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Johnny P

L'Uomo Giraffa (parte II)

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L'UOMO GIRAFFA

 

Parte Seconda: Roma

 

 

Come dicevo poc'anzi, sebbene in molti vollero credere al dono del cielo, sapevo che non c’entravano miracoli nella mia voce, solo una curiosa combinazione di riprovate leggi della fisica, anche piuttosto banali. Certo, era poetico prendersi un collo e mezza vita in cambio di un dono straordinario, ma sarebbe stato un trattamento ingiustamente equo, specie se si pensa a quello riservato a tanta umanità.  Mi bastava pensare di essere fortunato, il protagonista di una fiaba per bambini coraggiosi, e se ripenso a quel lunedì di venticinque anni fa, la trama ne avrebbe guadagnato di spessore e romanticismo.

Avevo un’agente giapponese ai tempi, Haruka* Matsumoto, una brava donna: capelli corti, occhi scuri, esile come un arbusto ma terribilmente efficiente nell'organizzarmi la vita. Era una di quelle persone costitutivamente infelici: la vedevi affannarsi, impegnarsi e finanche realizzarsi nelle cose della vita; come tutti rideva, talvolta per gusto, talvolta per circostanza, e c'erano giornate in cui sprizzava contagioso buonumore. Però, a guardar bene, c'era sempre una nota stonata nel vestiario, nell'espressione nel viso, nelle sfumature degli occhi. Un particolare le sfuggiva inevitabilmente. Non si trattava di pessimismo o tristezza, ma di quella strana passione per l'imperfezione che misurava la distanza fra ciò che sarebbe dovuta (o voluta) essere e quel che era. Viveva di fronte ad un'ipotesi di donna che doveva parerle tanto bella quanto remota. Dal punto di vista lavorativo era incredibile, sebbene avesse delle fisse cui dovetti abituarmi. In particolare, tutte le interviste erano combinate di lunedì, dalle dieci e dieci a mezzogiorno e tre quarti, nessuna eccezione. Quel lunedì avevo appuntamento con Calliope Giorgi. Mentre l’attendevo nel salotto della mia residenza romana, girovagavo da una finestra all'altra, mosso dalla curiosità di conoscere quella donna dal nome insolito, anticamente riferito alla musa protettrice dell’epica e del canto. Me l’ero dipinta elegante, regale, armoniosa ed è per questo che rimasi deluso quando la vidi entrare masticando una gomma americana, con la giacca di pelle, i capelli raccolti e l’aria di chi avrebbe voluto trovarsi in qualunque altro posto. Si fece strada senza troppi complimenti e, chiesto un Long Island a Iolanda -la mia governante-, m’invitò a fare in fretta per togliersi il pensiero. Fu così che, travestito da bionda spocchiosa, venne il momento più importante della mia vita.

Ci sedemmo l’uno di fronte all'altra; scrutandola più da vicino, potei accorgermi del suo naso piccolo e rotondo e delle guance lentigginose che, quando sorrideva, svelavano due piccole fossette. Aveva un sorriso sincero, occhi verdi come una foglia d’ulivo e due cerchi che le pendevano dai lobi. I suoi lineamenti sembravano quelli di un viso noto, di qualcuno cui eri affezionato. Poggiò la borsetta e un registratore Sony sul tavolino di castagno che divideva le nostre poltrone, quindi si sedette e per un attimo la vidi vagare con gli occhi fra le striature bianche del cielo. Era una bella giornata.

Aveva scritto tutte le domande su un taccuino in pelle ad anelli, ma non prese nota delle mie risposte, si limitò a controllare di tanto in tanto che il registratore funzionasse. Durante le interviste, gli altri giornalisti si sforzavano di sembrare il più interessati possibili, ma fingevano, lo percepivo. Calliope, invece, si mostrò nel suo genuino menefreghismo. Doveva aver fatto pace con la parte peggiore di sé da molto tempo ormai. Di sicuro eravamo due esclusi, anche se per motivi diversi: lei era sé stessa senza compromessi, lontana dal mondo per sua scelta; io ero un reietto tollerato.

 

Le chiesi di sposarmi la notte di Natale. A dirla tutta, non so perché scelsi proprio quel giorno, odiavo le feste, specialmente quelle invernali. Forse speravo che, caricando quel giorno di un significato più intimo, avrei avuto anche io un buon motivo per essere felice.

Cenammo affacciati sul Tevere e, poco prima di ordinare il dolce, dal cielo iniziarono a scendere spauriti fiocchi di neve, un evento raro nella città eterna, chi c’è vissuto lo sa. Calliope li guardava incantata mentre volteggiavano secondo curiose geometrie prima di sciogliersi sul vetro della finestra o sul marmo del davanzale. Dopo l’amaro, il maître chiamò il taxi che ci avrebbe riaccompagnato a casa. Varcata la soglia, Calliope scaraventò lungo il corridoio i tacchi a spillo (non nutriva un particolare amore per le scarpe scomode) e il cappottino sull'appendiabito; io mi svestii con molta più cura. Ci dirigemmo nel salotto, dove lei si mise seduta a gambe incrociate sul divano e mentre accendevo il fuoco nel camino fece una simpatica imitazione del maître, con tanto di accento francese. Quella sera indossava un abito con le balze rosse e un ciondolo a forma di stella intorno al collo, i biondi capelli li aveva raccolti in boccoli e acconciati in stile anni Trenta; era bellissima. Ridemmo ancora un poco del maître, poi semplicemente mi inginocchiai e, mostratole l’anello, le chiesi di passare il resto dei nostri giorni insieme. Ci furono alcuni istanti di silenzio, poi lei prese l’anello e scalza corse fuori. Non sapendo che fare, le corsi dietro. La neve aveva smesso di cadere, ma sull'asfalto e sui tetti era rimasta una sottile coltre bianca, interrotta solo dalle impronte lasciate a piedi nudi da Calliope. Rideva felice e ogni tanto si esibiva in una piroetta, lasciando che le balze del vestito le volteggiassero intorno. Mi tendeva la mano e mi guardava con una luce indescrivibile, brillava di tutto l’amore che una donna poteva provare. Dal canto mio, a mala pena riuscivo a starle dietro, anche perché dovevo fare molta attenzione, un semplice scivolone poteva spezzare il mio fragile collo da giraffa. E tanto ero preso dalla sua figura svolazzante, che non mi accorsi della città vuota, deserta. Senz'anima viva a vagare per le strade, c’eravamo solo io, lei e la storia di Roma, con tutti quegli immortali monumenti che si stagliavano intorno a noi: il Colosseo, San Pietro, il Foro… l’uno accanto all'altro, illuminati da una luce calda e innaturale, ingigantiti nei contorni, tutti così vicini che sembravano tenersi per mano. Roma l’ho sempre vista come una bella donna, che portava nel cuore il ricordo di una stupenda gioventù e sul viso la nostalgia del passato. Ma Calliope non sembrava curarsene, e in silenzio continuava a correre e saltare, sempre più piano, finché non le fui così vicino da vedere una ruga solcarle il viso e quella luce affievolirsi. Neanche mi accorsi che avevamo smesso di correre, che lei era al mio fianco tenendomi per mano. E quando mi voltai i suoi capelli avevano il colore della neve, la sua schiena era inarcata e lei stessa a stento si reggeva al mio braccio, guardandomi con gli occhi vacui e sinceri, senza fiamme ad illuminarli.  Quando poi ci fermammo un istante, vedemmo che la città era rifiorita ed ogni mattone aveva perso i segni del tempo, tornando al suo splendore originale, fino a stagliarsi immensa nel cielo, contornata di stelle come fiaccole.

Rientrammo e Calliope corse di nuovo in salotto, balzò sulla poltrona e mi mostrò l’anello che portava al dito. «Per tutta la vita», disse.

 

Spoiler

*Deriva dal giapponese 遥, "distante", "lontano"; può però anche essere composto da un primo elemento 春 (haru, "primavera") o 晴 (haru, "chiarire", "risolvere") combinato ad un secondo elemento 花 (ka, "fiore") o 香 (ka, "profumo") [fonte]

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