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Lizina

Libri di serie A e libri di serie B?

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21 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

 io credo che da secoli va avanti questa storia tra generi alti e generi bassi che ricevono lodi o note di demerito, così come è antica la diffidenza e la rivalità dentro il circolo degli scrittori.            

Anch'io la penso così. Inutile prendersela se uno scrittore ti elenca i difetti del tuo testo quando, magari, il suo fa ancora più schifo.

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1 ora fa, camparino ha scritto:

Per tornare in tema. E' evidente che i principali premi considerano solo la narrativa non di genere.

E' la critica a fare distinzioni A e B. mica i lettori.

Anche questo è vero. La faccenda è complicata perché se pensiamo alle grandi CE italiane ci è subito chiaro che i bilanci vivano grazie al genere. Il nostro è un paese fondato su quel tipo di letteratura lì, ma con gli anni la figura dell'intellettuale è andata a identificarsi con un certo tipo di narrazioni che devono essere "alte", con la presunzione di educare e possibilmente affini a un certo modello politico o sociale. Un po' mi viene da pensare che si chieda all'arte qualcosa che non è strettamente legato all'arte.

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Salve, mi pare di capire che alcuni libri che ho letto facciano parte di una serie B? Non ho letto tutti i vostri giudizi, ma ammetto che é da tanto tempo che noto una differenza tra un romanzo classico e un libro direi Moderno. Non piacerà a tutti ma io ho la mia classifica personale e posso dire che lo stile "I love shopping" l'ho messo nella terza categoria.

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Il 9/2/2020 alle 17:47, Lizina ha scritto:

secondo voi quanto è diffuso questo snobismo nei confronti di taluni generi, da parte dei lettori ma soprattutto degli altri scrittori?

 

Parecchio, temo. Al momento di sicuro il genere maggiormente vittima di questo tipo di discriminazione, se così vogliamo chiamarla, è proprio il romance/chick-lit, ma in passato è toccato al thriller e al fantasy (quest'ultimo parzialmente ancora considerato di serie B). 

Ovviamente se sei donna è ancora peggio, perché già quel che viene scritto da donne è considerato inferiore di default (per bias vari, di solito è inconsapevole), se poi sei donna E scrivi rosa... Ciaone :D 

 

Con questo non voglio assolutamente scoraggiarti, sia chiaro! Penso che la distinzione tra alta e bassa letteratura sia sostanzialmente inutile, che ci siano momenti per libri impegnati e momenti per libri più leggeri nella vita di ognuno di noi, costantemente. 

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1 ora fa, Caty ha scritto:

Il problema è che l'editing professionale a pagamento ha senso solo in prospettiva di una pubblicazione concreta. Se così non è, ci sI ritrova, come è oggi, inflazionati di editor improvvisati che in un certo senso ti "correggono il compito" senza portarti da nessuna parte. Lo stesso vale per le scuole di scrittura: se non hanno il "potere" di imporre i propri allievi possono solo licenziarli con un "bravo" e una pacca sulla spalla.

Se sei un autore di best-seller o un letterato che ha importanti riconoscimenti critici, puoi insegnare, se no, che insegni? Mi chiedo anche: perché mai l'editoria e il suo indotto di scuole, agenzie e professionisti più o meno indipendenti,  dovrebbe perdere tempo a editare manoscritti di analfabeti pieni di errori di sintassi, se esistono dozzine di scrittori che non riescono a imporsi adeguatamente e  spesso neppure ad affacciarsi sul mercato? È chiaro che dietro queste operazioni c'è per lo più  business che fa leva sull'ingenuità di molti aspiranti; esattamente com'era l'editoria pagamento: con la differenza che questa stampa un libro che non venderà a spese dell'autore, mentre i primi si fanno pagare per non stamparlo. Penso che vi sia un vuoto legislativo che lascia spazio a furbetti di ogni genere che si sono prontamente riciclati dall'editoria a pagamento a quella apparentemente free che il libro lo stampa solo print on demand, per giungere alle agenzie, a varie scuole e "professionisti" indipendenti che spuntano come funghi, e sopravvivono fornendo consulenze e schede di lettura senza stampare un bel nulla. Contano i numeri e le statistiche, non le eccezioni, ovviamente. 

 

Troppe verità, tutte insieme, possono stordire (y) Complimenti per l'analisi. Parlando di editor non credo che si vada poi tanto off topic... Basta pensare che molti di questi possono decidere cosa pubblicare (se fanno parte di un "comitato di lettura" all'interno di una casa editrice e ecc.) i quali dovrebbero accompagnare poi un testo tra le mani dei lettori (io penso che sia ancora il curriculum/portfolio di un professionista a fare la differenza, se non risultano lavori con autori affermati o libri che poi hanno avuto certo successo... Siamo sullo stesso livello di uno "scrittore esordiente", rispettabilissimo, ma non ancora affermato).

A monte, quindi, c'è chi opera delle scelte per decidere quali libri rendere disponibili, a valle, ci sono i lettori che decreteranno il successo o meno di questi testi.

La divisione per generi, fatta dagli editori e forse voluta dai lettori, è una scorciatoia per facilitare la scelta di un libro, in base ai propri gusti. Secondo me, un libro, invece, dovrebbe essere scelto utilizzando altri criteri, in particolare i lettori dovrebbero leggere la trama, qualche capitolo ecc., senza comprare "alla cieca", perché legati a un certo tipo di narrativa.

Leggendo il bando di un concorso, prendo ad esempio il "Neri Pozza", si può leggere:

 

Quota

Raccolte di racconti, poesie, saggi e testi teatrali sono esclusi dal Premio. Non sono ammesse al concorso le opere di generi quali il giallo, il romanzo poliziesco, il fantasy, il memoir.

 

Mi sembra, ma non ne sono certa, che la casa editrice non considerasse questi romanzi perché definiti di serie B...

In questo caso, io penso, che la divisione per generi torna utile, così come avviene, ad esempio, per alcune categorie sportive. Non si possono far concorre tutti gli atleti senza distinzioni. Soffermiamoci sulla boxe:

 https://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Pugilato/Categorie_di_peso

Ci sono due macro categorie "Professionisti" e "Dilettanti", in più, c'è un'ulteriore differenza, che viene stabilita in base al "peso", nel nostro caso, si potrebbe sostituirla con le capacità d'investimento di una casa editrice.

Ecco che sfumerebbe una certa denigrazione, lo sminuire di un lavoro, e tutto rientrerebbe nella normalità dell cose. Si riuscirebbe, addirittura, a lodare Fabio Volo, magari perché campione dei "pesi leggeri". In altri ambiti, si apprezzerebbe un "Checco Zalone", non paragonabile ad "Al Pacino", perché di peso differente, così anche i nostri giudizi potrebbero essere più morigerati, rispettosi dei limiti imposti.

 

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Vi leggo e ci sto ragionando.

La prima domanda a cui sto cercando di dare risposta è: cosa vogliono dire “serie A” e “serie B”? Nel calcio, come in altri sport, la distinzione è chiara: sono categorie diverse per squadre di diverso inquadramento quantitativo “attuale” (nel senso che non contano meriti pregressi). Quindi in serie A troveremo in media le squadre più performanti al momento, che quasi sempre sono anche le più titolate, le più ricche e quelle che vantano più tifosi. Chi vince la serie A ottiene premi in denaro più cospicui e colleziona scudetti e qualificazioni importanti. Chi vince la serie B ottiene il salto di categoria per giocare la stagione successiva in serie A.

E in narrativa? Esistono senza dubbio – e concordo anch’io nel fare la distinzione – un tipo di narrativa, più letterario, e un altro tipo di narrativa, più commerciale. Ultimamente si sta ingrossando la schiera dei cosiddetti upmarket, quei libri che fanno da punto di raccordo tra i due filoni.

Ora, mettiamo che la serie A sia il filone letterario e la serie B il filone commerciale. Di quale riconoscimento stiamo parlando per la serie A rispetto alla serie B?

  • Numero di premi narrativi vinti?
  • Numero di copie vendute e conseguenti incassi?
  • Presenza di una trasposizione cinematografica di successo?
  • Apprezzamento da parte di altri scrittori?
  • Apprezzamento da parte dello staff del WD?
  • Apprezzamento da parte di @Cerusico?

A me basta solo provare a rispondermi per capire che qualcosa non va, e allora mi chiedo: siamo sicuri che stiano giocando allo stesso sport?

Secondo me no. Letterario e commerciale hanno scopi talmente distanti che per me è impossibile confrontarli. Qualcuno ha deciso che il premio letterario valga più del conto in banca ingrossato dalle vendite. Probabile, ma non credo che valga lo stesso per chi di quel premio letterario non gliele importa una sega. Per dire, credo che a un Fabio Volo del Nobel gliene freghi il giusto. Così come alla Ferrari importa il giusto di vincere la Champion’s League.

Tanti di questi ragionamenti sono purtroppo circoscritti nel magico mondo di critici e autori – solo di alcuni autori, per giunta – e di quella fetta di lettori che si sente più vicina al letterario. Per carità, è legittimo sentirsi superiori agli altri, di serie A, perché si rispettano determinati requisiti. Ma all’atto pratico non credo che possa essere un metodo di classificazione universalmente valido.

 

Per chiuderla con il sorriso, a me pare che gli scrittori si dividano in tre categorie:

  • chi si fa il fegato marcio perché è un super letterario apprezzato dalla critica (o addirittura premiato) e non vende;
  • chi scrive commerciale e brontola perché si sente giudicato di serie B, nonostante le vendite incoraggianti;
  • chi non vende e non viene premiato (per ragioni che potrebbero anche coinvolgere la qualità della sua produzione), e che inveisce contro tutto il sistema.

Quindi sì, forse gli scrittori giocano a uno stesso sport: il rosicamento. :asd: 

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Il 9/2/2020 alle 17:47, Lizina ha scritto:

secondo voi quanto è diffuso questo snobismo nei confronti di taluni generi, da parte dei lettori ma soprattutto degli altri scrittori?

Esiste, certo, ma allo scrittore quanto davvero può importare della cosa?

In genere si scrive con un obiettivo, e di obiettivi ce ne possono essere tantissimi. In genere, rispecchiano le domande che ha elencato @AdStr.

Se uno scrive per essere acclamato dalla critica, allora a priori si orienterà su una scelta narrativa di un certo tipo. Al contrario, se un altro scrive per vendere, prenderà un’altra strada.

In qualunque caso, credo che il rispetto per l’una e per l’altra scelta debba essere imprescindibile.

 

Per quel che riguarda il lettore, invece, lì va a gusti, e il fatto che ci sia differenza tra i gusti delle persone giustifica la varietà di offerta del mercato. Ed è così per ogni ambito, non mi sembra così strana la cosa.

Anche qui, come per sopra, avere rispetto per i gusti altrui mi sembra il minimo.

 

In soldoni, @Lizina, credo che il rispetto sia ciò che mancava a chi ti ha lasciato con un pensiero del genere; quindi, come consiglio, lasciali perdere che non ne vale la pena ;)

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1 ora fa, Miss Ribston ha scritto:

In genere si scrive con un obiettivo, e di obiettivi ce ne possono essere tantissimi. In genere, rispecchiano le domande che ha elencato @AdStr.

Se uno scrive per essere acclamato dalla critica, allora a priori si orienterà su una scelta narrativa di un certo tipo. Al contrario, se un altro scrive per vendere, prenderà un’altra strada.

 

Secondo me, quella di scrivere con un obiettivo preciso in mente è un'idea problematica. Credo che ogni autore con un briciolo di buon senso debba scrivere ciò che sa (scrivere) e ciò di cui sa. Non è che se un illetterato che fatica con i congiuntivi e non ha mai letto i classici decide di scrivere "alto" poi finirà per davvero per vincere premi letterari. Però magari è perfettamente in grado di confezionare un fantasy o un chick lit che in mano a un buon editor risultino testi godibili e dalle vendite cospicue. E vale anche il contrario: di solito chi scrive "per la critica" sa scrivere solo così e risulterebbe indigesto se provasse a scrivere un testo accessibile alle masse. Peggio per lui (o lei): continuerà a fare collezione di premi e a rodersi di invidia per le royalties incassate dai vari Volo e Moccia, di cui lui (o lei) può solo sognare.

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Ospite
3 ore fa, AdStr ha scritto:

 

Per chiuderla con il sorriso, a me pare che gli scrittori si dividano in tre categorie:

E no, caro @AdStr , le categorie sono molte di più! Tra non molto vedrete che pubblicherò qui nel forum uno specifico trattato sulla questione, in confronto al quale la "Fenomenologia dello Spirito" di Hegel sembrerà il compitino di un  alunno di prima elementare :). Dopodiché, trafitto da una grandine di freccette rosse da far invidia a quelle lanciate contro gli Spartani alle Termopili, cambierò nick, foto e persino il nome sul citofono... Altro che serie A e serie B! 

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1 minuto fa, Alexmusic ha scritto:

foto e persino il nome sul citofono...

 

Più che altro per non rischiare una visita da parte di Matteo Salvini... :aka:

(perdonate l'OT)

 

Comunque non vedo l'ora di leggere il tuo trattato: adoro gli interventi da freccetta rossa! :D

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5 ore fa, Alexmusic ha scritto:

E no, caro @AdStr , le categorie sono molte di più!

 

È vero, le categorie di scrittori sono quante le categorie di persone e poiché ogni categoria di persone è formata da una sola persona, in Italia ci sono 60 milioni di categorie di scrittori.

 

5 ore fa, L'antipatico ha scritto:

Secondo me, quella di scrivere con un obiettivo preciso in mente è un'idea problematica. Credo che ogni autore con un briciolo di buon senso debba scrivere ciò che sa (scrivere) e ciò di cui sa.

 

Parole auree, il trattato sugli scrittori per me sta già tutto in questa riga e mezza.

 

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9 ore fa, massimopud ha scritto:

 

18 ore fa, AdStr ha scritto:

scrittori si dividano in tre categorie:

  • chi si fa il fegato marcio perché è un super letterario apprezzato dalla critica (o addirittura premiato) e non vende;
  • chi scrive commerciale e brontola perché si sente giudicato di serie B, nonostante le vendite incoraggianti;
  • chi non vende e non viene premiato (per ragioni che potrebbero anche coinvolgere la qualità della sua produzione), e che inveisce contro tutto il sistema.

 

In effetti, si tratta di tre forme di snobismo e di pregiudizio: i primi considerano di serie A solo il genere "letterario", anche se non vende; i secondi ritengono di serie A solo quello che vende e il resto irrilevante; i terzi disprezzano il sistema nel suo complesso, reputano tutto o quasi di serie B e C: i letterati chiusi nei loro circoli autoreferenziali; coloro che vendono perché autori di "spazzatura" diretta a masse di semianalfabeti. Credo, invece, che i libri (non i generi) di serie A esistano in tutti e tre gli ambiti, ma siano rari. Rari tra le opere di accademici blasonati vincitori di premi, rari tra i best-seller popolari, rari anche tra gli sfigati libri di autori megalomanici contro il sistema, che nessuno crudelmente cago' (tra questi la sottoscritta anarchica disintegralista 😀😁😂). 

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