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Johnny P

L'Uomo Giraffa (parte I)

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commento

 

Spoiler

Mischia quattro generi diversi: realismo magico, romanzo di formazione, rosa e in minor parte c'è del thriller. Tutto ovviamente rivisitato e scritto in uno stile un po' particolare. Ci sono un bel po' di prestiti da Calvino (sopratutto da 'Ti con zero' e in generale da tutto il suo periodo combinatorio) e qualcosa l'ho chiesto anche a Murakami, col dovuto rispetto, ovviamente. E' diviso in tre parti, più una premessa e un epilogo, corrispondenti alle tre fasi della vita, solo che non so se per motivi di limiti di carattere riuscirò a dividerlo esattamente in 3 (non era infatti concepito per essere un racconto a capitoli). Ad ogni modo, le parti sono divise da un titolo.

 

Ringrazio in anticipo tutti coloro che leggeranno questo mio lavoro in prosa, dopo un bel po' che non ne scrivevo.

Un saluto,

Johnny P.

 

L’UOMO GIRAFFA

 

Di solito si è sempre molto duri con sé stessi, specie quando ci si ritrova a redigere una specie di bilancio del proprio tempo. Ma è quando non ne abbiamo più che riusciamo a guardare la nostra vita con maggiore indulgenza, ci riconosciamo per quello che siamo, ci perdoniamo per quello che non siamo stati. E il mio tempo era scaduto, stavo precipitando dal sesto piano.

 

Parte Prima: Rinascita

 

Due donne mi hanno voluto al mondo: mia madre, il cui desiderio superò le riluttanze di mio padre, al quale comunque nulla rimprovero, ed Elena, l’ostetrica di turno quando si ruppero le acque a mia madre. Le riuscì il miracolo di salvarmi dalla morte, che al primo vagito già mi avrebbe voluto con sé. Della mia nascita ne parlarono anche alla radio e papà raccontava sempre delle file di curiosi ammassate dietro le porte dell’ospedale: ero nato con quattordici vertebre cervicali, il doppio del normale. Alla malattia diedero il mio nome, la chiamarono Sindrome di Goffredo, ma nessun’altro, a parte me, ne avrebbe sofferto. Ero destinato ad essere il solo ed unico Uomo Giraffa.

Ad esclusione della nuca, ero fisiologicamente perfetto, sicché mi procurano un collare che sostenesse il peso del cranio ed evitasse quei movimenti inopportuni che potevano essermi fatali. Il mio collo era come un grissino di ventiquattro centimetri con una palla da biliardo incastrata sulla cima, bastava poco perché si frantumasse.

 

Date le premesse, potrete immaginare i travagli dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi. Vivevo in un tranquillo paese di bassa montagna, poche anime e quasi tutte avevano volti familiari. Ricordo con affetto le festicciole di quartiere e quelle patronali, le strade poco asfaltate e il vecchio campanile sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Molti bambini del paese giocavano a nascondino per i vicoletti del paese, o partivano con le biciclette per andare nelle zone circostanti, affollate di campi e alberi da frutto da saccheggiare con avarizia. Io non potevo seguirli, perché per me correre non era possibile, e neppure andare in bicicletta. Il rischio di cadere era troppo alto. Così, passai gran parte della mia infanzia accompagnando i miei nonni da questa o quell'altra parte, leggendo libri, ascoltando poca radio e giocando a briscola. L’attenzione dei media per il mio caso, infatti, andò pian piano scemando, finché di me non rimase altro che un tizio strano col collo lungo. A dire il vero, più che strano ero sveglio e feci presto dell’autoironia la risposta alle cattiverie egoistiche degli altri bambini. Tuttavia, altrettanto in fretta capii che non sarei mai stato come loro; c’era una sottile campana di vetro che mi divideva dal resto e niente l’avrebbe mandata in pezzi. Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto.

Venivo da una famiglia di ragionieri, fin dal mio omonimo trisavolo, funzionario della neonata monarchia, ma erano gli anni Settanta, si stava bene e si aveva la sensazione che le cose non sarebbero potute andare che meglio, e mi iscrissi al quarto ginnasio. Volevo diventare avvocato o medico o qualcosa del genere, ma quale giuria avrebbe preso sul serio un lampadario con la toga, quale paziente si sarebbe fatto toccare da un malato? Trascorsi quindi i primi due anni delle superiori prendendo coscienza della cazzata che avevo fatto.

Il liceo, però, come tutti sanno, è un momento di passaggio, di cambiamento radicale in cui si giunge ad una prima, tanto incerta quanto importante, auto-consapevolezza. Il mio momento aveva nome e cognome, si chiamava Luca Schiamazzi, ed era stato bocciato per la seconda volta. Era uno strano gorilla alto due metri con la passione per il fitness e le serate in discoteca. Con quei capelli rasati e gli occhi spenti poi, pareva un militare di ritorno dal Vietnam col disturbo post-traumatico da stress. Di solito passavo l’intervallo nel cortile. C’erano un bel prato e diversi alberi di faggio, all'ombra dei quali mi trovavo una panchina libera per rilassarmi e guardare gli altri giocare e chiacchierare. Mia madre mi preparava sempre un panino burro e marmellata, mentre mio padre mi infilava qualche soldo di straforo nella giubba, che di solito usavo per comprare le sigarette. Il liceo si trovava in una cittadina a pochi chilometri dal mio paese, e sull'autobus del ritorno avevo sempre fame, così, se avevo sigarette a sufficienza, impiegavo quel denaro per comprare delle piccole salsicce essiccate che vendeva una macelleria vicino scuola.

Ad ogni modo, una mattina di ottobre, mentre mi rilassavo da solo nel cortile, vidi Luca Schiamazzi venirmi incontro, agitando il suo grosso braccio da camionista in segno di saluto.  

«Ciao Giancarlo -esordì- ce l'hai una sigaretta?»

«Mi chiamo Goffredo» risposi porgendogli il pacchetto.

«Grazie. Giornata figa eh?»

«C'è il sole, sì…» dissi seccato.

Annuì come pacificato dalla mia risposta, quindi si sedette sul tavolo e iniziò a fumare, ma dopo poche boccate la spense con aria disgustata.

«Senti, io li conosco quelli come te» disse Luca.

«Ah sì?».

«Sì, siete tutti uguali voi che vivete scontenti, depressi e distratti, voi romantici, poeti, sognatori di mondi distanti, non illudetevi, avete già perso. Ma morirete tentando. Non credi neanche in Dio, vero figliolo? Certo che no, tu non lo leggi il Vangelo…».

«Figliolo?! Comunque non so, non credo» come potrete immaginare, la conversazione stava davvero prendendo una strana piega. In realtà, non credevo neppure che Luca conoscesse tutte quelle parole, di solito comunicava con monosillabi e alzate di mento.

«Ora mi toccherà spiegarti perché Gesù era un anarchico, così poi andrai a casa e potrai leggere le Scritture: innanzitutto, era un rivoluzionario, che grazie ad un’unica regola (o erano due non ricordo) ha reso obsolete tutte le altre; in secondo luogo ci ha preso tutti per il culo, e questo è importante».

Stupito dal fatto che il suo discorso avesse un briciolo di senso, decisi di continuare a dargli corda.

«Sono riflessioni profonde le tue -dissi- leggerai molto la Bibbia e andrai spesso in chiesa».

«A dire il vero no, leggere non mi piace e la chiesa puzza. Ma mi sono fatto queste idee un paio di giorni fa,  al funerale di zio Bruno»

«Mi dispiace, condoglianze».

«Tranquillo figliolo, non era mio zio».

Luca tirò fuori dal taschino un pacchetto di Marlboro rosse, quindi ne accese una e iniziò ad intonare il ritornello di "Redemption Song". Disse che dovevo cantare anche io, e così feci, perché alle situazioni strane ci si affeziona in fretta. Quello fu il secondo momento più importante della mia vita. Venne fuori che avevo una voce meravigliosa: il mio lungo collo creava una specie di effetto tromba: l'aria, dai polmoni, arrivava alle corde vocali con un percorso molto più lento, conferendomi un timbro caldo e un'estensione fuori dal normale. Avevo un dono ignorato troppo a lungo, un dono che mi avrebbe accompagnato nel cammino dell’artista. D'altronde avevo già un personaggio, anzi, ero nato personaggio. Ben presto case discografiche, giornalisti, fotografi, televisioni, tutti vennero a bussare. Ero tornato sulla cresta dell'onda, dove sarei rimasto sino all'apice della mia carriera, quando fui incoronato nuovo “Re del Soul”; tutto grazie a Luca Schiamazzi, il mio momento di svolta. Rimanemmo buoni amici fino al terzo liceo, poi, come spesso accade, le nostre strade si divisero. Anni dopo, durante una nostalgica cena di classe, mi raccontarono che si sposò tre volte, ebbe un figlio e morì ubriaco in un incidente stradale a ventisette anni; benché tutti ne piansero la dipartita, io non m’incupii molto: quella, in fondo, era la vita che aveva sempre sognato.

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Ciao Johnny, ora voglio sapere come hai sviluppato gli altri capitoli.

 

Ho trovato il tuo racconto interessante e in alcuni punti divertente, perciò non prendere le seguenti osservazioni come una critica ma come un consiglio personale, magari dovuto all'utilizzo di stili differenti.

 

1.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

Di solito si è sempre molto duri con sé stessi, specie quando ci si ritrova a redigere una specie di bilancio del proprio tempo. Ma è quando non ne abbiamo più che riusciamo a guardare la nostra vita con maggiore indulgenza, ci riconosciamo per quello che siamo, ci perdoniamo per quello che non siamo stati. E il mio tempo era scaduto, stavo precipitando dal sesto piano.

 

L'intro mi sembra un po' troppo affrettato e blando. L'immagine dell'uomo che cade dal sesto piano e ripercorre la propria vita è ormai inflazionata e stimola poco la curiosità. Trovo invece più interessante iniziare il racconto tagliano queste prime tre righe.

 

2. 

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

ero nato con quattordici vertebre cervicali, il doppio del normale.

 

Perchè invece di svelarlo subito non lasci che sia il lettore a crearsi un'immagine di Goffedo. Invece di dare una descrizione precisa, cerca di spingerlo a usare l'immaginazione, magari tagliando questo pezzo e lasciando quello successivo "Ero destinato ad essere il solo ed unico Uomo Giraffa."

 

3. 

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

Date le premesse, potrete immaginare i travagli dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi.

 

Questo lo eliminerei. Ancora una volta anticipi qualcosa che puoi mostrare durante il racconto.

 

4.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

Vivevo in un tranquillo paese di bassa montagna, poche anime e quasi tutte avevano volti familiari. Ricordo con affetto le festicciole di quartiere e quelle patronali, le strade poco asfaltate e il vecchio campanile sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Molti bambini del paese giocavano a nascondino per i vicoletti del paese, o partivano con le biciclette per andare nelle zone circostanti, affollate di campi e alberi da frutto da saccheggiare con avarizia.

 

Qui lavorerei meglio sulla descrizione, non riesco a immaginarmi il paese. Trasmetti un'immagine "plasticosa", troppo comune: il campanile bombardato, le festicciole, i vicoletti. Manca qualcosa che trasmetta quell'idea di provincialità che tutti i paesi hanno in comune, ma che in un qualche modo li distingue tra loro. 

 

5.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

Trascorsi quindi i primi due anni delle superiori prendendo coscienza della cazzata che avevo fatto.

 

Questo lo eliminerei, penso sia irrelevante dirlo quando puoi mostrarlo con il racconto. "cazzata" inoltre stona con il linguaggio utilizzato fino ad ora. 

 

6.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

Il liceo, però, come tutti sanno, è un momento di passaggio, di cambiamento radicale in cui si giunge ad una prima, tanto incerta quanto importante, auto-consapevolezza.

 

Anche questo lo eliminerei; hai veramente bisogno di dirlo ?

 

7.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

impiegavo quel denaro per comprare delle piccole salsicce essiccate che vendeva una macelleria vicino scuola.

 

Accorcia e rendi più scorrevole, potrebbe essere: "con quel denaro mi riempivo le tasche di salsicce essiccate"

 

8.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

grosso braccio da camionista

 

Pensa ad altro. Braccio da camionista è un clichè.

 

9.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

«Ciao Giancarlo -esordì- ce l'hai una sigaretta?»

«Mi chiamo Goffredo» risposi porgendogli il pacchetto.

«Grazie. Giornata figa eh?»

«C'è il sole, sì…» dissi seccato.

Annuì come pacificato dalla mia risposta, quindi si sedette sul tavolo e iniziò a fumare, ma dopo poche boccate la spense con aria disgustata.

«Senti, io li conosco quelli come te» disse Luca.

«Ah sì?».

«Sì, siete tutti uguali voi che vivete scontenti, depressi e distratti, voi romantici, poeti, sognatori di mondi distanti, non illudetevi, avete già perso. Ma morirete tentando. Non credi neanche in Dio, vero figliolo? Certo che no, tu non lo leggi il Vangelo…».

«Figliolo?! Comunque non so, non credo» come potrete immaginare, la conversazione stava davvero prendendo una strana piega. In realtà, non credevo neppure che Luca conoscesse tutte quelle parole, di solito comunicava con monosillabi e alzate di mento.

«Ora mi toccherà spiegarti perché Gesù era un anarchico, così poi andrai a casa e potrai leggere le Scritture: innanzitutto, era un rivoluzionario, che grazie ad un’unica regola (o erano due non ricordo) ha reso obsolete tutte le altre; in secondo luogo ci ha preso tutti per il culo, e questo è importante».

Stupito dal fatto che il suo discorso avesse un briciolo di senso, decisi di continuare a dargli corda.

«Sono riflessioni profonde le tue -dissi- leggerai molto la Bibbia e andrai spesso in chiesa».

«A dire il vero no, leggere non mi piace e la chiesa puzza. Ma mi sono fatto queste idee un paio di giorni fa,  al funerale di zio Bruno»

«Mi dispiace, condoglianze».

«Tranquillo figliolo, non era mio zio».

 

Bel dialogo, mi piace.

 

10.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

Quello fu il secondo momento più importante della mia vita. Venne fuori che avevo una voce meravigliosa: il mio lungo collo creava una specie di effetto tromba: l'aria, dai polmoni, arrivava alle corde vocali con un percorso molto più lento, conferendomi un timbro caldo e un'estensione fuori dal normale.

 

Perchè invece di dire "venne fuori che avevo una voce meravigliosa" non descrivi la situazione. Lo stupore di Goffredo e quello di Luca. Hai l'occasione di creare una situazione insolita e originale. Comunque bella trovata.

 

11.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

il mio momento di svolta

 

Elimina, non serve dirlo. Lo si capisce dal contesto. 

 

12.

10 ore fa, Johnny P ha scritto:

sposò tre volte, ebbe un figlio e morì ubriaco in un incidente stradale a ventisette anni

 

Mi sembra un po' inverosimile e forzato, oppure è un'esagerazione voluta ?

.

.

.

 

Aspetto i prossimi capitoli per vedere come va a finire.

 

Paolo

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Io ci provo a dare il mio contributo. Premesso che magari non sono così bravo per correggerti: il tuo scritto è di grande qualità. Hai un modo di scrivere agile e accattivante, mai pesante e le descrizioni sono complete e mai ridondanti. La storia è affascinante e disincantata.

 

Quota

Di solito si è sempre molto duri con sé stessi, specie quando ci si ritrova a redigere una specie di bilancio del proprio tempo. Ma è quando non ne abbiamo più che riusciamo a guardare la nostra vita con maggiore indulgenza, ci riconosciamo per quello che siamo, ci perdoniamo per quello che non siamo stati. E il mio tempo era scaduto, stavo precipitando dal sesto piano.

 

L'incipit è bello ma l'avrei fatto un po' più lungo prima di arrivare alla caduta dal sesto piano.

 

Quota

 

Date le premesse, potrete immaginare i travagli dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi. Vivevo in un tranquillo paese di bassa montagna, poche anime e quasi tutte avevano volti familiari. Ricordo con affetto le festicciole di quartiere e quelle patronali, le strade poco asfaltate e il vecchio campanile sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Molti bambini del paese giocavano a nascondino per i vicoletti del paese, o partivano con le biciclette per andare nelle zone circostanti, affollate di campi e alberi da frutto da saccheggiare con avarizia. Io non potevo seguirli, perché per me correre non era possibile, e neppure andare in bicicletta. Il rischio di cadere era troppo alto. Così, passai gran parte della mia infanzia accompagnando i miei nonni da questa o quell'altra parte, leggendo libri, ascoltando poca radio e giocando a briscola. L’attenzione dei media per il mio caso, infatti, andò pian piano scemando, finché di me non rimase altro che un tizio strano col collo lungo. A dire il vero, più che strano ero sveglio e feci presto dell’autoironia la risposta alle cattiverie egoistiche degli altri bambini. Tuttavia, altrettanto in fretta capii che non sarei mai stato come loro; c’era una sottile campana di vetro che mi divideva dal resto e niente l’avrebbe mandata in pezzi. Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto.

Venivo da una famiglia di ragionieri, fin dal mio omonimo trisavolo, funzionario della neonata monarchia, ma erano gli anni Settanta, si stava bene e si aveva la sensazione che le cose non sarebbero potute andare che meglio, e mi iscrissi al quarto ginnasio. Volevo diventare avvocato o medico o qualcosa del genere, ma quale giuria avrebbe preso sul serio un lampadario con la toga, quale paziente si sarebbe fatto toccare da un malato? Trascorsi quindi i primi due anni delle superiori prendendo coscienza della cazzata che avevo fatto.

 

 

mi piace  il ritmo e i tempi  per descrivere tutto nella maniera migliore.

 

Quota

Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto.

 

Questa mi sembra poco chiara. 

 

Quota

 

«Ciao Giancarlo -esordì- ce l'hai una sigaretta?»

«Mi chiamo Goffredo» risposi porgendogli il pacchetto.

«Grazie. Giornata figa eh?»

«C'è il sole, sì…» dissi seccato.

Annuì come pacificato dalla mia risposta, quindi si sedette sul tavolo e iniziò a fumare, ma dopo poche boccate la spense con aria disgustata.

«Senti, io li conosco quelli come te» disse Luca.

«Ah sì?».

 

 

Avrei speso qualche battuta in più prima di arrivare al punto del discorso: mi sembra troppo precipitoso.

 

In sostanza mi è piaciuto moltissimo e non vedo l'ora di leggerne il seguito. Complimenti!

 

Mi scuso se ho magari ho dato poche indicazioni utili, per me anche analizzare un testo è una cosa nuova, devo imparare e spero i prossimi interventi siano sempre migliori.

 

Un saluto a tutti e grazie a Johnny per lo splendido testo.

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Aggiungo un paio di osservazioni:

 

Lo stile lo trovo scorrevole, chiaro ed incisivo. La trama originale. I contenuti avvincenti e sono curioso di come verranno sviluppati. Il personaggio principale è ben sviluppato, l’altro l’avrei approfondito di più … ma muore subito, pazienza. Nel complesso ottimo lavoro!

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Ciao @PaoloS, grazie per il commento e scusa la risposta tardiva. Nel rispondere, seguo i tuoi punti.

 

Il 27/2/2020 alle 12:21, PaoloS ha scritto:

L'intro mi sembra un po' troppo affrettato e blando. L'immagine dell'uomo che cade dal sesto piano e ripercorre la propria vita è ormai inflazionata e stimola poco la curiosità. Trovo invece più interessante iniziare il racconto tagliano queste prime tre righe.

Ti chiederei di farmi sapere se la pensi allo stesso modo dopo aver letto il finale, così nel caso ne riparliamo. Purtroppo era un racconto unico e ho dovuto spezzarlo per motivi di spazio.

 

Il 27/2/2020 alle 12:21, PaoloS ha scritto:

Questo lo eliminerei. Ancora una volta anticipi qualcosa che puoi mostrare durante il racconto.

 

Consiglio seguito.

 

Il 27/2/2020 alle 12:21, PaoloS ha scritto:

Qui lavorerei meglio sulla descrizione, non riesco a immaginarmi il paese. Trasmetti un'immagine "plasticosa", troppo comune: il campanile bombardato, le festicciole, i vicoletti. Manca qualcosa che trasmetta quell'idea di provincialità che tutti i paesi hanno in comune, ma che in un qualche modo li distingue tra loro. 

In realtà è voluto, durante tutto il racconto ci sono personaggi e situazioni molto stereotipate. Goffredo, in realtà, è conscio di essere il personaggio di un racconto (e più volte lo sottolinea e nel raccontare la sua vicenda spesso anticipa quello che accadrà dopo, spiega il significo di alcune metafore che ci sono dietro gli avvenimenti che gli accadono, insomma, mostra il gioco narrativo che c'è dietro) e tuttavia non riesce a non percepire la drammaticità della sua esistenza, per quanto fasulla. 

Tutti i personaggi in realtà, esistono unicamente in funzione di Goffredo -il solo personaggio effettivamente caratterizzato approfonditamente- e l'unico tratto che ho voluto dargli è questa sorta di tragicomica diversità che li porta, prima o poi, a provare un senso di profonda solitudine, reale o psicologica, che è anche il concetto principale dietro l'intero racconto.

Ad ogni modo, ho aggiunto questo dopo il tuo commento, fammi sapere che ne pensi: Era uno di quei posti che avrete sicuramente letto da qualche altra parte.

 

Il 27/2/2020 alle 12:21, PaoloS ha scritto:

Questo lo eliminerei, penso sia irrelevante dirlo quando puoi mostrarlo con il racconto. "cazzata" inoltre stona con il linguaggio utilizzato fino ad ora.

Hai ragione, corretto.

 

Il 27/2/2020 alle 12:21, PaoloS ha scritto:

Anche questo lo eliminerei; hai veramente bisogno di dirlo ?

L'ho accorciato, giusto perché così introduco il personaggio di Luca.

 

Il 27/2/2020 alle 12:21, PaoloS ha scritto:

Perchè invece di dire "venne fuori che avevo una voce meravigliosa" non descrivi la situazione. Lo stupore di Goffredo e quello di Luca. Hai l'occasione di creare una situazione insolita e originale. Comunque bella trovata.

Disse che dovevo cantare anche io, e così feci, perché alle situazioni strane ci si affeziona in fretta. Luca cantò tutta la prima strofa, dandomi dolorose pacche sulla spalla finché non cedetti sul ritornello, arrendendomi a quell'improbabile duetto. Dapprima non ci feci caso, ma appena mi resi conto che Luca non mi stava seguendo più mi voltai verso di lui e vidi la sua espressione stupita: quello fu il secondo momento più importante della mia vita.

Meglio?

 

Il 27/2/2020 alle 12:21, PaoloS ha scritto:

Mi sembra un po' inverosimile e forzato, oppure è un'esagerazione voluta ?

Sì, ce ne saranno molte. Tutto è un po' avvolto da quest'aura che rimanda un po' al realismo magico.

 

Grazie per il commento, spero di risentirti presto.

Un saluto,

Johnny P.

 

_________________________________________________

 

 

Ciao @Virgilio Lang, e grazie per il commento.

 

8 ore fa, Virgilio Lang ha scritto:

L'incipit è bello ma l'avrei fatto un po' più lungo prima di arrivare alla caduta dal sesto piano.

Questo incipit è fonte di discordia mi pare di capire :asd:. Come dicevo a Luca sopra, ti chiederei di aspettare il finale, così poi ne riparliamo se ti va.

 

8 ore fa, Virgilio Lang ha scritto:

Questa mi sembra poco chiara. 

In che senso? Come potrei migliorarla?

 

8 ore fa, Virgilio Lang ha scritto:

 

Avrei speso qualche battuta in più prima di arrivare al punto del discorso: mi sembra troppo precipitoso.

Spesso, durante il resto del racconto, ho cercato di creare situazioni e dialoghi improbabili, perché Goffredo sa di essere il personaggio di un racconto, anticipa quello che accade dopo, spiega il senso di quello che accade e via dicendo, si gioca tutto su questo mix fra realtà e finzione.

 

8 ore fa, Virgilio Lang ha scritto:

Mi scuso se ho magari ho dato poche indicazioni utili, per me anche analizzare un testo è una cosa nuova, devo imparare e spero i prossimi interventi siano sempre migliori.

Ci mancherebbe, fa sempre piacere quando qualcuno legge qualcosa che hai scritto, e sono contento che ti sia piaciuto.

 

Ti ringrazio ancora per il commento e spero di averti invogliato a leggere il prosieguo.

Un saluto,

Johnny P

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Ciao, 

Sì, molte cose si capiranno meglio andando avanti nella lettura ed è importante che tu sia riuscito, per quanto mi riguarda, a catturare l'attenzione con una scrittura di qualità.

Per il mio dubbio riguardo la frase 

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto.

l'avrei scritta così:

 

Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto ma solo quello che ci riguarda è importante per noi.

 

Più che altro è il concetto di fondo che forse mi sfugge. Comunque sto cercando l'ago nel pagliaio. Funziona, e leggerò sicuramente i prossimi capitoli.

 

A presto!

 

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Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

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Mischia quattro generi diversi: realismo magico, romanzo di formazione, rosa e in minor parte c'è del thriller. Tutto ovviamente rivisitato e scritto in uno stile un po' particolare. Ci sono un bel po' di prestiti da Calvino (sopratutto da 'Ti con zero' e in generale da tutto il suo periodo combinatorio) e qualcosa l'ho chiesto anche a Murakami, col dovuto rispetto, ovviamente. E' diviso in tre parti, più una premessa e un epilogo, corrispondenti alle tre fasi della vita, solo che non so se per motivi di limiti di carattere riuscirò a dividerlo esattamente in 3 (non era infatti concepito per essere un racconto a capitoli). Ad ogni modo, le parti sono divise da un titolo.

 

Ringrazio in anticipo tutti coloro che leggeranno questo mio lavoro in prosa, dopo un bel po' che non ne scrivevo.

Un saluto,

Johnny P.

 

L’UOMO GIRAFFA

 

Di solito si è sempre molto duri con sé stessi, specie quando ci si ritrova a redigere una specie di bilancio del proprio tempo. Ma è quando non ne abbiamo più che riusciamo a guardare la nostra vita con maggiore indulgenza, ci riconosciamo per quello che siamo, ci perdoniamo per quello che non siamo stati. E il mio tempo era scaduto, stavo precipitando dal sesto piano.

 

Parte Prima: Rinascita

 

Due donne mi hanno voluto al mondo: mia madre, il cui desiderio superò le riluttanze di mio padre, al quale comunque nulla rimprovero, ed Elena, l’ostetrica di turno quando si ruppero le acque a mia madre. Le riuscì il miracolo di salvarmi dalla morte, che al primo vagito già mi avrebbe voluto con sé. Della mia nascita ne parlarono anche alla radio e papà raccontava sempre delle file di curiosi ammassate dietro le porte dell’ospedale: ero nato con quattordici vertebre cervicali, il doppio del normale. Alla malattia diedero il mio nome, la chiamarono Sindrome di Goffredo, ma nessun’altro, a parte me, ne avrebbe sofferto. Ero destinato ad essere il solo ed unico Uomo Giraffa.

Ad esclusione della nuca, ero fisiologicamente perfetto, sicché mi procurano un collare che sostenesse il peso del cranio ed evitasse quei movimenti inopportuni che potevano essermi fatali. Il mio collo era come un grissino di ventiquattro centimetri con una palla da biliardo incastrata sulla cima, bastava poco perché si frantumasse.

 

Date le premesse, potrete immaginare i travagli dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi. Vivevo in un tranquillo paese di bassa montagna, poche anime e quasi tutte avevano volti familiari. Ricordo con affetto le festicciole di quartiere e quelle patronali, le strade poco asfaltate e il vecchio campanile sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Molti bambini del paese giocavano a nascondino per i vicoletti del paese, o partivano con le biciclette per andare nelle zone circostanti, affollate di campi e alberi da frutto da saccheggiare con avarizia. Io non potevo seguirli, perché per me correre non era possibile, e neppure andare in bicicletta. Il rischio di cadere era troppo alto. Così, passai gran parte della mia infanzia accompagnando i miei nonni da questa o quell'altra parte, leggendo libri, ascoltando poca radio e giocando a briscola. L’attenzione dei media per il mio caso, infatti, andò pian piano scemando, finché di me non rimase altro che un tizio strano col collo lungo. A dire il vero, più che strano ero sveglio e feci presto dell’autoironia la risposta alle cattiverie egoistiche degli altri bambini. Tuttavia, altrettanto in fretta capii che non sarei mai stato come loro; c’era una sottile campana di vetro che mi divideva dal resto e niente l’avrebbe mandata in pezzi. Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto.

Venivo da una famiglia di ragionieri, fin dal mio omonimo trisavolo, funzionario della neonata monarchia, ma erano gli anni Settanta, si stava bene e si aveva la sensazione che le cose non sarebbero potute andare che meglio, e mi iscrissi al quarto ginnasio. Volevo diventare avvocato o medico o qualcosa del genere, ma quale giuria avrebbe preso sul serio un lampadario con la toga, quale paziente si sarebbe fatto toccare da un malato? Trascorsi quindi i primi due anni delle superiori prendendo coscienza della cazzata che avevo fatto.

Il liceo, però, come tutti sanno, è un momento di passaggio, di cambiamento radicale in cui si giunge ad una prima, tanto incerta quanto importante, auto-consapevolezza. Il mio momento aveva nome e cognome, si chiamava Luca Schiamazzi, ed era stato bocciato per la seconda volta. Era uno strano gorilla alto due metri con la passione per il fitness e le serate in discoteca. Con quei capelli rasati e gli occhi spenti poi, pareva un militare di ritorno dal Vietnam col disturbo post-traumatico da stress. Di solito passavo l’intervallo nel cortile. C’erano un bel prato e diversi alberi di faggio, all'ombra dei quali mi trovavo una panchina libera per rilassarmi e guardare gli altri giocare e chiacchierare. Mia madre mi preparava sempre un panino burro e marmellata, mentre mio padre mi infilava qualche soldo di straforo nella giubba, che di solito usavo per comprare le sigarette. Il liceo si trovava in una cittadina a pochi chilometri dal mio paese, e sull'autobus del ritorno avevo sempre fame, così, se avevo sigarette a sufficienza, impiegavo quel denaro per comprare delle piccole salsicce essiccate che vendeva una macelleria vicino scuola.

Ad ogni modo, una mattina di ottobre, mentre mi rilassavo da solo nel cortile, vidi Luca Schiamazzi venirmi incontro, agitando il suo grosso braccio da camionista in segno di saluto.  

«Ciao Giancarlo -esordì- ce l'hai una sigaretta?»

«Mi chiamo Goffredo» risposi porgendogli il pacchetto.

«Grazie. Giornata figa eh?»

«C'è il sole, sì…» dissi seccato.

Annuì come pacificato dalla mia risposta, quindi si sedette sul tavolo e iniziò a fumare, ma dopo poche boccate la spense con aria disgustata.

«Senti, io li conosco quelli come te» disse Luca.

«Ah sì?».

«Sì, siete tutti uguali voi che vivete scontenti, depressi e distratti, voi romantici, poeti, sognatori di mondi distanti, non illudetevi, avete già perso. Ma morirete tentando. Non credi neanche in Dio, vero figliolo? Certo che no, tu non lo leggi il Vangelo…».

«Figliolo?! Comunque non so, non credo» come potrete immaginare, la conversazione stava davvero prendendo una strana piega. In realtà, non credevo neppure che Luca conoscesse tutte quelle parole, di solito comunicava con monosillabi e alzate di mento.

«Ora mi toccherà spiegarti perché Gesù era un anarchico, così poi andrai a casa e potrai leggere le Scritture: innanzitutto, era un rivoluzionario, che grazie ad un’unica regola (o erano due non ricordo) ha reso obsolete tutte le altre; in secondo luogo ci ha preso tutti per il culo, e questo è importante».

Stupito dal fatto che il suo discorso avesse un briciolo di senso, decisi di continuare a dargli corda.

«Sono riflessioni profonde le tue -dissi- leggerai molto la Bibbia e andrai spesso in chiesa».

«A dire il vero no, leggere non mi piace e la chiesa puzza. Ma mi sono fatto queste idee un paio di giorni fa,  al funerale di zio Bruno»

«Mi dispiace, condoglianze».

«Tranquillo figliolo, non era mio zio».

Luca tirò fuori dal taschino un pacchetto di Marlboro rosse, quindi ne accese una e iniziò ad intonare il ritornello di "Redemption Song". Disse che dovevo cantare anche io, e così feci, perché alle situazioni strane ci si affeziona in fretta. Quello fu il secondo momento più importante della mia vita. Venne fuori che avevo una voce meravigliosa: il mio lungo collo creava una specie di effetto tromba: l'aria, dai polmoni, arrivava alle corde vocali con un percorso molto più lento, conferendomi un timbro caldo e un'estensione fuori dal normale. Avevo un dono ignorato troppo a lungo, un dono che mi avrebbe accompagnato nel cammino dell’artista. D'altronde avevo già un personaggio, anzi, ero nato personaggio. Ben presto case discografiche, giornalisti, fotografi, televisioni, tutti vennero a bussare. Ero tornato sulla cresta dell'onda, dove sarei rimasto sino all'apice della mia carriera, quando fui incoronato nuovo “Re del Soul”; tutto grazie a Luca Schiamazzi, il mio momento di svolta. Rimanemmo buoni amici fino al terzo liceo, poi, come spesso accade, le nostre strade si divisero. Anni dopo, durante una nostalgica cena di classe, mi raccontarono che si sposò tre volte, ebbe un figlio e morì ubriaco in un incidente stradale a ventisette anni; benché tutti ne piansero la dipartita, io non m’incupii molto: quella, in fondo, era la vita che aveva sempre sognato.

 

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

commento

 

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Mischia quattro generi diversi: realismo magico, romanzo di formazione, rosa e in minor parte c'è del thriller. Tutto ovviamente rivisitato e scritto in uno stile un po' particolare. Ci sono un bel po' di prestiti da Calvino (sopratutto da 'Ti con zero' e in generale da tutto il suo periodo combinatorio) e qualcosa l'ho chiesto anche a Murakami, col dovuto rispetto, ovviamente. E' diviso in tre parti, più una premessa e un epilogo, corrispondenti alle tre fasi della vita, solo che non so se per motivi di limiti di carattere riuscirò a dividerlo esattamente in 3 (non era infatti concepito per essere un racconto a capitoli). Ad ogni modo, le parti sono divise da un titolo.

 

Ringrazio in anticipo tutti coloro che leggeranno questo mio lavoro in prosa, dopo un bel po' che non ne scrivevo.

Un saluto,

Johnny P.

 

L’UOMO GIRAFFA

 

Di solito si è sempre molto duri con sé stessi, specie quando ci si ritrova a redigere una specie di bilancio del proprio tempo. Ma è quando non ne abbiamo più che riusciamo a guardare la nostra vita con maggiore indulgenza, ci riconosciamo per quello che siamo, ci perdoniamo per quello che non siamo stati. E il mio tempo era scaduto, stavo precipitando dal sesto piano.

 

Parte Prima: Rinascita

 

Due donne mi hanno voluto al mondo: mia madre, il cui desiderio superò le riluttanze di mio padre, al quale comunque nulla rimprovero, ed Elena, l’ostetrica di turno quando si ruppero le acque a mia madre. Le riuscì il miracolo di salvarmi dalla morte, che al primo vagito già mi avrebbe voluto con sé. Della mia nascita ne parlarono anche alla radio e papà raccontava sempre delle file di curiosi ammassate dietro le porte dell’ospedale: ero nato con quattordici vertebre cervicali, il doppio del normale. Alla malattia diedero il mio nome, la chiamarono Sindrome di Goffredo, ma nessun’altro, a parte me, ne avrebbe sofferto. Ero destinato ad essere il solo ed unico Uomo Giraffa.

Ad esclusione della nuca, ero fisiologicamente perfetto, sicché mi procurano un collare che sostenesse il peso del cranio ed evitasse quei movimenti inopportuni che potevano essermi fatali. Il mio collo era come un grissino di ventiquattro centimetri con una palla da biliardo incastrata sulla cima, bastava poco perché si frantumasse.

 

Date le premesse, potrete immaginare i travagli dell’infanzia prima e dell’adolescenza poi. Vivevo in un tranquillo paese di bassa montagna, poche anime e quasi tutte avevano volti familiari. Ricordo con affetto le festicciole di quartiere e quelle patronali, le strade poco asfaltate e il vecchio campanile sopravvissuto ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Molti bambini del paese giocavano a nascondino per i vicoletti del paese, o partivano con le biciclette per andare nelle zone circostanti, affollate di campi e alberi da frutto da saccheggiare con avarizia. Io non potevo seguirli, perché per me correre non era possibile, e neppure andare in bicicletta. Il rischio di cadere era troppo alto. Così, passai gran parte della mia infanzia accompagnando i miei nonni da questa o quell'altra parte, leggendo libri, ascoltando poca radio e giocando a briscola. L’attenzione dei media per il mio caso, infatti, andò pian piano scemando, finché di me non rimase altro che un tizio strano col collo lungo. A dire il vero, più che strano ero sveglio e feci presto dell’autoironia la risposta alle cattiverie egoistiche degli altri bambini. Tuttavia, altrettanto in fretta capii che non sarei mai stato come loro; c’era una sottile campana di vetro che mi divideva dal resto e niente l’avrebbe mandata in pezzi. Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto.

Venivo da una famiglia di ragionieri, fin dal mio omonimo trisavolo, funzionario della neonata monarchia, ma erano gli anni Settanta, si stava bene e si aveva la sensazione che le cose non sarebbero potute andare che meglio, e mi iscrissi al quarto ginnasio. Volevo diventare avvocato o medico o qualcosa del genere, ma quale giuria avrebbe preso sul serio un lampadario con la toga, quale paziente si sarebbe fatto toccare da un malato? Trascorsi quindi i primi due anni delle superiori prendendo coscienza della cazzata che avevo fatto.

Il liceo, però, come tutti sanno, è un momento di passaggio, di cambiamento radicale in cui si giunge ad una prima, tanto incerta quanto importante, auto-consapevolezza. Il mio momento aveva nome e cognome, si chiamava Luca Schiamazzi, ed era stato bocciato per la seconda volta. Era uno strano gorilla alto due metri con la passione per il fitness e le serate in discoteca. Con quei capelli rasati e gli occhi spenti poi, pareva un militare di ritorno dal Vietnam col disturbo post-traumatico da stress. Di solito passavo l’intervallo nel cortile. C’erano un bel prato e diversi alberi di faggio, all'ombra dei quali mi trovavo una panchina libera per rilassarmi e guardare gli altri giocare e chiacchierare. Mia madre mi preparava sempre un panino burro e marmellata, mentre mio padre mi infilava qualche soldo di straforo nella giubba, che di solito usavo per comprare le sigarette. Il liceo si trovava in una cittadina a pochi chilometri dal mio paese, e sull'autobus del ritorno avevo sempre fame, così, se avevo sigarette a sufficienza, impiegavo quel denaro per comprare delle piccole salsicce essiccate che vendeva una macelleria vicino scuola.

Ad ogni modo, una mattina di ottobre, mentre mi rilassavo da solo nel cortile, vidi Luca Schiamazzi venirmi incontro, agitando il suo grosso braccio da camionista in segno di saluto.  

«Ciao Giancarlo -esordì- ce l'hai una sigaretta?»

«Mi chiamo Goffredo» risposi porgendogli il pacchetto.

«Grazie. Giornata figa eh?»

«C'è il sole, sì…» dissi seccato.

Annuì come pacificato dalla mia risposta, quindi si sedette sul tavolo e iniziò a fumare, ma dopo poche boccate la spense con aria disgustata.

«Senti, io li conosco quelli come te» disse Luca.

«Ah sì?».

«Sì, siete tutti uguali voi che vivete scontenti, depressi e distratti, voi romantici, poeti, sognatori di mondi distanti, non illudetevi, avete già perso. Ma morirete tentando. Non credi neanche in Dio, vero figliolo? Certo che no, tu non lo leggi il Vangelo…».

«Figliolo?! Comunque non so, non credo» come potrete immaginare, la conversazione stava davvero prendendo una strana piega. In realtà, non credevo neppure che Luca conoscesse tutte quelle parole, di solito comunicava con monosillabi e alzate di mento.

«Ora mi toccherà spiegarti perché Gesù era un anarchico, così poi andrai a casa e potrai leggere le Scritture: innanzitutto, era un rivoluzionario, che grazie ad un’unica regola (o erano due non ricordo) ha reso obsolete tutte le altre; in secondo luogo ci ha preso tutti per il culo, e questo è importante».

Stupito dal fatto che il suo discorso avesse un briciolo di senso, decisi di continuare a dargli corda.

«Sono riflessioni profonde le tue -dissi- leggerai molto la Bibbia e andrai spesso in chiesa».

«A dire il vero no, leggere non mi piace e la chiesa puzza. Ma mi sono fatto queste idee un paio di giorni fa,  al funerale di zio Bruno»

«Mi dispiace, condoglianze».

«Tranquillo figliolo, non era mio zio».

Luca tirò fuori dal taschino un pacchetto di Marlboro rosse, quindi ne accese una e iniziò ad intonare il ritornello di "Redemption Song". Disse che dovevo cantare anche io, e così feci, perché alle situazioni strane ci si affeziona in fretta. Quello fu il secondo momento più importante della mia vita. Venne fuori che avevo una voce meravigliosa: il mio lungo collo creava una specie di effetto tromba: l'aria, dai polmoni, arrivava alle corde vocali con un percorso molto più lento, conferendomi un timbro caldo e un'estensione fuori dal normale. Avevo un dono ignorato troppo a lungo, un dono che mi avrebbe accompagnato nel cammino dell’artista. D'altronde avevo già un personaggio, anzi, ero nato personaggio. Ben presto case discografiche, giornalisti, fotografi, televisioni, tutti vennero a bussare. Ero tornato sulla cresta dell'onda, dove sarei rimasto sino all'apice della mia carriera, quando fui incoronato nuovo “Re del Soul”; tutto grazie a Luca Schiamazzi, il mio momento di svolta. Rimanemmo buoni amici fino al terzo liceo, poi, come spesso accade, le nostre strade si divisero. Anni dopo, durante una nostalgica cena di classe, mi raccontarono che si sposò tre volte, ebbe un figlio e morì ubriaco in un incidente stradale a ventisette anni; benché tutti ne piansero la dipartita, io non m’incupii molto: quella, in fondo, era la vita che aveva sempre sognato.

Bella storia, ben articolata, spero che anche i capitoli successivi siano così. È la prima volta che mi imbatto in qualcuno alle prese con un romanzo di formazione. Mi piacerebbe come ti sia nata l idea. Davvero bravo. La storia è scorrevole, bello anche il titolo. Come consiglio (qui alzo le mani, xk è solo un consiglio, una mia visione) ti direi di approfondire il lato interiore dei personaggi e l ambientazione, inserendo più elementi descrittivi. Ma, ripeto, è un mio parere da neofita. Una curiosità, dove è quando l hai ambientato? 

Quando verso la fine del capitolo usi l espressione "Giornata figa eh?" qualcuno potrebbe giudicarla di registro troppo basso, ma in realtà a me piace perché crea un contatto con la quotidianità e la realtà. È un'espressione molto usata soprattutto tra i giovani. Anche se non amo molto il genere, complessivamente è un gran lavoro e la tematica affrontata non è semplice. Bravo

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Ciao, @Johnny P. Ho trovato coinvolgente questo inizio di biografia del tuo sfortunato uomo-giraffa, affetto da un handicap unico al mondo e che lo rende fragile e incapace di integrarsi appieno con gli altri.

Ti espongo un po' di considerazioni, naturalmente non sono maestra di nulla, quindi prendile per quello che sono: riflessioni soggettive :)

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

Di solito si è sempre molto duri con sé stessi, specie quando ci si ritrova a redigere una specie di bilancio del proprio tempo. Ma è quando non ne abbiamo più che riusciamo a guardare la nostra vita con maggiore indulgenza, ci riconosciamo per quello che siamo, ci perdoniamo per quello che non siamo stati. E il mio tempo era scaduto, stavo precipitando dal sesto piano.

Personalmente non metterei questa premessa: il paragrafo successivo con le due donne che lo hanno voluto al mondo mi sembra un incipit molto efficace.

Ma il testo è tuo e se vuoi mantenere questa introduzione anticipatrice, riformulerei la prima frase: non è vero che si è sempre duri con se stesso, forse lo si è, come dici dopo, quando si fa un bilancio. Io vedrei una cosa così: "Capita di essere troppo duri con se stessi quando si prova a redigere un bilancio del proprio tempo, ma è quando ci rendiamo conto di non averne più che guardiamo con più indulgenza eccetera"

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

Due donne mi hanno voluto al mondo: mia madre, il cui desiderio superò le riluttanze di mio padre, al quale comunque nulla rimprovero, ed Elena, l’ostetrica di turno quando si ruppero le acque a mia madre.

per evitare la ripetizione di "mia madre" io eliminerei l'inciso sul padre (lo puoi aggiungere dopo nel corso di questo stesso paragrafo): "mia madre e l'ostetrica di turno quando le si ruppero le acque"

 

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

A dire il vero, più che strano ero sveglio e feci presto dell’autoironia la risposta alle cattiverie egoistiche degli altri bambini.

secondo me non serve e appesantisce il periodo

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

na sottile campana di vetro che mi divideva dal resto

forse manca del mondo, perché dal resto così non vuol dire nulla. Oppure che mi divideva dagli altri

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

Diceva giusto mio padre, possiamo tollerare tutto quello che non può succederci, ma abituarci solo a quello che si vive o si è vissuto.

dopo mio padre ci vanno i due punti, non la virgola: spieghi cosa dicesse di giusto.

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

mi iscrissi al quarto ginnasio.

forse sbaglio io, ma ho sempre detto la quarta ginnasio

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

Con quei capelli rasati e gli occhi spenti poi, pareva un militare di ritorno dal Vietnam

 

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

C’erano un bel prato e diversi alberi di faggio, all'ombra dei quali mi trovavo una panchina libera per rilassarmi e guardare gli altri giocare e chiacchierare. Mia madre mi preparava sempre un panino burro e marmellata, mentre mio padre mi infilava qualche soldo di straforo nella giubba,

secondo me non sono tutti necessari

Il 27/2/2020 alle 01:26, Johnny P ha scritto:

Ad ogni modo, Una mattina di ottobre, mentre mi rilassavo

 

Il dialogo con Luca Schiamazzi, surreale e spaesante, e la scoperta del talento canoro grazie al collo straordinario sono carinissimi e un ottimo finale di capitolo per invogliare a leggere le avventure successive di Goffredo. Forse accorcerei un po' il trafiletto esplicativo sulla vita e morte di Luca: non mi sembra utile sapere dei 3 matrimoni eccetera, a meno che non abbiano una rilevanza per il resto del racconto, ma allora puoi solo accennarne una parte qui e poi utilizzarle più in là al momento opportuno. Così consistente, l'informazione sul futuro dell'amico, secondo me mette un po' in ombra il punto importante di questo finale: Goffredo è di nuovo al centro dell'attenzione generale, questa volta per i suoi meriti canori.

 

Ecco quello che avevo da dire, spero di non essere stata troppo invadente e pedante, ripeto, sono opinioni, vedi tu cosa può servirti e cosa no.

 

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