrazio tutti di cuore per la lettura, i commenti e le osservazioni :rosa: 

Posso rubarvi tre minuti?

Noto della perplessità generale, penso di averne capito il motivo.

Non ho scritto un vero racconto, quindi non c’è una direzione né una soluzione conclusiva da ricercare in quello che ho scritto. Il testo è autobiografico: ho preso due ricordi significativi dei due percorsi di psicoterapia che ho seguito e, collegandoli, ho cercato di spiegare perché in realtà mi sembri che il percorso sia uno soltanto.

Volevo solo raccontare dei ricordi e collegarli tramite una riflessione. L’unico indizio che ho lasciato per cogliere l’autobiografismo sono i nomi puntati, un po’ pochino. E ho capito non è stata una grande idea xD

Mi chiedo se leggendolo non come un vero racconto ma come uno scritto personale, le perplessità rimangano.

Se a qualcuno di voi andasse di farmelo sapere, anche in privato e/o dopo il MI, ve ne sarei davvero grato: tengo a questo racconto e mi piacerebbe poterlo migliorare. Non serve dire che lo considererei come un favore personale, se lo faceste.

Vi ringrazio tanto :)

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Ciao, @Gigiskan, a me il racconto è piaciuto, l'ho trovato ben scritto e penso che riesci a dare ad intendere molto con poco.

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Ciao @Gigiskan

interessante l'idea di mettere al centro del rapporto paziente-terapeuta il divano che, anche  a livello di immaginario collettivo, ha un valore simbolico molto potente. L'ho letto quasi come metafora della capacità del medico di entrare nella mente del paziente, attraverso il mettersi comodi, il lasciarsi andare verso il proprio mondo interiore.

Il testo è scritto bene, in maniera chiara ma densa di concetti.  Ci sono anche immagini che mi sono piaciute, come il palloncino al contatto dell'aria. Insomma mi sembra un buon lavoro. Forse si potrebbe sviluppare in un testo più lungo.

A presto!

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Il 15/3/2020 alle 21:59, Gigiskan ha scritto:

 il contatto con D. era stato traumatico come per un palloncino quello con l’ago. Mi domandavo se anche per lui il contatto con me fosse stato difficile, se si fosse punto con i miei aghi emotivi da cactus.

Due belle similitudini, bravo!

Il 15/3/2020 alle 21:59, Gigiskan ha scritto:

Nella mia testa, i due ricordi si sono sovrapposti e mescolati. Al punto che ho dovuto compiere uno sforzo mnemonico e immaginativo enorme per riuscire a disgiungerli. E non posso assicurare che vi sia del vero in tutto ciò che ho riportato.

I due percorsi di psicoterapia sono per me uno solo: il secondo non ha mai avuto un inizio perché il primo non è mai finito. Non parlo solo di continuità, ma di identità vera e propria.

A. e D., che pure a volte mi sembrano tanto diversi, sono la stessa persona. A. giocava con me, mi seguiva nei miei voli pindarici, nei giochi di parole, nelle catene metaforiche. D. mi riporta a terra quando volo via, si scontra con me perché lui è concreto e io sono astratto, ma proprio questo mi aiuta a crescere.

Eppure, A. e D. sono la stessa persona, chiamata ora con un nome ora con l’altro. Nella mia testa, A. è sé stesso e D. contemporaneamente; e, viceversa, D. è sé stesso e A. contemporaneamente. In barba al principio di non contraddizione di Aristotele.

I due divani sono, per me, uno solo.

 

Come scrivi bene, @Gigiskan , in un bello corretto e scorrevole stile! :indicare:

La trama del racconto si palesa via via, catturando l'attenzione del lettore, sino al finale che ha la giusta enfasi.

Lieta di averti letto.

Una bella prova! Complimenti! :)

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Il ‎15‎/‎03‎/‎2020 alle 21:59, Gigiskan ha scritto:

A. sorrise, era abituato all’umorismo che uso quando parlo di me.

A. sorrise: era abituato all’umorismo che uso quando parlo di me.

 

Il ‎15‎/‎03‎/‎2020 alle 21:59, Gigiskan ha scritto:

la voce mi si spezzo

spezzò

 

Stilisticamente, il brano è fatto bene. Per quanto riguarda il senso del racconto... per me saresti un ottimo candidato al Criptico.

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Il 19/3/2020 alle 19:36, M.T. ha scritto:

 

Stilisticamente, il brano è fatto bene. Per quanto riguarda il senso del racconto... per me saresti un ottimo candidato al Criptico.

Sottoscrivo in pieno! :)

A dirla tutta mi è sembrato abbastanza chiaro fino alle righe finali, in cui ammetto di essermi smarrito.

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ciao @Gigiskan, a me il racconto è piaciuto, così come lo stile pulito, asciutto. Ho un dubbio sul finale. O meglio, non so se l'ho capito: SPOILER. in pratica, A. e D. sono la stessa persona, ma il narratore li vede come due persone diverse a seconda di come il terapeuta si comporta? Oppure, A. e D. sono due persone distinte, ma è il narratore a confonderli, non essendo in grado di rapportarsi pienamente alle differenze che distinguono ogni essere umano e lo rendono, così, unico?

Il testo è sviluppato dando grande rilevanza a ciò che accade dentro il narratore, ai suoi pensieri, mentre quello che accade fuori è quasi irrilevante. Se escludiamo la faccenda del divano ;)

Occhio alle ripetizioni.

Ciao

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