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Alberto Tosciri

[MI 134] Ritorno a casa

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commento

 

Traccia di mezzanotte.

 

 

Il più era fatto, pensava Paolo saltando giù dallo sgangherato camioncino puzzolente di nafta che lo aveva trasportato per tutta la notte.  L’autista stringendogli la mano gli disse – Mi dispiace di non averti portato fino a Baumurtas, ma con un salto sei a casa. Buona fortuna! –  Paolo sorrise, con le lacrime  che gli rigavano le guance. Si mise la valigia di cartone legata con spago sulla spalla e cominciò a camminare sulla strada principale di Loers, il paese prima del suo, che vedeva di fronte, in alto sulla montagna; un pugno di case di pietra in mezzo al granito bianco.  Si fermò guardando come incantato. Alcune donne vestite di nero si erano fermate nelle vicinanze. Si aggiunse qualche bambino scalzo, uomini anziani con i vestiti sporchi di terra.

Paolo salutò in dialetto, posando la valigia e asciugandosi con un gesto frettoloso le lacrime.

–  Ah! È di Baumurtas! – disse un uomo barbuto con un pezzo di sigaro in bocca.

–  Sì. Sì. Sto tornando a casa!

–  Dov’eri?

–  Prigioniero in Germania.

–  Povero soldato!

–  Sono un carabiniere – disse con orgoglio Paolo, mostrando gli alamari di filo argentato strappati in più punti, che aveva cucito sui risvolti di una  logora giacca militare tedesca. Indossava pantaloni kaki inglesi e calzava un paio di stivali tedeschi.

–   Vieni. Un bicchiere di vino.

–   Volentieri.

–  Abbiamo anche pane carasau e lardo.

–  Troppo disturbo. Basta il vino.

–  Nessun disturbo, carabiniere. Ma sei giovane.

–  Ho 21, sì.

–  Da quanto eri prigioniero?

–  Due anni… due anni.

–  Oh povero! Tra poco sarai a casa. Non piangere. Coraggio. Bevi tranquillo.

Si fermò a quel punto un carro con un venditore di rotoli di stoffa. Veniva da Toertu e in ogni paese dove passava declamava la sua merce imitando il dialetto del luogo. Si fermò anche lui a bere e quando sentì parlare Paolo lo salutò nel dialetto di Baumurtas. Paolo sorrise.

–  Sto andando al tuo paese. Se vuoi ti do un passaggio.

Paolo era tentato di accettare. – No – disse a malincuore. – È da quando son partito che a casa non mi hanno più visto e da prigioniero non mi hanno fatto scrivere. So già che mi credono morto. Mi son rimaste quattro sorelle, che i genitori sono morti che ero ragazzino. Se vai in paese dovresti farmi un favore, se non chiedo molto…

–  Qualunque cosa. Stai tranquillo.

 

Paolo si trattenne un paio d’ore a Loers, il tempo che sapeva ci avrebbe messo un carro a salire in paese. Poi, dopo aver ringraziato le persone che lo avevano invitato, si incamminò a sua volta. Uscito da Loers vide che il vecchio ponte era cadente e attraversò il fiume a piedi, bagnandosi fino alla cintola e tenendo la valigia sulla testa. Un bambino lo vide e lo salutò ridendo. Paolo gli sorrise a sua volta. Si sarebbe asciugato camminando in quel giorno di sole nella strada bianca. Era felice e allo stesso tempo aveva paura. Conosceva quel cammino fin da piccolo, quando scendeva in pianura assieme ai suoi coetanei per andare a lavorare come bracciante; guardava ogni angolo, ogni pietra e man mano che saliva  gli venivano le lacrime agli occhi. Ma aveva paura. Troppo aveva sognato quel momento durante la prigionia, troppe ne aveva viste, immaginava che anche a casa sua avessero sofferto, certamente lo credevano morto le sue sorelle e i parenti tutti. E ora stava tornando a casa. Aveva una busta in tasca con i documenti che gli avevano dato al campo di smistamento, tutti quei prigionieri radunati dentro l’arena di Verona. Poi a piedi e con mezzi di fortuna fino a Civitavecchia per imbarcarsi. Doveva presentarsi ai carabinieri del suo paese che avrebbero poi confermato il suo arrivo al comando. Gli avevano detto che poteva stare a casa sei mesi, poi avrebbe ripreso servizio. Di questo era contento. Ma adesso aveva paura. Si avvicinava al paese sempre di più, quando si fermò a una fontana per bere. E non si decideva a riprendere il cammino. Rimase così a lungo. Sentì due campanelle. Due capre lo  stavano guardando, masticando con indifferenza. Da dietro uno spuntone di roccia della strada comparve un piccolo vecchio con la schiena curva e un bastone, che si avvicinava per far bere le sue capre e per bere a sua volta. Si tolse il berretto per salutare.

–   Ziu Nanziu! Sono Paolo Tancas! Mi riconoscete?

–   Adesso che hai parlato sì. Ma immaginavo che eri tu. Certo.

Si strinsero la mano e si abbracciarono. Ziu Nanziu era stato amico di suo padre.

–   Le tue sorelle sono vestite a lutto per te. Ma sanno che stai arrivando. Hai fatto bene ad avvertire.

–   Allora quel venditore di Toertu ha fatto bene?

–   Sì. Molto bene.

–   Ditemi come ha fatto…

Ziu Nanziu sorrise sdentato. – Lui non conosceva la tua famiglia, ma per non sbagliare ha cominciato a gridare fin dalle prime case: – Stoffe! Stoffe belle! Roba  del continente! Ho parlato con Paolo Tancas! Chi di voi conosce Paolo Tancas? Stoffe belle!  Ho parlato con Paolo Tancas! Sta venendo in paese! Chi di voi lo conosce? Stoffe belle del continente! Paolo Tancas! Chi lo conosce? Sta venendo!

–   Oh santo cielo!

–   Tua sorella più piccola, Rosalina…

–   Rosalina!

–   Era in strada e ha sentito. Ha chiesto come era possibile che ti avesse visto. Quando ha saputo si è messa a gridare.

–   Povera… Povera…

–   È andata a casa con altre donne e ora le tue sorelle lo sanno. E lo sanno tutti.

–  Come sono messo, ziu Nanziu?

–  Sei cambiato. Avevo il dubbio che eri tu. Dovevo sentire la tua voce.

–  Lo so. Lo so. Grazie ziu Nanziu. E venite a trovarmi quando volete.

–  Verrò. Stai tranquillo, verrò. Ma ora è tempo che torni a casa, Paolo.

–  Sì. Certo. Ora io torno a casa. A casa.

 

Paolo passò davanti al cimitero, che era all’inizio del paese, si fece il segno della croce, recitò una preghiera per i suoi vecchi.  Andò avanti. Quell’odore che non aveva più sentito, che non aveva mai dimenticato, il posto dove era nato ora lo accoglieva. Quasi correva verso la sua casa, posta  davanti alla chiesa. Vide una folla di uomini, donne e bambini. Si fermò. Non riusciva più a camminare. Quella gente, la sua gente, era per lui. Lasciò andare la valigia, ma non riusciva ad andare avanti. Era troppo. Era troppo.  Sentì delle urla di donne vestite di nero che chiamavano il suo nome, che correvano verso di lui  piangendo. Allora si inginocchiò o si lasciò andare, alzando le braccia al cielo e piangendo. Le sue sorelle lo abbracciarono tutte assieme coprendolo di baci. Le loro lacrime gli dicevano che era davvero tornato a casa.

 

 

 

 

 

 

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Ciao Alberto,

 

ho frequentato la Sardegna per lavoro per due anni e ne ho amato l'atmosfera, sia delle zone costiere che di quelle interne. Il tuo racconto mi ha ripostato i suoni e gli odori di un posto fantastico. Mi sembra quasi di sentire il sole caldo e il venticello sulla faccia.

Semplice ed efficace, molto bravo.

 

 

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Nella sua semplicità è delizioso, pare un ricamo. Niente in più e niente in meno di quello che serve, bravo.

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Un ritorno a casa toccante e dalle fragranze bucoliche del paesaggio, che sembra quasi istoriato. La scrittura l'ho trovata impeccabile ed essenziale. Insomma, un racconto cannonau. Pardon, volevo dire è una cannonata.

 

@Alberto Tosciri Ciao e alla prossima.

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Il 15/3/2020 alle 21:42, Alberto Tosciri ha scritto:

pensava Paolo saltando giù dallo sgangherato

direi: pensò Paolo saltando

Il 15/3/2020 alle 21:42, Alberto Tosciri ha scritto:

Si fermò guardando come incantato.

Si fermò a guardare, oppure potresti dire: Si fermò, guardava incantato. Hai un altro fermare nella frase seguente

 

Mi hai fatto piangere, @Alberto Tosciri, dall'inizio alla fine. Vedo sempre i tuoi racconti come un film e mi commuovi spesso, ma questo più degli altri.

 

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Mi sono commossa tantissimo. 

Non conosco la Sardegna, il tema della guerra non mi piace, ma tutto questo non conta, perché ho percepito la gioia e l'incertezza di chi torna a casa dopo troppo tempo.

Bellissimo

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Il 15/3/2020 alle 20:42, Alberto Tosciri ha scritto:

e cominciò a camminare sulla strada principale di Loers, il paese prima del suo, che vedeva di fronte, in alto sulla montagna; un pugno di case di pietra in mezzo al granito bianco.  Si fermò guardando come incantato.

su questo pezzo ti faccio due appunti: un pugno di case è un'espressione abusata, e il come lo toglierei. 

 

Il 15/3/2020 alle 20:42, Alberto Tosciri ha scritto:

–   Ditemi come ha fatto…

Ziu Nanziu sorrise sdentato. – Lui non conosceva la tua famiglia, ma per non sbagliare ha cominciato a gridare fin dalle prime case: – Stoffe! Stoffe belle! Roba  del continente! Ho parlato con Paolo Tancas! Chi di voi conosce Paolo Tancas? Stoffe belle!  Ho parlato con Paolo Tancas! Sta venendo in paese! Chi di voi lo conosce? Stoffe belle del continente! Paolo Tancas! Chi lo conosce? Sta venendo!

Mi sono commossa e mi piace un sacco provare un'emozione quando leggo.

Veder tornare un soldato del quale non si hanno notizie da tanto tempo è lo stesso che vederlo resuscitare dai morti. L'intensità del tuo pezzo sta in questo, ci hai fatto percepire quanto una simile gioia possa anche uccidere,  bisognava per questo stemperare l'impatto. Bravo 

Pezzo riuscito, è stato un piacere leggerlo. Anche mio padre non ha potuto dare notizie di sé per due anni.

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@Macleo  Grazie 

 

@Thea  Grazie

 

@AnnaL.  Grazie

 

@Vincenzo Iennaco  grazie. Buono il cannonau... ;)

 

@Garrula  Grazie

 

@Kikki  Grazie. Giuste le tue notazioni, correggo.

 

@Almissima  Grazie. 

 

@Adelaide J. Pellitteri  Grazie. Condivido la correzione.

 

8 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Anche mio padre non ha potuto dare notizie di sé per due anni.

 Capisco bene. Il protagonista del mio racconto è esistito davvero, queste cose sono avvenute alla fine del 1945. Io ho sentito spesso questa storia...

Paolo Tancas in realtà si chiamava Paolo Tosciri. Era mio padre.

 

@Poeta Zaza  Grazie, troppo gentile.

31 minuti fa, Poeta Zaza ha scritto:

Ogni tuo racconto lo leggo come una storia vera, perché, anche se non lo è, lo leggo come tale, e mi avvince.

Questa è una storia vera, come ho detto ad Adelaide J. Pellitteri. Ho romanzato qualche particolare, ho cambiato nomi di località... avrei voluto scrivere di più, non se se mai ce la farò.

 

 

 

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Ciao @Alberto Tosciri. Ho letto il tuo racconto con il cuore in mano, commossa a dir poco fino alle lacrime. Mi hai ricordato mio nonno e la sua storia del ritorno dalla prigionia e forse per questo sono così a corto di parole. Un pezzo intenso e vivido che ho sentito forte dentro. Molto, molto bello. Complimenti!

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Ciao! Ti segnalo giusto un refuso:

 

Quota

Mi son rimaste quattro sorelle, che i genitori sono morti che ero ragazzino.

ché

 

Spero di non fare una figuraccia, ma credo che tu sia Unius. È davvero un piacere rileggerti! :D

Ricordo ancora la tua scrittura delicata ed evocativa, è la stessa che ho ritrovato qui e ne sono lieto. Mi è piaciuto tanto il tuo racconto!

A rileggerci :P

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Ciao @M.T.  Grazie.

 

 

Ciao @Gigiskan  Grazie per l'apprezzamento.

Giusto il refuso, io proprio non ci ho fatto caso.

 

3 ore fa, Gigiskan ha scritto:

Spero di non fare una figuraccia, ma credo che tu sia Unius. È davvero un piacere rileggerti! :D

Ricordo ancora la tua scrittura delicata ed evocativa, è la stessa che ho ritrovato qui e ne sono lieto. Mi è piaciuto tanto il tuo racconto!

A rileggerci 

 Sì. Avevo il nik di Unius. Ora ho messo il mio nome.

 

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Ha il sapore di quei film neorealisti in bianco e nero... si respira la tua Sardegna...

Ottimo lavoro, come al tuo solito.

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Grazie @Joyopi 

Tra l'altro penso che l'epoca  dei film neorealisti, fine anni Quaranta e anni Cinquanta sia stata, nonostante la povertà della gente normale, l'ultimo periodo  a misura d'uomo per l'Italia.

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Ciao @ivalibri  grazie per l'apprezzamento.

In quanto alla stranezza della risposta, in italiano suona male e strano, anche sbagliato lo so. Ho tradotto letteralmente dalla parlata sarda del protagonista.

In sardo se ti chiedono: "Sei giovane..." con sottinteso che vorrebbero sapere anche gli anni, uno risponde "Ho 21" (o quello che è), senza dire che sono anni. Tanto quelli sono.

Talvolta alla domanda precisa "Quanti anni avete?"  (rivolta a un anziano), quello risponde anche "Tengo 80. O "tengo presto 81"  se deve ancora compierli.

In italiano suona alquanto bislacco, in sardo è molto normale, non ci tengono ad aggiungere cose superflue... :)

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