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Ton

[MI 134] Il perditempo

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     Se ne sta seduto su una delle due sedie di fronte la scrivania, gli occhiali da vista gettati là come se qualcuno gli avesse dato un cazzotto e li avesse fatti volare via, la testa bassa che ti mostra una precoce alopecia, i capelli sottili e unti, lo sguardo vacuo. Non ti ha ancora detto il suo nome, e anche avendolo cercato nel registro delle prenotazioni, sul foglio davanti ai tuoi occhi, quello che leggi sembra solo uno scherzo di cattivo gusto della segretaria, Milena, che ti hanno imposto gli esimi colleghi coi quali condividi in subaffitto questo, chiamiamolo, studio.

     – Si prenda pure il suo tempo.

     – Non sono sicuro di avere un tempo mio, per così dire.
     Fai un bel respiro, la questione sarà lunga. Lo dici a te stessa ogni volta che un nuovo paziente viene sputato dentro lo studio e fuori dalla striminzita sala d’attesa, che in realtà è solo il disimpegno di questo posto, ma si è stabilito di chiamarla sala d'attesa per non caricare di troppi significati gli attendenti che vi abitano buona parte delle loro mattinate e che potrebbero sentire nella parola disimpegno il preludio ad un opposto impegno nel momento in cui varcassero il confine da quel luogo al tuo studio. Con alcuni di loro la questione è più semplice: entrano dall’ingresso, appendono cappello, cappotto, impermeabile se piove, pelliccia se sono donne e arrivano da un’altra epoca, sciarpa o guanti nelle tasche larghe se fuori è freddo o nevica; spendono il proprio tempo in religioso, o vergognoso, silenzio, sfogliando qualcuna delle riviste sul tavolino in vetro o contemplandosi la punta delle scarpe, ben attenti a non incrociare gli sguardi degli altri, che potrebbero inavvertitamente provocare una parola qua, una frase là, e così dar via a una discussione. Quando sentono chiamare il proprio nome, o cognome, o soprannome (dipende da quello che hanno riferito al telefono e quello che Milena s’è ricordata di segnare), si alzano e camminano in direzione della porta con indosso il loro paraocchi immaginario, strascicano i piedi, le mani insaccate nei pantaloni o ammanettate dietro la schiena, quasi andassero incontro al plotone d’esecuzione e il corpo stesse in qualche modo tentando di ritirarsi, rimpicciolirsi e scomparire. Poi varcano la soglia, volgi loro un bel sorriso — non troppo largo, che non scambino tutti quei denti lattiginosi come il morso di un predatore pronto ad affondarglisi nel collo — magari un gesto con la mano, o col capo, ad indicare “prego, si sieda pure. Aspettavo proprio lei”. Un bellissimo rituale che ti piace perché mette anche te a tuo agio e che i nuovi pazienti non ti lasciano fare, nella fretta della spavalderia incontrollata e incongrua con cui vogliono mostrarsi indifferenti a quanto sta accadendo, come non riguardasse loro ma qualcun altro. Si precipitano dentro, la porta quasi sbatte con violenza contro la fragile parete in cartongesso e l’unica cosa che evita il disastro, un bel buco da parte a parte tra il tuo studio e quello di Morandi, è il vaso dorato che ti hanno regalato alla laurea e l’aspidistra che hai interrato il primo giorno di lavoro indipendente e che nonostante i tuoi sforzi e la quantità smisurata di acqua con cui l’hai ingozzata, non ne vuole sapere di fiorire.
     Guardi ancora una vola il foglio delle prenotazioni e tenti di decifrare la scrittura di Milena, piena di arzigogoli, tutta riccioli e cuoricini. Potresti anche chiedergli come si chiama, semplicemente, ma non ti ha ancora guardato negli occhi, non ha notato il sorriso né il tuo cenno a mettersi comodo, insomma non si è ancora stabilita alcuna connessione, neanche superficiale, tra di voi, e da qualche parte dentro di te senti che le connessioni sono fondamentali, che sono tutto ciò che rimane e quando una viene a mancare o evita di formarsi, ti senti come se fossi sul fondo di un pozzo buio mentre tenti la risalita in superficie, avessi messo un piede in fallo e fossi sdrucciolata ancora più in basso. Meglio evitare di dare un nome a questa connessione mancata, per il momento.
     – Posso chiederle cosa intende?

Continua a non guardarti come non fossi lì.

     – Certo che può.

     È uno di quelli stronzi. Di quelli che vanno dal terapeuta con un bel carico di sicurezza, un breviario di citazioni erudite e tanta voglia di dimostrare al prossimo sconosciuto tutta la loro superiorità. Ah, non dategli dello “speciale”, per carità. No, loro sono normali. Soltanto, di una normalità superiore, qualsiasi cosa voglia dire.

     – D’accordo. Cosa intende?

     – Che non ho del tempo mio. È tutto in prestito.

     – Il suo tempo è in prestito?

     – Credo di sì.

     – E chi glie l’ha prestato, se posso?

     – No, non è quello che intendo.

     – Mi aiuti a capire, se le va.

     – È un po’ come comprare abiti usati, ha presente? Per quanto ti possano stare bene, lo senti che non sono tuoi. È come se ci fossero ancora tracce della persona che li ha indossati prima, come se stessi indossando non un abito, ma una persona. Ecco, io indosso il mio tempo come se fosse il tempo di un altro.

     – È un concetto interessante. La cosa le crea problemi?

     – Nessuno. Semmai ne crea agli altri. Voglio dire, mi hanno detto di venire qui per questo.

     – Le hanno detto di venire perché lei crea problemi al tempo degli altri? 

     – In pratica.

     – Ma cos’è che fa, di preciso?

     – Non faccio nulla. È solo che quando passo troppo tempo con qualcuno, è come se questa persona cominciasse a sentire l’urgenza di muoversi, di fare qualcos’altro che non sia stare a parlare con me. Di solito iniziano ad alzarsi, fare qualche passo in cerchio, giochicchiare con qualsiasi cosa gli capiti a tiro, e io lì capisco che sta per succedere di nuovo.

     – Cosa “sta per succedere di nuovo”?

     – Gli sto rubando il tempo.

     – Intende che queste persone sentono di star perdendo tempo con lei?

     – No, non è che sentano che lo stanno perdendo. Quando perdi una cosa di solito è perché non sai più dove si trova. Nel mio caso per lo più sentono che il loro tempo si trova nel medesimo punto del mio.

     Mandalo via. Dagli uno di quei test a risposta multipla, due crocette in fila, un disegno da completare e mandalo via. Diagnosi: è un perditempo. Non ci riesci eh? Lo so, non fa parte di te. Tu non ti comporti così con le persone, non fai di tutto per togliertele di torno. Continui a guardarlo mentre se ne sta in silenzio, gli occhi come due biglie di vetro, trasparenti che quasi puoi vedergli il nervo e contargli i vasi retinici. Forse sono gli occhi, è tutto lì il problema: quegli occhi vuoti che sembrano riempirsi di te, riempirsi del mondo intero, portarlo oltre la superficie acquosa della cornea, mescolarlo al proprio umor vitreo, e non restituirti nulla in cambio. Un po’ ti senti derubata anche tu, ammettilo. E nonostante tutto non riesci a mandarlo via, ti sembra di avere di fronte un anziano indifeso, piccolo e curvo su se stesso, preoccupato di non far torto a nessuno, che nessuno si senta derubato da lui, che nessuno si senta in credito. Talmente vecchio e indifeso da sembrare davvero in grado di poter rubare il tempo, e vivere per sempre. Ma lo vedi anche tu che non è così, è solo un ragazzo. Un ragazzo solo.
     – Potremmo rivederci?

     – Quando vuoi. Diamoci del tu, ti va?

     – Certo, sì.

     – Allora facciamo così, ti segno per domattina.

     – Non hai paura che stia rubando del tempo anche a te?

     Rispondi. Dì la verità.

     – Sai, non ho mai creduto che il tempo fosse una cosa così importante.

     Sorride.

     – Neanch’io.

     Raccoglie gli occhiali e si alza. Non tende una mano, non ti guarda: è presto per quel tipo di connessione. Non appena inforcati, lo sguardo posa sull’aspidistra.

     – È davvero bella, sai?

     – Forse un giorno, quando fiorirà. Per ora a me sembra solo un groviglio di verdure.

     – Beh, come si dice. Dai tempo al tempo.

     Anche l’ultimo paziente ha abbandonato lo studio. Milena è uscita in anticipo e sei rimasta sola, puoi chiudere, adesso. Passando affianco al vaso, prima di spegnere le luci, una piccola perla viola luccica sullo stelo.

------

Traccia di mezzogiorno: A porte chiuse

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57 minuti fa, Ton ha scritto:

Lo dici a te stessa ogni volta che un nuovo paziente viene sputato dentro lo studio e fuori dalla striminzita sala d’attesa, che in realtà è solo il disimpegno di questo posto, ma si è stabilito di chiamarla sala d'attesa per non caricare di troppi significati gli attendenti che vi abitano buona parte delle loro mattinate e che potrebbero sentire nella parola disimpegno il preludio ad un opposto impegno nel momento in cui varcassero il confine da quel luogo al tuo studio.

Questa frase mi pare lunga e macchinosa, proporrei di snellire e spezzare. 

 

1 ora fa, Ton ha scritto:

   – Il suo tempo è in prestito?

     – Credo di sì.

     – E chi glie l’ha prestato, se posso?

     – No, non è quello che intendo.

     – Mi aiuti a capire, se le va.

     – È un po’ come comprare abiti usati, ha presente? Per quanto ti possano stare bene, lo senti che non sono tuoi. È come se ci fossero ancora tracce della persona che li ha indossati prima, come se stessi indossando non un abito, ma una persona. Ecco, io indosso il mio tempo come se fosse il tempo di un altro.

     – È un concetto interessante. La cosa le crea problemi?

     – Nessuno. Semmai ne crea agli altri. Voglio dire, mi hanno detto di venire qui per questo.

     – Le hanno detto di venire perché lei crea problemi al tempo degli altri? 

     – In pratica.

     – Ma cos’è che fa, di preciso?

     – Non faccio nulla. È solo che quando passo troppo tempo con qualcuno, è come se questa persona cominciasse a sentire l’urgenza di muoversi, di fare qualcos’altro che non sia stare a parlare con me. Di solito iniziano ad alzarsi, fare qualche passo in cerchio, giochicchiare con qualsiasi cosa gli capiti a tiro, e io lì capisco che sta per succedere di nuovo

Questa parte mi piace molto, soprattutto la parte che ho evidenziato in grassetto. 

 

1 ora fa, Ton ha scritto:

E nonostante tutto non riesci a mandarlo via, ti sembra di avere di fronte un anziano indifeso, piccolo e curvo su se stesso, preoccupato di non far torto a nessuno, che nessuno si senta derubato da lui, che nessuno si senta in credito. Talmente vecchio e indifeso da sembrare davvero in grado di poter rubare il tempo, e vivere per sempre. Ma lo vedi anche tu che non è così, è solo un ragazzo. Un ragazzo solo.

Anche questa parte mi piace molto, sai entrare nel personaggio e in più ce lo mostri con caratteristiche precise e molto calzanti. 

La pianta che finalmente mostra un germoglio è una speranza per la terapeuta e il paziente, la connessione è stata instaurata.     

Ho trovato interessante come hai sfruttato il punto di vista della dottoressa che pare riconoscere a primo acchito il proprio paziente, ma con questo sarà diverso. 

Piaciuto 👍

 

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4 ore fa, Ton ha scritto:

Se ne sta seduto su una delle due sedie di fronte la scrivania, gli occhiali da vista gettati là come se qualcuno gli avesse dato un cazzotto e li avesse fatti volare via, la testa bassa che ti mostra una precoce alopecia, i capelli sottili e unti, lo sguardo vacuo.

Pezzo molto descrittivo, che diventa lungo; prova a spezzarlo in due o tre frasi.

 

4 ore fa, Ton ha scritto:

Non ti ha ancora detto il suo nome, e anche avendolo cercato nel registro delle prenotazioni, sul foglio davanti ai tuoi occhi, quello che leggi sembra solo uno scherzo di cattivo gusto della segretaria, Milena, che ti hanno imposto gli esimi colleghi coi quali condividi in subaffitto questo, chiamiamolo, studio.

Non ti ha ancora detto il suo nome e, anche avendolo cercato nel registro delle prenotazioni, quello che leggi sembra uno scherzo di cattivo gusto di Milena, la segretaria che ti hanno imposto i colleghi coi quali condividi in subaffitto questo, chiamiamolo, studio.

 

4 ore fa, Ton ha scritto:

 Fai un bel respiro, la questione sarà lunga.

Fai un bel respiro: la questione sarà lunga.

 

Noto che usi uno stile descrittivo: una scelta voluta e che quindi rispetto. Suggerirei di utilizzare un po' più di sintesi e rendere un po' meno lunghe le frasi, così da dare più "fiato" al lettore.

Sei più parco invece nei dialoghi, che trovo belli e interessanti: incoraggi il lettore a scoprire che cos'è questo rubare il tempo.

 

4 ore fa, Ton ha scritto:

Forse sono gli occhi, è tutto lì il problema: quegli occhi vuoti che sembrano riempirsi di te, riempirsi del mondo intero, portarlo oltre la superficie acquosa della cornea, mescolarlo al proprio umor vitreo, e non restituirti nulla in cambio. Un po’ ti senti derubata anche tu, ammettilo.

 Forse sono gli occhi: è tutto lì il problema. Quegli occhi vuoti che sembrano riempirsi di te, del mondo intero, portarlo oltre la superficie acquosa della cornea, mescolarlo al proprio umor vitreo, e non restituirti nulla in cambio. Un po’ ti senti derubata anche tu, ammettilo.

 

4 ore fa, Ton ha scritto:

– Quando vuoi. Diamoci del tu, ti va?

     – Certo, sì.

Metterei solo o "certo" o "sì".

 

4 ore fa, Ton ha scritto:

– Forse un giorno, quando fiorirà. Per ora a me sembra solo un groviglio di verdure.

 

4 ore fa, Ton ha scritto:

Milena è uscita in anticipo e sei rimasta sola, puoi chiudere, adesso.

Milena è uscita in anticipo: sei rimasta sola. Adesso puoi chiudere.

 

4 ore fa, Ton ha scritto:

Passando affianco al vaso,

Passando di fianco al vaso

 

Un po' più di sintesi come ho già scritto e cambiare un po' la costruzione dei periodi per renderli più veloci per rendere la meglio il racconto. Belli dialoghi e descrizioni. Tuttavia il racconto mi ha dato una sensazione d'incompiuto , come se non portasse da nessuna parte; probabilmente mi è sfuggito qualcosa e dovrò rileggerlo a mente fredda. Ha qualcosa di sfuggente, che fatico a inquadrare (non significa che abbia qualcosa che non va: è che non riesco a focalizzarlo a dovere).

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6 ore fa, Ton ha scritto:

Lo dici a te stessa ogni volta che un nuovo paziente viene sputato dentro lo studio e fuori dalla striminzita sala d’attesa, che in realtà è solo il disimpegno di questo posto, ma si è stabilito di chiamarla sala d'attesa per non caricare di troppi significati gli attendenti che vi abitano buona parte delle loro mattinate e che potrebbero sentire nella parola disimpegno il preludio ad un opposto impegno nel momento in cui varcassero il confine da quel luogo al tuo studio.

La prima parte è tutta molto densa, ma questo megaperiodo rischia di mandarmi in analisi :D

 

Per quanto sia scritta molto bene, la corposa parte iniziale rischia di sfiancare e demoralizzare il lettore. Però questa sorta di "redde rationem" del paziente in analisi, col suo sapore tra il caustico e il sarcastico, è sfizioso (il paziente è soltanto un po' in sovrappeso :)).

La parte della seduta analitica, al di là del passo ridotto, da luogo a intriganti spunti di riflessione circa la problemarica del paziente e le implicazioni spazio-temporali nel relazionarsi col prossimo. E la pianta di aspidistria, assurge un po' a metafora del grande albero della comunicabilità: per quanto spoglio e spelacchiato, col tempo e l'innaffiamento prima o poi spunterà il suo bel virgulto.

 

@Ton è sempre un piacere leggerti. Ciao e alla prossima.

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@Adelaide J. Pellitteri @ivalibri @M.T. @Poeta Zaza @Vincenzo Iennaco grazie per essere passati :rosa:

Devo dire che mi fa piacere tutta questa "pesantezza" percepita nelle frasi :) forse fa meno piacere a chi legge, e un po' l'esperimento è anche quello. L'idea di "star perdendo tempo" e di bilanciare il tempo perso con dei dialoghi sintetici che dovrebbero andare a dare un senso più compiuto a tutto il racconto. 

Mi fa anche piacere di aver trovato una chiusa che aiuta il senso del racconto, almeno per qualcuno di voi, visto che i racconti "incompiuti" sono un po' la mia specialità :D 

 

Quota

 Ha qualcosa di sfuggente, che fatico a inquadrare


Un po' come il tempo, no? :D 
 

Quota

(il paziente è soltanto un po' in sovrappeso :) ).


@Vincenzo Iennaco hey hey, non è un autobiografia. Giuro :D 
 

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20 ore fa, Ton ha scritto:

Guardi ancora una vola

refuso.

 

@Ton, ciao! Non ricordo se ho già letto altri tuoi racconti, comunque questo mi è piaciuto molto. È scritto benissimo (anche la scelta della seconda persona è molto ben gestita) e l'ho letto con grande curiosità. Io sinceramente non ho trovato pesante la parte iniziale, anzi. A me piacciono questo genere di cose. Bravo.

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Ciao @Ton
L’idea di fondo mi piace moltissimo: il tempo si perde o si ruba? Non ci avevo mai pensato. 
Per quanto riguarda lo stile, secondo me ci sono un po’ troppe ottime intuizioni. Nelle descrizioni accumuli elementi che di per sé funzionano, e molto bene, ma che affastellate una sull’altra perdono effetto. Cercherei di fare una cernita (anche se so che è difficile): le tue immagini sono potenti, ma sparate tutte assieme si tolgono spazio a vicenda. 

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@Garrula grazie per essere passata/o!

È la prima volta che qualcuno mi fa una critica perché va tutto "troppo" bene :D non so come prenderla ma sento che mi fa piacere: non ho mai cercato la perfezione, anzi.

In questo racconto ho provato diverse tecniche nuove, a cominciare proprio dal modo di scriverlo, visto che uno dei miei problemi principali è sempre stato quello di "stare stretto" negli 8000 così come nei 16000 caratteri (me ne servirebbero almeno il triplo per un racconto breve...) e quindi, come dici tu, ho affastellato (una parola che adoro!) :)  

Ti ringrazio sia per le "ottime intuizioni" che per le "immagini potenti", sperando che la cosa mi funzioni meglio in formato romanzo :D 


A presto :rosa: 

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Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

Non ti ha ancora detto il suo nome, e anche avendolo cercato nel registro delle prenotazioni, sul foglio davanti ai tuoi occhi, quello che leggi sembra solo uno scherzo di cattivo gusto della segretaria, Milena, che ti hanno imposto gli esimi colleghi coi quali condividi in subaffitto questo, chiamiamolo, studio.

La prima frase è già corposa di suo, qua snellirei. "...e pur avendolo nel registro delle prenotazioni, ti sembra solo uno scherzo di cattivo gusto di Milena, la segretaria che ti hanno imposto gli esimi colleghi con cui condividi..."

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

 Fai un bel respiro, la questione sarà lunga

due punti dopo respiro

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

Lo dici a te stessa ogni volta che un nuovo paziente viene sputato dentro lo studio e fuori dalla striminzita sala d’attesa, che in realtà è solo il disimpegno di questo posto, ma si è stabilito di chiamarla sala d'attesa per non caricare di troppi significati gli attendenti che vi abitano buona parte delle loro mattinate e che potrebbero sentire nella parola disimpegno il preludio ad un opposto impegno nel momento in cui varcassero il confine da quel luogo al tuo studio

Almeno un punto dopo "posto". Ovviamente il "ma" andrebbe eliminato

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

Con alcuni di loro la questione è più semplice: entrano dall’ingresso, appendono cappello, cappotto, impermeabile se piove, pelliccia se sono donne e arrivano da un’altra epoca, sciarpa o guanti nelle tasche larghe se fuori è freddo o nevica; spendono il proprio tempo in religioso, o vergognoso, silenzio, sfogliando qualcuna delle riviste sul tavolino in vetro o contemplandosi la punta delle scarpe, ben attenti a non incrociare gli sguardi degli altri, che potrebbero inavvertitamente provocare una parola qua, una frase là, e così dar via a una discussione.

è bello e rende vivida la scena, il periodo però è troppo lungo, a gusto mio.

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

Si precipitano dentro, la porta quasi sbatte con violenza contro la fragile parete in cartongesso e l’unica cosa che evita il disastro, un bel buco da parte a parte tra il tuo studio e quello di Morandi, è il vaso dorato che ti hanno regalato alla laurea e l’aspidistra che hai interrato il primo giorno di lavoro indipendente e che nonostante i tuoi sforzi e la quantità smisurata di acqua con cui l’hai ingozzata, non ne vuole sapere di fiorire.

perchè il quadro e la pianta hanno questo potere? Non capisco =_= Ah, toglierei il quasi, in realtà pare proprio, da come scrivi, che la sbattano "con violenza" tanto che si rischierebbe un disastro.

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

. Potresti anche chiedergli come si chiama, semplicemente, ma non ti ha ancora guardato negli occhi, non ha notato il sorriso né il tuo cenno a mettersi comodo, insomma non si è ancora stabilita alcuna connessione, neanche superficiale, tra di voi, e da qualche parte dentro di te senti che le connessioni sono fondamentali, che sono tutto ciò che rimane e quando una viene a mancare o evita di formarsi, ti senti come se fossi sul fondo di un pozzo buio mentre tenti la risalita in superficie, avessi messo un piede in fallo e fossi sdrucciolata ancora più in basso.

trovo tolga forza al fatto che ancora non si sono guardati negli occhi.

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

e io lì capisco

mi vien da dire che o il "lì" lo metti in inciso o lo togli, così suona stonato.

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

Nel mio caso per lo più sentono

per lo più in inciso

Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

vetro, trasparenti che quasi puoi vedergli il nervo e contargli i vasi retinici

a gusto assolutamente personale. L'idea di poter vedere "dentro" qualcuno è grottesca e mi piace, "trasparente" si collega, per me, a qualcosa di "pulito" o gradevole.

 

 

Già aver usato la seconda persona per me è un punto in più. Le immagini sono belle, solo che è tutto un po' affastellato (visto che il verbo ti piace tanto ^_^), i periodi così lunghi tendono a far saltare parole ed è un peccato perchè ne usi di belle. Anche a me qualcosa sfugge nel finale, di primo acchito non mi ha colpito molto come conclusione, ma lo rileggerò a mente fredda. Il dialogo sul tempo "rubato" è surreale e mi è piaciuto. Dovresti solo asciugare un po', ma ho lo stesso problema e non posso dire di non capirti.

@Ton a rileggerti!

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@Ippolita2018 non crederai di cavartela così eh? :D 

Comunque non so quanti hanno colto il riferimento che volevo con l'aspidistra (che dovrebbe aggiungere un ulteriore livello di lettura) :umh:

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Ciao, @Ton! :D

Snellirei con decisione le sequenze descrittive: ci sono frasi che ho trovato troppo lunghe e che rendono il racconto prolisso, per i miei gusti. Il nucleo del testo sono, però, i dialoghi, che a me sembrano davvero riusciti e belli, anche emozionanti. (Non apprezzo particolarmente la scelta della seconda persona, ma è una questione di affinità personale. Mi sembra che sia stata gestita comunque bene).
Basta scegliere quali parole tenere e quali lasciare, ne verrebbe fuori proprio un bel racconto!

A rileggerci :)

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Ciao @Ton. In parecchi avete scelto la cornice della psicoterapia, ma la tua mossa originale, e secondo me riuscita, è stata quella di adottare la prospettiva della terapeuta. Conosci Yalom? Vabbè, non divaghiamo, il racconto mi è piaciuto, descritto con precisione e con quella ironia di cui sei capace. Avrei avuto ancora più simpatia se alla fine la connessione non si fosse stabilita affatto, ma vabbè, non si può avere tutto :P

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1 minuto fa, Edu ha scritto:

Yalom

 

<3 solo tutto quello che ha scritto.

 

Guarda @Edu sarei d'accordo con te sul finale, ma dato l'argomento, a cui tengo moltissimo, non me la sono sentita di fare il figo o inventarmi chissà che...

 

Più o meno tutto quello che scrivo ha a che fare con la psicologia in qualche modo. Qui è in maniera diretta e ho preferito lavorare di riferimenti anziché di struttura o trama per lasciare quelle piccole chiavi di lettura che mi piace seminare.

 

:rosa:grazie per il commento!

 

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Il 15/3/2020 alle 18:13, Ton ha scritto:

l’unica cosa che evita il disastro, un bel buco da parte a parte tra il tuo studio e quello di Morandi, è il vaso dorato

qui non ho ben capito come fa il vaso a proteggere la parete

Il 15/3/2020 alle 18:13, Ton ha scritto:

roppi significati gli attendenti che v

ti lascio il link al significato di attendente che dà Treccani qui, capisco cosa intendi, am non credo che in italiano esista una parola unica per esprimere il concetto di persona in attesa, o almeno non mi viene in mente ora

Il 15/3/2020 alle 18:13, Ton ha scritto:

spendono il proprio tempo in religioso,

ormai la parola spendere sta entrando nell'uso dell'italiano in prestito dall'inglese a scapito dell'italianissima trascorrere, però trascorrere esiste ancora

Il 15/3/2020 alle 18:13, Ton ha scritto:

la porta quasi sbatte con violenza

metterei quasi dopo sbatte per accentuare che lo fa con violenza, se no così il quasi si riferisce allo sbattere

 

Mi è piaciuto molto @Ton, ho molto apprezzato le frasi lunghe e arzigogolate e anche la seconda persona. Era molto che non leggevo niente in seconda persona, bello! Avrei dato più tempo a dottore e paziente di parlare, non si sente il tempo che passa, il paziente potrebbe essere stato dentro dieci minuti per quel che ho capito io. Mentre la descrizione iniziale è troppo ampi per la lunghezza del racconto, ma rimane molto ben fatta, secondo me, solo fuori misura. Una lettura molto piacevole per me.

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@Kikki grazie mille per essere passata!

 

E grazie per avermi fatto notare quelle due parole, attendenti e spendono, che ho "tradotto" dalla mia testa con tanta sicurezza da non aver neanche pensato se fossero o meno italiane :D ero convinto di sì.

 

Per onestà, e per quel che vale, devo dire che continuano a suonarmi bene lo stesso :asd: ma eviterò in futuro.

 

:rosa:

 

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Il 15/3/2020 alle 17:13, Ton ha scritto:

 Se ne sta seduto su una delle due sedie di fronte la scrivania, gli occhiali da vista gettati là come se qualcuno gli avesse dato un cazzotto e li avesse fatti volare via, la testa bassa che ti mostra una precoce alopecia, i capelli sottili e unti, lo sguardo vacuo. Non ti ha ancora detto il suo nome, e anche avendolo cercato nel registro delle prenotazioni, sul foglio davanti ai tuoi occhi, quello che leggi sembra solo uno scherzo di cattivo gusto della segretaria, Milena, che ti hanno imposto gli esimi colleghi coi quali condividi in subaffitto questo, chiamiamolo, studio.

Ciao, @Ton! Bentrovato! So che è una questione di gusti, però per me l'incipit deve essere immediato e tutte queste frasi lunghe mi fanno inciampare con la lingua. :P Spezza un pochino. Ottima, invece, la scelta di usare la seconda persona perché ha una maggiore presa sul lettore e ti catapulta subito nel vivo della storia. A parte la punteggiatura, usi tante virgole dove avrei usato due punti (avrei spezzato  anche le altre frasi oltre a quelle del primo paragrafo per capirci), il racconte è ben scritto e mi è piaciuto un sacco il concetto del tempo rubato. Il finale è un po' brusco o forse sono io che avrei voluto che la seduta durasse più a lungo. Non so. Secondo me hai sacrificato troppo spazio per esprimere i pensieri di Marina riguardo al suo lavoro e al tipo di gente che frequenta il suo studio a scapito del resto. Il paziente è così particolare che si poteva sviluppare ancora. Nel complesso, però, è una buona prova che ho apprezzato nell'insieme. A rileggerci! <3  

 

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Il racconto mi è piaciuto!(y)

Se posso permettermi un consiglio, la penso anche io come @Emy: cerca di spezzare le frasi, rendendole meno lunghe. Ci sono troppe subordinate e incisi. La lettura rischia di appesantirsi.

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Ciao @Ton

 

Mi piace come scrivi. Sei nitido ed essenziale anche nella descrizione di stati d'animo ed elocubrazioni interiori di una certa difficoltà di resa.

Possiedi una capacità descrittiva che sa entrare con efficacia nel dettaglio, senza però mai divenire pedante o inutilmente ridondante.

 

Trovo poi originale il racconto che hai creato, poichè prende in esame un ipotesi di rapporto tra paziente e analista, che esula dalle consuete e un po' abusate tematiche presenti in racconti che trattino il tema della seduta psiconalitica.

L'oggetto patologico che conduce questo giovane e strampalato paziente a un consulto con lo psichiatra, è particolarmente inusuale e vieppiù surreale.

Fantasioso al punto da risultare credibile: chi più di uno che sia convinto di rubarti il tempo (allegoria della vita) avrebbe bisogno di un supporto psicoterapeutico?

 

Ciò che coinvolge il lettore è giustamente l'altro significato allegorico di questo furto.

Abbiamo un luogo: uno studio di terapeuta che nella sua povertà di spazio, e nella qualità ordinaria della clientela, rispecchia la stessa insoddisfacente condizione esistenziale del medico che lo gestisce.

La psichiatra è la prima ad avere un problema con la propria esistenza: con i sogni disattesi, con le insodisfazioni di una ruotine quaotidiana che non offre altro che la rituale ripetitività dei gesti e delle parole.

Ecco che l'incontro con un "ladro di tempo" e di vita, diviene interessante, nuovo, in qualche modo "vitale", per chi non ha un tempo e una vita che possano

avere un valore da giustificarne il furto.

 

Questo "vecchio"_giovane, ci appare maggiormente come vittima che come autore senziente di un furto.

Ci porta alla mente il raffronto con quelle figure che in psicologia vengono indicate come vampiri emotivi, vampiri psichici o vampiri energetici.

 

"Si tratta di persone disturbate e ossessionate dalla vita degli altri, si intromettono nella esistenza di persone che precedentemente erano totalmente estranei investendoli come un fiume in piena e vivendo nell’ombra di questi ultimi come se fossero dei parassiti che assorbono energia, tempo e disponibilità.

Non perché hanno realmente bisogno di aiuto ma semplicemente perché non sono in grado di vivere per se stessi, da soli, non sono capaci di gestire la loro esistenza ed il loro futuro o di avere una vita soddisfacente, produttiva, per tale motivo entrano nella vita degli altri sperando di costruirne una simbiotica.

Le persone vittime sono nella maggior parte dei casi delle persone buone, disponibili, estremamente generose, sempre disposte all’aiuto, all’accoglienza e all’accudimento del prossimo, si preoccupano degli altri e si fanno in quattro per sostenerli e risolvere i loro problemi.

Ma l’aiuto non è mai abbastanza per tali persone, la disponibilità diventa assillante ed il vampiro emotivo entra nella vostra vita in maniera ossessiva ed asfissiante.

Il vampirismo energetico è strettamente correlato al meccanismo della manipolazione mentale: il vampiro utilizza spesso la strategia della manipolazione per sottomettere a livello psicologico la sua vittima."

 

Ma il tuo personaggio non appare dotato di questa volontà "malata" di dominio, è piuttosto  vittima stessa della propria mancanza di energia e vita, a causa della quale genera una sorta di "buco nero cosmico", che attrae verso il suo centro l'energia, la vita, ovvero il tempo di chi gli sta intorno.

 

Racconto interessante e profondo. Scritto con mano felice e capace.

Complimenti, ciao a presto rileggerti.

 

 

 

 

 

 

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@Nightafter sei forse il primo, tra i vari racconti che ho scritto, a cogliere in maniera così diretta alcuni riferimenti psicologici che di solito metto dentro :P mi fa davvero molto piacere.

 

Allo stesso modo, mi fa molto piacere che tu abbia anche notato il contrappeso della vita insoddisfatta della psicologa e della scarsa valutazione del "suo" tempo, che era un'altra delle chiavi di lettura che forse è arrivata poco.

 

Spero di ritrovarti, a presto :rosa:

 

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