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Alberto Tosciri

[MIXL] Il sole non scalda

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Poco (Traccia di mezzogiorno)

commento

 

–        Vai da solo?

–        Sì.

–        Non vuoi che ti accompagni? Magari guido la macchina, Gabry…

Don Gabriele guardò Saverio sospirando. Cominciava a non sopportarlo più, nonostante…

–        Hai solo il foglio rosa e so come guidi. Lascia perdere. E poi almeno un prefetto deve rimanere  in seminario il fine settimana. Non starò via per molto.

–        Ma io cosa faccio qui da solo? I ragazzi sono tutti a casa e poi mi annoio…

–        Parla con la cuoca, vai in lavanderia, hai sempre un mucchio di roba sporca, puzzi; vai in sala giochi, in biblioteca. O mettiti qui nel mio ufficio e ripassa qualcosa di latino… Ma non toccare i miei libri, usa  i tuoi…

–        Ti faccio così schifo allora? Ho notato che guardi di più Sergio, e anche Mattia…li aiuti troppo, sono più giovani di me: è per quello?

–        No. No. No.

–        Ma perché devi andare in quel… Come si chiama…

–        Al convento della Sarmenta…

Saverio fece una smorfia di disgusto.

–       Ma che ci vai a fare? So che è fuori città, un posto abbandonato, vecchio,   ci sono dei vecchi… Che ci vai a fare?

–       Me lo ha chiesto il vescovo.  Devo dare l’olio degli infermi a un frate che sta morendo.

–       E perché tu?

–       Gli altri sacerdoti della diocesi sono già impegnati. Sono l’unico libero oggi. E poi…

–       E poi?

–       Sono sempre un prete… Saverio. Fammi andare, fai il bravo. Se ci fosse qualcosa, chiamami al cellulare.

 

Don Gabriele guidava la macchina quasi con un senso di liberazione. Ultimamente i rapporti con Saverio e con gli altri erano diventati troppo asfissianti, era andato troppo oltre, lo ammetteva anche con sé stesso; non riusciva più a pensare, a concentrarsi su qualcosa. Il vescovo gli aveva  fatto capire, con la sua finta bonarietà, che era al corrente della  situazione, diciamo così. Le spie non mancavano in seminario, don Gabriele lo sapeva bene e poi  non faceva niente per nascondere le sue preferenze. All’inizio il gioco gli era sembrato facile oltre che piacevole, ma non avrebbe mai immaginato di essere assecondato al punto che ora stava diventando un problema. Che prima o poi gli sarebbe sfuggito di mano con conseguenze disastrose, forse. O forse no. Il vescovo non lo aveva trasferito, del resto non gli conveniva, anche lui aveva i suoi scheletri nell’armadio, ben noti in una cerchia clericale e borghese bene, pensò don Gabriele con lo sguardo riflesso nello specchietto retrovisore. Lo spostò in modo da non vederlo. Quello che lo aveva turbato era la sua immagine che riprendeva anche il collare bianco, che metteva ormai di rado. L’immagine di un prete. . Sospirò.

 

Conosceva di sfuggita l’antico convento della Sarmenta.  Sapeva che era imminente la sua chiusura e vendita, ci rimanevano ancora una mezza dozzina di frati ultraottantenni, che avevano scritto al vescovo di poter concludere i loro giorni in quelle mura e non ottenendo risposta avevano scritto ai giornali, suscitando un certo scalpore in provincia. Per il momento venivano tollerati.

Il vescovo gli aveva telefonato quella mattina prospettandogli la necessità di recarsi alla Sarmenta per amministrare l’olio degli infermi a un vecchio frate morente e lui chiaramente aveva obbedito. Non poteva accampare scuse, nemmeno che non aveva mai amministrato l’olio degli infermi. Dopo un breve periodo come viceparroco in diocesi era stato destinato al seminario minore, uno degli ultimi rimasti, dapprima come insegnante di storia e latino, poi come rettore. Ricopriva quell’incarico da una decina d’anni e ci si trovava bene. Ottimamente a quanto pare. Era la sua  vocazione.

 

Il convento si trovava in periferia; in lontananza si intravedeva un’autostrada e una lunga fila di capannoni della zona industriale. Si era nel pomeriggio inoltrato e il sole, che accennava al tramonto assumendo tinte calde, conferiva all’aria una colorazione giallo ocra che sembrava attagliata appositamente per unirsi alle austere mura seicentesche del monastero, conferendogli un’aura antica, solenne,  da isolata e decadente cattedrale nel deserto. O in una discarica di rifiuti, pensava don Gabriele parcheggiando la macchina vicino a un distributore di benzina dal piazzale vuoto, con  a un lato la strada comunale e dall’altro una sequela di vecchie palazzine popolari dalla pareti annerite dal tempo, con balconi tappezzati di antenne paraboliche e biancheria stesa, circondate da un canneto paludoso dal quale si intravedevano affiorare rifiuti di ogni genere, lavatrici e frigoriferi, come buttati da una civiltà estinta.

Don Gabriele vide un cartello dal benzinaio che indicava come orario di chiusura le diciannove. Bene. Erano quasi le diciassette. Si sarebbe sbrigato in meno di due ore certamente e l’auto nel frattempo sarebbe stata sotto l’occhio di qualcuno.

Suonò il campanello posto all’angolo di un vecchio portone di legno borchiato. Non sentì nessun rimando, pigiò il bottone diverse volte,  godendosi la vista di un geco che lo fissava con lo sguardo allibito  da sopra una crepa sul muro. La porta si socchiuse lentamente con un cigolio lamentoso, facendo fuggire il geco.   Comparve il viso minuto di un piccolo frate dalla barba bianca, con sandali dalla suola grossa..

–       Desidera?

–       Sono don Gabriele, mi manda il vescovo…

–       Lei è un sacerdote?

La domanda stupì e irritò il prete. Poi ricordò. Vestiva il clergyman, aveva un giubbotto e portava una sciarpa al collo. Allentò la sciarpa per mostrare il colletto bianco.

–       Sì, sono un sacerdote.

–       Sì – disse semplicemente il frate facendolo entrare. – Ho telefonato io al vescovo.  Venga.

Percorsero un corridoio scuro e freddo con delle porte a un lato, poi uscirono su un loggiato quadrato formato da arcate di pietra rossiccia e nera, con al centro un orto.  Si intravedevano affreschi parzialmente rovinati sulle pareti interne. Le arcate cominciavano a caricarsi della luce del sole che le inondava al tramonto, facendo risaltare il verde del piccolo cortile centrale, intervallato da siepi, muretti con vari svincoli, uno spazio adibito a orto,  qualche albero, un pozzo laterale coperto di edera.

–       Non riusciamo più a lavorare

 disse il frate indicando l’orto, come a scusarsi di qualcosa di cui don Gabriele non si era nemmeno accorto, annuendo comprensivo, distratto.

–       Dove sta il frate che…

–       Stia attento che le mattonelle si muovono… Frate Giordano si sta spegnendo nella sua cella, sopra il refettorio… Quello che una volta era un grande refettorio… Ha sempre lavorato in cucina.

–       Quanti anni ha?

–       102.

–       Avete chiamato un medico?

–       Per cosa? – chiese il frate perplesso.

–       Mah! – esclamò don Gabriele, senza aggiungere altro.

Attraversarono un’arcata laterale che dava in un secondo cortile, più piccolo del primo. Una piazzetta grande come una stanza, lastricata in pietra,   aiuole di fiori ben curati ai lati, immersi in una terra nera, umida e odorosa. Alte mura intorno, intervallate da finestre, alcune  chiuse da imposte di legno. Un quadrato di cielo rosso del tramonto incombeva in alto. Salirono una scala laterale sconnessa, dai gradini di marmo arcuati al centro. Era buio.

–       Dov’è la luce?

–       Oh! Sono due anni che ce l’hanno staccata. Non avevamo soldi per pagare.

–       L’avete detto al vescovo?

–       Sì.

–       Ma come fate con l’acqua calda? La cucina, i bagni…

–       L’acqua ce l’abbiamo. Ne consumiamo poca e poi si paga una volta all’anno. Ci riusciamo con le offerte e qualche benefattore…

–       Ma per scaldarla?

–       Con la legna.

–       Legna! Come nel…

–       Nel Medio Evo. Sì padre. Questa è la cella di frate Giordano.

 

Una stanza, sei passi di lunghezza e cinque di larghezza. Un piccolo tavolo con una pila di libri, in alto una finestrella; una sedia, un piccolo lavandino, un attaccapanni appeso al muro, dietro la porta. Un letto alto con la testiera in legno, sopra la quale si ergeva un grande crocifisso. Un comodino con un bicchiere d’acqua, altri libri e una candela stearica.

Sul letto giaceva un vecchio con la tonaca, la barba candida, la testa rasata, gli occhi chiusi, un rosario fra le mani. Delle coperte ammucchiate alla rinfusa in un angolo.

– Fratello Giordano, è arrivato il prete. Lo manda il vescovo!

Frate Giordano atteggiò le labbra a un sorriso.

–       Oh! – disse.

Il frate accompagnatore uscì dalla stanza.

Don Gabriele rimase in piedi guardando il frate.

–       Mi hanno messo a letto così, e non avevo voglia di svestirmi. Si sieda pure.

Don Gabriele prese la sedia e si sedette.

–       Come ti senti, fratello?

–       Dovrei dire bene. Ma non è così, padre.

Suonava strano che quel vegliardo chiamasse padre un uomo con meno di quaranta anni.

–       Avrei un desiderio, padre.

–       Dimmi…

–       Sono un peccatore. Vorrei confessarmi.

Don Gabriele si tolse il giubbotto e la sciarpa e indossò la stola, posando qualcosa sul comodino.

–       E poi l’estrema unzione – disse frate Giordano guardando appena

di sfuggita.

–       L’olio degli infermi – corresse il prete.

–       Oh mi scusi. Sono rimasto al Vetus ordo… Ma non abbia paura a chiamarla estrema unzione… –  disse il vecchio con un sorriso.

Don Gabriele si fece il segno della croce.

–       Parla… figliolo.

–       Accenda la candela padre. Fra poco sarà buio e non c’è luce.

Don Gabriele accese la stearica infilata in un portacandele sopra il comodino.

–       Certamente sono un peccatore. Non so da dove cominciare.

–       Comincia dall’inizio.

–       Certamente. Ho 102 anni.

–       Sì.

–       Sono in questo convento da quando ne avevo 15. Sono sempre stato un buono a nulla. Ho cercato di correggermi, qualcosa ho fatto, ma molto poco. Avrei dovuto fare di più.

–       In cosa dovevi correggerti?

–       La superbia ad esempio. Pensare di essere in grado di impormi una punizione da solo e fare finta che fosse sufficiente.

–       Punirti per cosa, come?

–       Feci voto di non uscire mai più da queste mura all’età di 20 anni…

Ora la voce di frate Giordano si era fatta più profonda, intensa.

–       Cioè, per tutti questi anni… non sei mai uscito da qui?

–       Oh sì. Sono sceso nel cortile qui sotto e i primi anni anche nel cortile grande, dove c’è il pozzo. Era già molto in effetti, troppa aria aperta. Meritavo di essere murato vivo…

–       Ma per cosa? Per la superbia?

Il frate fissava estatico il soffitto, stringendo il rosario sul petto. Due grosse lacrime gli scesero sul viso.

–       No padre…  Concupiscentzia oculos… Concupiscentzia carnis…

–       Ma… Come… Dimmi come…

–       Volevo diventare sacerdote. Cominciai a studiare. Qui una volta c’era un seminario minore, molti novizi. Io ero uno di loro. Con un seminarista  ero molto… molto amico. Si chiamava Lorenzo.

Don Gabriele annuì, stringendo le labbra.

–       Continua.

–       All’intervallo passeggiavamo sotto i portici. Mi piaceva parlare con lui. Discutevamo della dottrina, dei passi delle sacre scritture che ci piacevano, dei nostri sogni…

–       E poi?

–       Poi sentivo qualcosa… dentro. Stavo male se non lo vedevo, se non udivo la sua voce, se non sorrideva. Lui era debole di salute, tossiva. Gli dicevo di mettersi al sole. Si appoggiava al muro e lasciava che il sole lo riscaldasse. Allora stava bene, era felice, sorrideva. Anche io ero felice. Vivevo per vederlo sorridere. Amavo il sole che lo faceva star bene. Invidiavo il sole.

–       Perché?

–       Perché poteva abbracciarlo, come avrei voluto abbracciarlo io.

–       Poi?

–       Un giorno che leggevamo assieme mi disse che non vedeva più bene, aveva freddo, e c’era il sole padre. Ma non lo scaldava. Io mi chinai su di lui e gli presi le mani fra le mie. Non dovevo farlo, il contatto fisico era proibito e punito, ma io lo feci per scaldarlo. Aveva così freddo, padre! Lo accompagnai in mezzo al giardino, per prendere tutto il sole, ma non si reggeva in piedi. Chiamai qualcuno, ma Lorenzo era caduto, mi chiamava. Lo esposi con la faccia al sole,  gli dissi di pregare che sarebbe stato bene, Dio lo avrebbe aiutato. Lo strinsi a me come un figlio, piangendo e pregando. Ero felice di poterlo finalmente abbracciare, di sentire… la sua carne a contatto con la mia, ma allo stesso tempo ero disperato perché… stava morendo, padre. Sentivo la sua vita che se ne andava. Sentivo che lo avrei perso per sempre. Morì. Me ne accorsi perché nello stesso momento sentii qualcosa staccarsi da dentro me. Mi resi conto che da quel momento sarei sempre stato solo. Non riuscii più a studiare. Non divenni sacerdote, rimasi un semplice frate, ma stavo ingannando tutti.

–       Come…

Frate Giordano ansimava.

–       I primi tempi oziavo nel cortile grande, facendomi inondare dal sole del mattino e del pomeriggio. C’era un motivo. Un motivo diabolico. Chiudevo gli occhi ricordando quando il sole, in quello stesso punto accarezzava Lorenzo e ora accarezzava me. Era un modo per stargli vicino, per sentire il calore del suo corpo sul mio corpo… per averlo vicino a me, in me, con me, come avevo sempre desiderato e mai  avuto. Era una sensazione che mi dava un piacere troppo… Troppo, padre. Vivevo solo per provare quel piacere di giorno e non dormivo la notte ricordandolo, piangendo e contorcendomi nel letto per la disperazione. Mi ammalai. Ero caduto come in estasi, ma era il peccato diabolico che mi aveva preso l’anima e il corpo. Decisi di porvi un rimedio. Non mi uccisi come avrei voluto, perché ho sempre avuto il timore di Dio, non volevo offenderlo ulteriormente, per quanto lo avessi già irrimediabilmente fatto. Decisi di espiare. Misi il cilicio. Da allora non l’ho più tolto.

–       Quanti anni avevi allora?

–       Venti.

Don Gabriele si mise una mano sulla testa, lo sguardo a terra.

–       E poi?

–       Poi giurai di non andare più nel cortile grande, dove il sole aveva baciato inutilmente Lorenzo. Sono ottantadue anni che non ci passo più. Da questa cella sono uscito tutti i giorni solo per andare in chiesa,  per lavorare in cucina e per accudire le aiuole  nel cortile qui sotto. Il cortile è così piccolo che il sole lo tocca a malapena.

–       Ma è un cortile piccolo, piccolo come una stanza…

–       Troppo grande per me, padre. Ha visto che cielo infinito si vede  su, in alto? Bello, eh? Mi gira sempre la testa a guardarlo…La mia punizione non è valsa a niente, perché comunque vedevo il cielo e il sole che scendeva sui muri… Lo aspettavo, per sentire ancora il suo calore sulla mia pelle, per ricordare, per immaginare Lorenzo! E poter affondare le mani nella terra,  sentirne il profumo, godere della sua bellezza! La gioia del peccato! E non riuscire a dormire per notti intere! Non riuscivo a dimenticare questa indicibile, orribile gioia del peccato, nemmeno prostrato davanti al Santissimo, estate e inverno! Nemmeno con il dolore del cilicio sui fianchi! Nemmeno lavorando come un mulo in refettorio!

–       Mio Dio! Tutti questi anni… Il cilicio… Questa cella… Quel cortile! Tutti questi anni… Così!

–       Lo so padre. Il mio peccato è imperdonabile e ho ingannato tutti non confessandolo mai e continuando a vivere e a godere sotto la luce del sole. Ho abbracciato Lorenzo solo una volta quando stava morendo e poi ho vissuto tutta la vita di quel ricordo, di quella gioia e di quel dolore. So che non potete assolvermi, non lo chiedo padre. So che la mia anima è dannata per l’eternità per il mio peccato in questo luogo consacrato, sotto questi abiti benedetti… Merito l’eterna dannazione!

–       L’eterna dannazione! Tu… Voi! Voi padre! Voi l’eterna dannazione!

Don Gabriele piangeva.  Si inginocchiò davanti al letto. Sollevò tremante la destra sopra la testa di frate Giordano – Ego te absolvo a peccatis tuis… In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti… Amen.

Frate Giordano spalancò la bocca, come in estasi. – Come! Sono perdonato? Io… Io sono perdonato?

–       Dio vi ha perdonato, anima santa! Quando vedrete Dio intercedete per me. Vi scongiuro padre! Ditegli di perdonarmi! E anche voi padre, perdonatemi. Perdonatemi! Mio Dio, perdonatemi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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21 ore fa, Alberto Tosciri ha scritto:

un prete. . Sospirò.

Refuso, c'è  un punto in più.

 

21 ore fa, Alberto Tosciri ha scritto:

opolari dalla pareti annerite

Refuso

Racconto scritto molto bene, la sproporzione tra peccato e senso di colpa, tra punizione e pentimento. Tra il frate e il prete c'è un abisso morale. Ho sempre pensato che il "probema" non sia il peccato in sé (almeno non solo) ma l'incapacità di comprenderne le dimensioni e la gravità commessa non nei confronti di sé stessi ma verso gli altri; se se ne avesse la reale percezione, tutto andrebbe diversamente. In questo racconto c'è  un prete che si è punito molto per (potremmo dire) molto poco e uno che ha molto da farsi perdonare, ma si sente al sicuro perché protetto dai peccati altrui (gli scheletri nell'armadio). Continuando a leggere mi imbatto anche nella differenza di sensibilità, il monaco ha 102 anni e non "frequenta" il mondo da tantissimo, non sa come la morale abbia abbassato i limiti (dicono che la morale la facciano la civiltà e la sua cultura) fino a far perdere le proporzioni del peccato per i religiosi, e della moralità per i laici (peccato/moralità in pratica sono la stessa cosa). Il prete si trova per sua fortuna a dare l'estrema unzione al frate e solo a questo punto è in grado di confrontarsi con se stesso e chiedere perdono. Bravo, piaciuto

 

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Ciao @Alberto Tosciri,

 

Un gran bel racconto. Ho gradito lo stile pulito e fruibile e il ritmo che conduce il lettore al finale. Hai saputo creare un ottimo climax, in cui, partendo dalle "bassezze" del prete si arriva con una spirale in crescendo alla sua presa di consapevolezza. 

Il tema che hai scelto è di attualità, sia se si guarda dal punto di vista fella trama stessa sia se si cerca un significato più profondo, cioè quello del peccato e della eticità. 

C'è un vecchio frate che commette un peccato di pensiero (desidera avere un contatto epidermico con un compagno e osera farlo solo perché l'amico perde le forze in punto di morte) e si punisce con cilicio (oggetto di automortificazione fisica tra i più orrendi che io conosca) e semiclausura. 

Poi c'è il prete, due generazioni più giovane, dalle abitudini lascive, che ha il suo giro di ragazzini con cui si intrattiene senza troppi rimorsi, anzi copre altri clerici in cambio del silenzio. 

 

Confrontandosi col frate e confessandolo si accorge di quanto enorme è il peccato di cui si è macchiato e quanto poco è il pentimento e chiede perdono (all'altro frate? A sé stesso? Ai ragazzi? A dio?). 

Mi piace l'idea del finale: un uomo, col suo esempio, fa ravvedere un altro uomo. Purtroppo credo sia un po' utopistico. 

 

Nel complesso davvero un gran bel racconto. 

 

Talia 

 

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Ciao @Alberto Tosciri,

devo ammettere che all'inizio ho avuto un po' di difficoltà a "entrare nel testo", passami il termine. Forse perché mi ha un po' disturbato la descrizione che ti cito, 

Il 9/2/2020 alle 19:42, Alberto Tosciri ha scritto:

Il convento si trovava in periferia; in lontananza si intravedeva un’autostrada e una lunga fila di capannoni della zona industriale. Si era nel pomeriggio inoltrato e il sole, che accennava al tramonto assumendo tinte calde, conferiva all’aria una colorazione giallo ocra che sembrava attagliata appositamente per unirsi alle austere mura seicentesche del monastero, conferendogli un’aura antica, solenne,  da isolata e decadente cattedrale nel deserto. O in una discarica di rifiuti, pensava don Gabriele parcheggiando la macchina vicino a un distributore di benzina dal piazzale vuoto, con  a un lato la strada comunale e dall’altro una sequela di vecchie palazzine popolari dalla pareti annerite dal tempo, con balconi tappezzati di antenne paraboliche e biancheria stesa, circondate da un canneto paludoso dal quale si intravedevano affiorare rifiuti di ogni genere, lavatrici e frigoriferi, come buttati da una civiltà estinta.

scritta senza dubbio benissimo, ma mi ha dato la sensazione di spezzare un po' il filo, nel momento in cui stavo iniziando a prendere confidenza con i personaggi.

Mi rendo conto che, però, è un problema mio, sto avendo difficoltà a seguire ogni tipo di descrizione ultimamente, ho la sempre la sensazione che mi allontani dalla trama. 

 

Detto questo, la seconda parte l'ho trovata di ottimo livello. La gestione dell'incontro tra il frate e Don Gabriele è magistrale. Frate Giordano è un personaggio veramente ben caratterizzato. 

Ottimo pezzo per me. 

A rileggerti. 

 

 

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@Adelaide J. Pellitteri

Grazie per aver letto e per l'apprezzamento.

Mi hanno sempre interessato le dimensioni del peccato, della morale e  gli uomini che li rifiutano in nome di ideali eterni,  ritenuti divini. Questo è un grande, bellissimo mistero.

Li rifiutano non tanto in nome di leggi o convenzioni umane che cambiano ad ogni generazione a seconda delle teste (basta vedere il mondo come va alla rovescia da una settantina di anni, ma anche da prima...), ma in nome di qualcosa di superiore, che non cambia mai.

 

@Talia

Grazie per lettura e apprezzamento.

Forse al giorno d'oggi può sembrare utopistico che un uomo, generalmente parlando, si ravveda per l'esempio di un altro uomo. Ma non del tutto impossibile.

 

10 ore fa, Talia ha scritto:

Confrontandosi col frate e confessandolo si accorge di quanto enorme è il peccato di cui si è macchiato e quanto poco è il pentimento e chiede perdono (all'altro frate? A sé stesso? Ai ragazzi? A dio?). 

Il prete chiede perdono a tutti: a Dio, al frate e sia pure indirettamente a tutti quelli con cui ha avuto a che fare. Mi piacerebbe sapere come sarà la sua vita d'ora in poi...

 

@ITG

Grazie per  aver letto e gradito.

Ho inserito delle descrizioni ambientali, cercando di far risaltare la decadenza dei luoghi per rappresentare anche la decadenza umana, e per spezzare il testo che altrimenti sarebbe stato quasi tutto dialogato.

A volte non riesco a fare a meno di inserire paesaggi che più o meno rispecchiano il carattere dei personaggi, almeno nelle mie intenzioni.

 

 

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Un racconto davvero interessante che parla di cose "enormi" con uomini "piccoli". Penso sia equilibrato in tutte le sue parti e abbia un linguaggio adeguato in ogni punto. Non ho granché da dirti.

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Purtroppo posso lasciare solo un commento brevissimo, ma ci tenevo a passare.

La storia è... semplice: metti a confronto due uomini con peccati “di dimensioni” diverse, con moralità “di dimensioni” diverse, che vivono in luoghi di dimensioni diverse (qui senza virgolette). In questo senso è divertente il modo in cui hai giocato con la traccia, l’ho molto apprezzato. 
 

Due sole piccolissime note:

1. Qui usi davvero molto spesso i puntini di sospensione, anche quando non servono. Forse la fretta. Ad alcuni lettori danno fastidio, a me ad esempio sono sempre sembrati un sintomo di pigrizia, ne trovo tanti in testi che sembrano scritti tanto per passare il tempo, senza voglia, senza impegno.
Naturalmente so che non è questo il caso, perché ho letto molti tuoi racconti. Però sì, diciamo che il testo è meno curato del solito.

2. Nella conversazione con frate Giordano, Don Gabriele sparisce. Capisco che volevi concentrarti proprio sulla storia del frate, dopo aver dedicato la prima parte del racconto a Don Gabriele, ma forse si può provare a rendere più credibili gli interventi di Don Gabriele, che invece nella conversazione come l’hai presentata ha il solo scopo di spezzare di tanto in tanto il racconto del frate con battute spesso di una sola parola (perché?, poi?, come?, continua.) Per i miei gusti è un po’ troppo evidente la funzione di questi interventi all’interno del testo. Si vede troppo che sono lì solo perché servivano all’autore.
Vabbè, sono quelle piccolezze che noto per sbaglio...

 

Mi è piaciuto!

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Ciao@Kuno

Ti ringrazio molto per il tuo intervento e apprezzamento.

Hai visto che per non sbagliare ho messo tutte le "dimensioni" possibili? Poteva bastarne una, ma ne ho messe tre,  nel caso qualcuna non si vedesse troppo; mi fa piacere che hai  colto ed apprezzato.

In quanto ai puntini di sospensione ti do completamente ragione: tendo a metterne troppi e troppe volte. Devo controllarmi meglio.

Il fatto è che talvolta amo rappresentare personaggi che hanno dubbi, che si interrompono, che non sanno come finire la frase. In questo caso c'è un vecchio frate moribondo che se ansima o ha difficoltà a parlare ha le sue ragioni, del resto ho anche messo che  a un certo punto ansimava, ma poi, anziché mettere  diversi "s'interruppe ansimando" ho messo i puntini di sospensione. Però in effetti hai davvero ragione, sono comunque troppi.

In quanto alla messa in secondo piano di don Gabriele hai ragione. Ho inserito brevi interventi come si faceva una volta in confessione per incoraggiare ad andare avanti. Nella stesura originaria ci avevo anche messo qualche pensiero, e pensa che nella prima stesura c'erano più di 25000 caratteri,  eppure non mi bastava ancora e c'erano più puntini di sospensione, perché alla fine facevo uscire don Gabriele dal convento completamente disfatto e barcollante, con il frate portinaio che gli chiedeva se stava male e  se voleva un bicchiere d''acqua... mentre don Gabriele aveva tutt'altri pensieri.

Ancora grazie per la tua lettura e per le notazioni, mi hanno fatto piacere.

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