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ewan_j

Il Nuovo Mondo - Capitolo 1 (1/2)

Post raccomandati

Posto questo testo con un po' di timore reverenziale. Prima di tutto perchè questo era il racconto che avevo in mente di presentare a Urban Gods. Dico era perché in zona pagina 36 ha preso una piega del tutto diversa da quella del concorso. Secondo perché questo racconto ancora non è finito, quindi non posso garantire una pubblicazione regolare come mi piacerebbe fare. Inoltre, i primi tre capitoli sono belli che pronti e revisionati, i successivi tre sono da risistemare un pochetto e l'ultimo è da finire. Terzo, perché questo è un racconto lungo, molto più lungo di quelli che scrivo di solito, e quindi se dovesse venire fuori che la storia è brutta, passerei pomeriggi a sbattere la testa al muro.

Ok, dopo avervi annoiati con l'introduzione, parto col racconto vero e proprio.

__________________________________________________________________________

1.

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Le ombre la stavano seguendo da quando il pomeriggio aveva cominciato a morire, soffocato dall’oscurità della sera. Quando se n’era accorta, Alice aveva imprecato perché, stimava, avrebbe avuto meno di trenta minuti per seminarle e uscirne incolume.

Aveva tentato un giro tortuoso attorno all’isolato ma non era servito. Le vedeva ancora con la coda dell’occhio, si creavano e si dissolvevano come polvere tossica alle sue spalle, strisciando nella sua direzione. Dopo venti minuti di inseguimento per le vie in rovina di quella città che era stata la sua casa nelle settimane precedenti, aveva iniziato ad abbandonarsi allo sconforto.

Prima del tramonto le ombre non attaccavano mai. Erano indiscrete, inquietanti, ma non pericolose. Era solo dopo il calare del sole che smettevano di essere sinuose macchie nere che si nascondevano nel buio dei palazzi diroccati e sotto alle automobili abbandonate nelle strade e attaccavano. Piccole pozze di oscurità si univano tra loro e partorivano qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, era una creatura mostruosa.

All’inizio, quando Alice muoveva i primi passi nel Nuovo Mondo, c’erano stati i cani. Erano delle bestie simili a labrador, ma rivoltati, con le interiora all’esterno e la pelle costituita da un fitto ricettacolo di muscoli sanguinolenti. Poi era stata la volta del gigante, una sorta di abominio umanoide con gli arti superiori sproporzionati che si muoveva lento e inesorabile verso la sua preda. Era completamente cieco, ma dotato di un udito sopraffino, e Alice era scampata per miracolo al loro primo e unico incontro.

Quelli erano i giorni degli attacchi e, ironia della sorte, erano stati i giorni migliori da dopo che il mondo era cambiato. Perché almeno non era sola.

Quando i giorni degli attacchi finirono, non era rimasto più nessuno con cui dividere il cammino nelle strade del Nuovo Mondo. Erano solo lei e la città. Anche le ombre si erano messe in disparte. C’erano, ma si lasciavano seminare. Non riusciva a quantificare il tempo – il suo orologio da polso alternava momenti in cui le lancette avanzavano normalmente a periodi in cui giravano in senso antiorario – ma stimava che la sua solitudine fosse durata quindici, forse venti giorni.

Ora però le ombre erano tornate alla carica.

Le altre volte riusciva a seminarle con facilità. Descriveva ampi giri attorno agli isolati, variando più volte il percorso, a volte usava perfino i sottopassaggi della metropolitana che ancora non erano allagati, finché le macchie serpeggianti che la inseguivano, disorientate, non lasciavano perdere. Per sua fortuna, le ombre erano essenzialmente stupide. Sentivano l’istinto primordiale di cacciare la loro preda e in base a esso agivano, ma non erano in grado di reagire razionalmente a ciò che lei faceva.

Forse si stavano evolvendo, però, si disse con amarezza Alice, assistendo impotente ai movimenti sinuosi che avvenivano al limitare del suo campo visivo. O forse era lei che, lentamente, si stava arrendendo al Nuovo Mondo.

Da quanto tempo non mangiava? Ricordava una pianta di ciliegie che cresceva nel giardino sul retro di una villetta in periferia e tre frutti quasi neri dal sapore dolciastro e amaro nello stesso tempo, poi più nulla.

Ma non voleva arrendersi. Non prima di aver capito che cosa avesse trasformato il mondo come lo conosceva in quell’apocalisse fatta di mostri e nebbie perenni.

Si scosse e si guardò attorno, alla ricerca disperata di una via di fuga. Edifici bassi spuntavano dalla foschia come cadaveri immersi nel latte. Non erano sicuri. Si sforzò di cercare un qualsiasi posto che potesse fornirle un riparo nella notte incombente, e alla fine lo trovò. Sarebbe stato un azzardo, ma poteva funzionare. Ed era comunque meglio della resa.

La prima cosa da fare era liberarsi una volta per tutte delle ombre. A circa duecento metri da lei si innalzava uno stretto palazzetto di mattoni rossi. Il primo dei suoi cinque piani era occupato da un negozio di dischi la cui vetrina era ancora miracolosamente integra. Si sarebbe aperta un varco, avrebbe lasciato che le ombre la seguissero all’interno, mentre lei sarebbe uscita dalla porta sul retro e avrebbe raggiunto il tetto dell’edificio con la scala antincendio esterna.

Poteva funzionare.

Doveva funzionare.

Rapida, Alice afferrò da terra quello che nel Vecchio Mondo era stato un pezzo della facciata di un edificio. Lo scagliò con tutte le sue forze dopo essersi caricata con una breve rincorsa. Centrò in pieno la vetrata, che andò in frantumi in un’esplosione di schegge di vetro.

Il sole, invisibile oltre la cortina nebbiosa, ma comunque presente, stava per scomparire oltre la linea frastagliata disegnata dai palazzi. Alice stimò che non le rimanevano più di una decina di minuti. Doveva fare in fretta.

Alle sue spalle, le ombre si stavano addensando, come rinvigorite dall’oscurità incombente.

Certa che le sue effimere inseguitrici non se la sarebbero lasciata scappare questa volta, Alice corse verso il negozio e scavalcò con un balzo atletico ciò che rimaneva della vetrina. Una volta dentro oltrepassò il corridoio di espositori con le loro file di compact disc perfettamente ordinati per genere e artista – intravide anche un poster promozionale di Chinese Democracy che prendeva polvere in un angolo – e raggiunse il retrobottega oltre il bancone della cassa.

Non udì alcun rumore alle sue spalle, e poteva essere un bene, perché significava che le ombre erano ancora troppo distanti per raggiungerla e scoprire il suo trucco. Oppure la stavano aspettando all’uscita sul retro, era un’altra possibilità.

Cercò di zittire la parte del suo cervello che continuava ad angosciarla con quei pensieri fatalisti, ma non vi riuscì. Dentro di sé, Alice sapeva che quella era la parte che le aveva permesso di arrivare viva fino a lì, quella che valutava tutte le opzioni, anche le più terribili, e agiva di conseguenza. La odiava perché era fredda, razionale e cinica; ma non sarebbe sopravvissuta senza.

Una volta imboccato un corridoio buio (pieno d’ombra, ma di ombra buona, che restava inerte anche dopo lo scoccare delle sei e trenta) si ritrovò davanti a una porta di metallo. Allungò le mani fino a toccare la maniglia antipanico che stava cercando.

Si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. La porta c’era, ora doveva solo sperare che fosse aperta. Se qualche commesso brufoloso, il giorno prima dell’annichilimento del Vecchio Mondo e dell’avvento del Nuovo, si fosse preso la briga di chiuderla a chiave, lei si sarebbe ritrovata prigioniera in un tunnel senza uscita. La vittima perfetta.

Spinse. Il maniglione si abbassò con un cigolio e pochi istanti dopo una sottile lama di luce la colpì in pieno volto. Via libera, Alice poté tornare a respirare.

Ma sapeva di non essere nemmeno a metà del lavoro. Così, mentre la luce bluastra del crepuscolo invadeva la città, Alice risalì la scaletta di ferro, cercando di ridurre il più possibile il clangore metallico prodotto dalle suole delle sue scarpe a contatto coi pioli. Faceva leva sulle braccia, restando quasi appesa muovendo solo di rado le gambe. Già alla seconda rampa le braccia gridavano pietà, ma lei non aveva tempo di ascoltarle. Se fosse sopravvissuta, avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per riposarsi.

A metà della sua scalata si trovò a ringraziare Dio perché nessuna delle rampe era bloccata, e avrebbe potuto salire più velocemente. Al piano successivo, ebbe il tempo di riflettere che non c’era posto per Dio nel Nuovo Mondo, e si rimangiò il ringraziamento.

Una volta raggiunta la sommità del palazzo, si rese conto che attorno a lei era calata l’oscurità.

Un’altra notte all’aria aperta, pensò stringendosi nella felpa e sistemandosi il cappuccio sulla matassa sporca che un tempo, in un altro mondo, erano i suoi capelli.

Stava per rannicchiarsi in un angolo riparato dal freddo da una vecchia canna fumaria, quando un rumore improvviso alle sue spalle le svuotò la mente. Si voltò di scatto ma non gridò; anche se la voglia era tanta, aveva imparato che nel Nuovo Mondo il silenzio poteva fare la differenza tra l’essere vivi o morti.

Delle quattro o cinque ombre che la stavano inseguendo dalla fine del pomeriggio, solo una era riuscita a trovare la sua strada e raggiungerla.

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Quando i giorni degli attacchi finirono, non era rimasto più nessuno con cui dividere il cammino nelle strade del Nuovo Mondo.

non mi piace l'uso dei tempi, metterei non rimase.

Le altre volte riusciva a seminarle con facilità.

qua non mi convince l'imperfetto, metterei era riuscita, ma visto che nel periodo successivo continui con l'imperfetto, forse cambierei le altre volte con un avverbio tipo "prima"

In generale mi sembra scritto bene, non mi dispiacerebbe in incipit più incisivo, proprio la prima frase intendo. Mi incuriosisce il tema e lo scenario da film horror, aspetto volentieri il seguito. Non ho altro da dire, del personaggio ancora non si sa granché ma va bene, è in un momento in cui di certo non ci si mette a rimembrare tutta la sua vita, e sulla trama idem. Finora mi piace.

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io come sto dicendo spesso non mi preoccupo di tempi verbali o altre amenità a cui molti sembrano legati. Quello che mi interessa è la storia. Qui ovviamente non essendosi ancora dipanata la matassa posso dire poco ma quello che mi piacerebbe vedere è una maggiore emotività forse. Calcherei ancora di più la mano, come posso dire, vorrei vedere magari una scrittura peggiore ma più pareti che si macchiano di nero o ragni che escono da ragnatele secolari e l'occhio che terrorizzato agonizza. E questo da subito senza dover aspettare nulla.

Le ombre la stavano seguendo da quando il pomeriggio aveva cominciato a morire, soffocato dall’oscurità della sera. Quando se n’era accorta, Alice aveva imprecato perché, stimava, avrebbe avuto meno di trenta minuti per seminarle e uscirne incolume.

ad esempio io qui cambierei in

"Alice aveva imprecato perché avrebbe avuto meno di trenta minuti per seminarle e uscirne incolume. Soffocava nell'oscurità della sera"

questo è un esempio, forse dovresti cercare di essere maggiormente "lirico"

cmq nel complesso mi piace e aspetto impaziente il continuo

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Quando i giorni degli attacchi finirono, non era rimasto più nessuno con cui dividere il cammino nelle strade del Nuovo Mondo. Erano solo lei e la città. Anche le ombre si erano messe in disparte. C’erano, ma si lasciavano seminare. Non riusciva a quantificare il tempo – il suo orologio da polso alternava momenti in cui le lancette avanzavano normalmente a periodi in cui giravano in senso antiorario – ma stimava che la sua solitudine fosse durata quindici, forse venti giorni.

Ora però le ombre erano tornate alla carica.

Le altre volte riusciva a seminarle con facilità

Questo pezzo mi sembra un po’ confuso: in un primo momento mi sembra di capire che dopo i primi giorni le ombre non attaccavano più, ma hai iniziato parlando proprio di quello. Infatti dici che erano tornate alla carica,, però poi di nuovo parli di ‘altre volte’. Sarà una cosa mia, ma mi sono un po’ persa con la sequenza temporale.

che restava inerte anche dopo lo scoccare delle sei e trenta

considerando che le lancette dell’orologio vanno un po’ a caso, questa precisa indicazione oraria del tramonto mi stona

Il maniglione si abbassò

Il maniglione delle porte antipanico si abbassa sempre, è fatto apposta per non restare mai chiuso, è la maniglia dall’altra parte che può essere bloccata

nel complesso il pezzo è sicursamente interessante, mi ricorda lo scenario di Io sono leggenda. Non ho però ben compreso come si muovono le ombre: nel senso, mi piace l'idea che siano più forti al tramonto, ma di notte non dovrebbero non esserci più? In teoria, al buoi niente proietta ombra. Altra cosa: quando lei scappa, non la trovano più perché non riescono ad aprire la porta, o solo perché non hanno capito dove è andata?

Infine, perché non sono dappertutto? Cioè perché sul tetto lei è al sicuro?

Temo di essermi fatta un'idea mia di queste ombre che forse non va proprio di pari passo con quello che hai descritto tu...

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Ospite Linda Rando

Mockumentario, sei invitato a non usare abbreviazioni, in nessun caso.

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io come sto dicendo spesso non mi preoccupo di tempi verbali o altre amenità a cui molti sembrano legati.

Beh fai male. La grammatica è importante se si vuole scrivere, non è il caso di Ewan, ma un testo con i verbi tutti sbagliati mi indispone e si può raccontare anche la storia più sensazionale mai letta, ma di certo mi apparirà sminuita. Un verbo sbagliato nel punto culmine di una scena uccide il climax. Segnalarlo non può che migliorare la storia e nel caso non si tratti di una semplice svista aiutare l'autore a colmare le proprie lacune, a presentare meglio le sue idee e a fare una figura migliore in generale.

Inoltre come puoi leggere quassù è uno dei punti da analizzare nei commenti, quindi se non ti senti di farlo, o preferisci soffermarti su altri aspetti libero di farlo, ma attento a non sminuire il lavoro altrui con frasi come quella citata. C'è chi potrebbe prendersela. Tipo me icon_cheesygrin.gif

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Ospite
sproporzionati che si muoveva

virgola dopo "sproporzionati"

Le altre volte riusciva a seminarle con facilità.

Ripetizione di concetto

Forse si stavano evolvendo, però, si disse

Il "si disse" in tale posizione, presuppone un dialogo, quindi la frase precedente dovrebbe stare fra virgolette di dialogo

Ricordava una pianta di ciliegie

In genere si dice "ciliegio" e non "pianta di ciliegie"

e nebbie perenni.

La parola "perenni" presuppone che ci stanno sempre, e se ci stanno sempre, perché non ne hai parlato fin'ora?

La prima cosa da fare era liberarsi una volta per tutte delle ombre

Perché, fin'ora che stava facendo? E' una frase un po' oscura...

A me pare che stia fuggendo in preda al panico, una situazione che non garantisce certo la lucidità per studiare una soluzione definitiva che paventi con quel "una volta per tutte"

restando quasi appesa muovendo

Prima di "muovendo" serve una congiunzione, sia essa una virgola o una "e"

la differenza tra l’essere vivi o morti.

In genere si dice "tra l'essere vivi e l'essere morti"

a trovare la sua strada

Non mi piace questo pezzo di frase in questo punto

Allora...

esiste un prologo? E un capitolo 1 (2/2) ?

Come inizio di primo capitolo, devo dire che ha stimolato decisamente la mia curiosità, mi pare ben scritto, a parte un paio di passaggi oscuri. Il problema è che mi resta difficile palesare le mie perplessità senza una seconda parte da poter leggere che magari svela le cose che mi suonano al momento stonate.

Non ho trovato particolari errori, la narrazione non è male, ha il giusto ritmo, che ha un piccolo calo sono nella salita della scala antincendio, scena che io avrei accelerato un po' operando qualche taglio.

Spero che prima o poi tu metta una seconda parte...

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ringrazio tutti per i commenti (come sempre ci sono milioni di cose che non ho notato) e mi accingo con incredibile ritardo a postare la seconda parte del capitolo

edit: Emma, per rispondere alla tua domanda sulle ombra, non so se hai visto Il castello errante di Howl. le ho immaginate un po' come le creature nere che seguono Sophie all'inizio del film. purtroppo non ho trovato nessuna foto che le ritraesse

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Posto questo testo con un po' di timore reverenziale. Prima di tutto perchè questo era il racconto che avevo in mente di presentare a Urban Gods. Dico era perché in zona pagina 36 ha preso una piega del tutto diversa da quella del concorso. Secondo perché questo racconto ancora non è finito, quindi non posso garantire una pubblicazione regolare come mi piacerebbe fare. Inoltre, i primi tre capitoli sono belli che pronti e revisionati, i successivi tre sono da risistemare un pochetto e l'ultimo è da finire. Terzo, perché questo è un racconto lungo, molto più lungo di quelli che scrivo di solito, e quindi se dovesse venire fuori che la storia è brutta, passerei pomeriggi a sbattere la testa al muro.

Ok, dopo avervi annoiati con l'introduzione, parto col racconto vero e proprio.

A me questa introduzione è piaciuta, anche se non ho capito il punto tre... eheh.

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Il titolo non è molto originale. Ok, basta con queste amenità, adesso mi concentro.

Le ombre la stavano seguendo da quando il pomeriggio aveva cominciato a morire, soffocato dall’oscurità della sera. Quando se n’era accorta, Alice aveva imprecato perché, stimava, avrebbe avuto meno di trenta minuti per seminarle e uscirne incolume.

Aveva tentato un giro tortuoso attorno all’isolato ma non era servito. Le vedeva ancora con la coda dell’occhio, si creavano e si dissolvevano come polvere tossica alle sue spalle, strisciando nella sua direzione. Dopo venti minuti di inseguimento per le vie in rovina di quella città che era stata la sua casa nelle settimane precedenti, aveva iniziato ad abbandonarsi allo sconforto.

Il ritmo è lento, nel senso che usi molto la punteggiatura, e ci sta. Ma allora non sarebbe meglio spezzare anche l'ultima frase? Tipo: "Dopo venti minuti di inseguimento per le vie in rovina di quella città, che era stata la sua casa nelle settimane precedenti, aveva iniziato ad abbandonarsi allo sconforto."

Ah, questo discorso vale anche per delle frasi che seguono, ma non sto a riportarle tutte.

Non riusciva a quantificare il tempo – il suo orologio da polso alternava momenti in cui le lancette avanzavano normalmente a periodi in cui giravano in senso antiorario – ma stimava che la sua solitudine fosse durata quindici, forse venti giorni.

Ahah, bello questo!

Per sua fortuna, le ombre erano essenzialmente stupide.

Secondo me sei un comico!

Da quanto tempo non mangiava? Ricordava una pianta di ciliegie che cresceva nel giardino sul retro di una villetta in periferia e tre frutti quasi neri dal sapore dolciastro e amaro nello stesso tempo, poi più nulla.

Anche questo pezzo mi piace, però, se posso permettermi, io l'avrei lasciata ancora più vaga, tipo: "Da quanto tempo non mangiava? Ricordava una pianta di ciliege e poi più nulla."

Ma te lo dico così, son gusti.

Edifici bassi spuntavano dalla foschia come cadaveri immersi nel latte.

Bella immagine!

Non erano sicuri. Si sforzò di cercare un qualsiasi posto che potesse fornirle un riparo nella notte incombente, e alla fine lo trovò.

"Notte incombente" non si legge proprio, cioè a me non piace.

Sarebbe stato un azzardo, ma poteva funzionare. Ed era comunque meglio della resa.

La prima cosa da fare era liberarsi una volta per tutte delle ombre. A circa duecento metri da lei si innalzava uno stretto palazzetto di mattoni rossi. Il primo dei suoi cinque piani era occupato da un negozio di dischi la cui vetrina era ancora miracolosamente integra. Si sarebbe aperta un varco, avrebbe lasciato che le ombre la seguissero all’interno, mentre lei sarebbe uscita dalla porta sul retro e avrebbe raggiunto il tetto dell’edificio con la scala antincendio esterna.

Poteva funzionare.

Non saprà un po' troppe informazioni?! Lei si trova a duecento metri dal palazzo e sa tutte queste cose: il negozio di dischi è integro (se è al primo piano la vetrina sarà interna, quindi non la può vedere. Piuttosto mettilo a piano terra); sul retro che lei non vede c'è la scala antincendio (se il palazzo non è più alto di tot metri non sono sicuro che sia obbligatoria la scala antincendio esterna).

dall’oscurità incombente.

Ti piace proprio "incombente" eh?

Una volta imboccato un corridoio buio (pieno d’ombra, ma di ombra buona, che restava inerte anche dopo lo scoccare delle sei e trenta) si ritrovò davanti a una porta di metallo. Allungò le mani fino a toccare la maniglia antipanico che stava cercando. Si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. La porta c’era, ora doveva solo sperare che fosse aperta.

Ha trovato un locale perfettamente a norma, che culo! E' proprio il paese delle meraviglie. Quindi probabilmente c'è anche la mappa per l'evacuazione sui muri, mgari può trovare vie di fuga che le ombre non immaginano.

Se qualche commesso brufoloso, il giorno prima dell’annichilimento del Vecchio Mondo e dell’avvento del Nuovo, si fosse preso la briga di chiuderla a chiave, lei si sarebbe ritrovata prigioniera in un tunnel senza uscita. La vittima perfetta.

Ma se ha il maniglione antipanico è chiusa all'esterno e basta. Credo.

Al piano successivo, ebbe il tempo di riflettere che non c’era posto per Dio nel Nuovo Mondo, e si rimangiò il ringraziamento.

Ahahahahah.

Comunque, nel complesso si lascia leggere, non mi è dispiaciuto. Non riesco a capire bene queste ombre che diavolo vogliano, però probabilmente lo spiegherai dopo.

L'unica parte un po' noiosa (per me ovviamente) è quando Alice si tira gli strippi; ora non ce l'ho sotto mano quella parte che l'ho cancellata, però intendo quando parla del suo istinto o qualcosa di simile. Può anche starci che si faccia un esame di coscienza, in questo modo fai anche conoscere il personaggio, però così come l'hai scritta non mi è piaciuta, un po' macchinosa, o meglio, artefatta, asettica... non mi viene la parola, comunque intendo: distaccata.

Ora vado a mangiare, buon appetito a tutti!

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ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Il titolo non è molto originale. Ok, basta con queste amenità, adesso mi concentro.

eh, lo so, ma cambierebbe qualcosa se ti dicessi che il capitolo finale è intitolato "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò"? sono un po' fissato con le citazioni e i riferimenti alla cultura pop (ma nessuno ha capito il rimando a Chinese Democracy, a proposito?)

comunque grazie delle correzioni, in effetti sono un po' troppo verboso e ogni tanto nemmeno me ne accorgo. mi hai dato ottimi spunti icon_wink.gif

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Ospite

Mi ricorda un po’ troppo Cittagazze in “lama sottile” di Pullman, solo che li si chiama Spettri e qui Ombre.

Sentivano l’istinto primordiale di cacciare la loro preda e in base a esso agivano, ma non erano in grado di reagire razionalmente a ciò che lei faceva.

Uno squalo è razionale?

Ricordava una pianta di ciliegie

Albero.

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Inizi in medias res, si vede che è successo qualcosa di grave nel mondo, ma non è dato sapere con esattezza, tutte le cose che si conoscevano non sono più e Alice si muove in un universo allucinante.

Piccole pozze di oscurità si univano tra loro e partorivano qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, era una creatura mostruosa.

toglierei decisamente quel "nella migliore delle ipotesi". Da l'idea, almeno a me, di una pesca di gioco a premi, dove nella migliore delle ipotesi si becca un certo premio.

Piccole pozze di oscurità si univano tra loro e partorivano qualcosa

Questa è fantastica, mi piace moltissimo. Con questi presupposti si può creare qualsiasi cosa.

Ma non voleva arrendersi. Non prima di aver capito che cosa avesse trasformato il mondo come lo conosceva in quell’apocalisse fatta di mostri e nebbie perenni.

Quì Alice è troppo consapevole del suo ruolo, tipo unica scampata al disastro che con la sua astuzia e coraggio salverà comunque il mondo, venendo a capo di rebus e di mostri.

Un'Alice moderna l'avrei vista più sconvolta e meno determinata, fare comunque le stesse cose, ma innanzi tutto per salvare la pelle, poi, acquisendo esperienza e consapevolezza, farsi domande esistenziali.

Non ho capito bene perchè entra nell'edificio con l'intento di farsi seguire dalle ombre. Le vuole imprigionare? Non ne spunteranno altre?

Una volta imboccato un corridoio buio (pieno d’ombra, ma di ombra buona, che restava inerte anche dopo lo scoccare delle sei e trenta)

Perfetta sintesi e dimostrazione che l'uomo ( e la donna) riescono ad adattarsi a qualunque situazione, imparando a conoscere e infiltrandosi nei più reconditi meandri delle possibiltà di sopravvivenza.

In definitiva questo primo capitolo è avvincente, si lascia leggere, a parte le annotazioni pertinenti che altri ti hanno già fatto.

Io in un primo capitolo non spiegherei comunque così tante cose, altrimenti verso la fine non ci sarebbe più tanto da dire, non trovi? Comunque promette sviluppi interessanti.

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L'ambientazione è nelle mie corde e anche la storia sembra promettente.

Però quest'inizio è troppo lento e si dilunga in troppi particolari. Lei ha dieci minuti (dato che ne ha persi venti nel primo tentativo) per trovare una soluzione al suo problema, che non è un problema da poco, ma dopo un tot di pagine io non sono in ansia, perché nel frattempo lei ha potuto spiegarmi cosa sono le ombre, come si muovono, dove e quando attaccano, quanti mostri si sono succeduti prima, persino i dettagli dell'orologio, del negozio di dischi, il piano di fuga ecc. ecc. e quindi si è poi avviata con calma, ha soppesato il pezzo di muro e così via.

Non riusciva a quantificare il tempo – il suo orologio da polso alternava momenti in cui le lancette avanzavano normalmente a periodi in cui giravano in senso antiorario – ma stimava che la sua solitudine fosse durata quindici, forse venti giorni.

A parte che gli orologi sono inutili per contare i giorni, a che serve un orologio che fa così? ma soprattutto, perché fa così?

Edifici bassi spuntavano dalla foschia come cadaveri immersi nel latte. Non erano sicuri.

Sono insicuri perché sono bassi? E' per questo che lei si rifugia sul tetto?

Una volta dentro oltrepassò il corridoio di espositori con le loro file di compact disc perfettamente ordinati per genere e artista – intravide anche un poster promozionale di Chinese Democracy che prendeva polvere in un angolo – e raggiunse il retrobottega oltre il bancone della cassa.

Perché anche? Messa così sembra che si fermi a guardare lo scaffale e poi «toh, c'è anche un poster promozionale. Ah già, sì, stavo scappando.»

Così, mentre la luce bluastra del crepuscolo invadeva la città, Alice risalì la scaletta di ferro, cercando di ridurre il più possibile il clangore metallico prodotto dalle suole delle sue scarpe a contatto coi pioli. Faceva leva sulle braccia, restando quasi appesa muovendo solo di rado le gambe. Già alla seconda rampa le braccia gridavano pietà, ma lei non aveva tempo di ascoltarle. Se fosse sopravvissuta, avrebbe avuto tutto il tempo che voleva per riposarsi.

Non capisco questa scala di sicurezza: è a pioli? Per cinque piani? Queste scale di solito servono a evacuare i palazzi, non si fanno a pioli (non completamente almeno).

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Non leggo il giudizio degli altri per non essere influenzato, quindi non so se ti è già stato fatto notare che lo scenario pare quello di "I am legend", il film con Will Smith.

E poi queste ombre che non la raggiungono mai: ma le ombre non dovrebbero essere più rapide di qualcuno che si porta un corpo?

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Devo dire che questa lettura ha stimolato la mia curiosità. Il che è un bene perchè in realtà l'ambientazione e la storia sono abbastanza canoniche. Si, come hanno già scritto altri, l'ambientazione sembra una via di mezzo tra Io sono Leggenda e Resident Evil (soprattutto nella parte in cui le ombre sembrano cani con la pelle rovesciata).

L'impressione però è che quella di Alice sia più una realtà "onirica" che non un mondo reale. Immagino questo proprio grazie al titolo e alle lancette dell'orologio che girano un po' come vogliono loro. Il fatto che il racconto fosse per Urban Gods mi fa pensare che quello di Alice potrebbe essere una sorta di inferno, oppure una via di mezzo tra la vita e la morte. Sarebbe anche molto interessante ribaltare alcuni clichè, come ha suggerito qualcuno più su le ombre agiscono di giorno e al massimo fino al tramonto, quindi i pericoli per Alice dovrebbero arrivare con la luce del sole, che lei dovrebbe evitare come la peste. Ma sto viaggiando con la mia fantasia, non farci caso. icon_cheesygrin.gif

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adesso aspetto il seguito,pensavo ci fosse già e invece sono rimasto bloccato a metà... intanto ti dico solo che il ciliegio è un albero, non una pianta. Comunque mi sta piacendo e son curioso di vedere come va a finire :P

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