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Joyopi

[N2019 - 3B] La strada verso Villa Ortica

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Genere: sentimentale

Traccia 1: il rifiuto

 

La strada verso Villa Ortica

 

Un giorno lessi da qualche parte che ogni città ha una propria voce. Quella volta mi sembrò una stronzata. Eppure, se a distanza di tempo mi tornò in mente, vuol dire che mi aveva colpito più di quanto credessi. Ci ripensai mentre uscivo dal treno, perciò decisi di passare davanti a Villa Ortica. E poi volevo vedere quello che già sapevo.
Il viaggio era stato lungo. Ero quasi arrivato a casa. In realtà erano diversi anni che vi abitavano solo mamma e papà e non ci tornavo da tanto, ma non si smette mai di chiamare così il primo posto in cui ci si sporca di sugo.
Dalla stazione alla Villa occorrevano circa dieci minuti a piedi, passando per la parte vecchia del borgo. Si allungava il cammino verso casa e faceva freddo, ma non mi dispiaceva rispolverare una parte di ricordi.

 

Se è vero che ogni città ha la propria, la voce di Rivabella deve assomigliare a quella di Zí Rocco. 
La sua era la voce del vecchietto di paese, sporcata da un dialetto ingiallito e ruvida come le mani dalle mille rughe, una per ciascuno dei mestieri di cui era capace. Per qualcuno era u' buttaru, per altri u' trainiru. Per me, prima di essere u’ guardianu, era stato u' scarparu. Di scarpe non me ne aveva mai aggiustate, ma lo era nei racconti di mio padre e ne avevo ereditato il ricordo. Anche la voce di mio padre rassomiglia a quella di Zì Rocco. L’ascolto al telefono e più mi sembra che i due suoni si avvicinino. 
Forse, oltre ad avere una voce, una città deve tenere pure una propria parola. 
Ooooh! 
Sì. Ooooh! Fosse per me, a Rivabella assegnerei questa. Un’onomatopea. Lo stupore dei bambini in un paese fatto per lo più di vecchi perché i giovani vanno via. Il pensiero di un Ooooh! esclamato dalla bocca sdentata di Zì Rocco mi fa sorridere, però è un sorriso un po’ malinconico, di come mi faceva sorridere lui, con i suoi modi aggrappati così indietro nel tempo da fare l’effetto di un grammofono in un negozio di ipod.
Novantotto anni, vissuti tutti in un piccolo borgo di come se ne incontrano mille su e giù per lo stivale, soprattutto giù. Credo avesse molto coraggio, perché in certi posti c’è ne vuole più a restare che a partire. 
A Rivabella non c’è il mare, l’unica riva presente era quella di un fiumiciattolo dal lato opposto alla Villa che s'asciugò di colpo nei primi anni Cinquanta. Era su quella proda che aveva costruito la casa in cui viveva, Zí Rocco, e pure se il fiume non c'era più, per qualcuno era ancora u' piscaturu di ghiozzi di rigagnolo. 
Zí Rocco non era mio zio, ma lo era per tutto il paese. Lui c’era da prima di chiunque altro, era come la quercia secolare che il figlio del contadino guarda con riverenza. Anche se non ufficialmente, negli ultimi anni era considerato da tutti il guardiano di Villa Ortica perché era lui a curarne il giardino e a mettere una pezza dove ce n’era bisogno. Dev'essere per questo che quando morì, seppure fossi già lontano e non lo vedessi da tempo, la notizia mi raggiunse subito e ci mise parecchio a mollarmi. Immagino sia stato lo stesso per gli altri andati via. 
Gli andati via. Non è male come definizione. Emigrati non mi è mai piaciuta, perché sembra far strada a un carico di nostalgia che per un ragazzo non dovrebbe essere già così familiare.

 

Percorrendo i vialetti del paese transitai accanto ad alcune delle loro case, degli altri andati via. Disposte una dopo l’altra erano come vasi per gerani vuoti. La più alta e nuova era la casa di Gino, e passandoci di fianco mi domandai che fine avesse fatto.
L’Ooooh! più forte era stato il suo quando avevamo visto per la prima volta Villa Ortica adornata per Natale. Per l’occorrenza, sulla facciata principale della casa erano state disseminate lucine argento e blu intervallate da serpentine rosse intermittenti. Ai nostri occhi da ragazzini ricordava vagamente l’ingresso di un Lunapark. Dal tetto scendevano lungo le pareti nuvole di neve posticcia che immaginavamo essere zucchero filato. Nel cortile che la attorniava gli alberi ornati dalle luminarie erano fuochi dorati e scintillanti. Tutto l’edificio era un brillio e uno sfavillio che lasciò a bocca aperta la città intera, me compreso. 
Villa Ortica risaliva ai primi dell’Ottocento. Non era l’edificio più antico del paese, perché c’era la chiesa di Padre Mario che era lì nel centro della piazza da almeno duecento anni prima. Però era quello di maggior valore, l’unico segnato sui cartelli marrone che indicano la presenza di un edificio di dote storica o artistica a un ipotetico turista. Era appartenuto a una famiglia aristocratica, un barone che ne aveva fatto la propria residenza campestre, ma non ricordo come era finita col tempo nelle proprietà comunali, diventando la Tour Eiffel di Rivabella, un gioiello da tenere lucido e vivo.
Eppure quel Natale fu la prima occasione che la capivo, la prima che ci incontravamo, lei così seducente e io forse non del tutto maturo ma già non più bambino, come quando a una compagna di scuola rivolgi una timida parola d’apprezzamento perché la vedi per la prima volta con trucco e rossetto alla luce della sera e i suoi occhi smettono di stare bassi e i tuoi cominciano. Quando succede è un Ooooh! silenzioso e intimo che ti sconvolge le viscere e cambia per sempre il tuo modo di giocare con il resto del mondo. Così fu, un amore a prima vista.

 

Passai proprio davanti alla vecchia chiesa, e nella piazza riempita solo dal vento di dicembre svoltai a destra e discesi lungo la contrada che portava dritto alla Villa e subito dopo alla mia vecchia scuola. Mischiata nel grappolo di casette che incrociai immediatamente c’era quella da cui, per tante mattine, avevo aspettato comparisse Laura, nascosto dietro un muro di pietra che poteva celare tutto tranne la mia ansia di sbucare fuori, una volta che lei fosse uscita, e poter dire “ciao, che coincidenza, andiamo insieme?”. 
Era un Ooooh! di sorpresa quello di Laura, e scendevamo giù lungo la contrada e costeggiavamo la Villa ammirandone l’imponenza e l’eleganza prima di arrivare a scuola. Dopo qualche tempo si faceva di meraviglia, che è qualcosa di più bello ancora, lo dice la parola stessa. Quando diventò d’amore non lo saprei dire bene, ma di sicuro ricordo ogni singolo Ooooh! di passione che i nostri corpi si scambiarono per la prima volta nella vecchia Dodge di papà, con le ruote che affondavano nel terreno fangoso e buio dietro Villa Ortica, mentre io affondavo dentro lei.
Qualche volta c’entrammo pure, nella Villa. Sulle prime dovevamo fare attenzione a non farci scoprire. C’era un alto cancello da sbalzare e una vigilanza notturna da eludere. In quelle occasioni un Ooooh! fuoriusciva dalle nostre bocche perché star lì dentro, da soli, ci faceva sentire un re e una regina.

Poi divenne più facile e meno emozionante, solo un vecchio guardianu da non svegliare. La reggia cominciava a creparsi. Se noi due eravamo cresciuti insieme e in fretta, lei era incanutita altrettanto, e da fiore all’occhiello del paese stava regredendo adagio a rifiuto ingombrante. Così avevamo smesso di andarci e, senza neppure rendercene conto, di amarci. Gli ultimi Ooooh! erano diventati di rancore.

 

Il telefono squillò: la voce di mamma, anch’essa sempre più simile a quella di Zì Rocco, mi chiedeva dove fossi e mi ricordava che mi stavano aspettando, tutti intorno alla tavola allungata come da tanto non succedeva. I miei genitori e fratelli bidimensionali.
Sì, il nostro è il tempo dei genitori e dei fratelli bidimensionali, e per i nostri genitori dei figli bidimensionali, perché la lontananza ci ha abituato a vederci proprio così, su un ritaglio di plastica, che se è vero che almeno ci avvicina per un pezzetto di giornata ogni tanto, ugualmente ci priva di una dimensione, e non a caso è quella della profondità. 
Le dissi che a momenti sarei stato lì e attaccai. Nel frattempo ero arrivato fuori a Villa Ortica. 
A quello che ne restava.
Quando girai le spalle a un rudere curvo e disfatto, un Ooooh! mi scoppiò in petto, grido del tempo che passa.
 

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:) Eccomi da te, @Joyopi ,  nel  ruolo autoinflitto   ;)  di CddS (Commentatrice degenere di Scrittopoli).

 

 

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

La strada verso Villa Ortica

Un giorno lessi da qualche parte che ogni città ha una propria voce. Quella volta mi sembrò una stronzata. Eppure, se a distanza di tempo mi tornò in mente,

mi torna  in mente

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

 

vuol dire che mi aveva colpito più di quanto credessi. Ci ripensai mentre uscivo dal treno,

forse, è più elegante dire:mentre uscivo dalla stazione,

 

 

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

L’ascolto al telefono e più mi sembra che i due suoni si avvicinino. 

 

forse meglio: Più l'ascolto al telefono e più mi sembra che i due suoni si avvicinino.

 

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

Forse, oltre ad avere una voce, una città deve tenere pure una propria parola. 
Ooooh! 
Sì. Ooooh! Fosse per me, a Rivabella assegnerei questa. Un’onomatopea. Lo stupore dei bambini in un paese fatto per lo più di vecchi perché i giovani vanno via. Il pensiero di un Ooooh! esclamato dalla bocca sdentata di Zì Rocco mi fa sorridere, però è un sorriso un po’ malinconico, di come mi faceva sorridere lui, con i suoi modi aggrappati così indietro nel tempo da fare l’effetto di un grammofono in un negozio di ipod.

Molto d'effetto questo pezzo!

 

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

Novantotto anni, vissuti tutti in un piccolo borgo di come se ne incontrano mille su e giù per lo stivale, soprattutto giù. Credo avesse molto coraggio, perché in certi posti c’è ne vuole più a restare che a partire. 
A Rivabella non c’è il mare,

punto e virgola

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

 

l’unica riva presente era quella di un fiumiciattolo dal lato opposto alla Villa che s'asciugò di colpo nei primi anni Cinquanta. Era su quella proda che aveva costruito la casa in cui viveva, Zí Rocco, e pure se il fiume non c'era più, per qualcuno era ancora u' piscaturu di ghiozzi di rigagnolo. 
Zí Rocco non era mio zio, ma lo era per tutto il paese. Lui c’era da prima di chiunque altro, era come la quercia secolare che il figlio del contadino guarda con riverenza. Anche se non ufficialmente, negli ultimi anni era considerato da tutti il guardiano di Villa Ortica perché era lui a curarne il giardino e a mettere una pezza dove ce n’era bisogno. Dev'essere per questo che quando morì, seppure fossi già lontano e non lo vedessi da tempo, la notizia mi raggiunse subito e ci mise parecchio a mollarmi. Immagino sia stato lo stesso per gli altri andati via. 
Gli andati via. Non è male come definizione. Emigrati non mi è mai piaciuta, perché sembra far strada a un carico di nostalgia che per un ragazzo non dovrebbe essere già così familiare.

 

Percorrendo i vialetti del paese

virgola

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

 

transitai accanto ad alcune delle loro case, degli altri andati via. Disposte una dopo l’altra erano come vasi per gerani vuoti.

 

vasi vuoti per gerani.

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

 Nel cortile che la attorniava

virgola

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

gli alberi ornati dalle luminarie erano fuochi dorati e scintillanti. Tutto l’edificio era un brillio e uno sfavillio che lasciò a bocca aperta la città intera, me compreso. 
Villa Ortica risaliva ai primi dell’Ottocento. Non era l’edificio più antico del paese, perché c’era la chiesa di Padre Mario che era lì nel centro della piazza da almeno duecento anni prima. Però era quello di maggior valore, l’unico segnato sui cartelli marrone che indicano la presenza di un edificio di dote storica o artistica a un ipotetico turista. Era appartenuto a una famiglia aristocratica, a un barone che ne aveva fatto la propria residenza campestre,

 

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

ma non ricordo come era finita col tempo nelle proprietà comunali, diventando la Tour Eiffel di Rivabella, un gioiello da tenere lucido e vivo.

Perché andare all'estero coi riferimenti, quando puoi usare un simbolo di casa tua, ad esempio,il Colosseo?

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

Eppure quel Natale fu la prima occasione che la capivo, la prima che ci incontravamo, lei così seducente e io forse non del tutto maturo ma già non più bambino, come quando a una compagna di scuola rivolgi una timida parola d’apprezzamento perché la vedi per la prima volta con trucco e rossetto alla luce della sera e i suoi occhi smettono di stare bassi e i tuoi cominciano.

cominciano ad abbassarsi.

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

Era un Ooooh! di sorpresa quello di Laura, e scendevamo giù lungo la contrada e costeggiavamo la Villa

virgola

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

ammirandone l’imponenza e l’eleganza prima di arrivare a scuola.

 

Sì, il nostro è il tempo dei genitori e dei fratelli bidimensionali, e per i nostri genitori dei figli bidimensionali, perché la lontananza ci ha abituato a vederci proprio così, su un ritaglio di plastica, che se è vero che almeno ci avvicina per un pezzetto di giornata ogni tanto, ugualmente ci priva di una dimensione, e non a caso è quella della profondità. 

bell'espressione!

2 ore fa, Joyopi ha scritto:

Quando girai le spalle a un rudere curvo e disfatto, un Ooooh! mi scoppiò in petto, grido del tempo che passa.
 

 

Sula decadenza di quanto, da giovani, ci era sembrato opulento e meraviglioso. Bel finale!

 

CddS  Zaza  :saltello:

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@Joyopi

 

 

19 ore fa, Joyopi ha scritto:

Un giorno lessi da qualche parte che ogni città ha una propria voce. Quella volta mi sembrò una stronzata. Eppure, se a distanza di tempo mi tornò in mente, vuol dire che mi aveva colpito più di quanto credessi.

La consecutio dei tempi non mi suona benissimo: l'aver usato il passato remoto per due cose che sono accadute i due momenti distanti del passato... forse userei "un giorno avevo letto" nella prima frase, collocando l'azione ancor prima del tempo in cui poi gli "tornò in mente". Oppure "se a distanza di tempo mi era tornato in mente"... insomma... ci ragionerei un attimo su.

 

19 ore fa, Joyopi ha scritto:

perché in certi posti c’è ne vuole

Attenzione qui: "ce ne vuole".

 

Bella la storia, bella l'idea della voce della città e di come essa entri dentro e si fonda con il vissuto del personaggio stesso, sino a divenire un'unica voce, un unico sentimento.

Molto bello il finale, davvero ottima l'ambientazione.

Unica cosa, sopratutto la prima parte è forse un po' "raccontata"... non è necessariamente un male, solo una mia annotazione, ma la trama stessa si sviluppa con un ritmo un po' lento...

In generale mi è piaciuto.

 

Ciao e perdona la brevità del commento!

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Ciao, @Joyopi , un bel racconto il tuo, molto malinconico e con delle idee molto interessanti; tra tutte l'espediente dei nomignoli e dell'onomatopea. Ho apprezzato le descrizioni della città perché erano coadiuvate dai ricordi che hanno dato forza al tutto. Forse, nel finale, quell'OoooH! appariva un po' troppo spesso, rischiando di perdere la sua forza evocativa, ma è davvero una quisquilia. Per me il racconto tocca le giuste corde, ed è anche scritto bene. Un buon lavoro, alla prossima. (

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Ciao @Joyopi,

 

Il tuo racconto è molto piacevole. Si attraversa il paese insieme al protagonista e di rivive con lui la sua infanzia e la sua giovinezza. Emozioni e commuovi.

 

Solo una frase mi è sembrata un po' troppo retorica e che non aggiunge niente che non ci hai già detto in maniera indiretta, con più efficacia, e cioè questa:

Il 11/1/2020 alle 15:07, Joyopi ha scritto:

miei genitori e fratelli bidimensionali.
Sì, il nostro è il tempo dei genitori e dei fratelli bidimensionali, e per i nostri genitori dei figli bidimensionali, perché la lontananza ci ha abituato a vederci proprio così, su un ritaglio di plastica, che se è vero che almeno ci avvicina per un pezzetto di giornata ogni tanto, ugualmente ci priva di una dimensione, e non a caso è quella della profondità. 

 

Ho apprezzato anche il nome Villa Ortica, amo i riferimenti alla natura, soprattutto al regno vegetale. 

 

Talia 

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@Joyopi Bellissimo tour nostalgico di un paesino :) Procede lento e tranquillo come una passeggiata distratta, rendendo perfettamente lo stato d'animo del protagonista.

La cosa che ho apprezzato di più è il modo in cui sei riuscito a rendete estremamente coerente un racconto che apparentemente è un flusso libero, quasi casuale di pensieri, e questo semplicemente facendo un uso molto buono di riferimenti qui e lì alle parti che stavano per seguire o che avevano preceduto nel testo.

 

Quota

la voce di mamma, anch’essa sempre più simile a quella di Zì Rocco

Ammazza, fumatrice incallita? :P

 

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Il 11/1/2020 alle 17:07, Joyopi ha scritto:

Il viaggio era stato lungo. Ero quasi arrivato a casa. In realtà erano diversi anni che vi abitavano solo mamma e papà e non ci tornavo da tanto, ma non si smette mai di chiamare così il primo posto in cui ci si sporca di sugo.

 

Casa mia è Mosca, ci vivo da undici anni. Però ogni volta che torno a Livorno dico: vado a casa :D

 

Il 11/1/2020 alle 17:07, Joyopi ha scritto:

posti c’è ne vuole più a restare che a partire. 

 

refuso ce ne

 

RAcconto tra i ricordi. Un racconto che mi tocca da vicino, essendo anch'io uno degli andati via. Belle molte metafore e descrizioni. Piaciuto.

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@Poeta Zaza @AndC @Rhomer @Talia @Lizz @Vincenzo IennacoIennaco @Ghigo

Grazie a tutti voi per essere passati e per non esservi addormentati in giro per Rivabella! :lol:

Davvero, siete stati gentilissimi!

 

Il 11/1/2020 alle 17:55, Poeta Zaza ha scritto:

mi torna  in mente

Perché? Sta narrando al presente ma si riferisce al passato (gli tornò in mente quando uscì dal treno), oppure mi sfugge qualcosa.

 

Il 11/1/2020 alle 17:55, Poeta Zaza ha scritto:

Perché andare all'estero coi riferimenti, quando puoi usare un simbolo di casa tua, ad esempio,il Colosseo?

Perché al tizio piace la Tour Eiffel! :D Scherzo, ci sta.

 

Il 11/1/2020 alle 17:55, Poeta Zaza ha scritto:

cominciano ad abbassarsi.

Mi sembrava più elegante. E dai, sei pure porta... grazie Zaza!

 

Il 12/1/2020 alle 10:40, AndC ha scritto:

La consecutio dei tempi non mi suona benissimo: l'aver usato il passato remoto per due cose che sono accadute i due momenti distanti del passato... forse userei "un giorno avevo letto" nella prima frase, collocando l'azione ancor prima del tempo in cui poi gli "tornò in mente". Oppure "se a distanza di tempo mi era tornato in mente"... insomma... ci ragionerei un attimo su.

Giustissimo.

 

Il 12/1/2020 alle 10:40, AndC ha scritto:

Unica cosa, sopratutto la prima parte è forse un po' "raccontata"... non è necessariamente un male, solo una mia annotazione, ma la trama stessa si sviluppa con un ritmo un po' lento.

Anche questo. Che devo fa, il sentimentale mi rende tartarugoso (in realtà già lo sono di mio, figuriamoci...)

 

Il 12/1/2020 alle 10:51, Rhomer ha scritto:

Forse, nel finale, quell'OoooH! appariva un po' troppo spesso, rischiando di perdere la sua forza evocativa,

Verissimo anche questo, in realtà c'avevo pensato mentre lo rileggevo, ma oramai non mi andava più di modificarlo.

 

21 ore fa, Talia ha scritto:

Solo una frase mi è sembrata un po' troppo retorica e che non aggiunge niente che non ci hai già detto in maniera indiretta, con più efficacia

Vero, però devo ammettere che è una di quelle frasi che ti vengono così all'improvviso e te ne "innamori" senza un motivo, pure se sai che magari non sono necessarie nel contesto non riesci a farle fuori. È un errore però, lo so. :)

 

18 ore fa, Lizz ha scritto:

La cosa che ho apprezzato di più è il modo in cui sei riuscito a rendete estremamente coerente un racconto che apparentemente è un flusso libero, quasi casuale di pensieri, e questo semplicemente facendo un uso molto buono di riferimenti qui e lì alle parti che stavano per seguire o che avevano preceduto nel testo.

Grazie Lizz, è un apprezzamento che mi fa davvero piacere.

 

33 minuti fa, Vincenzo Iennaco ha scritto:

Questo è uno di quei racconti che mi piacerebbe abitare.

:sss: Ti ospito volentieri, Vince'!

 

8 minuti fa, Ghigo ha scritto:

Casa mia è Mosca, ci vivo da undici anni. Però ogni volta che torno a Livorno dico: vado a casa

:D Son due passi...

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Il tuo racconto mi è piaciuto molto, adoro le atmosfere di paese, le storie di persone normali e di storie con la s minuscola; i soprannomi e gli aneddoti che si tramandano, i luoghi che  invecchiano insieme ai ricordi... Insomma tutto bene, tranne per quella dannata onomatopea. L'ho letta al secondo paragrafo e subito mi è partita in testa l'orrida "quando i bambini fanno ooh! di Povia": capisci che la cosa strideva, e qell'oooohh ritorna ancora e ancora e pure il ritornello  nella mia testa. Una sofferenza. Insomma, se sono riuscita ad apprezzare il racconto lo stesso, qualcosa vorrà dire, ma basta citazioni poviane, ti prego ;)

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14 minuti fa, Joyopi ha scritto:

Che devo fa, il sentimentale mi rende tartarugoso (in realtà già lo sono di mio, figuriamoci...)

 

Non è vero :) ricordo la bellissima intervista tra il presentatore e il vecchio malato di Alzheimer, incalzante ^^

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Buonasera @Joyopi.

 

Ho trovato il suo racconto scritto bene, con stile a mio avviso non del tutto scorrevole, ma piacevole da leggere: imho, scelta voluta per far apprezzare l'ambientazione al lettore.

Trama semplice, che si dipana anche in questo caso (come in altri racconti che ho letto) senza grossi scossoni dall'inizio alla fine.

Personaggio principale e tutti quelli che ricorda che sono definiti al minimo, giusto per dar loro ruolo e posto nel ritmo narrativo di questo ... "documentario".

Lo ammetto: a livello di contenuti, l'ambientazione ha prevalso su tutto nella lettura e, benché io sia un estimatore di Tolkien e delle sue ... "estenuanti" descrizioni, la cosa non mi ha entusiasmato.

 

Passo infine a segnalare l'unico refuso che ho colto:

Quota

Credo avesse molto coraggio, perché in certi posti ce ne vuole più a restare che a partire

 

Non mi resta che salutarla e ... alla prossima! (y)

 

 

 

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Il 13/1/2020 alle 14:07, Ghigo ha scritto:

 

Non è vero :) ricordo la bellissima intervista tra il presentatore e il vecchio malato di Alzheimer, incalzante ^^

Wow, che memoria!

 

@Befana Profana @H3c70r, grazie mille per essere passati.

 

Il 13/1/2020 alle 14:00, Befana Profana ha scritto:

subito mi è partita in testa l'orrida "quando i bambini fanno ooh! di Povia": capisci che la cosa strideva, e qell'oooohh ritorna ancora e ancora e pure il ritornello  nella mia testa. Una sofferenza. Insomma, se sono riuscita ad apprezzare il racconto lo stesso, qualcosa vorrà dire, ma basta citazioni poviane,

Hai ragione, quanti danni ha fatto Povia! :lol:

 

Il 13/1/2020 alle 22:03, H3c70r ha scritto:

Lo ammetto: a livello di contenuti, l'ambientazione ha prevalso su tutto nella lettura e, benché io sia un estimatore di Tolkien e delle sue ... "estenuanti" descrizioni, la cosa non mi ha entusiasmato.

Non essendo il sottoscritto Tolkien, è più che comprensibile... ;) La ringrazio, ma se vuole può rivolgersi a me con il "tu" senza problemi, siamo tra amici! :)

 

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