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Annabel

Innamorarsi del proprio romanzo

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1 ora fa, FranCorvo ha scritto:

A me è successo col primo (e finora unico) romanzo completato. Mi sono affezionato talmente tanto ai personaggi (così come i pochi che l'hanno letto durante la stesura) che ho già progettato un sequel per poter "interagire" ancora con loro. Nato per gioco,  sono finito con lo scrivere una storia che, seppure di fantasia, mi sembrava di aver vissuto in prima persona, a contatto di persone reali che mi sembrava di conoscere da una vita :D

Mi hanno preso talmente tanto che in due mesi scarsi ho scritto un malloppo di 503.000 battute e sono pure riuscito a revisionarlo tre volte.

Ora spero di riuscire a pubblicarlo e di farlo piacere a più gente possibile :sù:

Ti auguro con tutto il cuore di riuscire a pubblicare questo tuo romanzo. A sentirti parlarne mi ha convinta!

  • Grazie 1

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17 minuti fa, Annabel ha scritto:

Ti auguro con tutto il cuore di riuscire a pubblicare questo tuo romanzo. A sentirti parlarne mi ha convinta!

Grazie!

Al di là di tutto, mi piacerebbe davvero molto riuscire a condividerlo con più gente possibile.

  • Mi piace 1

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1 ora fa, TuSìCheVale ha scritto:

 

Può succedere, ma è quasi sempre un errore.

Ricordo una canzone di un po' di anni fa che diceva:

 

Come tutte le cose (diciamo inanimate :D) dopo un po' che ci stai insieme scopriamo i difetti, dovrebbe poi subentrare la nostra parte razionale (costituita dal ragionamento logico e realistico) e operare di forbici.

Attenzione, un conto è innamorarsi del mestiere di scrivere... Eppure:

 

 

L'amore spesso non ci permette quella lucidità necessaria.

Altra cosa è innamorarsi del proprio romanzo, perché, almeno prima della pubblicazione (dopo, naturalmente, certo che è bellissimo :asd:) bisogna farlo soffrire.

Io credo che la capacità di analizzare il proprio scritto e l'innamorarsi dello scritto medesimo debbano viaggiare su binari paralleli, nel senso che non necessariamente l'una cosa debba escludere l'altra. A me capita di amare la storia e i personaggi positivi e di detestare quelli negativi, che pure sono stato costretto ad immettere per il funzionamento della trama e nella cui psicologia sono dovuto entrare per renderli convincenti. Poi leggo e rileggo, taglio e aggiungo, sia durante la stesura del romanzo che, ripetutamente e a distanza di tempo, dopo averlo finito: tutto con l'obiettivo di renderlo più avvincente e coinvolgente per il lettore, cioè anche per me, che sono il primo lettore e cerco di essere il giudice di me stesso. Dopo la pubblicazione, lo rileggo di nuovo e continuo ad amarlo. Spero che lo amino anche i miei pochi lettori, ma se anche lo detestassero, per me non farebbe differenza. 

  • Mi piace 1

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Ciao @cheguevara,

mi offri sempre degli spunti interessanti, frasi sulle quali riflettere... Te ne sono grata.

Io penso che l’amore sia un sentimento irrazionale, proprio Platone lo definiva come la più divina delle follie. Non credo, quindi, che si possa esprimere un parere obiettivo su un testo che ci faccia poi “perdere la testa”. Ripeto, una cosa è trovare piacere nella stesura di un romanzo, un’altra è innamorarsi del proprio componimento. Proprio per quanto affermi, se devo “ammazzare” un personaggio, bisogna farlo fuori e basta. Nessun tentennamento, nessuna emozione.

Ti cito un'altra canzone, vediamo se la conosci:

 

Quota

Ed io non vedo più la realtà
Non vedo più a che punto sta
La netta differenza fra il più cieco amore
E la più stupida pazienza

 

Non lo so come potrei scriverlo diversamente, immagina Pinocchio, il burattino. Se mi innamorassi di una gamba costruita male, la mia povera marionetta zoppicherebbe, tu potresti dirmi: “E chi se ne frega! Ogni scarafone è bell’ a mamma soja”. Ma questo è segno di cecità…

Si scrive, innanzitutto, per se stessi, dopo però il testo dovrà raggiungere i lettori e vivere di vita propria.

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7 minuti fa, TuSìCheVale ha scritto:

Ciao @cheguevara,

mi offri sempre degli spunti interessanti, frasi sulle quali riflettere... Te ne sono grata.

Io penso che l’amore sia un sentimento irrazionale, proprio Platone lo definiva come la più divina delle follie. Non credo, quindi, che si possa esprimere un parere obiettivo su un testo che ci faccia poi “perdere la testa”. Ripeto, una cosa è trovare piacere nella stesura di un romanzo, un’altra è innamorarsi del proprio componimento. Proprio per quanto affermi, se devo “ammazzare” un personaggio, bisogna farlo fuori e basta. Nessun tentennamento, nessuna emozione.

Ti cito un'altra canzone, vediamo se la conosci:

 

 

Non lo so come potrei scriverlo diversamente, immagina Pinocchio, il burattino. Se mi innamorassi di una gamba costruita male, la mia povera marionetta zoppicherebbe, tu potresti dirmi: “E chi se ne frega! Ogni scarafone è bell’ a mamma soja”. Ma questo è segno di cecità…

Si scrive, innanzitutto, per se stessi, dopo però il testo dovrà raggiungere i lettori e vivere di vita propria.

Ho l'impressione che stiamo dicendo le stesse cose, però in chiave diversa. Amo il mio componimento e ammazzo un personaggio, anche se l'ho creato positivo, mettendoci dentro un pezzo di me stesso. Faccio anche in modo che il pezzo di merda di turno la faccia franca e viva felice e contento, se la trama lo richiede. Amo la storia che ho concepito e partorito. Bene. Tutto questo non mi impedisce di rivedere il tutto con occhio critico, mettendomi nell'ottica del lettore anziché dell'autore. Questo è il massimo cui io, autore, possa aspirare. Prima della pubblicazione sarà un editor - rigorosamente pagato dalla CE - a dire la sua e ad apportare, col mio accordo, le modifiche ritenute necessarie da un competente occhio esterno. Non sei d'accordo?

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1 ora fa, Foolwriter ha scritto:

Certo. Io mi innamoro sempre dei miei psicopatici ahah

 

:asd:

 

1 ora fa, cheguevara ha scritto:

Ho l'impressione che stiamo dicendo le stesse cose, però in chiave diversa.

 

Può essere...

Voglio, però, ragionare (e così scompare già la parola “amore”:D) su queste due fasi:

1) La stesura del romanzo. Io posso essere “innamorata” dell’idea, del messaggio che voglio trasmettere (l’unica vera forza che mi porta a terminare il mio scritto), ma quelle parole, che devono poi servire per comunicare con i lettori, devono essere “levigate”, “prese a martellate”. Se iniziassi a provare anche solo affetto per una virgola, si farebbe fatica a sopprimerla. Una cosa è “il personaggio che hai in mente” e un’altra il “personaggio che stai scrivendo”. Tanto per capirci.

2) La fine del romanzo. Terminato il nostro lavoro, possiamo essere una guida… Bisogna sforzarsi di mantenere sempre un certo rapporto professionale, tenendo in considerazione tutte le implicazioni connesse.

Sì, in definitiva, non deve esserci amore, ma un rapporto professionale, questo anche per evitare fregature (esempio, un amante che ti chiede dei soldi, in quanto bisognoso d’aiuto :lol:).

Rapporto di lavoro

In questi termini, forse, si eviterebbero tante trappole.

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9 minuti fa, TuSìCheVale ha scritto:

Se iniziassi a provare anche solo affetto per una virgola, si farebbe fatica a sopprimerla. Una cosa è “il personaggio che hai in mente” e un’altra il “personaggio che stai scrivendo”. Tanto per capirci.

Amare il personaggio che hai in testa? Può essere, ma anche no. Provare affetto per una virgola? Si va dallo psichiatra. Amare la tua opera? Mi sembra normale: proprio perché la amo, farò tutto il possibile, anche "prendere a martellate" ogni singola parola, per renderla migliore. Forse non ci eravamo capiti.

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2 minuti fa, cheguevara ha scritto:

Provare affetto per una virgola? Si va dallo psichiatra.

 

Succede anche questo, perché si perde la razionalità... Quando sai che una frase è brutta, ma non la tocchi perché ne sei innamorata...

Sì, comunque, ci siamo intesi (y)

Occorre mantenere sempre le giuste distanze. Devo ammettere che la parola "amore", in questo campo, mi spaventa un po'...

Spesso, infatti, si consiglia di far "riposare" un testo, farlo "decantare". Se lo ami troppo potresti trascurare questi passaggi fondamentali.

Grazie per il confronto, molto istruttivo.

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14 minuti fa, TuSìCheVale ha scritto:

Grazie per il confronto, molto istruttivo.

Non c'è di che. I confronti, in questo forum, sono tutto.

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Il 4/2/2020 alle 09:33, Annabel ha scritto:

Vi è mai capitato di scrivere un racconto e pensare davvero che sia una storia meravigliosa? Sentire che quei personaggi creati da voi, possano essere amati, tanto da farvi ridere e piangere.

Assolutamente sì! <3

Ci parlo pure, a volte. Ma non ditelo al mio psicanalista :D

  • Divertente 3

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Questa discussione mi appassiona moltissimo. Sono proprio in questa fase, anzi, per la verità, credo di averla appena superata ma con qualche dubbio. Sono inesperta ed ho completato da poco il mio primo romanzo. Il primo! Non avrei mai creduto di poterlo fare ma ce l'ho fatta. Ho scritto in preda ad un innamoramento fulmineo, quindi divoravo pensieri e pigiavo con veemenza sulla tastiera senza rendermi conto del tempo che passava, della fame che borbottava dentro al mio stomaco, dei bisogni fisiologici che incombevano. Come fossi in trance; in preda ad un amore folle, appunto. Ora sono nella fase "ok, prendi le distanze, analizza, sii critica". È difficile però, perché ci sono momenti in cui , rileggendo alcuni passaggi, non riesco più a provare quella sensazione di "devastazione amorosa" e allora comincio a farmi venire mille dubbi. Mi dico, "non arriva allo stomaco". Abbandono la revisione per qualche giorno, poi la riprendo e ritrovo quel pugno allo stomaco che vorrei provasse il futuro lettore. Come se ne esce? Qualcuno con molta più esperienza di me ha suggerimenti in merito? Come si fa a capire se si è sufficientemente autocritici e distaccati per poter fare una buona revisione? 

 

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Il ‎21‎/‎02‎/‎2020 alle 17:49, ioly78 ha scritto:

Come se ne esce? Qualcuno con molta più esperienza di me ha suggerimenti in merito? Come si fa a capire se si è sufficientemente autocritici e distaccati per poter fare una buona revisione? 

 

La revisione è bene farla così come ti viene, magari non una, ma più volte. Poi esistono diverse vie: far leggere il libro a qualcuno che stimi, pregandolo di dare un giudizio spassionato, oppure pagarti un editing, assicurandoti prima che l'editor sia professionalmente valido, oppure iniziare ad inviarlo direttamente a CE che avrai prima selezionato sul WD. In questo ultimo caso, se il testo è valido, riceverai proposte, magari da piccole CE. Prima di firmare, analizza o fai analizzare il contratto in ogni suo elemento: purtroppo bisogna evitare le trappole e gli specchietti per le allodole, che nel nostro mercato editoriale non mancano. Ora sei agli inizi: pian piano ti farai le ossa. 

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57 minuti fa, cheguevara ha scritto:

La revisione è bene farla così come ti viene, magari non una, ma più volte. Poi esistono diverse vie: far leggere il libro a qualcuno che stimi, pregandolo di dare un giudizio spassionato, oppure pagarti un editing, assicurandoti prima che l'editor sia professionalmente valido, oppure iniziare ad inviarlo direttamente a CE che avrai prima selezionato sul WD. In questo ultimo caso, se il testo è valido, riceverai proposte, magari da piccole CE. Prima di firmare, analizza o fai analizzare il contratto in ogni suo elemento: purtroppo bisogna evitare le trappole e gli specchietti per le allodole, che nel nostro mercato editoriale non mancano. Ora sei agli inizi: pian piano ti farai le ossa. 

 

Ciao @cheguevara, grazie per i preziosi consigli. Ho effettuato alcuni invii, tempo fa, a piccole case editrici, (forse troppo frettolosamente) e circa un mese fa sono stata contattata da una CE (non a pagamento) con cui ho avuto alcuni colloqui conoscitivi; mi sto prendendo un po' di tempo per valutare e magari non "bruciarmi" subito la possibilità. Proprio oggi, ho ricevuto un'altra proposta, sempre da una piccola CE sempre non a pagamento e mi incontrerò anche con quest'ultima. Quindi, diciamo che, sebbene mi sia avventurata negli invii dopo un editing "alla buona", cioè fatto da me in questi mesi, fra alti e bassi e mille dubbi, sto iniziando a ricevere i primissimi feedback; ma non mi sento sicura. Vorrei fermarmi e considerare l'ipotesi di un editing professionale e di una eventuale agenzia letteraria. Queste due CE mi hanno riferito che il testo è correttamente scritto, fluido, apprezzabile. Ma non mi fido. Sono troppo inesperta per comprendere davvero quale sia la strada giusta. Grazie alla scoperta di questo forum sto cominciando a confrontarmi con tutti voi, a leggere le vostre opinioni e sono sicura di riuscire a capire come muovermi. La fretta non è mai troppo buona. Che ne dici? (Le due CE che mi hanno fatto la proposta le ho poi trovate anche qui sul forum e fortunatamente non sembrano "godere" di una brutta fama. Sono soltanto piccole, quindi, con pochi mezzi. E questo va valutato, secondo me. 

Un saluto :D

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38 minuti fa, ioly78 ha scritto:

(Le due CE che mi hanno fatto la proposta le ho poi trovate anche qui sul forum e fortunatamente non sembrano "godere" di una brutta fama. Sono soltanto piccole, quindi, con pochi mezzi. E questo va valutato, secondo me. 

Mi permetto di "pontificare" soltanto perché sei nuova del sistema e quindi, penso, non hai ancora avuto modo di assorbirne il reale funzionamento, al di là delle diffuse millanterie.

Un autore esordiente, in un mercato in cui le grandi e medie CE non fanno scouting da almeno un decennio, può ragionevolmente sperare di essere pubblicato da un piccolo editore. In questo caso, è importante: 1) che non ti vengano chiesti contributi in denaro, neanche sotto forma di acquisto copie; 2) che l'editore non sia di quelli che pubblicano di tutto, senza fare selezione, né editing, e neanche la semplice correzione di bozze. Di CE di questo tipo, purtroppo, ne esistono molte, che puntano solo sugli acquisti, di solito su pubblicazione on demand, di amici e parenti dell'autore, che moltiplicati per trecento ed oltre pubblicazioni l'anno portano notevoli incassi a rischio zero; 3) che nel contratto non siano rilevabili clausole capestro, del tipo cessione diritti per 20 anni, o prelazione su tutto quello che farai in seguito, o pagamento delle royalties solo dopo le prime 500 copie vendute, o simili. Un discorso a parte meritano le agenzie cosiddette di rappresentanza, che spesso hanno l'unico obiettivo di venderti servizi a pagamento, e a rappresentarti presso una CE di peso non ci pensano nemmeno, anche perché i millantati rapporti privilegiati non esistono. L'editing a pagamento può avere una sua validità soltanto nel caso in cui il tuo obiettivo non sia pubblicare, ma affinare le tue capacità, però l'editor prescelto deve essere veramente valido, altrimenti avrai solo bruciato denaro.

La mia personale opinione, ripetutamente evidenziata in diverse discussioni sul tema, è che non bisogna alimentare una filiera costruita allo scopo di spremere denaro agli aspiranti scrittori, che sono tantissimi e spesso scrivono porcate illeggibili, ma, se in grado di sfornare un prodotto decente, affidarsi a un editore, magari piccolissimo, ma che punti sulla qualità e, soprattutto, creda in te. Se anche ai primi contratti i risultati economici saranno modesti, si fa esperienza e curriculum.

Auguri e saluti.

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8 minuti fa, cheguevara ha scritto:

Mi permetto di "pontificare" soltanto perché sei nuova del sistema e quindi, penso, non hai ancora avuto modo di assorbirne il reale funzionamento, al di là delle diffuse millanterie.

Un autore esordiente, in un mercato in cui le grandi e medie CE non fanno scouting da almeno un decennio, può ragionevolmente sperare di essere pubblicato da un piccolo editore. In questo caso, è importante: 1) che non ti vengano chiesti contributi in denaro, neanche sotto forma di acquisto copie; 2) che l'editore non sia di quelli che pubblicano di tutto, senza fare selezione, né editing, e neanche la semplice correzione di bozze. Di CE di questo tipo, purtroppo, ne esistono molte, che puntano solo sugli acquisti, di solito su pubblicazione on demand, di amici e parenti dell'autore, che moltiplicati per trecento ed oltre pubblicazioni l'anno portano notevoli incassi a rischio zero; 3) che nel contratto non siano rilevabili clausole capestro, del tipo cessione diritti per 20 anni, o prelazione su tutto quello che farai in seguito, o pagamento delle royalties solo dopo le prime 500 copie vendute, o simili. Un discorso a parte meritano le agenzie cosiddette di rappresentanza, che spesso hanno l'unico obiettivo di venderti servizi a pagamento, e a rappresentarti presso una CE di peso non ci pensano nemmeno, anche perché i millantati rapporti privilegiati non esistono. L'editing a pagamento può avere una sua validità soltanto nel caso in cui il tuo obiettivo non sia pubblicare, ma affinare le tue capacità, però l'editor prescelto deve essere veramente valido, altrimenti avrai solo bruciato denaro.

La mia personale opinione, ripetutamente evidenziata in diverse discussioni sul tema, è che non bisogna alimentare una filiera costruita allo scopo di spremere denaro agli aspiranti scrittori, che sono tantissimi e spesso scrivono porcate illeggibili, ma, se in grado di sfornare un prodotto decente, affidarsi a un editore, magari piccolissimo, ma che punti sulla qualità e, soprattutto, creda in te. Se anche ai primi contratti i risultati economici saranno modesti, si fa esperienza e curriculum.

Auguri e saluti.

 

@cheguevara ma che "pontificare", anzi, ti ringrazio delle ulteriori spiegazioni e "avvertimenti"! ;)

 Mi sto misurando con un mondo del tutto nuovo ed proprio per questo che ci vado con i piedi di piombo e cerco di confrontarmi. Questo forum certamente mi aiuterà.

Grazie ancora :D

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Il 21/2/2020 alle 17:49, ioly78 ha scritto:

Come si fa a capire se si è sufficientemente autocritici e distaccati per poter fare una buona revisione? 

Cara @ioly78, difficilmente potrai capirlo. Il distacco che tu auspichi lo potrai avere con un testo che non sia il tuo.

Quando a me gli autori mi rimandano il testo loro da me rivisto mi accorgo sempre di sviste, errori e di battitura e anche di concetto miei che mi erano sfuggiti in prima revisione: segno che 4 occhi funzionano sempre meglio di due e che due prendono la distanza che tu vorresti solo dopo mesi e mesi -o anni- di distacco totale dal testo. Però attenta, perché in genere l'autore non legge mai parola per parola ma applica al testo che legge il solco del pensiero originale, cioè quello della prima stesura.  

Il consiglio che ti do è di metterti a leggere il testo ad alta voce, meglio se lo registri. Se senti che il respiro non va in sintonia con il tuo fraseggio, vuol dire che nelle tue righe c'è troppa aria o tropo poca. Quando rileggi il tuo testo usa diverse forbici -come fa il parrucchiere- per tagliare tutto ciò che puoi tagliare. Una volta ridotta la frase all'osso, in seguito potrai sempre intervenire per i ricami necessari. Non dire tutto! Lascia alla tua scrittura suggestioni appena suggerite, non specificate, non dettagliate...e cerca sempre di dire a modo tuo non per far comprendere ma per far cadere il lettore nella tua trappola narrativa. 

Generalmente, una buona revisione deve sottrarre, togliere, pulire. Se alla seconda tua lettura globale il testo è più o meno come in prima stesura è segno che da sola non sei e non potrai essere in grado di far meglio. Affidati a un esperto.  Però, prima assicurati che il testo tuo sia leggibile da occhi altrui: leggerlo ad alta voce ti aiuta a capire quanto di buono ha e quanto gli manca ancora. E non dimenticare che la scrittura è ritmo, poi arriva tutto il resto.  

 

Un cordialissimo saluto a te.          

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Il 21/2/2020 alle 17:49, ioly78 ha scritto:

Questa discussione mi appassiona moltissimo. Sono proprio in questa fase, anzi, per la verità, credo di averla appena superata ma con qualche dubbio. Sono inesperta ed ho completato da poco il mio primo romanzo. Il primo! Non avrei mai creduto di poterlo fare ma ce l'ho fatta. Ho scritto in preda ad un innamoramento fulmineo, quindi divoravo pensieri e pigiavo con veemenza sulla tastiera senza rendermi conto del tempo che passava, della fame che borbottava dentro al mio stomaco, dei bisogni fisiologici che incombevano. Come fossi in trance; in preda ad un amore folle, appunto. Ora sono nella fase "ok, prendi le distanze, analizza, sii critica". È difficile però, perché ci sono momenti in cui , rileggendo alcuni passaggi, non riesco più a provare quella sensazione di "devastazione amorosa" e allora comincio a farmi venire mille dubbi. Mi dico, "non arriva allo stomaco". Abbandono la revisione per qualche giorno, poi la riprendo e ritrovo quel pugno allo stomaco che vorrei provasse il futuro lettore. Come se ne esce? Qualcuno con molta più esperienza di me ha suggerimenti in merito? Come si fa a capire se si è sufficientemente autocritici e distaccati per poter fare una buona revisione? 

 

Anch'io vivo questo periodo strano. Non so... ma aspetterò il giudizio degli altri.

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19 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Il consiglio che ti do è di metterti a leggere il testo ad alta voce, meglio se lo registri. Se senti che il respiro non va in sintonia con il tuo fraseggio, vuol dire che nelle tue righe c'è troppa aria o tropo poca. Quando rileggi il tuo testo usa diverse forbici -come fa il parrucchiere- per tagliare tutto ciò che puoi tagliare. Una volta ridotta la frase all'osso, in seguito potrai sempre intervenire per i ricami necessari. Non dire tutto! Lascia alla tua scrittura suggestioni appena suggerite, non specificate, non dettagliate...e cerca sempre di dire a modo tuo non per far comprendere ma per far cadere il lettore nella tua trappola narrativa.

 

Caro @Renato Bruno, mi hai dato un ottimo consiglio. Non ci avevo pensato mai. Registrarsi per ascoltarsi successivamente; un'idea geniale. E grazie anche per tutto il resto. Mi piace un sacco questa cosa della "trappola narrativa". Non semplice da realizzare però, per una inesperta come me. Ma ci proverò.;)

 

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18 ore fa, ioly78 ha scritto:

Registrarsi per ascoltarsi successivamente; un'idea geniale.

 

Oppure puoi usare la variante che seguo da tempo. Sulla Rete trovi applicazioni gratuite che leggono il tuo testo con una voce umana, che puoi scegliere. Io la chiamo "revisione vocale". Ne trovi tante cercando "text to speech". In particolare, la mia preferita la trovi all'indirizzo http://www.fromtexttospeech.com/. Questa prende in pasto un testo e genera un file audio .mp3, che successivamente potrai ascoltare. Puoi scegliere tra voce maschile e femminile (Giovanni o Alessandra).

Io lo uso così: metto l'audio in sottofondo e intanto leggo il testo con la cuffia alle orecchie. In questo modo scovi un mare di errori, se non tutti, e, quando capita, fermi l'audio e correggi il testo. Poi riprendi da quel punto con audio e testo. Oltretutto senti anche il ritmo narrativo. Noterai che la voce "legge" anche la punteggiatura.

Molto utile. Se la tua storia è divisa in capitoli, potresti fare un audio per ogni capitolo.

Prova questo sistema: se va bene per te, continui; sennò, lascia perdere il mio commento :)

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11 minuti fa, dyskolos ha scritto:

 

Oppure puoi usare la variante che seguo da tempo. Sulla Rete trovi applicazioni gratuite che leggono il tuo testo con una voce umana, che puoi scegliere. Io la chiamo "revisione vocale". Ne trovi tante cercando "text to speech". In particolare, la mia preferita la trovi all'indirizzo http://www.fromtexttospeech.com/. Questa prende in pasto un testo e genera un file audio .mp3, che successivamente potrai ascoltare. Puoi scegliere tra voce maschile e femminile (Giovanni o Alessandra).

Io lo uso così: metto l'audio in sottofondo e intanto leggo il testo con la cuffia alle orecchie. In questo modo scovi un mare di errori, se non tutti, e, quando capita, fermi l'audio e correggi il testo. Poi riprendi da quel punto con audio e testo. Oltretutto senti anche il ritmo narrativo. Noterai che la voce "legge" anche la punteggiatura.

Molto utile. Se la tua storia è divisa in capitoli, potresti fare un audio per ogni capitolo.

Prova questo sistema: se va bene per te, continui; sennò, lascia perdere il mio commento :)

 

@dyskolos, ti ringrazio tanto. Resto stupita; io tutte queste cose nemmeno le sapevo. E adesso non vedo l'ora di provare. Grazie :) 

Ti farò sapere com'è andata l'esperienza. 

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3 minuti fa, ioly78 ha scritto:

Ti farò sapere com'è andata l'esperienza. 

 

Aspetto con ansia :)

 

 

3 minuti fa, ioly78 ha scritto:

Grazie :) 

 

Prego, figurati! Siamo qua per aiutarci il più possibile :)

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1 ora fa, dyskolos ha scritto:

 

Oppure puoi usare la variante che seguo da tempo. Sulla Rete trovi applicazioni gratuite che leggono il tuo testo con una voce umana, che puoi scegliere. Io la chiamo "revisione vocale". Ne trovi tante cercando "text to speech". In particolare, la mia preferita la trovi all'indirizzo http://www.fromtexttospeech.com/. Questa prende in pasto un testo e genera un file audio .mp3, che successivamente potrai ascoltare. Puoi scegliere tra voce maschile e femminile (Giovanni o Alessandra).

Io lo uso così: metto l'audio in sottofondo e intanto leggo il testo con la cuffia alle orecchie. In questo modo scovi un mare di errori, se non tutti, e, quando capita, fermi l'audio e correggi il testo. Poi riprendi da quel punto con audio e testo. Oltretutto senti anche il ritmo narrativo. Noterai che la voce "legge" anche la punteggiatura.

Molto utile. Se la tua storia è divisa in capitoli, potresti fare un audio per ogni capitolo.

Prova questo sistema: se va bene per te, continui; sennò, lascia perdere il mio commento :)

Anch'io uso un programma che mi legge l'audio, devo dire che grazie a questo, riesco a capire come scorre il racconto. Voglio comunque provare quello che usi tu, perché non amo il tono di voce che usa la mia App.

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I personaggi dei nostri romanzi sono lo specchio di noi stessi, dei nostri pensieri più intimi (è quindi giustificato un innamoramento) . La bravura di uno scrittore o aspirante tale sta nel saper interfacciarsi con il proprio testo con occhio critico non come in un rapporto genitore-figlio, dove l'affetto impedisce qualsiasi reale correzione. La revisione di professionisti esterni (non amici) va presa sul serio a mio avviso, senza mettere il broncio su probabili modifiche necessarie.

Anche la rilettura dopo mesi porterà i suoi frutti ma due occhi saranno sempre troppo pochi, nonostante impegno e dedizione. 

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L'autore dovrebbe amare il proprio romanzo, non innamorarsene.
Sono due cose ben distinte, anche nella vita reale, con le persone in carne e ossa.
Peccato in pochissimi se ne rendano conto.

Modificato da Alexmusic

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1 ora fa, Alexmusic ha scritto:

L'autore dovrebbe amare il proprio romanzo, non innamorarsene.
Sono due cose ben distinte, anche nella vita reale, con le persone in carne e ossa.
Peccato in pochissimi se ne rendano conto.

Innamorarsi per me va oltre la parola stessa. L'essere coinvolti emotivamente  in qualcosa, sentirsi toccare i sentimenti nel profondo...

Peccato non ascoltare la parte più sensibile e intima di se stessi.

Amare, innamorarsi, affezionarsi... Non è facile trovare una singola definizione per spiegare un legame speciale.

 

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11 ore fa, Annabel ha scritto:

Non è facile trovare una singola definizione per spiegare un legame speciale

No, @Annabel , è facilissimo.
L'innamoramento è frutto dell'istinto e ci accomuna al resto del mondo animale. Non ha una spiegazione logica, ma scientifica: è il tributo che inconsciamente ognuno di noi prima o poi deve pagare alla necessità di riprodursi. Fin dagli albori della civiltà, in special modo dal romanticismo in poi, questa inevitabile follia, che a volte produce danni irreparabili, è stata caricata di una serie di sovrastrutture letterarie e artistiche per lodarla, esaltarla, maledirla, compiangerla o spiegarla, ma istinto era e istinto rimane. Gli impulsi all'innamoramento hanno sede in una precisa parte del cervello, l'amigdala, presente anche negli animali inferiori, e sono scientificamente misurabili, così come gli effetti finali che tale stato produce, positivi o negativi che siano.
L'amore invece è sempre frutto di una scelta ed è una prerogativa riservata agli esseri umani, non a tutti, purtroppo. Può essere considerato come il più nobile dei sentimenti, ma a differenza dell'innamoramento, o di altri stati d'animo, non fa a pugni con la ragione, perché è figlio della ragione. Non a caso Erich Fromm lo considera un'arte, perché come tutte le arti, oltre alla passione, richiede impegno, sacrificio, studio e la capacità di imparare dai propri fallimenti.
La confusione tra innamoramento e amore, problemi materiali a parte, è di certo la principale causa dell'infelicità umana, anche se, bisogna ammetterlo, a livello artistico ha prodotto i più grandi capolavori.
Quindi, signore e signori miei, per concludere, amate il vostro romanzo, ma non innamoratevene. Perché nel primo caso sarete in grado di ammettere, se dovessero farvelo notare, di aver scritto una schifezza o una mezza schifezza; nel secondo lo difenderete a spada tratta, contro tutti e contro tutto, proprio come fanno gli innamorati quando perdono la testa per un colossale bastardo/a, la cui stronzaggine appare evidente al mondo intero, tranne che a loro.

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Io la vedo in questo modo: proprio perché amo quel che ho realizzato, sono disposto a correggerlo e modificarlo.

Primo, fra testo e idea faccio la stessa differenza che tra dipinto e soggetto: e per me quello che conta è il secondo. Se il testo che ho scritto non rende giustizia alla storia che mi frulla in testa o a un mio amato personaggio, ben volentieri ne cerco uno migliore.

Ma anche se, invece, fosse proprio il testo l'oggetto del mio amore, perché negargli la possibilità di diventare più bello di quel che già è?

Il rischio, secondo me, è di affezionarsi a quella determinata espressione, o a quella battuta che ci sembra tanto brillante, e di credere che sia perfetta e insostituibile.

Poi, è assolutamente vero che è difficile essere obbiettivi sul proprio lavoro: ma questo lo vedo più dovuto alla difficoltà di modificare il proprio punto di vista che all'amore.

 

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