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Stevesteve

La minzione del geometra Messana

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LA MINZIONE DEL GEOMETRA MESSANA

Si rialzò sonnacchioso dal breve riposo pomeridiano.

Si sentiva appiccicato. I calzini aggrumati, la camicia spiegazzata, il cervello confuso.

Avrebbe fatto meglio, prima di coricarsi, a spogliarsi e mettersi in pigiama, invece di limitarsi a slacciare la cintura e allentare la lampo dei pantaloni.

Se lo diceva ogni giorno, da trentadue anni, tanti quanti ne erano trascorsi da quando si era sposato con Elvira. La finzione con sé stesso gli serviva, forse, a mantenersi la possibilità di un qualche miglioramento, nella sua vita, che dipendesse unicamente da lui.

Doveva tornare al lavoro, dove sperava che la nuova impiegata, convinta dai suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, fosse rimasta per gli straordinari.

Il fastidio per sentirsi trasandato si acuiva perché non voleva fare brutta figura con la signora Laura (così si chiamava la nuova impiegata). Ma cambiarsi avrebbe significato rompere un’abitudine. Di più. Avrebbe consumato quella possibilità di miglioramento di cui si diceva. La quale valeva finché restava una possibilità. E se avesse verificato che cambiarsi d’abito dopo aver dormito era effettivamente un miglioramento della sua vita, che cosa avrebbe dovuto concludere, che aveva sbagliato per più di trent’anni? No no, meglio rinviare la verifica.

Si sciacquò la faccia e si cosparse di lavanda. Francese comprata a Parigi. Scusi eh. Ravviò i capelli ancora scuri e ondulati. Tirò indietro le guance un po’ cascanti. Si chiuse il colletto della camicia, rifece il nodo della cravatta, allacciò le scarpe che Elvira aveva lucidato mentre lui riposava. Infilò il gilet di lana inglese – questo comprato in un buon negozio del centro, perché a Londra non era ancora stato – e indossò la giacca.

Si guardò allo specchio. Non andava. Decise che era una giornata in cui era giusto cambiare qualcosa.

Oh solo per oggi sia ben inteso, senza mettere in discussione le regole insomma l’eccezione che conferma, come si dice.

Ordinò a Elvira di preparargli una camicia pulita e l’altro vestito. Il che implicava non più le scarpe nere ma quelle marroni. Ma questo non lo disse perché Elvira avrebbe capito.

Elvira eseguì. Era però inquieta. Ogni giorno, da trentadue anni, esaudiva amorevolmente le richieste del marito. Si era sempre, però, rifiutata di collegare– come pure sarebbe stata in grado anche senza essere molto colta né tantomeno esperta di statistica – i repentini mutamenti di abitudine del marito con le crisi familiari che erano regolarmente seguite. Così si era rassegnata all’insicurezza permanente, che sfogava con meschine scenate per la cena raffreddatasi o per la scelta del canale televisivo. In tal modo, senza saperlo – ma poi chissà – svolgeva l’utile funzione di compensare i sensi di colpa che il buon geometra Messana, se ne fosse stato capace, avrebbe potuto provare.

Il geometra Messana, alle 16 in punto, vestito a nuovo e profumato, scese in garage, borbottò per il coinquilino che lasciava sempre l’auto fuori del box rendendogli così più difficile la manovra, e si diresse in ufficio.

La signora Laura c’era. Mora, più alta della media.

Le scarpe con i tacchi le imponevano una camminata che, non riuscendo alla signora Laura di assumere il portamento cui peraltro aspirava (passo lungo flessuoso nonchalante), risultava piuttosto legnosa.

Certe doti di portamento, d’altra parte, non basta l’applicazione e la volontà a conquistarle, se non le si è respirate fin dall’infanzia. E la signora Laura era di famiglia che qualcuno avrebbe potuto definire «modesta ma decorosa». Non esattamente, quindi, «nobile» né «alto borghese» che, come è noto, sono i luoghi dove certe attitudini si acquisiscono.

Il geometra Messana salutò la signora Laura, fingendo professionale sorpresa per averla trovata ancora al lavoro e si chiuse, come sempre, nella stanza.

Lì stava bene.

Una poltrona comoda, girevole e pieghevole, bei quadri forniti dalla ditta, piante ben curate, moquette blu scuro, un salottino ricavato in un angolo, ampia scrivania con su carte ben ordinate. L’insieme doveva trasmettere, a chi vi entrasse, efficienza nell’ordine e potere nella giustizia. La seconda espressione era un po’ forte ma pazienza: il geometra Messana aveva altre qualità che non un vocabolario forbito.

Era un posto di responsabilità, che il geometra Messana aveva meritato per le sue capacità di lavoratore instancabile, in nome delle quali sapeva di poter pretendere altrettanto impegno, se non dedizione, dai suoi sottoposti.

Qualche collega di malanimo, come ce ne sono, sospettava che il geometra Messana fosse arrivato in quella posizione per due interessi diversi ma parzialmente concomitanti: le proteste per i modi bruschi e villani con i sottoposti e la volontà dell’Amministratore delegato di tenere per un po’ in frigorifero il settore – in altri momenti importante ma con pochi dipendenti – a cui il geometra Messana era stato preposto.

Il geometra Messana, infatti, non era tipo di grandi iniziative, pur essendo scrupoloso esecutore di direttive. Certo, si rendeva ben conto che un capo – sia pure intermedio – in quanto tale doveva averne. Aveva risolto il problema accontentandosi di presentare ai suoi sottoposti, e ai colleghi di pari grado, le istruzioni che riceveva come frutti di sue proposte fatte ingoiare dopo lunghe discussioni all’Amministratore delegato, su cui pensava così di rifarsi per il modo supponente con cui lo trattava.

Il geometra Messana stava bene nella sua poltrona, nella sua stanza. I momenti critici con l’Amministratore delegato erano tutto sommato pochi, e gli restava molto tempo per compensare le frustrazioni che lì accumulava.

Il che faceva, come del resto la generalità dei suoi pari grado – ma che sia un’attitudine ancora più diffusa? – riversando sui sottoposti le angherie che riteneva di subire. Il conto, tuttavia, non tornava. Infatti, il geometra Messana in qualche modo riconosceva all’Amministratore delegato il diritto di infliggergli – e a sé il dovere di subire – tali angherie, ma non gli sembrava di trovare analoga disposizione nei suoi sottoposti.

Quel giovane architetto, per esempio, che ogni tanto pretendeva di scrivere relazioni infarcite di paroloni, quando tutto si poteva dire con le buone cento parole del linguaggio di ufficio. Parole sicure, sperimentate, non aggredibili da equivoci, non soggette a richieste di precisazioni.

Più facile, ma anche di minor soddisfazione, con l’uomo delle pulizie. L’ufficio era uno specchio, ma il geometra Messana gli aveva fatto una scenata, due giorni dopo esservisi insediato, perché a metà mattinata i cessi erano sporchi. Naturalmente egli sapeva benissimo che l’uomo delle pulizie svolgeva il suo lavoro prima dell’inizio e dopo la fine dell’orario d’ufficio e che perciò non poteva essere responsabile della sporcizia degli impiegati. Ma serviva a definire le distanze. Non per niente, dopo la scenata l’uomo delle pulizie salutava sempre con deferenza il geometra Messana, il quale peraltro, qualche settimana dopo, lo gratificò con un «effettivamente da qualche tempo i cessi sono un po’ meno zozzi».

Il pensiero gli fece venire lo stimolo di mingere. La signora Laura lo vide passare nel corridoio e poco dopo lo osservò ritornare con aria soddisfatta.

Il geometra Messana aveva una sua teoria, cui teneva molto e di cui era tanto geloso da non averne fatto parola con alcuno: che ciascuno sfrutti per sé le proprie conoscenze, si diceva, se ho un vantaggio sugli altri perché mai dovrei starlo a dividere?

La teoria, dunque, consisteva nella considerazione che l’urina, al momento della minzione, costituiva una via di comunicazione tra il corpo di chi mingeva e il cesso. Vero che l’urina andava in direzione corpo-cesso, ma vero pure che non si poteva del tutto escludere la possibilità che microrganismi batteri virus e insomma tutto il bestiario che si annida nelle latrine avesse imparato a risalire lungo l’urina con velocità superiore a quella con cui l’urina scendeva e a penetrare così nel corpo.

Faremmo torto al geometra Messana se non gli dessimo credito di rendersi conto della scarsa probabilità che i microrganismi batteri virus etc. fossero così veloci. Ma egli era particolarmente fiero di aver trovato un campo di applicazione a sé stesso di un complesso concetto – il principio di precauzione –di cui aveva letto su qualche titolo di giornale. Del resto, chi potrebbe dimostrarvi che egli avesse torto?

Così, dopo la prima folgorazione, pisciava – pardon, mingeva – in una boccetta che si portava appresso e che vuotava poi nel cesso ripulendola ogni volta scrupolosamente. In seguito, rivelatosi il sistema troppo complicato e fastidioso, si limitava a evitare di mingere tutto di seguito e orinava a schizzi.

In tal modo, argomentava tra sé il geometra Messana, che non era privo di intuito circa i principi della teoria delle probabilità, non aveva la certezza del risultato ma certo rendeva difficilissimo – e per il tempo più breve e per lo schizzo più veloce – il compito dei microrganismi batteri virus etc.

Questa, e non altra, era la ragione per cui il geometra Messana appariva così soddisfatto di sé dopo aver orinato, il che faceva spesso.

Si risiedette in poltrona, sparse ordinatamente alcune carte sulla scrivania – tutte rigorosamente parallele o perpendicolari sia tra loro che rispetto ai margini della scrivania – e chiamò la signora Laura spingendo due volte il segnale dell’interfono.

Quella si presentò dopo un attimo con in mano un blocco notes per stenografia e una matita, pronta ed efficiente.

Una bella cavallona, con quei capelli neri e anche il viso un po’ allungato. La invitò a sedersi e cominciò a dettarle una lettera. Si interruppe spesso, come a concentrarsi, con gli occhi chiusi e le mani strette sulle tempie.

La signora Laura lo osservava con curiosità riemergere da queste brevi apnee mentali, sembrandole apprezzabile lo sforzo che il geometra Messana compiva per rendere in buon italiano i suoi pensieri.

Forse avrebbe apprezzato meno – ma era stata assunta da pochi giorni – se avesse avuto modo di sfogliare il velinario dell’ufficio, dove giacevano decine di lettere identiche a quella che stava stenografando con tanto impegno, desiderosa di fare bella figura.

Certo che lo sforzo di controllo del proprio intelletto di cui il geometra Messana dava mostra doveva apparirle un tantino eccessivo. Tuttavia avrebbe cambiato idea, al riguardo, ammirandone invece la capacità di autocontrollo, se avesse potuto seguire i pensieri del geometra Messana: tutto concentrato, nel suo chiudere gli occhi, a rivivere la scena – da un film – di uno stallone che nella nebbia umida della brughiera montava una splendida cavalla.

Il geometra Messana si compiaceva, rientrando dalle sue brevi assenze a occhi chiusi, di rivedere la scena in tutti i particolari – lo zoccolo scalpitante, le froge fumanti, l’equuspisello vermiglio e spenzolante, i muscoli della coscia saettanti sotto pelle – riuscendo a non sovrapporre i suoi piani sulla signora Laura alle immagini che ricreava.

Finita la dettatura ristette qualche attimo in silenzio a osservare la signora Laura. Questa, prima restò per un po’ in attesa di altre disposizioni, poi prese a gingillarsi con la matita, infine si sistemò meglio sulla poltrona appoggiandosi all’indietro.

Si rassettò la gonna, si aggiustò i capelli spostandoli con i mignoli delle due mani dietro le orecchie.

Si guardò intorno nella stanza mentre il geometra Messana aveva preso a consultare un libro.

Restò a guardarlo per qualche minuto imbarazzata.

La lettera era finita. Lui non la congedava ma sembrava ignorarla. Doveva restare con le mani in mano, rischiando la figura della sciocca, o doveva andare di là a battere a macchina la lettera, col timore di essere ripresa?

Fece un paio di «ehm». Accavallò le gambe da una parte. Poi dall’altra. Ogni volta riassettando la gonna e risistemandosi sulla poltrona.

Si decise, seduta ora sul pizzo della poltrona e con la mano sul bracciolo pronta ad alzarsi, a un «posso andare» che uscì smozzicato perché mentre lo esalava le venne in mente che sarebbe stato preferibile un «ha ancora bisogno di me».

Lo «scccc» del geometra Messana la lasciò a mezz’aria, col sedere sollevato e il peso del corpo distribuito malamente tra il polso sinistro sul bracciolo della poltrona e il gomito destro sulla scrivania.

Ricadde sulla poltrona. Arrossì violentemente quando il geometra Messana, poco dopo, chiese brusco che cosa mai facesse lì impalata e come mai non avesse ancora battuto la lettera, che poi era così breve e semplice, tanto per farla abituare alla dettatura senza impegnarla troppo dato che era alle prime armi.

Sentì che dalle gote la rabbia passava fino alla radice dei capelli, s’impappinò, non trovò le parole giuste e si limitò a tornare nella sua stanza reprimendo le assurde lacrime che insistevano per spuntare.

Il geometra Messana sorrise indulgente e compiaciuto per la propria capacità di controllo del personale.

Esercitarsi nel mettere in imbarazzo gli inferiori, renderli insicuri, era uno dei sistemi preferiti di far valere il suo potere, e il geometra Messana era intimamente convinto che facesse parte delle qualità del buon capo usare di quando in quando questi trucchetti.

La prossima volta la signora Laura si sarebbe alzata appena finita la dettatura e lui l’avrebbe bloccata sulla porta – non prima, non prima! – con un gelido «signora, chi le ha detto di andarsene? Si accomodi, prego». E l’avrebbe tenuta lì per qualche minuto. Dopodiché, l’avrebbe congedata.

La volta successiva, il copione era collaudato, la signora Laura sarebbe stata tesa ed incerta, timorosa di sbagliare, e per lui sarebbe stato più facile cominciare ad aprire qualche breccia. Mostrandosi premuroso, gentile, e preoccupato per il disagio evidente della signora Laura.

Così che, dopo averla sollecitata a esporre con franchezza il perché di quella mancanza di serenità, quando ella avesse cominciato a girare intorno al problema ed egli avesse fatto un gesto di conforto – come una carezza rapida sui capelli – la signora Laura avrebbe «dovuto» considerarla un moto paternalistico, pur percependone in pieno l’ambiguità.

Il geometra Messana si alzò per pisciare. Non poteva davvero dire che la vita fosse avara, con lui.

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Stefano

 

 

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Mi piace l'idea di descrivere la monotonia meschina della giornata di un capo di seconda categoria, con le sue frustrazioni e fantasie

sessuali. Mi ha divertito molto la descrizione dei germi che dal cesso risalirebbero il flusso dell'urina. Nel suo complesso però il racconto

non mi piace: credo sia necessaria una profonda revisione, quantomeno a livello formale. Vanno ancora evitate le ripetizioni.

Di seguito faccio alcune osservazioni più dettagliate.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

La finzione con sé stesso gli serviva, forse, a mantenersi la possibilità di un qualche miglioramento, nella sua vita, che dipendesse unicamente da lui.

 

Il periodo è ingarbugliato. Avrei scritto "La finzione con sé stesso, forse, serviva a mantenere la possibilità di un qualche miglioramento della sua vita", Non capisco poi bene cosa voglia dire quel "che dipendesse unicamente da lui".

 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Doveva tornare al lavoro, dove sperava che la nuova impiegata, convinta dai suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, fosse rimasta per gli straordinari.

 

Avrei scritto:

"Doveva tornare al lavoro. I suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, sperava avessero convinto la nuova impiegata

a rimanere per gli straordinari."

 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Il fastidio per sentirsi trasandato si acuiva perché non voleva fare brutta figura con la signora Laura (così si chiamava la nuova impiegata). Ma cambiarsi avrebbe significato rompere un’abitudine. Di più. Avrebbe consumato quella possibilità di miglioramento di cui si diceva. La quale valeva finché restava una possibilità. E se avesse verificato che cambiarsi d’abito dopo aver dormito era effettivamente un miglioramento della sua vita, che cosa avrebbe dovuto concludere, che aveva sbagliato per più di trent’anni? No no, meglio rinviare la verifica.

 

Le parantesi è sempre meglio sostituirle con un virgola. "Di cui si diceva" lo trovo poco chiaro, avrei scritto "in cui continuava a sperare". Toglierei "La quale valeva finché restava

una possibilità". " era effettivamente un miglioramento della sua vita": io scriverei "fosse".

 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

In tal modo, senza saperlo – ma poi chissà – svolgeva l’utile funzione di compensare i sensi di colpa che il buon geometra Messana, se ne fosse stato capace, avrebbe potuto provare.

 

Credo che forse sarebbe meglio introdurre il nome del protagonista all'inizio, magari scrivendovi "Il geometra Messana si rialzò sonnacchioso dal breve riposo pomeridiano". Qui potrebbe bastare "il marito".

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Il geometra Messana, alle 16 in punto, vestito a nuovo e profumato, scese in garage, borbottò per il coinquilino che lasciava sempre l’auto fuori del box rendendogli così più difficile la manovra, e si diresse in ufficio.

 

Scriverei "per via del coinquilino", secondo me si capisce meglio, e fuori "dal" box piuttosto che fuori "del" box.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Le scarpe con i tacchi le imponevano una camminata che, non riuscendo alla signora Laura di assumere il portamento cui peraltro aspirava (passo lungo flessuoso nonchalante), risultava piuttosto legnosa.

Certe doti di portamento, d’altra parte, non basta l’applicazione e la volontà a conquistarle, se non le si è respirate fin dall’infanzia. E la signora Laura era di famiglia che qualcuno avrebbe potuto definire «modesta ma decorosa». Non esattamente, quindi, «nobile» né «alto borghese» che, come è noto, sono i luoghi dove certe attitudini si acquisiscono.

 

Cercherei di scrivere in altro modo, la lunga subordinata spezza il discorso, qualcosa come:

"Per quanto si sforzasse, la signora Laura non riusciva ad assumere il portamento elegante cui evidentemente aspirava. La sua andatura appariva legnosa, mentre avrebbe voluto

avere un passo lungo e flessuoso". Il francesismo e il periodo che segue li eviterei proprio.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Era un posto di responsabilità, che il geometra Messana aveva meritato per le sue capacità di lavoratore instancabile, in nome delle quali sapeva di poter pretendere altrettanto impegno, se non dedizione, dai suoi sottoposti.

 Invertirei: "pretendere dai suoi sottoposti altrettanto impegno".

 

Mi fermo qui con il commento interlineare, perché non credo sia mio compito riscrivere il pezzo. Un'ultima osservazione: farei qualche sforzo per evitare le ripetizioni. L'espressione 

"il geometra Messana" è ripetuta eccessivamente, spesso potrebbe essere omessa o sostituita con un pronome. Ancora, credo vi siano un po' troppi "mingere", "minzione" e simili.

L'idea del ponte "corpo-cesso", come ho detto sopra, è divertente, ma anche qui eviterei di ripetere. 

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Grazie delle tante, puntuali osservazioni.

 

D'accordo su fosse e da, che sono errori.

 

Sul resto, in parte concordo ma in parte lo stile involuto vorrebbe, forse senza successo, rendere la personalità del protagonista.

 

Grazie di nuovo.

Stefano

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Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

La finzione con sé stesso gli serviva, forse, a mantenersi la possibilità di un qualche miglioramento, nella sua vita, che dipendesse unicamente da lui.

Si ripeteva da trentadue anni che sarebbe stato meglio fare il sonnellino in pigiama piuttosto che vestito. Non capisco di che finzione si parla.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Il fastidio per sentirsi trasandato

Direi “di” sentirsi trasandato.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Ma cambiarsi avrebbe significato rompere un’abitudine.

Ma non doveva pensava di mettersi in pigiama? Comunque, questo punto mi sembra un po’ troppo ripetuto e ribadito.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Tirò indietro le guance un po’ cascanti.

Magari se le tirò in su. Ma tanto, a che serve, mica possono restare così!

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Oh solo per oggi sia ben inteso, senza mettere in discussione le regole insomma l’eccezione che conferma, come si dice.

Rivedrei la punteggiatura di questa frase. Oh, solo per oggi sia ben inteso, senza mettere in discussione le regole. Insomma, l’eccezione che conferma, come si dice.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Ordinò a Elvira di preparargli una camicia pulita e l’altro vestito. Il che implicava non più le scarpe nere ma quelle marroni. Ma questo non lo disse perché Elvira avrebbe capito.

Cosa dovrebbe capire da scarpe intonate al vestito?

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Una poltrona comoda, girevole e pieghevole, bei quadri forniti dalla ditta, piante ben curate, moquette blu scuro, un salottino ricavato in un angolo, ampia scrivania con su carte ben ordinate. L’insieme doveva trasmettere, a chi vi entrasse, efficienza nell’ordine e potere nella giustizia. La seconda espressione era un po’ forte ma pazienza

Più che forte, il potere nella giustizia mi sembra citato a sproposito.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Qualche collega di malanimo, come ce ne sono, sospettava che il geometra Messana fosse arrivato in quella posizione per due interessi diversi ma parzialmente concomitanti: le proteste per i modi bruschi e villani con i sottoposti e la volontà dell’Amministratore delegato di tenere per un po’ in frigorifero il settore – in altri momenti importante ma con pochi dipendenti – a cui il geometra Messana era stato preposto.

Anche questa frase non la capisco. Il geometra sarebbe arrivato ad un posto di prestigio per le proteste dei dipendenti che si sentivano maltrattati, nonché per la volontà dell’AD di tenere sottotono il settore. Non mi sembrano interessi, e non vedo come possano essere concomitanti.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Del resto, chi potrebbe dimostrarvi che egli avesse torto?

Direi: chi avrebbe potuto dimostrare che egli avesse torto?

 

Su questo testo sono parecchio perplesso perché si mischiano espressioni piuttosto dubbie (almeno per me),  nonché il finale (“Il geometra Messana si alzò per pisciare. Non poteva davvero dire che la vita fosse avara, con lui”, senza punto in fondo e piuttosto slegato da quanto precede), con considerazioni che mi sono molto piaciute. La descrizione dello squallore della vita lavorativa – almeno in questa particolare azienda - della pochezza dei suoi personaggi, dai vertici in giù, convince sicuramente; come pure l’adozione generalizzata dei patetici, ma efficaci, escamotage con i quali si conquista, si esercita, si mantiene e si consolida il potere. Purtroppo c’è una buona dose di verità in tutta quest’ipocrisia, né il linguaggio “anticato” – che fa pensare ad anni passati da tempo – ci può esimere dal pensare che anche oggi poco sia cambiato. L’eliminazione di qualche frase troppo involuta e di qualche insistenza, a mio avviso migliorerebbe ancora il testo.

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Ciao @Stevesteve, ho appena finito di leggere il tuo racconto.
Mi avvio a rendertene una recensione quanto più dettagliata.
Nonostante il testo mi abbia lasciato perplesso, devo dire che nel complesso mi è piaciuto, anche se ci sono molti elementi da rivedere.
Vi è indubbiamente una discreta padronanza dell'italiano rispetto alla forma e al lessico (anche se quest'ultimo non è sempre esatto, come nel caso di 'meschino', che tra poco andrò ad analizzare).
Il testo presenta una quantità inverosimile di incisi che disturbano fortemente la lettura e che, oltre a dover essere riletti più volte, costringono il lettore a correre per arrivare al punto e riprendere fiato. Tu non stai raccontando azioni in cui vi è frenesia, tutt'altro, dunque questa percezione dovrebbe essere limitata, a mio avviso. 
Questo contribuisce a una costruzione eccessivamente asindetica e ipotattica. 
L'ipotassi non è certo un problema, prediligendola io stesso per i miei scritti, ma deve far venire dietro il lettore alla lettura, altrimenti si perde il filo della narrazione e diviene disturbante. 
Gli incisi regnano sovrani e nella maggior parte dei casi sono del tutto superflui, non rappresentando a mio avviso una ponderata scelta stilistica, dato che il tuo stile si rende evidente per tutta la lunghezza del racconto.
Quindi, il racconto mi è piaciuto per la tecnica di narrazione (per come l'ho immaginata, ovvero rimuovendo l'incredibile armatura di cui l'hai ornata) e per la caratterizzazione dei personaggi; in diversi punti ho potuto vedere la scena, ragion per cui deduco fosse una buona costruzione. 
Trovo però tutta questa mole di parole esagerata. La costruzione sintattica è un tessuto fittissimo difficile da districare.
Vado a contare i peli sul dorso degli acari:

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

La finzione con sé stesso gli serviva, forse, a mantenersi la possibilità di un qualche miglioramento, nella sua vita, che dipendesse unicamente da lui.

Primo esempio, ed è solo un esempio, poiché capisco che qua era necessario, tuttavia sono i primi due vicinissimi incisi. 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Doveva tornare al lavoro, dove sperava che la nuova impiegata, convinta dai suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, fosse rimasta per gli straordinari.

Tutto quello che non ho sottolineato è inciso, ed è più lungo della principale; se lascio l'inciso devo rileggere tre volte. In numerosi periodi ho dovuto sottrarre l'inciso e 'tradurlo' a parte per poter decriptare la frase. 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Ma cambiarsi avrebbe significato rompere un’abitudine. Di più. Avrebbe consumato quella possibilità di miglioramento di cui si diceva. La quale valeva finché restava una possibilità.

Improvvisamente paratassi a mio avviso non necessaria. Dopo il sottolineato, piuttosto, avrei visto meglio una virgola.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Si sciacquò la faccia e si cosparse di lavanda. Francese comprata a Parigi. Scusi eh. Ravviò i capelli ancora scuri e ondulati. Tirò indietro le guance un po’ cascanti.

Piacevole l'enumeratio successiva, meno il sottolineato.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Infilò il gilet di lana inglese – questo comprato in un buon negozio del centro, perché a Londra non era ancora stato – e indossò la giacca.

Il barrato disturba la lettura, perché devi specificarlo? L'intero inciso sarebbe superfluo, sebbene abbia inteso venire dietro all'ancora semantica 'inglese'.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Oh solo per oggi sia ben inteso, senza mettere in discussione le regole insomma l’eccezione che conferma, come si dice.

Da rivedere punteggiatura, costruzione della frase e completare il modo di dire, che spezzato non suona bene.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Ordinò a Elvira di preparargli una camicia pulita e l’altro vestito. Il che implicava non più le scarpe nere ma quelle marroni. Ma questo non lo disse perché Elvira avrebbe capito.

Paratassi non necessaria, punti al posto delle virgole. Interpunzione da rivedere.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Elvira eseguì. Era però inquieta. Ogni giorno, da trentadue anni, esaudiva amorevolmente le richieste del marito. Si era sempre, però, rifiutata di collegare– come pure sarebbe stata in grado anche senza essere molto colta né tantomeno esperta di statistica – i repentini mutamenti di abitudine del marito con le crisi familiari che erano regolarmente seguite.

Ripetizioni (il sottolineato); prima paratassi e poi ipotassi con inciso poco chiaro.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

meschine scenate per la cena raffreddatasi

Non è il giusto aggettivo. 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Mora, più alta della media.

Cliché, in ogni racconto si legge sempre che qualcuno è più alto della media. Semplificare non è sempre un male, qua era sufficiente 'alta'.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Certe doti di portamento, d’altra parte, non basta l’applicazione e la volontà a conquistarle, se non le si è respirate fin dall’infanzia. E la signora Laura era di famiglia che qualcuno avrebbe potuto definire «modesta ma decorosa». Non esattamente, quindi, «nobile» né «alto borghese» che, come è noto, sono i luoghi dove certe attitudini si acquisiscono.

Mi piace il complesso, ma la punteggiatura è da rivedere. Asindeti e paratassi.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

altrettanto impegno, se non dedizione, dai suoi sottoposti.

L'inciso è superfluo, tanto più per il fatto che impegno e dedizione sono sinonimi.

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Qualche collega di malanimo, come ce ne sono, sospettava che il geometra Messana fosse arrivato in quella posizione per due interessi diversi ma parzialmente concomitanti: le proteste per i modi bruschi e villani con i sottoposti e la volontà dell’Amministratore delegato di tenere per un po’ in frigorifero il settore – in altri momenti importante ma con pochi dipendenti – a cui il geometra Messana era stato preposto.

Incisi dovunque, punteggiatura da rivedere, ipotassi ai livelli di Svevo. E' un periodare arzigogolato ed estremamente lungo. 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

l che faceva, come del resto la generalità dei suoi pari grado – ma che sia un’attitudine ancora più diffusa? – riversando sui sottoposti le angherie che riteneva di subire. Il conto, tuttavia, non tornava. Infatti, il geometra Messana in qualche modo riconosceva all’Amministratore delegato il diritto di infliggergli – e a sé il dovere di subire – tali angherie, ma non gli sembrava di trovare analoga disposizione nei suoi sottoposti.

Idem. Incisi dovunque. 

 

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Il geometra Messana si compiaceva, rientrando dalle sue brevi assenze a occhi chiusi, di rivedere la scena in tutti i particolari – lo zoccolo scalpitante, le froge fumanti, l’equuspisello vermiglio e spenzolante, i muscoli della coscia saettanti sotto pelle – riuscendo a non sovrapporre i suoi piani sulla signora Laura alle immagini che ricreava.

Finita la dettatura ristette qualche attimo in silenzio a osservare la signora Laura. Questa, prima restò per un po’ in attesa di altre disposizioni, poi prese a gingillarsi con la matita, infine si sistemò meglio sulla poltrona appoggiandosi all’indietro.

Incisi dovunque e ipotassi.

 

Credo di potermi fermare con le quotazioni, sebbene abbia saltato una copiosissima quantità di materiale.
Ho preso alcune frasi a caso nel testo e in ognuna di esse ho trovato incisi; invero, nel testo, le frasi che ne sono sprovviste costituiscono la minima parte.
Questo, naturalmente, non ha consentito che la lettura fosse fluida.
Il periodare è ricchissimo in subordinate e la forma è da rivedere.
Ripeto, indubbiamente sei in grado di scrivere, ma devi lavorare moltissimo sulla sfrondatura, nonché su alcuni elementi del lessico. Avere una buona padronanza dell'italiano non equivale automaticamente a saper scrivere correttamente; devi cercare di misurare le parole in modo da rendere la ricezione più semplice per il lettore. 
Ho avuto l'impressione che volessi imporre la presenza con uno stile barocco (e te lo dice uno che, a detta di alcuni qua nel forum, lo è molto), costruito in modo fittizio così da apparire 'sguaiatamente' forbito. 
L'idea è buona e credo che tu disponga di ottime capacità, ma devi compiere un passo indietro e fare come Picasso: tornare al semplice, il che non vuol dire snaturare il tuo stile.

 

Mi auguro che il mio giudizio non ti sia parso troppo severo, ma sono convinto che la critica debba essere quanto più oggettiva e disinteressata per sortire i suoi effetti.

A presto! :) 

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@Macleo e @Freedom Writer grazie per l'editing così puntuale.

 

È un racconto che ha una sua età, ci sono affezionato, credo che ne farò una versione che tenga conto di molte delle vostre osservazioni.

 

 

20 ore fa, Macleo ha scritto:

Cosa dovrebbe capire da scarpe intonate al vestito?

la moglie avrebbe dovuto capire, senza bisogno che lui glielo ricordasse, che avendole chiesto di cambiare il vestito, avrebbe dovuto preparargli anche scarpe diverse.
Francamente, questo punto mi sembrava chiaro. O no?

 

Il 17/1/2020 alle 18:29, Ezio Bruno ha scritto:

"Doveva tornare al lavoro. I suoi discreti consigli che, per carità, non erano assolutamente da interpretare come pressioni, sperava avessero convinto la nuova impiegata

a rimanere per gli straordinari."

sul punto sono d'accordo, non sul posticipare "sperava"-

 

21 ore fa, Macleo ha scritto:

Più che forte, il potere nella giustizia mi sembra citato a sproposito.

l'intenzione è di rendere quanto il personaggio sia borioso

 

grazie ancora!

 

Stefano

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6 minuti fa, Stevesteve ha scritto:
21 ore fa, Macleo ha scritto:

Cosa dovrebbe capire da scarpe intonate al vestito?

la moglie avrebbe dovuto capire, senza bisogno che lui glielo ricordasse, che avendole chiesto di cambiare il vestito, avrebbe dovuto preparargli anche scarpe diverse.
Francamente, questo punto mi sembrava chiaro. O no?

 

Detto così è chiarissimo e, se uno non capisce (io), dovrebbe essere tanto peggio per lui.

Tuttavia, insisto solo un attimo non per pignoleggiare, ma solo per far rilevare (la qual cosa serve anche a me stesso) quanto sia facile, scrivendo, provocare impreviste reazioni e malintendimenti in chi legge.

Il 12/1/2020 alle 14:52, Stevesteve ha scritto:

Ordinò a Elvira di preparargli una camicia pulita e l’altro vestito. Il che implicava non più le scarpe nere ma quelle marroni. Ma questo non lo disse perché Elvira avrebbe capito.

Tutto chiarissimo se uno legge l'ultima frase così, come del resto tu volevi fosse letta: "ma non le disse di cambiare le scarpe, tanto sapeva bene che lei lo avrebbe capito da sola".

Io, invece, avevo letto: "ma non le disse di cambiare le scarpe perché  altrimenti, da questa eccessiva frenesia di apparire inappuntabile, lei avrebbe potuto capire che teneva a piacere a qualcun'altra."

 

Ripeto ancora per evitare fraintendimenti: è chiaro che hai ragione tu e che la lettura corretta è la tua, ma ho voluto solo spiegarti come si può cadere facilmente in errore.

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