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Oggi. Primo pomeriggio. Sole di poco oltre il picco.

Giovanni guarda oltre il cortile di terra battuta. Guarda le falangi degli ulivi fumare ancora e gli ultimi denti anneriti della rimessa spuntare dal suolo, niente più che mozziconi di legno bruciato. Inala l’odore di cenere nell’aria. 

Si passa sul viso il fazzoletto già saturo di sudore e manda giù un altro bicchierino di grappa. Se ne è versato una porzione generosa e ne fa cadere un po’ oltre l’orlo di vetro quando lo porta alla bocca e la mano trema. Poi si soffia il naso nel fazzoletto e si asciuga gli angoli della bocca.

Da oltre le colline, altri grovigli di fumo nero vengono portati via dal vento che li strappa dalla terra che ancora brucia e tuttavia ancora rinascono. Sono spettri di fuliggine che portano via una qualsiasi speranza di autunno.

Riconosce il suono dell’auto che si sta avvicinando e si versa un altro po’ di liquore. Mezzo bicchiere, per non esagerare. L’auto compare da sinistra nel cortile, sobbalzando per le buche.

L’uomo che ne scende non ha quasi più capelli e indossa giacca e pantaloni di due sfumature diverse di marrone. La cravatta è beige e la luce si riflette sulla camicia bianca tirata sul ventre. Fa pochi passi e poi si ferma a guardare come le scarpe scamosciate grigie affondano nella polvere argillosa e ormai secca.

Buonasera ispettore, singhiozza Giovanni.

Buongiorno.

Dopo mezzogiorno si dice buonasera.

Come vuole lei.

L’ispettore si avvicina alla verandina, sotto lo sguardo di Giovanni che lo lascia fare. Aggira un trattore a cui manca una ruota, con il mozzo poggiato su una pila di laterizi. Più in là, una cassetta degli attrezzi aperta. Intorno ci sono sparpagliati cacciaviti e chiavi inglesi e tutto è coperto dalla fuliggine.

Quando arriva ai gradini, batte una dopo l’altra le scarpe scamosciate contro il legno per toglierne la terra. Giovanni gli tende il bicchierino dove ha già bevuto lui.

Gradisce?

No, grazie. Fa troppo caldo.

Ieri faceva ancora più caldo.

L’ispettore annuisce. Si porta le mani ai fianchi scostando la giacca e la camicia è sul punto di rinunciare a contenere la pancia.

A proposito di ieri sera…

Ancora?

Non mi vuole proprio dire chi era il morto? chiede l’ispettore. Tira fuori dalla tasca della giacca un taccuino e una penna, come se si aspettasse davvero di potervi aggiungere altri particolari. Le dita della sua mano destra sono sporche di scuro, probabilmente di inchiostro, lì dove l’anulare e il mignolo si sfregano.

Giovanni guarda la terra del cortile, fango ormai indurito che conserva le tracce degli pneumatici dei pompieri, della polizia, di quelli dell’obitorio.

Che ne so io? Un extracomunitario che ha deciso di passare nella rimessa la notte sbagliata. Uno sfortunato per natura.

C’era un collare e una catena. Pure una ciotola.

Una volta avevo un cane, dice Giovanni.

Il collare era al collo del morto.

Giovanni tenta di versarsi ancora da bere. La sua mano trova la bottiglia ma non riesce ad afferrarla. La urta e la fa ondeggiare sul tavolino. Il contadino scatta per la sorpresa e il bicchierino si rompe sul pavimento. L’ispettore è veloce nonostante il ventre e afferra la bottiglia prima che possa cadere. Solo un po’ di grappa gli bagna il dorso della mano e il polsino della camicia.

Grazie, me ne è rimasta poca di questa. L’ho fatta io stesso l’anno scorso.

Dovremo tornare a chiederle di fare un tampone. Per il dna. Capisce?

Io non lo conoscevo.

Nessuno la vuole accusare. Sono in molti ad aver fatto così. Io la capisco.

Io non lo conoscevo. Era un’altra persona.

Dov’è sua moglie?

Non c’è.

L’ispettore mette una mano sulle spalle di Giovanni e lo sente tremare e sussultare. Si brucia con il calore irradiato dal corpo in fermentazione.

Va bene, ho capito, dice l’ispettore. Ascolta le parole uscire dalla propria bocca e tira su col naso. Ho capito, ripete.

Giovanni lo osserva mentre scende i gradini e trascina i piedi nelle polvere. Prima di salire sull’auto, l’uomo batte le scarpe contro il predellino. Tornerà.

Tra poco, il contadino entrerà dentro casa e ne uscirà con il fucile. Ma prima, un altro sorso di grappa.

 

Due settimane fa. Mattina. Il sole è sorto da circa due ore.

Il trattore di Ezio strombazza il suo arrivo, accompagnato da ampi gesti del braccio del suo guidatore. Giovanni, con il tubo di gomma in mano, va a chiudere il rubinetto della fontana vicino alla verandina. Lì a fianco c’è un vecchio frigorifero rovesciato e senza più sportello, riempito di terra e qualche pallina di concime. Giovanni vi ha piantato i germogli che ha comprato al vivaio. Ha intenzione di piantarli nel giardino dietro la casa quando saranno grandi abbastanza, ma non lo farà.

I freni del trattore fischiano. Ezio scende con cautela e va a stringere la mano al vicino di casa. Le sue mani sono dure e già sporche di grasso a quest’ora. Attraverso la finestra della cucina, Rosa sorride e saluta il nuovo arrivato. Poi scompare dentro casa, forse a preparare di già il pranzo domenicale. Forse aggiungerà un coperto per l’amico del marito.

Allora, ci mettiamo all’opera?

E’ un’ora che ti aspetto, Ezio.

E che sarà mai. Ti sei annoiato?

Giovanni porta vicino al trattore due cassette di plastica con sopra il marchio della Coca Cola. Le mette in terra e i due ci si siedono. Cercano con lo sguardo sotto il trattore.

Io non vedo nulla di strano, dice Giovanni.

Ti dico che fa un rumore d’inferno quando giro sulla destra. Non hai sentito quando sono arrivato?

Io non ho sentito niente. Ma sto anche diventando sordo.

Vabbè dai, prendo il cric e vediamo.

Giovanni si batte i palmi sulle cosce e fa leva per alzarsi. Mentre passa vicino ai gradini della veranda, spegne la radio poggiata su un gradino mentre snocciola le notizie di sport. Ha ascoltato i notiziari sin da quando è uscito, subito dopo colazione, e non ha più voglia di ascoltare quelle voci gracchianti.

Oh, ma hai sentito di quel pazzo che ha accoltellato la gente sul ponte a Londra. Gente malata, dice Ezio.

Quello era un mese fa. Ma il mondo è pieno di pazzi comunque.

Cioè, uno sta tranquillo a guardare i monumenti, l’orologio e poi… Mah. E quell’altro che ieri ha preso a morsi la gente? Dov’è che era?

A Parigi.

Non ci sta tuo figlio, a Parigi?

No. Lui lavora in Costa Azzurra. Ha sposato una ragazza di lì.

Come ci si sente a essere nonno?

Ci si sente vecchi, ci si sente.

Mentre sollevano il trattore su un lato e la gomma non tocca più terra, sentono il richiamo di un aereo e sollevano entrambi la testa. Una canadair sfiora il mare e riprende quota lasciandosi dietro una scia di cristalli. Lo seguono con lo sguardo mentre scompare dietro le colline, verso l’origine della colonna di fumo. Il fuoco, sempre il fuoco. Il fuoco che divora e cancella con equità.

Hanno cominciato presto quest’anno, dice Giovanni.

Che bastardi. Gente malata.

Dov’è, lo vedi?

No, deve essere dall’altra parte del Sant’Ignazio. Gente malata.

Già.

A proposito, quand’è che chiami il Gobbo per lavorare sotto gli ulivi? Vedi che quello ha un sacco di lavoro, ora come ora.

Oltre il cortile, inizia l’uliveto. Gli alberi sono in forze. Quest’anno i rami più giovani potrebbero piegarsi sotto il carico. Ma non lo faranno.

L’erba intorno ai tronchi, un mantello costante che ricopre tutto il rettangolo della proprietà, non è ancora completamente gialla e per adesso non preoccupa Giovanni, che ancora non sa.

Se a qualcuno viene l’idea, ti ritrovi col fuoco fin dentro casa, dice Ezio.

Giovanni guarda verso la rimessa. E’ una costruzione semplice ma solida, un parallelepipedo di legno lungo e largo due metri e mezzo, con il tetto di lamiera. Ci tiene qualche attrezzo e ferraglia da cui non si decide a separarsi. Ci si entra attraverso una porticina sghemba chiusa con un catenaccio arrugginito. Una volta ci teneva il cane.

Sì, hai ragione. Oggi pomeriggio chiamo il Gobbo.

 

Otto giorni fa. Sera. Non si parla più di sole, ma di luna.

Il televisore è acceso e Giovanni lo osserva con l’audio azzerato. Stringe i denti. Rosa viene a sedergli vicino. 

Era il Gobbo, dice che si scusa ma non può venire neanche domani.

Quello non c’ha voglia di lavorare.

Te l’avevo detto che dovevi chiamarlo prima.

E quando può venire?

Dice forse tra una settimana.

Giovanni sbatte il telecomando contro il bracciolo della poltrona. Rosa gli prende l’altra mano e se la porta in grembo. Le mani di Rosa sono pulite e sanno di detersivo al limone. Ciascuno sente l’altro rabbrividire mentre insieme guardano il telegiornale muto.

E’ solo a Parigi, giusto? chiede Rosa.

Sì.

E lui è a Nizza, giusto?

Sì.

Bene. Quando arriva?

Stasera verso le undici vado a prenderlo all’aeroporto.

Bene.

Giovanni ha fatto la leva e non ha mai conosciuto la guerra, ma sa riconoscerla nelle immagini trasmesse, nei carri armati, nel filo spinato e nei morti. Ce ne sono a migliaia ma non si comportano bene come dovrebbero. Non sono pazienti né dimentichi delle cose terrene.

Il telefono squilla di nuovo e Rosa stritola la mano del marito, prima di alzarsi e andare a rispondere. Giovanni la sente prima gioire e poi protestare.

Certo che te lo passo. Ma perché non mi dici niente? Va bene, va bene.

Rosa torna al divano e porge il telefono a Giovanni. E’ lui, dice.

Pronto?

Papà, sono io.

Sì, dimmi.

Non ci fanno partire.

Come non vi fanno partire? Perché? Dove sei?

All’aeroporto di Nizza. Non fanno partire e non ci dicono nulla. Qua è un casino.

Laurie e il bambino sono con te?

Sì, sì. Sono qua vicino, vuoi che te li passo?

No. Voglio sapere come fate adesso ad andarvene. Magari un pullman o un treno…

Papà, qui non si entra e non si esce…

Ma ci sono in giro quei cosi?

No, qua ancora non se ne sono visti. Ma i soldati… Aspetta, non posso parlare adesso. Mi stanno facendo segni. Non ti preoccupare, un modo per arrivare lo troviamo. Ti telefono. Laurie ti saluta.

Aspetta! Pronto?

Mi stanno chiamando. Ti telefono.

Dall’altro lato ora c’è il suono monotono di una conversazione finita. Rosa ha sentito tutto e poggia entrambe le mani sulle spalle di Giovanni, ma lui si alza e va alla finestra.

Lontano, il bagliore di un fuoco. Oltre la rimessa tutto è buio, ma l’erba diventa sempre più gialla anche quando nessuno la vede.

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Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Guarda le falangi degli ulivi fumare ancora e gli ultimi denti anneriti della rimessa spuntare dal suolo, niente più che mozziconi di legno bruciato.

Non sono convinto da queste due analogie corporee "lontane" per indicare, in fondo, gli effetti di un incendio sulla stessa area.

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Fa pochi passi e poi si ferma a guardare come le scarpe scamosciate grigie affondano nella polvere argillosa e ormai secca.

Se guarda le sue scarpe meglio "affondino", mentre se guarda in giro il "come" è poetico, ma è meglio un "mentre". Questo passaggio mi ha messo un po' in difficoltà.

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

la camicia è sul punto di rinunciare a contenere la pancia

Capita anche a me, in genere dopo un pranzo... :asd:

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

C’era un collare e una catena.

C'erano.

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Due settimane fa. Mattina.

Mi piace molto un intermezzo così deciso ma comunque vago - "due settimane" a partire da un tempo zero generico.

 

Ti dico, @Torba, non ho capito molto la storia, ma spoilerizzo quello che scrivo in modo da non lasciare qui la mia lettura della trama per altri.

Spoiler

Se non erro, gli avvenimenti si intrecciano con vari attentati del 2017 (ho dubbi sull'anno, ma sono quelli di cui parlano Ermal Meta e Fabrizio Moro nella loro canzone con cui hanno vinto Sanremo, tanto per dare l'idea), il punte a Londra, Nizza, ... e si passa, in un certo senso, a dipanare un filo che collega quegli eventi a una famiglia agricola (*) qualunque.

E le chiacchiere delle persone in realtà celano dei veri sentimenti dietro di queste da chi invece questi fatti li vive, proprio perché collegato direttamente - il figlio sta a Nizza. Inoltre c'è il contrasto tra lo sparlare da fuori delle persone e il trovarsi dentro, perché alla fine quello che capisco è che Ezio ha ucciso il suo amico Giovanni, magari per sfogare il sentimento di frustrazione per quanto successo al figlio.

 

(*) Dico agricola non per essere dispregiativo - mia madre è stata coltivatrice diretta e io sono cresciuto in campagna - ma per raccogliere in un unico termine questo ambiente agreste fatto di lavoro nei campi o con i macchinari e basta, per molti versi meglio di tante nostre realtà.

Tralasciando la trama, c'è una scrittura molto ordinata e non banale, è davvero interessante assaporarla: usi un lessico ampio e offri frasi eleganti e ben costruite. Quella che però mi piace di più è la vena malinconica della scrittura.

Spero che sia utile questo semplice feedback, alla prossima lettura.

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4 ore fa, bwv582 ha scritto:

Non sono convinto da queste due analogie corporee "lontane" per indicare, in fondo, gli effetti di un incendio sulla stessa area.

Se guarda le sue scarpe meglio "affondino", mentre se guarda in giro il "come" è poetico, ma è meglio un "mentre". Questo passaggio mi ha messo un po' in difficoltà.

Capita anche a me, in genere dopo un pranzo... :asd:

C'erano.

Mi piace molto un intermezzo così deciso ma comunque vago - "due settimane" a partire da un tempo zero generico.

 

Ti dico, @Torba, non ho capito molto la storia, ma spoilerizzo quello che scrivo in modo da non lasciare qui la mia lettura della trama per altri.

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Se non erro, gli avvenimenti si intrecciano con vari attentati del 2017 (ho dubbi sull'anno, ma sono quelli di cui parlano Ermal Meta e Fabrizio Moro nella loro canzone con cui hanno vinto Sanremo, tanto per dare l'idea), il punte a Londra, Nizza, ... e si passa, in un certo senso, a dipanare un filo che collega quegli eventi a una famiglia agricola (*) qualunque.

E le chiacchiere delle persone in realtà celano dei veri sentimenti dietro di queste da chi invece questi fatti li vive, proprio perché collegato direttamente - il figlio sta a Nizza. Inoltre c'è il contrasto tra lo sparlare da fuori delle persone e il trovarsi dentro, perché alla fine quello che capisco è che Ezio ha ucciso il suo amico Giovanni, magari per sfogare il sentimento di frustrazione per quanto successo al figlio.

 

(*) Dico agricola non per essere dispregiativo - mia madre è stata coltivatrice diretta e io sono cresciuto in campagna - ma per raccogliere in un unico termine questo ambiente agreste fatto di lavoro nei campi o con i macchinari e basta, per molti versi meglio di tante nostre realtà.

Tralasciando la trama, c'è una scrittura molto ordinata e non banale, è davvero interessante assaporarla: usi un lessico ampio e offri frasi eleganti e ben costruite. Quella che però mi piace di più è la vena malinconica della scrittura.

Spero che sia utile questo semplice feedback, alla prossima lettura.

 

Grazie per essere passato e per i consigli. Sapevo che non sarebbe stato di facile lettura, ma volevo fare un esperimento per "sottrazione" e lasciare al lettore ampio margine di manovra. Sebbene sia interessante la tua interpretazione, ti evidenzio alcune frasi per cogliere il senso della trama:

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Mah. E quell’altro che ieri ha preso a morsi la gente?

 

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

nel filo spinato e nei morti. Ce ne sono a migliaia ma non si comportano bene come dovrebbero. Non sono pazienti né dimentichi delle cose terrene.

 

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Dove sei?

All’aeroporto di Nizza. Non fanno partire e non ci dicono nulla. Qua è un casino.

 

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Non ti preoccupare, un modo per arrivare lo troviamo

 

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Il collare era al collo del morto.

 

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Io non lo conoscevo. Era un’altra persona.

 

Il 4/3/2020 alle 18:27, Torba ha scritto:

Nessuno la vuole accusare. Sono in molti ad aver fatto così. Io la capisco.

 

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Buongiorno @Torba:)

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

Sono in molti ad aver fatto così. Io la capisco.

questa frase mi mette i brividi, mi fa pensare a cose orribili anche se non ho idea né a cosa si riferisca né a che conseguenze porterà nella narrazione

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

Era un’altra persona.

questa invece non la capisco proprio e non riesco a collegarla a niente

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

Poi scompare dentro casa, forse a preparare di già il pranzo domenicale.

rigirerei: forse già a preparare il pranzo domenicale

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

E’ un’ora che ti aspetto, Ezio.

È

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

Ha ascoltato i notiziari sin da quando è uscito, subito dopo colazione, e non ha più voglia di ascoltare

non ripeterei ascoltare

In questa parte, quella del dialogo intendo, prima della frase qui sopra, trovo che ci sia un po' di confusione tra i due che parlano, chi va a casa di chi e chi deve aggiustare il trattore, rileggendo ho capito di più, ma non alla prima volta. Non so il problema da cosa viene causato però, mi sembra tutto molto chiaro analizzandolo nel dettaglio, ma se leggo senza farci caso mi perdo un po'.

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

gradini della veranda, spegne la radio poggiata su un gradino m

non ripeterei gradino

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

Una canadair sfiora il mare e

metterei la maiuscola a Canadair. Perché il femminile? A cosa ti riferisci? Io direi: un Canadair

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

chiami il Gobbo per lavorare sotto gli ulivi?

per lavorare sotto gli ulivi che si intende? Nel terreno sottostante?

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

e per adesso non preoccupa Giovanni, che ancora non sa.

che cosa non sa?

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

attrezzo e ferraglia da cui non si decide a separarsi.

di separarsi

Il 4/3/2020 alle 19:27, Torba ha scritto:

Sono qua vicino, vuoi che te li passo?

vuoi che te li passi, ma forse è un vezzo del personaggio?

 

Sono andata a leggere la tua spiegazione qui sopra, ma non mi è più chiara la trama e soprattutto il primo pezzo per me rimane scollegato da tutto il resto. Altra cosa che ho notato, che invece non mi sembra di aver notato in altri tuoi testi, è l'uso "allegro" del che. Ci sono moltissime frasi in cui ne hai abusato e in cui sarebbe sistituibile con facilità. È un problema anche mio quello dei che, forse di tanti di noi, ma quando cominci a pensarci un po' di più diventa più semplice evitare di usarne troppi.

Il racconto in generale mi è piaciuto, nonostante i numerosi interrogativi, ho apprezzato l'atmosfera  e il caldo. Avrei dato due tratti in più alla moglie che rimane un po' nell'ombra per il resto i personaggi hanno caratteristiche diverse tra loro. 

Alla prossima, @Torba :flower:

 

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Ciao @Kikki, grazie per essere passata. Oltre agli errori che mi hai segnalato, credo che il problema stia nella frammentazione temporale del racconto. Invece di seguire un ordine cronologico delle scene A B C, ne ho adottato uno C A B, in maniera tale da mostrare prima le conseguenze (C), poi l'introduzione (A) e lo svolgimento (B). Il fatto vero e proprio (l'incendio) non viene proprio toccato, per lasciare più spazio al lettore. Forse ne ho lasciato troppo :asd:.

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