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Davide Zaccardi

Reynard

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Uno dei miei passatempi letterari preferiti è quello di creare personaggi. Storie completamente estrapolate da una qualsiasi vicenda, ritratti esemplari, curriculum vitae di persone improbabili. Ecco che la mia mente, questa notte, ha partorito Reynard, l'ennesimo dei miei tanti personaggi criminaleschi (adoro le storie di ladri!). Il racconto di Reynard è un po' triste, siete avvisati :-P. Oltre il vostro parere sullo scritto, vorrei anche chiedervi: voi perdonereste il protagonista per quello che ha fatto? Cosa fareste se foste uno dei suoi compagni d'avventura?

Vi lancio una sfida divertente, se avete voglia di giocare con me: immedesimatevi e scrivete la risposta di uno dei compagni, magari inventando un aneddoto del personaggio al fine di mostrare comprensione od ostilità a Reynard.

-A questo punto non me la sento più di tenermi dentro questa cosa e voglio condividerla con voi. Siete i miei compagni d’avventura e in ogni missione rischiate la vostra vita per proteggere la mia: è giusto che sappiate chi sono e come mai sono qui. Dovete sapere che sono un codardo.-

I compagni di Reynard lo fissavano incuriositi, stupiti dall’apertura mostrata dal taciturno ladro. Reynard passò la mano aperta sul proprio viso, che appariva stanco e provato, come se con quel gesto si stesse levando una maschera.

-La mia famiglia, i Garnell, era ricca e rispettata un tempo. Mio padre, Lyon Garnell, era un rispettabile mercante di spezie e tessuti nella città di Vysin, figlio di una dinastia di borghesi che aveva costruito la propria fortuna con il duro lavoro, moneta dopo moneta. Vedete, non vi era alcuna ragione che mi obbligasse a ricorrere al furto per sopravvivere. Non sono sempre stato un ladro. Mio padre era un uomo molto severo, ma anche molto affettuoso e mia madre… be, mia madre era morta quando io avevo quattordici anni; era una donna molto dolce e comprensiva. Si chiamava Lenah. Quando morì, mio padre si chiuse in sé stesso. Non parlava più con nessuno, nemmeno con me. Portava avanti gli affari di famiglia, si assicurava che io proseguissi nei miei studi e procurava i soldi necessari per il mantenimento mio e della servitù. Apparentemente stava continuando la sua vita, ma io che lo conoscevo bene, sapevo che era morto anche lui, in un certo senso.

Fu proprio in quei primi mesi, dopo la morte di mia madre, che cominciai a rubare. Ora che sono adulto, ho capito che quei gesti erano solo un tentativo di attirare l’attenzione di mio padre, così distante. Volevo che lui si arrabbiasse con me, che si occupasse di me in qualche modo. Facevo sparire un suo paio di scarpe, la penna che usava per scrivere, il calamaio in argento… ma nulla. Lui era così lontano da queste cose che a malapena se ne accorgeva.

Passavo il mio tempo in città perché non riuscivo più a sopportare l’atmosfera che c’era a casa. Cominciai a frequentare brutte compagnie, la gente peggiore che riuscivo a incontrare. Non so perché. Forse anche io cercavo una maniera di morire, per raggiungere mia madre. Rischiavo la vita per delle assurde bravate insieme a persone che non avevano nulla da perdere. Entravo nelle case altrui, rubavo pur senza averne bisogno. Fu così che imparai il mestiere.

Due anni dopo, quando io e mio padre avevamo persino interrotto quelle brevi comunicazioni quotidiane che avevano mantenuto una parvenza di rapporto fra noi due, decisi che era giunto il momento di dare al vecchio un bello scossone. Volevo che si risvegliasse dal quel torpore in cui era caduto. C’era un quadro che lui amava moltissimo: era il ritratto di mia madre. Passava ore da solo, nel suo studio, a guardarlo e a piangere. Parlava più spesso con quella immagine che con me. Una notte lo feci sparire e lo diedi a un tizio che avevo conosciuto in una taverna. Gli dissi di farne quello che voleva, di bruciarlo anche. Non mi importava.

Il giorno dopo scoppiò il finimondo a casa mia. Mio padre aveva fatto rivoltare tutte le stanze alla ricerca del quadro e se l’era presa con tutti, insultando chiunque gli fosse capitato a tiro. Non lo avevo mai visto così furibondo. Da un lato ero dispiaciuto per lui, ma dall’altro mi faceva piacere che finalmente stesse dando segni di vitalità. Non avevo previsto però che le cose avrebbero preso una brutta piega.

Dato che nessuna serratura della casa risultava scassinata e che non c’erano tracce d’effrazione, mio padre si convinse che doveva essere stato qualcuno che possedeva le chiavi del suo studio. L’unica persona della casa a possederle, oltre a me, era il vecchio Harty, il maggiordomo, e mio padre lo denunciò. Ricorderò sempre il giorno in cui le guardie vennero a casa per portare via quel vecchio gentile. Harty era talmente sconvolto e sorpreso dalle accuse che non aveva nemmeno trovato il fiato per pronunciare qualche parola di difesa per se stesso. Lavorava per i Garnell da ventidue anni e non aveva mai rubato in vita sua.

Sapevo che la cosa giusta da fare era di dire la verità, di farmi avanti e raccontare a mio padre cos’era successo veramente al suo quadro, ma avevo paura. Temevo la sua ira e, ancora peggio, sapevo che se glielo avessi detto, lo avrei perso per sempre.

Avevo deciso di tenere la bocca cucita sulla faccenda, ma non immaginavo che per uno stupido quadro, il giudice avrebbe chiesto l’impiccagione per il povero Harty! Quando lo venni a sapere mi sentii crollare il mondo addosso. Ero diventato un ladro, e mi stavo comportando da codardo, ma non volevo che un innocente fosse ucciso per colpa mia.

Andai alla ricerca del tizio al quale avevo dato il quadro. Lui mi disse che lo aveva venduto al banco dei pegni e là, seppi che il ritratto di mia madre era stato acquistato da Kergon Lumier. Costui era l’acerrimo rivale di mio padre, da molti anni. Erano stati soci all’inizio, ma le molte differenze di vedute li avevano separati. Avevo sentito dire anche che Kergon si era innamorato di mia madre e che le aveva chiesto di lasciare mio padre per mettersi con lui. Tradotto in altre parole: quel quadro non lo avrei mai più riavuto indietro.

Provai a parlare della cosa con Kergon, ma purtroppo il bastardo era irremovibile. Feci la sciocchezza di dirgli che mio padre era disperato per la mancanza del quadro, pensando di smuovere un po’ la sua sensibilità, ma questo gli fornì invece una ragione in più per volerselo tenere. Come se non bastasse, andando a parlare con lui, mi ero bruciato la possibilità di rubarlo, perché sarebbe stato troppo ovvio il mio coinvolgimento nel furto.

Ebbi un’altra idea: andai a trovare in cella il vecchio Harty e gli dissi che avevo trovato il quadro e che se voleva salvarsi la vita, avrebbe dovuto confessare che era stato proprio Kergon a commissionare il furto. Il poveraccio piangeva scongiurandomi di credere al fatto che non lui non fosse un ladro. Mi sentivo morire vedendo quel brav’uomo che mi implorava di avere fiducia nella sua innocenza dal momento che ero io il vero colpevole, e che lui stava per essere giustiziato per colpa mia. Alla fine si fece convincere e denunciò Kergon come mandante del furto. Il fatto che il quadro fosse in casa sua costituì una prova schiacciante, così anche il bastardo fu arrestato e condotto in carcere.

Il dipinto torno nello studio di mio padre, finalmente. Pensavo di aver sistemato ogni cosa in questo modo, ma così non fu. Anche se Harty aveva confessato, mio padre premette affinché i due colpevoli venissero puniti secondo la legge. Sinceramente di Kergon non me ne fregava nulla: era un bastardo e un corrotto e tutti lo sapevano in città, ma il vecchio maggiordomo… alla fine spiattellai tutta la verità a mio padre. Quello fu l’ultimo giorno della mia vita che vidi i suoi occhi puntati su di me. All’inizio non voleva credermi.

Mi guardava con l’espressione di un uomo che aveva appena ricevuto una pugnalata al cuore. Vidi il suo amore nei miei confronti morire dentro i suoi occhi.

Mio padre fermò l’esecuzione dei due, ma non rivelò mai a nessuno della mia colpevolezza; la mia punizione era già sufficientemente tremenda: ero come morto per lui.

Un giorno mi disse, senza nemmeno voltarsi dalla sedia sulla quale se ne stava, che non sopportava più la mia presenza in casa sua. Mi ordinò di raccogliere le mie cose e di andarmene.

Così feci.

Seppi in seguito che, tre giorni dopo la mia partenza, il suo cuore aveva deciso di fermarsi. Era distrutto dal dispiacere. Alla fine un innocente era morto per colpa mia.

Tornai a casa per sistemare le pratiche dell’eredità. Lasciai tutti gli averi della mia famiglia ad Harty e me ne andai.

Questa è la mia storia. Non vi condannerò se dopo quello che vi ho raccontato non vorrete più che io vi segua.

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allora se posso dire la mia.

Mi piace molto lo stile, non è uno stile puramente moderno ed è una cosa che mi piace. Sin dai primi momenti si entra in un aria che sa di fumo e pellame in fase di concia. Ricorda un pò le atmosfere del "Agente Segreto" di Conrad, forse il racconto scade un pò quando ci sono le digressioni psicologiche, come dire, forse sono un pò troppo scontate ma solo nel rapporto padre figlio.

anche se poi è favolosa la fine

Mio padre fermò l’esecuzione dei due, ma non rivelò mai a nessuno della mia colpevolezza; la mia punizione era già sufficientemente tremenda: ero come morto per lui.

Su punteggiatura o tempi verbali non ho veramente nulla da dire anche perchè il racconto si fa veramente leggere bene ed in più credo che se la storia è buona la punteggiatura può anche andare a fanculo, ma non è il tuo caso.

Mi piace molto anche perchè altrimenti non avrei detto nulla!!

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Questo racconto mette alla prova la mia sospensione dell'incredulità. Spero di farti cosa gradita indicandoti qualche passaggio dove sono perplesso.

L’unica persona della casa a possederle, oltre a me, era il vecchio Harty, il maggiordomo, e mio padre lo denunciò. Ricorderò sempre il giorno in cui le guardie vennero a casa per portare via quel vecchio gentile

Con quali prove? Se basta il possesso delle chiavi avrebbero dovuto imprigionare anche il protagonista.

Avevo deciso di tenere la bocca cucita sulla faccenda, ma non immaginavo che per uno stupido quadro, il giudice avrebbe chiesto l’impiccagione per il povero Harty!

Condannato a morte per il furto di un quadro? Anche se il "mercante di spezie" riferito al padre spinge a riferirci a un'epoca passata, se siamo in un'ambientazione storica/geografica che giustifica questo passaggio andrebbe specificato

Il fatto che il quadro fosse in casa sua costituì una prova schiacciante, così anche il bastardo fu arrestato e condotto in carcere.

Eventualmente il fatto prova un incauto acquisto, tanto più Kergon avrebbe potuto indicare il venditore e allora si sarebbe risaliti al protagonista. Credo che sia diverso essere mandanti o ricettatori.

Anche se Harty aveva confessato, mio padre premette affinché i due colpevoli venissero puniti secondo la legge.

Con quale autorità? Chi è il padre per decidere della vita o della morte di due persone passate per un processo?

Mio padre fermò l’esecuzione dei due,

Come sopra

Opinione personale: Il vero assente del racconto è comunque il movente, cosa spinge il protagonista a confessare questo segreto che, mi sembra di capire, porta avanti da anni?

In generale mi sembra che l'intreccio sia piuttosto debole. Il protagonista sembra avere una moralità, ha dei rimorsi quando il vecchio viene arrestato, ma il suo escamotage è troppo artificioso. Avrebbe potuto tranquillamente confessare l'accaduto al padre, magari edulcorando la verità, facendo passare il tutto per una ragazzata sfuggita di mano.

Personalmente avrei preferito uno sviluppo diverso, per esempio trascinare Reynard davanti al bivio in cui in ballo ci fosse stata la sua vita contro quella di un innocente.

Questo rimorso avrebbe giustificato la sua auto accusa.

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Vedi -gli rispose uno dei suoi compagni dopo averci pensato un po' sù- Io non sono bravo a parlare come te. Mia madre faceva la puttana, mio padre l'hanno appeso per una spilla che manco era d'oro, ma lui non lo sapeva. Prima o poi lo seguirò, perché questo è il nostro destino. E' scritto.

Non me ne frega niente che tu sia un vigliacco. Ciascuno di noi venderebbe la sua famiglia, per sopravvivere. Se non vendiamo i nostri compagni è solo perché faremmo una fine peggiore di quella che ci tocca di solito. Quello che mi schifa è che sei un borghese. Uno di quelli che ci condanna a morte solo perché non abbiamo scelta tra rubare e fare la fame.

Uno di quelli che della nostra vita non gli importa niente. A noi non ci importa niente della tua. Che razza di storie ci vieni a raccontare? Come se non lo sapessimo già che siete marci dentro. Come credi che sia diventato quello che era, tuo padre? Affamando e sfruttando i poveracci come noi, e mandandoli alla forca se solo osavano alzare la testa di qualche centimetro. Ha avuto quello che si meritava. E tua madre si faceva scopare da quel venduto leccaculo del vostro maggiordomo, quando erano giovani. Un servizio in più e per di più gratis.

Fermo con le mani o, domattina, ti ritrovano nel canale. Un pezzo per volta. Non far finta di avere orgoglio, non ce l'hai e non meriti di averlo. Indossi gli stracci da ladro come un riccastro che va ad una festa mascherata e noi ridiamo, ma ci fai comodo.

Così domani vai da quel vecchio porco, traditore della sua gente del tuo ex maggiordomo, e ti fai dare un bel po' di soldi. Se non te li da supplicalo, striscia per terra, se non cede ammazzalo e portaci tutto ciò che puoi.

Altrimenti saremo noi a raccontare cos'hai fatto al giudice, sappiamo bene come fargli arrivare certe notizie, quando dobbiamo sbarazzarci di un tizio di cui non ci fidiamo.

E così finirai sulla forca, a penzolare agitando le gambe per un po'. E finalmente saprai davvero cosa significa essere un ladro.

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Pampero, le tue osservazioni sono accorte e sensate. Di fatto, ho erroneamente lasciato sottointeso che si trattasse di un fantasy semplicemente perché chi mi conosce sa che scrivo quasi sempre questo genere di racconti. Ovviamente non tutti mi conoscono X-D.

Nel medioevo reale bastava la parola di un benestante affinché un povero finisse in carcere e c'era un sistema matematico che attribuiva un valore alla testimonianza in base a chi la depositava. Tanto per dire, in alcuni paesi feudali, la parola di un nobile valeva come quella di due borghesi e di sei comuni cittadini maschi, o dodici femmine. il giudice, spesso costituito nella persona stessa del boia, impartiva le condanne in base a concetti matematici, quindi de rubavi al povero te la cavavi con una mano mozzata, ma se toccavi il nobile ti arrostivano vivo nell'olio bollente. Il fatto che il narratore non sappia esattamente come mai il padre fosse tanto influente da far incarcerare persino un suo pari era stato preso in considerazione mentre scrivevo. Ovviamente, essendo la vicenda narrata in prima persona da uno dei protagonisti, era presumibile che non sapesse che il padre aveva sfruttato conoscenze influenti o magari oliato gli ingranaggi giudiziari al fine di liberarsi di un rivale.

Il pezzo, come già scrissi nell'introduzione, non è una vera storia... è più il ritratto del personaggio, che viene dipinto attraverso la sua narrazione. La situazione che mi ero immaginato, che non ho considerato tanto importante ai fini della narrazione dal doverla riportare, era di un momento di riposo dopo l'ennesima pericolosa avventura. I compagni di Reynard avevano rischiato la vita per proteggerlo, così lui decide di raccontare loro la storia, un po' per liberarsi di un peso, un po' per dimostrare la sua fiducia nei loro confronti. Non credo che vi sia bisogno di dirlo, però. Non aggiunge nulla, dopo tutto.

Nanni: grandioso! :-D Adoro i personaggi malvagi sino al midollo! hai dipinto un "collega" ladro completamente realistico, scevro da qualunque visione romantica, il tuo personaggio incarna l'essere vile che non esita a ritorcere un segreto contro chi glielo ha confessato ai fini di ottenere un rendiconto personale. E' un povero che ruba per odio e per necessità, forse anche per invidia, ma con una coscienza di classe spietata e una visione della vita estremamente disillusa.

Grazie anche per il tuo commento, mockumentario :-). Mi fa piacere che tu abbia considerato l'importanza dell'introspezione psicologica in questo racconto. Di fatto avrei potuto fare di meglio. Sono curioso di vedere come altri svilupperanno questo scambio di battute fra Reynard e il personaggio di Nanni :-).

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Ospite
rispettata un tempo. Mio padre, Lyon Garnell, era un rispettabile

ripetizione

be, mia madre

be'

mio padre si chiuse in sé stesso

se stesso

rubavo pur senza averne bisogno

toglierei il "pur" o metterei una virgola dopo "rubavo"

con quella immagine

meglio "quell'immagine"

la cosa giusta da fare era di dire la verità,

togliere "di"

Alla fine un innocente era morto per colpa mia.

Io avrei messo: alla fine, nonostante tutto, un innocente era comunque morto per colpa mia.

Allora, a parte qualche imprecisione che ti ho segnalato, l'ho trovato un bel racconto, molto ben scritto, intenso e scorrevole.

L'unica nota è che, in linea puramente teorica, essendo questo racconto comunque un discorso diretto, presupporrebbe che non si vada mai a capo dopo il punto.

Per il resto non ho particolari consigli da darti, se non farti i complimenti.

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Dai, mi aggiungo anche io =D

Continuo da dove ha lasciato Nanni.

P.S.: Non sapevo che nomi inventare e ne ho sparati un paio a caso...eheh

Kirten si interpose tra Reynard e Raul. -Come puoi parlare in questo modo dopo aver condiviso tutto fino ad oggi, Raul? Non importa chi eravamo, perché da quando ci siamo trovati, siamo divenuti una famiglia. Questo è ciò che conta...-.

Gli occhi di Reynard si inumidirono e, come poche volte prima di allora, si sentì parte di quella famiglia cui lui stesso aveva dato origine. Gli altri ragazzi se ne stavano in silenzio, nonostante nessuno fosse abbastanza codardo da guardare verso il basso.

I pugni di Raul si strinsero e dentro di lui salì la rabbia. -Tu, l'ultimo arrivato, che cosa ti sei messo in testa? A quanto pare hai ancora molto da imparare. Tutto ciò che conta è il potere ed il denaro; valori di cui parli, conducono un ladro alla distruzione-.

Reynard restava immobile. Si sentiva impotente di fronte a quelle parole e le sue membra erano come paralizzate.

Kirten aveva solo vent'anni, troppo pochi per poter morire. Non si tenne di fronte al ghigno beffardo di Raul e gli andò incontro, senza avere nemmeno il tempo di aprir bocca, però.

Raul, con un gesto fulmineo, estrasse il coltello dalla cinghia, sotto la tunica, e trafisse il ragazzo. Provò piacere nel sentire quella lama nel corpo vivo di Kirten, quella lama che era così abituato ad usare da sentirla parte stessa del suo braccio, quasi fosse un prolungamento di quest'ultimo.

Reynard inorridì di fronte a quella scena ed il suo stomaco si strinse quasi fosse stato chiuso in una morsa. Il corpo di Kirten tremava e nei suoi occhi si vedeva la paura, paura di quello cui stava andando incontro.

Il sangue iniziò ad uscire copioso dal ventre del ragazzo, scorrendo giù per la lama e poi per il braccio di Raul, fino a raggiungere il gomito dove, con un salto nel vuoto, gocciolava sul pavimento in pietra.

Kirten si voltò verso Reynard, quell'amico che era stato per lui un maestro, e lo guardò dritto negli occhi, dicendogli tutto quello che avrebbe voluto dirgli, attraverso quello sguardo.

Reynard era paralizzato e non riuscì a dire né fare nulla, nemmeno quando Raul estrasse la lama dal corpo di Kirten ed esso, nel suo ultimo respiro, cadde a terra.

Il corpo del ragazzo era sdraiato, senza vita, in una pozza di sangue. Raul restò alcuni istanti con lo sguardo fisso su di lui, come se fosse estasiato dall'opera d'arte che aveva di fronte, poi accennò un ghigno. -Te lo avevo detto che i valori di cui parli conducono alla distruzione-.

Reynard non fece nulla, nemmeno quando Raul guardò lui. Era davvero un codardo e la sua paura gli aveva impedito di aiutare l'unica persona al mondo che ancora teneva a lui e che, con coraggio, si era battuto per difenderlo.

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o avrei messo: alla fine, nonostante tutto, un innocente era comunque morto per colpa mia.

Allora, a parte qualche imprecisione che ti ho segnalato, l'ho trovato un bel racconto, molto ben scritto, intenso e scorrevole.

L'unica nota è che, in linea puramente teorica, essendo questo racconto comunque un discorso diretto, presupporrebbe che non si vada mai a capo dopo il punto.

Grazie! :-) Avevo pensato anche io alla regola del non andare a capo dopo il punto, ma rendeva la lettura un po' difficile. Diciamo che mi son preso una licenza letteraria per il bene della vista! :-D

Cavolo RdL, adesso hai messo Reynard in una situazione particolarmente imbarazzante. Se riesco mi inventerò qualcosa per fargliela pagare a Raul! :-P

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Amo i racconti fantasy. Una cosa non mi convince moltissimo:

Davide Zaccardi ha scritto:

A questo punto non me la sento più di tenermi dentro questa cosa e voglio condividerla con voi. Siete i miei compagni d’avventura e in ogni missione rischiate la vostra vita per proteggere la mia: è giusto che sappiate chi sono e come mai sono qui. Dovete sapere che sono un codardo.-

Nonostante l'ambientazione fantasy, considerare il brigantaggio un'avventura mi sembra eccessivo.

Mi spiego: dipende dai tipi. Questi mi sembrano normali ladri, delle avventure se ne infischiano, basta che fanno bottino. Al contrario, se fossero cavalieri erranti o i resti di un esercito imperiale che si da al brigantaggio per un ideale e per causare scompiglio fra i nemici, allora può essere un'avventura, oltre che una missione.

Per questo le parole del protagonista mi sembrano un po forzate, non sapendo, intuendo che i suoi compagni siano normali ladri di strada, senza nessun interesse per l'avventura.

Poi il fatto che Reynard dica che ad ogni loro missione - azione, rischiano la vita per proteggerlo, implichrebbe anche il fatto che i suoi compagni hanno capito che lui sia un codardo.

Se ne sarebbero già disfatti, a mio parere, non sono dei cavalier cortesi.

Per quanto riguarda la storia del furto del quadro, dare la colpa al maggiordomo, è plausibile, anche se non fai vedere la scena dell'esecuzione della condanna.

Bisognerebbe sapere che poteri ha il padre di Reynard per fare il bello e il cattivo tempo nella città di Vysin, per essere un mercante di spezie e tessuti ha troppa voce in capitolo, ma potrebbe anche essere.

Io però, nella lunga confessione di Reynard, avrei anche inframezzato qualche interruzione dei suoi compagni, qualche descrizione ambientale, odori di vino e di cantina, sensazioni... giusto per creare un'atmosfera.

Vi lancio una sfida divertente, se avete voglia di giocare con me: immedesimatevi e scrivete la risposta di uno dei compagni, magari inventando un aneddoto del personaggio al fine di mostrare comprensione od ostilità a Reynard.

L'ho trovato molto interessante. Ci devo pensare. Come in parecchie cose che tento di scrivere, devo avere chiaro il mio mondo immaginario, o farmi una mia idea dell'imput lanciato da altri, in quasi tutti i suoi particolari, prima di poterlo mettere nero su bianco.

Una bella idea.

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Mi è piaciuto davvero tanto, anche io amo le storie di ladri e ne ho anche scritta una tempo fa.

Ti dirò che l'ambientazione fantasy non l'avevo colta, anche se avevo capito che la storia era ambientata nel Medioevo o nel Rinascimento, epoche (specialmente la prima) nelle quali i mercanti di tessuti e di spezie erano ricchi e potenti. Non so se un tale personaggio si sarebbe autodefinito "borghese".

E' un peccato che non sia ambientato nell'Ottocento, avrei potuto scrivere un monologo moralistico sull'etica del ladro gentiluomo.

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