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Komorebi

La vestale (Capitolo 1)

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Spoiler

Nota per il lettore: quello che segue è l'incipit (primi 8000 caratteri) di una storia ben più lunga che sto scrivendo. Non seguiranno altri capitoli, ma posto comunque l'incipit per chiedere un giudizio/parere sulla scrittura e sul tema. In altre parole: è abbastanza 'catching'? Avrei voluto inserire il testo nella sezione 'Frammenti', ma il limite di caratteri limitava troppo il testo. Spero di non aver ferito i sentimenti di nessuno postando il racconto in questa sezione. Nel caso, mi scuso.

 

Commento

La vestale 

Capitolo 1

Sapeva che sarebbero state brutte notizie ancora prima di aprire la porta. Ne ebbe la conferma dallo sguardo atterrito di Mentovir, i suoi ciuffi scarmigliati e le guance rubizze. Il vecchio occhialuto ansimava senza proferire verbo, gli occhi marrone scuro le passavano attraverso. L’ampia veste dalle molte tasche era sudicia e ricoperta di fango.
Se Mentovir l’Interprete si era scomodato a venire da lei di persona e se, cosa ancora più grave, aveva bussato direttamente alla porta della sua stanza senza prima svegliare Dorotea o avvisare Ulderovir il Grande, allora qualcosa non andava. E doveva essere qualcosa di grosso.
«Si tratta della Vestale» disse come se avesse appena letto i pensieri della Principessa.
«Portamici.»
«Non per questa strada. Non devono vederti.»
«È così grave?»
Se possibile, gli occhi di Mentovir si dilatarono ulteriormente. Erano così grandi da sporgere al di sotto degli occhialoni da vista. Il viso del vecchio si incupì e per un attimo ad Alissila parve di ritrovare l’anziano e burbero insegnante di un tempo, quello stesso Mentovir che non perdonava alcun errore ai suoi discepoli e si scandalizzava per l’ignoranza altrui. Una volta, a lei che aveva timidamente chiesto se potesse fare una domanda forse stupida, lui le aveva detto no, pensaci bene, perché le domande stupide esistono e l’intelligenza sta nel capire di non doverle fare. Ecco: di fronte a quello sguardo un po’ torvo e un po’ scocciato, Alissila seppe di avere appena risvegliato l’antico fastidio del vecchio per la stupidità. 
«Sbrigati» le rispose infatti, poi, come un ripensamento, «mia Principessa» aggiunse.
Mentovir l’Interprete, un tempo Mentovir l’Insegnante, si mise a quattro zampe e corse avanti. La Principessa dei Lemming Alissila gli tenne dietro. 
Si addentrarono nel cunicolo secondario che si allungava dalla tana nobiliare. Il tunnel di sicurezza, riservato a fughe precipitose in caso di evacuazione, girava al largo dei principali cunicoli. La strada era lunga, impervia perché soggetta a minore opera di restauro in tempo di pace, e buia perché là erano poche le fiaccole alimentate a lucciole.
Correvano troppo veloce perché Alissila avesse il tempo di riflettere, ma una sensazione di disagio e rassegnazione le stringeva la bocca dello stomaco. Un’antica maledizione echeggiava dalle profondità della sua memoria.
Quando il cunicolo sotterraneo cominciò a salire, Mentovir rallentò l’andatura. Il vecchio lemming ansimava, il raschio dell’aria nella sua gola veniva amplificato dal tunnel di terra.
Sbucarono all’esterno in un cespuglio di arbusti secchi. Il clima rigido fece rizzare a entrambi il pelo e fremere i baffi. Spesero qualche secondo a strofinarsi la faccia con le zampette per togliersi di dosso il fastidio del gelo della tundra. Si appallottolarono orripilando il pelo e la veste di Mentovir si gonfiò sotto i suoi aculei grigio-topo. 
Alissila non era abituata al Grande Fuori, a sua memoria c’era stata pochissime volte e mai senza scorta. Il minimo rumore le faceva vibrare le orecchie e battere il petto.
«Sbrighiamoci.»
Mentovir sgambettò attraverso gli arbusti e la Principessa lo seguì. Scesero di nuovo sottoterra, in un cunicolo dislocato rispetto alla Tana. Il buio e il calore del sottosuolo diedero loro la forza di percorrere gli ultimi metri di corsa.
In quel cunicolo si aprivano tre soli pertugi: in uno si entrava nelle stanze delle ancelle, nell’altro in quella di Mentovir. La terza porta di assicelle di legno era protetta da due guardie armate di lancia.
«Spostatevi» il vecchio agitò la zampa con fastidio verso i due energumeni, che si retrassero deferenti.
«Mia Principessa…» sussurrò uno.
«Zitto! Non osare raccontare a nessuno che hai visto la Principessa entrare qui, mi hai capito?»
«Sì.»
«Giuralo sul Fato!»
La Principessa rabbrividì: non si giurava sul Fato. Non lo si sarebbe mai dovuto nemmeno nominare.
«L-lo g-giuro.»
La porta che avevano davanti recava i simboli dell’Onda e dei Due Grandi Occhi. Mentovir scambiò con Alissila uno sguardo carico di significato e gravità. Dietro gli occhialoni, le iridi scure del maestro erano colme di tristezza.
«Ero convinto che non sarei mai vissuto abbastanza per assistere a questo giorno…»
A quelle parole, la sensazione di disagio e incombenza strinse ancora più forte i lacci attorno allo stomaco di Alissila. La giovane Principessa fu scossa da un brivido che le arruffò i peli color del miele dalla punta delle zampe al cocuzzolo della testa. Si sfregò il viso tra le zampine. 
Il pavimento della stanza era coperto di cuscini porpora e oro, tendaggi di seta scendevano dall’alto soffitto a separare in locali l’ampio salone. Sotto candelabri di vetro arvicolare che coloravano la stanza di luci variopinte, sedevano acciambellate le une sulle altre le tre ancelle della Vestale.
«È l’Interprete! È il vecchio bisbetico!»
«Sì, sì, il vecchio bisbetico è tornato!»
«Cosa vuole da noi? Cosa vuole? Non ci usa già abbastanza?»
Le guance di Mentovir, già rosse per la doppia corsa appena fatta, parvero quasi prendere fuoco. Agitò le zampine in aria e cacciò le tre Lemming.
«Sciò, maledette stupide! Tornate a poltrire nei vostri letti! Sciò, andate via!»
«Ma che modi, che sgraziato!»
«Sì, sì, modi orribili, modi da vecchio bisbetico!»
«Non capisce quanto sia antipatico? Non capisce che così non si troverà mai una brava Lemming che se lo sposi?»
«Smettetela, stupide! Andatevene subito!»
Le tre sgambettarono ridacchiando tra loro. Non curarono di uno sguardo la Principessa, come non riconoscendola.
Mentovir scosse la testa, talmente infastidito da non trovare neppure le parole per insultarle.
«Sacra Vestale» si inginocchiò di fronte al telo più spesso «sono io, Mentovir, il vostro Interprete».
Un’ombra si mosse da dietro il tendaggio. La seta si scosse, frusciò quando la Vestale ci si strofinò contro il corpo maestoso. Le lucciole nelle lanterne mandavano il loro bagliore, coloravano di rosso e di porpora il velo. L’ombra s’accrebbe, come terra smossa si impila. Si attorcigliò in spire concentriche, s’innalzò fino al soffitto. Una testa a triangolo emerse da quella montagna oscura. 
Si piegò in avanti.
«Ssssei tu, Mentovir? Chi rechi teco?»
Il sibilo riempì la stanza e fece vibrare ogni altra tenda. Un sottile fruscio si trasmise di seta in seta a circondare i due Lemming.
«Sacra Vestale. Costei è la Principessa Alissila, del popolo dei Lemming.»
Alissila non aveva mai conosciuto la Vestale. Era consapevole della sua esistenza come si è consapevole di una tragedia lontana, di quelle che affliggono il mondo delle Bestie Alte o il regno delle piccole arvicole, per esempio. Messa di fronte a quel triangolo cieco su spire e spire di corpo frusciante, sentì le ginocchia tremare e il diadema che aveva in testa oscurarsi un pochino.
«Sacra Vestale» riuscì a dire «è un onore trovarsi al vostro cospetto».
«Principesssssa, ho sssssentito molto parlare di voi. È un onore ssssssentire la vossssstra voce…»
Alissila annuì senza parlare. Per la terza volta quel giorno, la Paura aveva mosso i suoi fili invisibili facendole rizzare il pelo.
«Sacra Vestale, ti prego, ripeti alla Principessa ciò che nel tuo sonno hai visto.»
La tenda si scosse. La luce si affievolì. In un cupo alone di sangue purpureo, l’enorme bestia dietro il velo emise un sibilo simile a un riso di scherno.
«Vidi l’Onda levarssssi dall’orrido e sssssommergere campi, la corsssssa ssssenza fine venire divorata dal Fato. La Grande Migrazione presssssto emetterà il ssssssuo richiamo e il tuo popolo, o Principesssssssa, ne sssssarà attirato. Morrete nell’orrido, o piccoli sssssssorci. Morrete nell’orrido!»
Alissila tremò. Non fosse stato per Mentovir che la sorresse, sarebbe svenuta in quel momento in quella tana di sangue. Il vecchio occhialuto la guardò con affetto e compassione, le domandò:
«Hai capito, non è vero?»
E questa volta, per una volta, fu lui, Mentovir, a ricevere lo sguardo infastidito di Alissila. Questa volta, per una volta, fu Mentovir ad aver posto una domanda stupida.
«Dobbiamo riunire il Concilio.»

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