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Lizina

Libri di serie A e libri di serie B?

Post raccomandati

1 minuto fa, L'antipatico ha scritto:

Se il risultato di una scuola di scrittura ceativa è questo:

23 ore fa, Lizina ha scritto:

Non ho ricevuto da parte loro critiche (costruttive o meno) sulla trama o sulla scrittura (a parte il fatto che avessi ripetuto due volte in 4 pagine la parola 'cioccolato'

continuerò a impiegare diversamente le mie risorse (finanziarie e di tempo). A

 

Questo è stato il commento dei discenti, a me interessava quello che aveva da dire l'insegnante. E con quello che aveva da dire l'insegnante in parte mi sono trovata d'accordo, in parte no, come credo accada sempre quando si edita un proprio lavoro.

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8 minuti fa, Lizina ha scritto:

Tornando invece al topic del post, ovviamente anche io ho generi che leggo meno o che non leggo affatto. Non leggo fantasy e fantascienza, gli autori russi mi fanno addormentare e trovo noiosi molti libri non di genere ma questo non vuol dire che siano letteratura di serie B (a meno di non considerare Dostoevskij e Tolstoj autori di serie B). Ognuno ha i suoi generi e questo è quanto.

 

Brava, perfettamente d'accordo.

 

9 minuti fa, Lizina ha scritto:

Quello che invece credo si debba provare a fare, ma proprio perchè aiuta a scrivere e a riflettere, è sforzarsi anche di accostarsi a generi che non sono nelle nostre corde.

 

Il problema è che la vita è breve e i libri di valore talmente numerosi da costringere a fare delle scelte. Non ho mai letto un fantasy (no, neppure Harry Potter) né un chick lit, e dubito fortemente che ne leggerò in futuro. E trovo gli autori russi soporiferi, esattamente come te.

 

A proposito: se pensiamo che "chick" significa in gergo qualcosa come pupa o bambolina, risulta evidente che la denominazione di questo genere letterario non voleva essere un complimento da parte di chi l'ha inventata. Sono noti casi di autrici di successo che hanno rifiutato l'etichetta "chick lit" per i loro libri. Ciò non toglie che si tratti di uno dei generi che vendono di più in assoluto, perlomeno in inglese.

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25 minuti fa, Lizina ha scritto:

Tornando invece al topic del post, ovviamente anche io ho generi che leggo meno o che non leggo affatto. Non leggo fantasy e fantascienza, gli autori russi mi fanno addormentare e trovo noiosi molti libri non di genere ma questo non vuol dire che siano letteratura di serie B (a meno di non considerare Dostoevskij e Tolstoj autori di serie B). Ognuno ha i suoi generi e questo è quanto. Quello che invece credo si debba provare a fare, ma proprio perchè aiuta a scrivere e a riflettere, è sforzarsi anche di accostarsi a generi che non sono nelle nostre corde.

Però perdonami, così torniamo al punto di partenza. Ossia, io non leggo il genere rosa ma dovrei sforzarmi a farlo. E perché? A cosa mi servirebbe? Tu stessa dici che certi generi non li leggi affatto... Tra l'altro ti confesso che ho avuto un brivido nel leggere cosa pensi degli autori russi. Non è che forse ciò che piace a noi ci sembra imprescindibile e quello che piace agli altri no? Secondo me ad esempio perdi molto nel non leggere i grandi romanzi russi, invece. Mi sembra un circolo vizioso...

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Ospite

Mi dispiace dover ammettere che considero di serie B tutti quei libri con le  copertine raffiguranti addominali, bicipiti o dorsali (presi da angolazioni diverse sennò come li distingui?) che su Amazon spopolano, vendono a carrellate e vanno alla grande.

Non so se questo genere abbia un nome, se qualcuno sa qualcosa mi illumini.

Chiedo scusa in anticipo ma è un mio limite ;(

 

 

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non esistono generi di serie A o B. Un libro di un genere è scarso o meno a seconda dell'approccio che si ha verso di esso e come lo si scrive.

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1 ora fa, cheguevara ha scritto:

L'editor, il miglior amico a pagamento, può essere utile, soprattutto se è a sua volta scrittore, ma di successo, altrimenti rischia di pretendere di insegnare ad altri ciò che non ha mai saputo fare in prima persona.

@cheguevara ecco un'altra cosa su cui si fa taaaanta confusione. Gli editor non scrivono. Erroneamente, si pensa che un editor debba prima essere uno scrittore, allora perché non fa quello di mestiere? Perché l'editor NON è uno scrittore. L'editor è un tecnico che padroneggia la tecnica e che ha un bagaglio culturale che lo scrittore non è tenuto ad avere. La faccio proprio banale banale, perché il discorso è lungo: lo scrittore ha cose interessanti da dire, ha una visione; l'editor no, ma sa riconoscerla e valorizzarla.

E scusami tanto, ma tu per il tuo lavoro pretendi di essere pagato? Quindi è giusto che lo sia anche l'editor, che spende la sua professionalità per valorizzare te. 

In giro ci sono tanti ciarlatani, le persone disoneste le incontri ovunque, bisogna stare attenti. Poi certo, rispetto anche chi si accontenta del self perché vuole essere pubblicato e basta. Ne ho seguito, ma il confronto con il settore editoriale è il minimo se vuoi fare lo scrittore seriamente.

Un altro piccolo dettaglio. In CE prima ci si deve arrivare e un editore serio scarta i testi mediocri. Dirò un'altra cosa brutta che molti ignorano: tante piccole case editrici pubblicano testi mediocri perché del testo non gliene frega niente, ma percepiscono sul numero annuale di pubblicati i contributi regionali. Se Mondadori fa 60 titoli l'anno e una CE piccolissima ne pubblica 50 due domande bisogna farsele. 20 titoli sono un costo e un impegno enorme per una CE seria indipendente.

Quello che si dovrebbe fare è pretendere qualità, sempre. In tutti i "rami" della filiera. E soprattutto mi chiedo come il migliorare il proprio testo con un esperto possa essere uno svantaggio.

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Molti di voi hanno proprio parlato di gusti. Questo è un'altra delle grosse differenze con un editor professionista. L'editor non va a gusto. L'editor non pensa che un giallo non sia buono perché non gli piacciono i gialli. Ci sono delle ragioni tecniche perché un romanzo non funziona. 

Parlo della mia esperienza personale: non ho mai fatto editing a un romanzo in cui non ci ho creduto per prima, e ne ho rifiutato tanti spiegando che non erano la strada giusta.

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7 minuti fa, Eunice ha scritto:

@cheguevara ecco un'altra cosa su cui si fa taaaanta confusione. Gli editor non scrivono. Erroneamente, si pensa che un editor debba prima essere uno scrittore, allora perché non fa quello di mestiere? Perché l'editor NON è uno scrittore. L'editor è un tecnico che padroneggia la tecnica e che ha un bagaglio culturale che lo scrittore non è tenuto ad avere. La faccio proprio banale banale, perché il discorso è lungo: lo scrittore ha cose interessanti da dire, ha una visione; l'editor no, ma sa riconoscerla e valorizzarla.

E scusami tanto, ma tu per il tuo lavoro pretendi di essere pagato? Quindi è giusto che lo sia anche l'editor, che spende la sua professionalità per valorizzare te. 

In giro ci sono tanti ciarlatani, le persone disoneste le incontri ovunque, bisogna stare attenti. Poi certo, rispetto anche chi si accontenta del self perché vuole essere pubblicato e basta. Ne ho seguito, ma il confronto con il settore editoriale è il minimo se vuoi fare lo scrittore seriamente.

Un altro piccolo dettaglio. In CE prima ci si deve arrivare e un editore serio scarta i testi mediocri. Dirò un'altra cosa brutta che molti ignorano: tante piccole case editrici pubblicano testi mediocri perché del testo non gliene frega niente, ma percepiscono sul numero annuale di pubblicati i contributi regionali. Se Mondadori fa 60 titoli l'anno e una CE piccolissima ne pubblica 50 due domande bisogna farsele. 20 titoli sono un costo e un impegno enorme per una CE seria indipendente.

Quello che si dovrebbe fare è pretendere qualità, sempre. In tutti i "rami" della filiera. E soprattutto mi chiedo come il migliorare il proprio testo con un esperto possa essere uno svantaggio.

Partiamo dall'inizio. Se scrivere è un'arte o un mestiere, non credo di fare ta(aaa)nta confusione pretendendo che chi quel mestiere debba insegnarmelo o, comunque, aiutarmi a perfezionarlo sia una persona che quel mestiere o arte l'abbia prima praticato direttamente. Non ho mai negato che l'editor abbia il diritto di essere pagato da chi gli ha affidato un incarico, solo penso che quell'incarico debba essergli affidato da una ce che ha deciso di investire su un autore, non dall'autore medesimo. La cosa brutta che dici non è ignorata da molti che praticano questo forum, essendo stata sviscerata innumerevoli volte in tante discussioni. Come appunto appare ormai pacifico che questo mercato, quello degli esordienti, sia incentrato non sui lettori acquirenti, ma sugli aspiranti autori che devono: pagare per una scheda di valutazione, pagare per uno o più editing, pagare per un corso di scrittura, e da ultimo acquistare direttamente x copie del proprio libro o promuoverlo sbattendosi presso amici e parenti.  Questa è la dura realtà, il resto sono chiacchiere e distintivo.

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@Lizina il confronto con i compagni di corso può essere molto frustrante, però è un'esperienza che ti aiuta anche a vedere un'altra realtà, quella che purtroppo incontrerai una volta finito il tuo libro. Come dicevamo, molti pensano che ci siano LETTERATURE e letterature. Per me i tuoi compagni non sono stati rispettosi del tuo lavoro e il rispetto è la prima cosa. Ma avranno modo di rendersene conto perché anche a loro toccherà essere "analizzati" dagli altri durante il corso. Cerca di ottenere il meglio da questa esperienza. ;)

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21 minuti fa, Eunice ha scritto:

rispetto anche chi si accontenta del self perché vuole essere pubblicato e basta.

Su questa cosa non sono d'accordo: è una scelta legittima, dettata da molte ragioni diverse. Poi ci sono pessimi testi autopubblicati, è vero, ma ce ne sono anche di buoni, romanzi che non sfigurerebbero nei cataloghi delle case editrici.
Io ho pubblicato, e nei prossimi mesi pubblicherò, con piccole case editrici (serie e senza sborsare un euro) e ho anche scelto, una volta, di pubblicare in self. Non l'ho fatto perché scartata da tutti, ma perché voleva provare anche quella strada, per curiosità. Naturalmente mi sono avvalsa di una editor per curare il testo. 

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5 minuti fa, cheguevara ha scritto:

Partiamo dall'inizio. Se scrivere è un'arte o un mestiere, non credo di fare ta(aaa)nta confusione pretendendo che chi quel mestiere debba insegnarmelo o, comunque, aiutarmi a perfezionarlo sia una persona che quel mestiere o arte l'abbia prima praticato direttamente.

Maxwell Perkins non era uno scrittore. Eppure era un editor eccellente. Sono due mestieri diversi, connessi, ma non perforza intersecanti. 

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3 minuti fa, cheguevara ha scritto:

Partiamo dall'inizio. Se scrivere è un'arte o un mestiere, non credo di fare ta(aaa)nta confusione pretendendo che chi quel mestiere debba insegnarmelo o, comunque, aiutarmi a perfezionarlo sia una persona che quel mestiere o arte l'abbia prima praticato direttamente. Non ho mai negato che l'editor abbia il diritto di essere pagato da chi gli ha affidato un incarico, solo penso che quell'incarico debba essergli affidato da una ce che ha deciso di investire su un autore, non dall'autore medesimo. La cosa brutta che dici non è ignorata da molti che praticano questo forum, essendo stata sviscerata innumerevoli volte in tante discussioni. Come appunto appare ormai pacifico che questo mercato, quello degli esordienti, sia incentrato non sui lettori acquirenti, ma sugli aspiranti autori che devono: pagare per una scheda di valutazione, pagare per uno o più editing, pagare per un corso di scrittura, e da ultimo acquistare direttamente x copie del proprio libro o promuoverlo sbattendosi presso amici e parenti.  Questa è la dura realtà, il resto sono chiacchiere e distintivo.

I migliori editor, quelli che stanno in casa editrice con tantissimi anni di esperienza vera, guarda caso non hanno mai scritto un libro. È proprio un lavoro diverso. E ti dirò un'altra cosa che mi è capitata: ho visto testi editati da editor scrittiri essere diventati la fotocopia di un loro romanzo, ignorando completamente stile e visione dell'autore.

Ripeto sono due lavori diversi.

Poi so bene che il forum è ricchissimo di queste informazioni, è uno dei migliori.

Scusa forse ho confuso io ma se definisci un editor succhiasoldi...

Si impiegano tante ore per leggere un manoscritto, per produrre delle schede dettagliate che siano veramente d'aiuto all'autore, quindi non mi sembra tanto sbagliato chiedere un compenso. L'editore guadagna sulle vendite e con quello paga l'editor. Ovvio che se sono un'agenzia è lo scrittore che mi deve pagare. Poi ognuno può fare come vuole. Ma io non demonizzerei nessuno. Solo consiglierei attenzione. Solo questo.

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8 minuti fa, ophelia03 ha scritto:

Su questa cosa non sono d'accordo: è una scelta legittima, dettata da molte ragioni diverse. Poi ci sono pessimi testi autopubblicati, è vero, ma ce ne sono anche di buoni, romanzi che non sfigurerebbero nei cataloghi delle case editrici.
Io ho pubblicato, e nei prossimi mesi pubblicherò, con piccole case editrici (serie e senza sborsare un euro) e ho anche scelto, una volta, di pubblicare in self. Non l'ho fatto perché scartata da tutti, ma perché voleva provare anche quella strada, per curiosità. Naturalmente mi sono avvalsa di una editor per curare il testo. 

Ma infatti dicevo che appoggio il self come appoggio l'editoria basta che i libri siano curati. Per me è proprio rispetto per il testo e l'autore.

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1 ora fa, RT6 ha scritto:

Mi dispiace dover ammettere che considero di serie B tutti quei libri con le  copertine raffiguranti addominali, bicipiti o dorsali (presi da angolazioni diverse sennò come li distingui?) che su Amazon spopolano, vendono a carrellate e vanno alla grande.

 

Sottoscrivo. Però ammetto che nel mio caso si tratta di invidia (non nei confronti degli autori: nei confronti dei modelli). ;(

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1 ora fa, ivalibri ha scritto:

Però perdonami, così torniamo al punto di partenza. Ossia, io non leggo il genere rosa ma dovrei sforzarmi a farlo. E perché? A cosa mi servirebbe? Tu stessa dici che certi generi non li leggi affatto... Tra l'altro ti confesso che ho avuto un brivido nel leggere cosa pensi degli autori russi. Non è che forse ciò che piace a noi ci sembra imprescindibile e quello che piace agli altri no? Secondo me ad esempio perdi molto nel non leggere i grandi romanzi russi, invece. Mi sembra un circolo vizioso...

 

Quello che intendevo dire è che, per crescere come scrittori e lettori, dovremmo imparare a uscire qualche volta dalla nostra confort zone e imparare a tastare altri terreni.
Gialli/thriller/noi non erano un genere che leggevo fino a qualche mese fa, proprio non mi interessavano. Eppure annoverano autori grandissimi. Ho provato a leggere qualcosa, anche chiedendo consigli in questo forum, e ho capito che le sfumature di questi generi sono numerose e qualcosa di quelle sfumature non è che mi dispiaccia poi così tanto. Non posso dire di essere diventata un'appassionata, ma ho imparato ad apprezzare qualcosa.
Ace prima parlava di Una Chi per il genere erotico. Ecco, questo è un altro genere che proprio non mi interessa, però, boh, in biblioteca proverò a sfogliare questa autrice. Magari non mi appassionerò però potrei trovarvi qualcosa di interessante o spunti. Anche per quanto riguarda gli stessi autori russi. Al momento la sensazione che mi danno è quella e non li leggo. Però, forse, fra qualche anno riuscirò a sentirli in maniera diversa. Ecco, non credo che precludersi a priori sia positivo.

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Anni fa lessi un articolo interessante sulla questione "libri di serie A e B".

La discriminante non era posta sul genere del romanzo (giallo, rosa, nero, fantasy ecc.), bensì sul tipo di pubblico che ne fruiva, ovviamente generalizzando.

Esempio classico i tanto amati/odiati romanzi Harmony, che vendono tuttora millemila copie e che si trovano in edicola, spesso con bellocci muscolosi e non sempre vestiti di tutto punto in copertina. Bene, da un sondaggio era emerso che l'acquirente-tipo di questo genere di pubblicazioni era principalmente donna, spesso casalinga o comunque non ancora nel mondo del lavoro, non molto acculturata dal punto di vista scolare e che non spaziava un granchè in altri generi letterari. Questo, oltre al linguaggio abbastanza semplice e alle trame non particolarmente dense dal punto di vista concettuale (lo sto scrivendo delicatamente, l'autore dell'articolo era un po' più tranchant), avrebbe reso il genere Harmony di serie B, nell'immaginario collettivo di una larga fetta di pubblico. 

Oggi suppongo che qualcuno potrebbe fare un discorso simile, con le dovute differenze, per l'utenza di riferimento di molti romanzi scritti dalle ragazzine giovani su Wattpad, da quel che ne sento raccontare in giro (non avendone mai letto uno, non posso esprimermi in merito).

Cosa ne pensate di questa prospettiva?

 

 

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7 minuti fa, BelRose ha scritto:

Anni fa lessi un articolo interessante sulla questione "libri di serie A e B".

La discriminante non era posta sul genere del romanzo (giallo, rosa, nero, fantasy ecc.), bensì sul tipo di pubblico che ne fruiva, ovviamente generalizzando.

Esempio classico i tanto amati/odiati romanzi Harmony, che vendono tuttora millemila copie e che si trovano in edicola, spesso con bellocci muscolosi e non sempre vestiti di tutto punto in copertina. Bene, da un sondaggio era emerso che l'acquirente-tipo di questo genere di pubblicazioni era principalmente donna, spesso casalinga o comunque non ancora nel mondo del lavoro, non molto acculturata dal punto di vista scolare e che non spaziava un granchè in altri generi letterari. Questo, oltre al linguaggio abbastanza semplice e alle trame non particolarmente dense dal punto di vista concettuale (lo sto scrivendo delicatamente, l'autore dell'articolo era un po' più tranchant), avrebbe reso il genere Harmony di serie B, nell'immaginario collettivo di una larga fetta di pubblico. 

Oggi suppongo che qualcuno potrebbe fare un discorso simile, con le dovute differenze, per l'utenza di riferimento di molti romanzi scritti dalle ragazzine giovani su Wattpad, da quel che ne sento raccontare in giro (non avendone mai letto uno, non posso esprimermi in merito).

Cosa ne pensate di questa prospettiva?

 

 

È molto vero. Se ci sono gli acquirenti per quel tipo di romanzo che vende, l'editore tenderà a promuovere quel tipo di romanzo. È il mercato. Mercato che si potrebbe cambiare piano piano abituando i lettori a uscire dalla loro comfort zone e facendoli abituare a libri meno scontati.

Per quanto riguarda wattpad è una realtà molto varia. Ci sono cose veramente improponibili, storie con potenziale oppure scrittori con potenziale.

Ricordo il periodo delle FF. Che esperienza! :asd:

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1 ora fa, Eunice ha scritto:

Dirò un'altra cosa brutta che molti ignorano: tante piccole case editrici pubblicano testi mediocri perché del testo non gliene frega niente, ma percepiscono sul numero annuale di pubblicati i contributi regionali.

Questa non l'avevo mai sentita... sicura? Forse sono case editrici che fanno pubblicazioni di interesse turistico/storico regionale...

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30 minuti fa, Riccardo Zanello ha scritto:

Questa non l'avevo mai sentita... sicura? Forse sono case editrici che fanno pubblicazioni di interesse turistico/storico regionale...

Sicurissima, purtroppo. Non sempre i testi si limitano alla promozione del territorio, basta la scusa del promuovere la cultura e ci rientra dentro qualsiasi cosa. 

Per fortuna non è la regola ma ci sono molte realtà di questo tipo. Diciamo che l'insieme di un altissimo numero di pubblicazioni annuali, una distribuzione modesta e una realtà editoriale molto piccola dovrebbero essere una spia per lo scrittore, giusto per prendere più info sulla CE.

Ma di cose strane ne ho visto. Persino un'agente che diceva di essere tale e che gestiva una piccola CE. La piccola CE in realtà era un self e lui si faceva pagare per la pubblicazione. Cioè un agente che vende a sé stesso. :facepalm:

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20 minuti fa, Eunice ha scritto:

Diciamo che l'insieme di un altissimo numero di pubblicazioni annuali, una distribuzione modesta e una realtà editoriale molto piccola dovrebbero essere una spia per lo scrittore, giusto per prendere più info sulla CE.

In genere chi fa così è perché punta sul centinaio di copie che "è in grado" di vendere l'autore... comunque la nostra regione non lo fa ;(

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1 minuto fa, Riccardo Zanello ha scritto:

In genere chi fa così è perché punta sul centinaio di copie che "è in grado" di vendere l'autore... comunque la nostra regione non lo fa ;(

A volte non sono necessarie perché riescono a guadagnare ugualmente e lo scrittore non si rende immediatamente conto della situazione. Sono contenta che la tua regione non lo faccia.

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1 ora fa, cheguevara ha scritto:

Partiamo dall'inizio. Se scrivere è un'arte o un mestiere, non credo di fare ta(aaa)nta confusione pretendendo che chi quel mestiere debba insegnarmelo o, comunque, aiutarmi a perfezionarlo sia una persona che quel mestiere o arte l'abbia prima praticato direttamente.

 

Dici che il falegname debba essere necessariamente anche taglialegna? Che il professore di Filosofia un filosofo? Che la sarta una stilista? Che il critico d'arte un'artista? Però è vero che per insegnare a sciare bisogna saper sciare bene e che per tradurre da una lingua non madre quella lingua bisogna averla ben studiato la seconda. Ho un amico che è un ottimo ingegnere del suono  ma non sa suonare nessun strumento e poi ho un'amica molto brava a scrivere ma che se le dici di formattare in altro modo il suo testo ti guarda come se tu venissi da Marte. Allora, come la mettiamo? Ciò che ti sembra ovvio e naturale nel contesto del lavoro editoriale visto dal basso, poi risulta assai poco ovvio e molto meno naturale se osservato dall'alto. Hai presente quei poeti che proprio non sanno declamare in pubblico i loro versi? Le loro poesie acquistano smalto e spessore se letti da una voce che ha caratteristiche fono-timbriche spesso molto differenti da quelli dell'Autore. Avviene lo stesso per un testo inedito: occorre trovare chi sappia declamarlo meglio, una volta "restaurato".   Per questo rinnovo qui il mio invito a non assolutizzare il dato della propria esperienza o del proprio desiderio. 

 

Io, editor, non  insegno a nessuno il mestiere di scrivere. Io, editor, non aiuto nessuno a perfezionare il mestiere di scrittore. Io editor non ho avuto un maestro editor. Io persona, studente critico lettore e analista del testo e infine editor ho avuto ottimi professori universitari che non erano necessariamente scrittori o critici letterari (ma tutti erano e sono ancora profondi e appassionati conoscitori della lingua e dei suoi usi): io sono stato felicemente contagiato dal loro insegnamento, prima, molto ma molto prima, dei loro saggi o romanzi.

 

Io editor lavoro sulla parola, sul suono, sul ritmo, sulla coerenza interna, sull'ottimizzazione delle parti restaurate o nuove rispetto al tutto; io editor lavoro sulla sintassi, sull'espressione dei concetti espressi, sulla forma, sullo stile, sulla complessa rete dei rimandi, dei  motivi, dei temi affrontati. E non essendo io autore del testo che correggo ho costantemente bisogno del feedback dell'Autore che sui  miei interventi deve rimettar mano- se non altro per acquisire egli maggior consapevolezza e padronanza del testo, che in prima versione è quasi sempre una "bozza" bisognosa di miglioramenti.

Io editor collaboro con l'Autore a rendere il testo leggibile, godibile, fluido, coinvolgente, etc., etc., etc., qualora il testo base non presenti tutto questo al meglio. E lo posso fare e quotidianamente lo faccio proprio perché non sono uno scrittore di professione, bensì un lettore specializzato, un cacciatore di lacune, un restauratore, uno stilista, un medico del testo con una forma mentis differente -poco o tanto- da quella che governa la scrittura dell'Autore. Ed  è giusto e sacrosanto che sia così (il mio meccanico non è un pilota di Formula 1 e forse per questo siamo amici). 

 

L'esperienza-contatto Autore/Editor ha sempre un duplice significato: rendere consapevole chi scrive dei mezzi e delle finalità linguistiche e stilistico-narrative a disposizione e al contempo  l'autore con maggior consapevolezza indica sempre all'amico editor come affinare e migliorare la propria dell'editor strategia didattica. Questo se si vuole imparare  e insegnare reciprocamente. Poi, per chi nasce imparato è sacrosanto che persegua in autartica autonomia il sogno della propria auto-realizzazione: nessuno glielo vieta (ma non è detto che valga per tutti). 

 

Un saluto.      

 

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Ospite AndC
3 ore fa, BelRose ha scritto:

Oggi suppongo che qualcuno potrebbe fare un discorso simile, con le dovute differenze, per l'utenza di riferimento di molti romanzi scritti dalle ragazzine giovani su Wattpad, da quel che ne sento raccontare in giro (non avendone mai letto uno, non posso esprimermi in merito).

Cosa ne pensate di questa prospettiva?

Sì, il discorso secondo me è simile... lo sottolineo a mio modo di vedere: esiste una sorta di "catalogazione" di serie A e B (e volendo anche a seguire, ribadisco) basata anche su eredità culturali e un immaginario per cui "scrivere" sia comunque qualcosa di "nobile" (richiede comunque studio, applicazione, etc...) e che non debba perdersi troppo in "frivolezze", o meglio avere comunque un suo contenuto di valori, oltre che narrativi, anche sociali e culturali... per cui storie "vuote" - povere in trama e a contenuti standardizzati e "plastificati" - risultano appartenere a una serie B, almeno dagli scrittori-lettori che si ritengono di appartenere al genere di serie A.

Ciononostante, spesso e volentieri, forse addirittura da sempre, queste sono le storie e i libri che più si vendono o possono piacere, dunque il gusto del pubblico pare al contrario ritenere di serie A i libri che elite culturali definirebbero di serie B.

Questo accade per Wattpad... dove generi come fan-fiction e forse anche questo famigerato chick-lit  spopolano.

Ma ripeto, per me non è tanto il genere a fare la differenza, ma la qualità dell'opera... se essa è impestata dei più banali refusi dall'inizio alla fine (per dire la cosa più scontata) non tendo a considerarla di qualità... ciononostante in molti lo fanno.

Il punto di suddividere in A e B nasce con gli "addetti al mestiere" e con il grado culturale diffuso nella popolazione, con gli esempi cui è possibile raffrontarsi. Segue poi mode e linee di pensiero cangianti nel tempo.

Mi pare che sia stato già detto, ma quanto l'horror ha iniziato a diffondersi su più ampia scala, veniva considerato un genere di serio B, meno degno dei suoi "rivali" più affermati, mentre ora ha piena dignità di genere.

 

Il pubblico di riferimento genera nuovamente una distinzione in A e B, ma chi è poi alla fine che decreta cosa è A e cosa è B? Parlando di narrativa, lo fa prima di tutto il grado di istruzione con cui si è formata la gente che li distingue...

Io, ancor prima di nascere come scrittore "snobbista", sono stato educato nell'importanza stessa della cultura e dell'educazione, il che naturalmente già creava una sorta di distinzione fra chi magari frequentava studi universitari e chi  - con rispetto parlando - magari aveva deciso di inseguire una carriera sportiva di tipo calcistico... come dire: un libro scritto da una persona che non conosceva la consecutio temporum, tendeva ad essere giudicato come di serie B a prescindere.

 

Ciononostante, ripeto, i tempi sono cambiati ed è giusto che in questa democrazia (a volte anche a mio avviso "ignorante") ci sia libertà di pensiero e di scelta... è poi giusto che la narrativa e la scrittura, in quanto arte non debbano necessariamente sottostare al volere di questo o di quell'altro, ma essere espressione delle persone per stimolare (sotto diversi punti di vista) altre persone.

Se dunque un libro che io non esiterei a definire (per i miei gusti) "spazzatura" piace - ossia crea un qualsiasi tipo di piacere - nelle persone che lo leggono, non ci vedo più nulla di male... magari per me resterà di serie B, ma per qualcun altro sarà di serie A... è anche questo il bello della scrittura: se potessimo mettere dei confini fissi, allora non avremmo più la diversità che fino ad oggi ha mantenuto viva e ricca quest'arte.

 

Ma comunque, ormai ho perso il filo del discorso... in realtà volevo intervenire solo per dire, mi permetto, che ho letto alcuni degli ultimi interventi e vedo, a mio personalissimo avviso, che la discussione rischia quasi di andare in O.T. ed incentrarsi sulla questione "editor"... per quanto sia un bello scambio, mi permetto di suggerire di non sviare troppo...

Ciao!

 

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44 minuti fa, AndC ha scritto:

che la discussione rischia quasi di andare in O.T. ed incentrarsi sulla questione "editor

Scusate, credo sia colpa mia. :arrossire: 

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10 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Poi, per chi nasce imparato è sacrosanto che persegua in autartica autonomia il sogno della propria auto-realizzazione: nessuno glielo vieta (ma non è detto che valga per tutti). 

Sicuramente non sono nato"imparato": quello che so di scrittura l'ho assorbito leggendo tanti, tanti libri e credo, in merito, di avere - come chiunque - sempre da imparare. L'auto-realizzazione non la perseguo scrivendo, perché l'ho perseguita e raggiunta nella vita, lavorativa e non. Il resto è dibattito tra chi, praticando un'attività professionale che gli dà da vivere, oltre a difenderla, che è cosa buona e giusta, si batte per propagandarla, cercando così di ampliare la propria base di clientela, e chi, come me, rifiuta l'idea che per esercitare, per hobby o per mestiere, l'attività di scrittore, bisogna mettere mano al portafogli. La discussione, che oltretutto ci ha portato fuori dal tema iniziale, potrebbe continuare all'infinito, per cui non vado oltre, anche se di argomentazioni da ribattere ne avrei a bizzeffe.

Cordialità.

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Non abbiatevene a male, ma ci sono pagine e pagine di discussioni riguardo la necessità/ non necessità dell'editing - a cominciare da questa.

La discussione sui generi letterari e sulla percezione che ne hanno i lettori era interessante, adesso invece...

Non è che si potrebbe discutere degli argomenti proposti in ciascuna discussione senza finire OT? 

Quando consulto una discussione lo faccio perché sono interessata al tema trattato, ma spesso il dibattito finisce per arenarsi su considerazioni ad esso estranee... Che poi sono sempre le stesse. 

 

A costo di farmi riempire di frecce rosse: per favore torniamo sul pezzo? :OT:

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10 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

 

 

L'esperienza-contatto Autore/Editor ha sempre un duplice significato: rendere consapevole chi scrive dei mezzi e delle finalità linguistiche e stilistico-narrative a disposizione e al contempo  l'autore con maggior consapevolezza indica sempre all'amico editor come affinare e migliorare la propria dell'editor strategia didattica. Questo se si vuole imparare  e insegnare reciprocamente. Poi, per chi nasce imparato è sacrosanto che persegua in autartica autonomia il sogno della propria auto-realizzazione: nessuno glielo vieta (ma non è detto che valga per tutti). 

 

Sicuramente l'esperienza di un confronto con un lettore professionista può dare strumenti, come il confronto con "scrittori" veri può essere una esperienza per l'editor. Il problema è che l'editing professionale a pagamento ha senso solo in prospettiva di una pubblicazione concreta. Se così non è, ci sI ritrova, come è oggi, inflazionati di editor improvvisati che in un certo senso ti "correggono il compito" senza portarti da nessuna parte. Lo stesso vale per le scuole di scrittura: se non hanno il "potere" di imporre i propri allievi possono solo licenziarli con un "bravo" e una pacca sulla spalla.

Se sei un autore di best-seller o un letterato che ha importanti riconoscimenti critici, puoi insegnare, se no, che insegni? Mi chiedo anche: perché mai l'editoria e il suo indotto di scuole, agenzie e professionisti più o meno indipendenti,  dovrebbe perdere tempo a editare manoscritti di analfabeti pieni di errori di sintassi, se esistono dozzine di scrittori che non riescono a imporsi adeguatamente e  spesso neppure ad affacciarsi sul mercato? È chiaro che dietro queste operazioni c'è per lo più  business che fa leva sull'ingenuità di molti aspiranti; esattamente com'era l'editoria pagamento: con la differenza che questa stampa un libro che non venderà a spese dell'autore, mentre i primi si fanno pagare per non stamparlo. Penso che vi sia un vuoto legislativo che lascia spazio a furbetti di ogni genere che si sono prontamente riciclati dall'editoria a pagamento a quella apparentemente free che il libro lo stampa solo print on demand, per giungere alle agenzie, a varie scuole e "professionisti" indipendenti che spuntano come funghi, e sopravvivono fornendo consulenze e schede di lettura senza stampare un bel nulla. Contano i numeri e le statistiche, non le eccezioni, ovviamente. 

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52 minuti fa, mercy ha scritto:

per favore torniamo sul pezzo?

Per tornare in tema. E' evidente che i principali premi considerano solo la narrativa non di genere.

E' la critica a fare distinzioni A e B. mica i lettori.

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5 minuti fa, Caty ha scritto:

Se sei un autore di best-seller o un letterato che ha importanti riconoscimenti critici, puoi insegnare, se no, che insegni?

Tanto per tornare OT. Come diceva Woody Allen."Se non sai fare, insegni. Se non sai insegnare, insegni ginnastica".

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Il 9/2/2020 alle 17:47, Lizina ha scritto:

Ora, al di là della mancanza di professionalità da parte dei discenti e al di là dei gusti personali, secondo voi quanto è diffuso questo snobismo nei confronti di taluni generi, da parte dei lettori ma soprattutto degli altri scrittori?

 

Torniamo a bomba, col capo cosparso di cenere per essere andati troppo spesso fuori tema. 

Confesso la mia grassa ignoranza e ringrazio @Lizina per avermi dato l'opportunità di apprendere qualcosa sul genere delle pollastrelle lit (letterate o letterarie).

Ora, considerando, cara amica, che è molto difficile per tutti noi andare al di là dei propri gusti personali -sempre condizionanti e carichi di pregiudizi- , io credo che da secoli va avanti questa storia tra generi alti e generi bassi che ricevono lodi o note di demerito, così come è antica la diffidenza e la rivalità dentro il circolo degli scrittori. 

L'unica volta che mi è capitato di metter mano a un romanzo avente come protagonista una squinternata alto-borghese con il fisico da bambolina e la morale da famiglia mulino bianco con infarinature di post-femminismo all'acqua di rose (nota come il pregiudizio del lettore nutrito a classici emerge mio malgrado!), m'è toccato litigare con l'Autrice che proprio non ne voleva sapere di adattare alla lingua italiana espressioni tipiche della lingua inglese sparse a go go nel testo. Hai presente La dolce vita di Fellini? Una classe sociale (la sua deriva e decadenza) si caratterizza in primis per la lingua che parla, poi per come si veste e per quello che fa o non fa.  Ecco, io credo che un certo naturale -per quanto ingiustificabile- snobismo nasca proprio dall'artificiosità di scrivere in italiano usando/importando contesti e lingue straniere senza un adeguato procedimento di riscrittura e di adeguamento della sceneggiatura originale. 

 

Certo, io non posso dirti che cosa pensano gli scrittori italiani di lingua "alta" dei loro colleghi di lingua "bassa", però da attento e raffinato lettore posso dirti che il disagio o malessere o antipatia o snobismo verso alcuni generi ritenuti scadenti, potrebbe anche essere per chi pratica il genere in questione uno stimolo positivo: sia per differenziarsi sempre di più dagli invadenti modelli narrativi inglesi imperanti sia per dare, linguisticamente parlando, un contributo di svecchiamento a una certa ampollosaggine della lingua praticata dagli scrittori "alti" ma con la puzza sotto il naso.

 

Insomma, è questione di stile e di scrittura, di perfezionamento della lingua: un testo da pollastrella lit redatto alla perfezione cammina a testa alta e -si dice a Roma- gli dà un pista a certi gongolanti e tronfi figuranti letterati del panorama editoriale nostrano. Meglio una pollastrella libera e indipendente che gallinelle e polletti da batteria/libreria - anche se purtroppo lo snobismo degli altri è ineliminabile e a te autrice, cara amica, toccherà sgobbare il triplo (sul tuo testo e in quanto donna) per acquisire rispetto e dignità (poi, ma questo tu già lo sai, dovrai fare i conti con tutti i colpi bassi maschili e femminili tipici della nostra italica e bacata mentalità e cattiva educazione, che non risparmiano né chi scrive né chi legge).  

 

Un carissimo saluto a te.             

 

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