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ITG

[N2019-2A] Hidden Children

Post raccomandati

Girone A

Traccia: Un rumore dalla porta accanto

Genere: Thriller

 

Hidden Children 

Belle le mani di mia mamma. Aveva due anelli sulla sinistra, uno è per l'amore di papà, l'altro è per il ricordo della nonna, mi spiegava.

Belle le mani di mia mamma, me le passava tra i capelli quando mi metteva a dormire e poi mi dava un bacio sulla fronte: «Fai sogni d'oro» mi augurava.

Belle le mani di mia mamma, anche quando le portava davanti agli occhi per nascondersi le lacrime. «Va tutto bene» mi diceva.

Va tutto bene.

«È solo una stella, la metto anche io. È perché vogliono sapere chi siamo» mi rassicurava.

«E chi siamo?» chiedevo io.

 

Forti le mani di mio padre. Aveva un orologio sul polso e un anello come quello di mia mamma: «è per l'amore della mamma» gli dicevo e lui annuiva.

Piccole le mie, ne davo una a papà e l'altra alla mamma quando camminavamo per strada. Ero al sicuro così, anche quando la gente ci indicava.

«Ci indicano per fare sapere agli altri che siamo qui» mi dicevano.

«Qui dove?» chiedevo io.

 

Perché non rispondevano alle domande lo iniziai a capire quando lanciarono dei sassi alla vetrina del negozio.

Mi voltai di scatto al primo colpo, vidi il sasso rimbalzare sulla vetrina e poi cadere a terra. Al secondo mi infilai sotto il bancone, al terzo mi aggrappai alla gamba di mia madre. Quando sentii il vetro rompersi mi portai le mani alle orecchie.

Fino a qualche mese prima giocavo sotto il cielo di Zabnko, facevo il bagno nel fiume e mi chiamavano tutti per nome.

Poi iniziarono a rivolgersi a me solo con insulti.

«Cosa ho fatto?» evitavo di chiedere.

Evitai di chiedere anche quando mio padre tornò con il volto insanguinato, e le sue mani forti erano diventate viola. Io non avevo il coraggio di guardarlo.

Si smette di essere bambini quando non si fanno più domande, e in breve sotto il cielo di Zabnko, di bambini non ce ne furono più. Non lo eravamo noi con la stella sul petto, che nemmeno più a scuola potevamo andare; non lo erano loro, che sul petto non avevano niente ma non potevano più salutarci.

 

Neanche la luce entrava a casa nostra, delle volte avevo paura dei raggi del sole che riuscivano a infilarsi tra le imposte. Il mondo imparai a percepirlo ascoltando i suoni che passavano dalle pareti della stanza da pranzo. Ascoltavo le voci dei ragazzi, i passi della gente, il cinguettio degli uccelli e i sassi che ci lanciavano contro.

C'erano giorni in cui li contavo: uno, due, tre. Inventai significati per i rumori: un sasso significava ciao, due sassi giochiamo, tre sassi cibo buono.

Rispondevo battendo le mani sul pavimento.

Al quarto sasso ricominciavo da capo.

La mattina del 19 marzo del 43, però, non seppi come rispondere. Sentii delle urla e delle lacrime. È strano il rumore delle lacrime; un silenzio che filtra anche tra le pareti più spesse.

Partirono dei suoni troppo rapidi per essere sassi: esplosioni, un tonfo e poi il silenzio.

Che succede? non chiesi.

Ti voglio bene non rispose mia madre.

Fu il primo dialogo da adulta che ebbi.

 

Entrarono in casa nostra la notte stessa. Cercavo il volto di mia madre mentre mi puntavano il fucile sulla testa.

«Dov'è tuo padre?» mi chiedevano.

Non lo so, ho paura non rispondevo.

Un uomo aprì la porta della cantina, lanciò lo sguardo nel vuoto senza luce, si fece passare una torcia, la accese e cominciò a scendere. Battevano sui gradini gli scarponi del soldato, il rumore dei passi sembrò rimbalzare un paio di volte prima arrivarmi. Quando si fermò chiamò gli altri, il soldato mi tolse il fucile dalla testa e lo raggiunse. Restai in ginocchio mentre sentivo gli stessi rumori della mattina, più vicini, più forti, dietro una porta di casa nostra. Esplosioni, un tonfo e poi il silenzio.

Ti voglio bene! non disse mia madre con gli occhi lucidi.

 

Belle le mani di mia madre, anche senza i due anelli che portava sulla sinistra. Li diede a una signora che frequentava il nostro negozio.

«Nel fienile in soffitta…» disse lei «…solo per pochi giorni.»

«L'amore di papà è sempre con noi e il ricordo della nonna ci accompagna» spiegò mia mamma appena rimanemmo sole.

Lo spero non dissi io.

Quanta paura faceva il rumore del vento che scuoteva il tetto di paglia, e il latrare dei cani che ci metteva in allerta. Sobbalzavo quando mi colpivano i raggi di sole, restavo immobile quando sentivo il fruscio dei rami. Sbirciavo tra gli assi i bambini che giocavano a palla. Imparai a riconoscere le voci e i nomi, ai colpi della palla contro il fienile rispondevo con lievi colpi sui mucchi di fieno, appena accennati per non fare rumore. Quel codice immaginario era l’unico modo che avevo di sentirmi ancora parte del mondo.

Era una commerciante mia mamma, così quando non poté barattare anelli cominciò a barattare paura. «Se scoprono noi uccidono anche te» disse alla donna. Così restammo nascosti, lontani dal mondo e circondati da rumori.

 

Belle le mani di mia madre. Belle.

Anche quando iniziarono ad annerirsi e caddero delle unghie. Non me le passava più tra i capelli ma mi dava lo stesso un bacio sulla fronte: «va tutto bene» le sussurravo.

Va tutto bene.

Sono solo passi, come quelli dei bambini quando giocano, solo un po' più pesanti. È un rumore, come tanti altri, rispondo anche a questo con piccoli colpi sulla paglia. Colpi senza suono che servono solo per stare al mondo.

Va tutto bene.

Sono solo di passaggio, faranno qualche domanda e poi andranno via. Restiamo in silenzio come sappiamo fare. Del mondo ci arriva poco e quel poco ci basta. La paura ci arriva tutta ma sappiamo gestirla.

Forte il rumore dei passi. Forte.

Rimbombavano sul pavimento di legno del piano di sotto, e sentivo tremare le pareti della soffitta. Stringevo le mani della mamma mentre mi schiacciavo sul tra cumuli di paglia. Ogni passo sembrava più forte e più vicino.  A ogni suono davo un significato. Li immaginavo cercare, scrutare, esaminare, aprire porte e spostare mobili.

Va tutto bene.

O forse no, ma finirà presto. Andranno via o ci troveranno.

Volevo solo che finisse, la paura è una compagna che ti logora l'anima, e finisce per farti scordare anche della voglia di sopravvivere. Lasciai le mani di mia madre, belle sempre, ma ormai troppo deboli per tenere le mie. Mi alzai e sbucai dai mucchi di paglia, rimasi in piedi al centro del fienile.

Forte il rumore dei passi.

E volevo andargli incontro e farlo cessare, insieme a tutti gli altri rumori che delineavano i confini di quel mondo di suoni soffocati.

Forte.

Sempre di più. Tirarono lo scaletto e lo fecero scivolare lungo la botola, sentivo il rumore del legno che strusciava su altro legno. Era un battito per ogni scalino, gli occhi fissi e la bocca asciutta. Sincronia tra il mio cuore e i loro passi.

Restai immobile quando vidi spuntare la canna di un fucile, tirai il fiato quando vidi la punta di un berretto. Smisi di respirare quando incrociai degli occhi.

Occhi, non solo dei passi.

Un uomo, non solo rumori.

Scavalcò la botola e salì in soffitta, si guardò intorno come a cercare qualcosa. Io gli ero davanti, ferma come una statua di sale.

Non so se si accorse di mia madre sdraiata tra la paglia.

Disse qualcosa in una lingua che non conoscevo, rivolgendosi ai suoi compagni di sotto.

Credo che significasse: vuoto o libero.

Restammo lì a non dirci molte cose. Gli non dissi del fiume in cui facevo il bagno, del negozio di mio padre che vendeva belle scarpe, dei miei compagni di classe che, no, non sapevo che fine avessero fatto. Gli non dissi dei discorsi che facevo con il mondo battendo le mani sul pavimento o, quando non potevo fare rumore, sulla paglia.

Lui mi non disse che gli dispiaceva. Gli dispiaceva di tutto ma lui era solo un uomo, e un uomo solo non può fare nulla. Gli non riposi che lui, invece, stava facendo molto. Scese e io chiusi gli occhi mentre ascoltavo il rumore dei suoi scarponi battere i gradini dello scaletto.

C’era il vento che scuoteva il tetto di paglia, i cani che abbaiavano e i raggi del sole mi colpivano passando tra gli assi.

Tornai tra la paglia e strinsi quelle mani. Erano belle, le mani di mia madre.

 

 

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Spoiler

La storia è ispirata a quella di Ann Shore. Lei e la madre riuscirono a trovare rifugio su di una soffitta, non so se qualche soldato effettivamente si accorse di loro.

 

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10 ore fa, ITG ha scritto:

Stringevo le mani della mamma mentre mi schiacciavo sul  tra cumuli di paglia

Mi autosegnalo un refuso.

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:)  Eccomi da te, @ITG ,  nel ruolo autoinflitto  ;)  di CddS (Commentatrice degenere di Scrittopoli).

 

Com'è struggente e delicata la tua penna nel narrare una storia della tragica Shoah, se non vera verosimile, e di grande efficacia.

 

12 ore fa, ITG ha scritto:

Va tutto bene.

«È solo una stella, la metto anche io. È perché vogliono sapere chi siamo» mi rassicurava.

«E chi siamo?» chiedevo io.

 

12 ore fa, ITG ha scritto:

 Ero al sicuro così, anche quando la gente ci indicava.

«Ci indicano per fare sapere agli altri che siamo qui» mi dicevano.

«Qui dove?» chiedevo io.

 

12 ore fa, ITG ha scritto:

Si smette di essere bambini quando non si fanno più domande, e in breve sotto il cielo di Zabnko, di bambini non ce ne furono più. Non lo eravamo noi con la stella sul petto, che nemmeno più a scuola potevamo andare; non lo erano loro, che sul petto non avevano niente ma non potevano più salutarci.

 

12 ore fa, ITG ha scritto:

Ti voglio bene non rispose mia madre.

Fu il primo dialogo da adulta che ebbi.

 

 

12 ore fa, ITG ha scritto:

Restammo lì a non dirci molte cose. Gli non dissi del fiume in cui facevo il bagno, del negozio di mio padre che vendeva belle scarpe, dei miei compagni di classe che, no, non sapevo che fine avessero fatto. Gli non dissi dei discorsi che facevo con il mondo battendo le mani sul pavimento o, quando non potevo fare rumore, sulla paglia.

Lui mi non disse che gli dispiaceva. Gli dispiaceva di tutto ma lui era solo un uomo, e un uomo solo non può fare nulla. Gli non riposi che lui, invece, stava facendo molto. Scese e io chiusi gli occhi mentre ascoltavo il rumore dei suoi scarponi battere i gradini dello scaletto.

C’era il vento che scuoteva il tetto di paglia, i cani che abbaiavano e i raggi del sole mi colpivano passando tra gli assi.

Tornai tra la paglia e strinsi quelle mani. Erano belle, le mani di mia madre.

 

 

Scusami se, invece di commentare, ho evidenziato qualche passo importante del tuo racconto.

Secondo me, dovrebbe essere letto nelle scuole dell'obbligo, per spiegare l'Olocausto ai bambini. E lì, in aula, essere commentato come si deve! (y)

 

 

CddS   Zaza  :saltello:

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13 ore fa, ITG ha scritto:

È strano il rumore delle lacrime; un silenzio che filtra anche tra le pareti più spesse.

ciao, inizio l'analisi di questo racconto dicendoti che questa frase m'ha sconvolto. Man mano che leggevo mi sono fermata a riflettere su come hai affrontato il concetto di crescita e l'hai paragonato alla non necessità di fare domande; a quanto delicatamente hai esposto l'alienazione derivante dalla percezione del mondo attraverso suoni, rumori, e su quanto conseguentemente le altre sensazioni si acuiscano pur di creare un collegamento con quanto sta tutto intorno.

mi è piaciuto molto come tu abbia dato importanza ai particolari come le mani, gli anelli, il segnalare che la mamma commerciava.

C'è un'unica pecca, non si capisce perchè il soldato, pur avendola vista, menta dicendo che il posto è vuoto. 

A livello di forma ho notato solo due errori e non so se siano voluti.

13 ore fa, ITG ha scritto:

 Gli non dissi del fiume in cui facevo il bagno,

Gli non dissi dei discorsi che facevo con il mondo

 Gli non riposi che lui, invece, stava facendo molto.

detto questo, è stato un piacere leggerti :)

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Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Gli non riposi che lui, invece, stava facendo molto.

Altro refuso.

 

Scritto bene, ma (perdonami la franchezza) ha due grossi difetti, per un racconto sulla Shoa: cerca la commozione del lettore (la commozione, lo sdegno, sono già nelle cose narrate, non nelle parole ad effetto e nello stile, come hanno insegnato in molti - primo fra tutti: Primo Levi - che la Shoa l'hanno narrata come testimoni in prima persona o divulgata in modo più romanzesco, pur fedele).

Il secondo è che usare la Shoa come "pretesto" per scrivere un thriller lo trovo poco opportuno. Per me questo è tema Sacro (non sono ebreo, tuttavia sento l'argomento come pietra miliare della storia dell'umanità, conseguenza e caposaldo di tutti gli errori e gli orrori che l'uomo può commettere: dall'ascesa - inizialmente democratica! - di Hitler e del nazismo, a tutti i fascismi, al condizionamento che porta all'inerzia delle masse e che consente, poi, l'indifferenza anche di fronte a un genocidio. Anche oggi: "...si parla solo di Legalità. E di qualche barcone: che sarà mai? Non vorrete paragonare noi e il trenta a passa per cento degli italiani che sono con noi ai nazisti solo perché vogliamo che l'Europa ci rispetti..." : ottimo inizio sulla strada della ripetizione di errori le cui conseguenze restano incancellabili e che non vorrei la Storia futura dovesse giudicare con la stessa severità con la quale noi oggi giudichiamo il nostro passato).

Va bene, scusa la divagazione, forse inopportuna, ma è il contesto che mi porta a questi esempi. E sono certo che non è tuo intento sminuire la Shoa, ma permettimi di metterti in guardia da un pericolo concreto: quello di banalizzare la Storia. Sono certo, anzi, che il tuo intento è più che onesto (ed esattamente opposto): quello di contribuire a non dimenticare, quello di far passare la sensazione che si tratta non solo di storia, ma di memoria condivisa, incancellabile, indubitabile, tanto da poterla usare come presupposto a un thriller "qualsiasi" (non voglio sminuire il tuo racconto, voglio darne l'immagine di un lavoro il cui antefatto non narrato e il legame con il reale, sono totalmente naturali, come potrebbe esserlo, ad esempio, ambientare una storia d'amore - storia "qualsiasi" - nel periodo della guerra fredda, periodo storico della cui realtà nessuno dubita e durante il quale le singole storie degli uomini sono pur andate avanti, anche quelle d'amore...).

Insomma: tanto di cappello all'intento, riserve su come l'hai messo in atto e sul risultato che hai ottenuto. Questo è il mio parere, che mi permetto di darti in tutta sincerità, sperando che tu apprezzi, se non il tono perentorio e (temo) un po' pedante, almeno l'ideale che gli sta alla base.

 

A rileggerti!

 

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Ciao @Poeta Zaza, grazie del passaggio, troppo gentile.

@Marty12 grazie del commento, l'idea era quella di lasciar intendere il gesto del soldato che decide di risparmiare la vita alla bambina e alla mamma.

 

@queffe ti dirò, sono d'accordo con te. Non vedo film sulla Shoa, né leggo libri che trattano l'argomento (nemmeno Primo Levi); anche io trovo abusato il ricorso a un argomento così delicato. Mi era venuta l'idea di una ragazzina chiusa che innescava una sorta di corrispondenza immaginaria con l'esterno, mentre ci ragionavo mi è tornata in mente la storia di Ann Shore che avevo letto su internet qualche mese fa e ho unito le cose. In tutta onestà non sono stato mosso da particolari intenti, non era mia intenzione lanciare alcun tipo di messaggio, non ho la pretesa di farlo, né le competenze. Forse sono stato superficiale, probabile, come lo sono stato quando ho scritto un racconto sui nativi americani o quando ne ho scritto uno su un uomo malato di SLA. Lo sono stato anche al primo turno quando ho fatto cenno alla guerra. Forse ho mancato di rispetto ad argomenti delicati parlandone senza averne le giuste competenze, ma, quando l'ho fatto, ho cercato di tenerli sullo sfondo proprio per evitare di esprimere opinioni. 

29 minuti fa, queffe ha scritto:

Insomma: tanto di cappello all'intento, riserve su come l'hai messo in atto e sul risultato che hai ottenuto

Non c'è nessun intento da apprezzare, ma terrò conto dei tuoi suggerimenti riguardo il resto. Grazie di essere passato.  

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Ciao @ITG

mi è piaciuto molto il tuo racconto. Mi hai riportato a due momenti: un contest di Halloween e un Mezzogiorno d'Inchiostro.

Nel primo si scelse la Prima Guerra Mondiale come tema, nelle tre tappe si commentavano foto di oggetti o panorami di quella tragedia. Fu un momento di approfondimento di alcuni passaggi drammatici di quegli anni.

Nel secondo uscì un traccia sugli ebrei, che io feci, e che mi mise di fronte alla scelta di non trattare il tema in modo trito, quindi ripensai alla musica clandestina dei Lager.

 

Tornando a te e al tuo brano. Io sarei stata più fredda nell'esposizione, ma è sia questione di gusti che di sentire, cerco di evitare di portare il lettore a commuoversi ma voglio si commuova. Non so se mi sono spiegata. :) 

Mi è piaciuto il tono, il ritmo, il non dire l'ho apprezzato particolarmente, non mi riferisco al "non detto" ma alle frasi che mi hai fatto leggere e che mi dici non essere state pronunciate.

Mi piace coem scrivi.

Bravo.

:flower:

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@ITG Ok, grazie della tua precisazione. Prendo atto che non c'era alcun intento da parte tua. Permettimi, allora, un'ulteriore considerazione, visto che non ci sono dubbi sul fatto che sai scrivere: la documentazione, per un autore, è parte fondamentale del lavoro. La pazienza di documentarsi per conoscere le ambientazioni, i contesti storici e sociali che fanno da sfondo alle nostre storie, non è un aspetto secondario o meno importante di quanto lo è stato lo studiare grammatica e sintassi. È un ulteriore "strumento del mestiere". La scelte narrative consapevoli possono venire solo da un'attenta, paziente e seria documentazione. Poi: è chiaro che in un contest che richiede una scrittura veloce come questo (o addirittura più veloce, come Mezzogiorno d'Inchiostro) non ci sono molte possibilità di documentarsi "al volo". Ma se si è già documentati, anche un contest "rapido" può essere un valido banco di prova, oltre che per la nostra creatività, per le idee che vogliamo (o vorremo, in futuro) sviluppare.

E non sostengo che documentarsi è importante per evitare il rischio di offendere qualche sensibilità: a mio parere all'autore è sempre consentito esprimere le proprie idee con la narrativa e talvolta il rischio di urtare la sensibilità altrui può essere una scelta lecita, purché onesta, cioè non fatta per esclusivi motivi "di cassetta".

Poi c'è anche l'opzione della scelta di una scrittura totalmente disimpegnata, per il puro intrattenimento del lettore. Benissimo. Ma non deve mai essere una scelta obbligata, non deve essere l'unica opzione perché descrivere il reale, il contemporaneo o i contesti storici non è nelle nostre possibilità.

Scusa se continuo ad apparirti pedante. Non vorrei esserlo, mentre vorrei mettere a disposizione degli autori che commento un punto di vista in più, augurandomi che non sia considerato del tutto inutile.

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Ciao @ITG Sul tuo racconto mi trovo un po' combattuta. La scelta della trama non ha convinto del tutto neppure me, ma per motivi diversi da queffe. In un racconto breve può essere una buona cosa prendere un'ambientazione già nota al lettore, in modo da evitare lunghe e dettagliate ( e spesso noiose) spiegazioni. Così rimane più spazio per i sentimenti dei personaggi. Per questo motivo in realtà non mi pare una cattiva scelta. Alla fine, al di là dell'ambientazione, la storia parla di legami familiari, delle difficoltà di crescere e di comprendere il mondo spesso crudele degli adulti e dei modi di affrontare la paura. 

Andando avanti a leggere mi ero scordata del tutto che fosse un thriller, e pensavo a un sentimentale, forse perché l'accento è appunto sui sentimenti (d'altra parte si potrebbe dirlo anche del mio racconto, quindi per me va bene così). Centrata invece la traccia del rumore, che in questo caso diventa protagonista e parte integrante del dramma.

Ho trovato la tua scrittura molto bella anche stavolta (ed è la cosa che mi ha indotta a continuare). Sei stato bravo a descrivere un frammento di vita personale all'interno di una tragedia più grande usando piccoli dettagli, senza scadere nel didascalico o nella retorica.

Mi piace molto come nei tuoi racconti usi i dettagli concreti (le mani, gli occhi) come espressione della vita e del carattere delle persone. Ho trovato davvero una bellissima idea i dialoghi non detti (e potrei anche prendere spunto...) La storia è triste, come ci si aspetta, ma con un barlume di speranza finale, che ho apprezzato.

Il motivo per cui ero combattuta quando l'ho iniziato è di tipo personale: nell'ultimo anno ho fatto una marea di ricerche sul periodo storico, e ho letto credo un centinaio di storie come queste fra romanzi e testimonianze, quindi la prima reazione è stata più o meno: nooo... ancora!O_- Quindi il fatto che il racconto alla fine mi sia piaciuto comunque va tutto al merito dell'autore e delle sue doti letterarie. Complimenti!(y)

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@ITG, come al solito la tua prova mi è piaciuta veramente molto: bravo!

Unico appunto, mentre "non rispose mia madre." e "non dissi io" e "non dirci molte cose" ci stanno, al posto dei "Gli non dissi" - che mi sembrano eccessivi e richiamano troppo l'attenzione, avrei scritto "Non gli dissi": come del resto, subito dopo hai scritto "Lui mi non disse".

 

Per il resto sei sempre al top.

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Ciao @ITG. Un bel racconto, il tuo, ma sinceramente non bello come quello della scorsa tappa. Del resto è molto difficile bissare subito quel livello...

Non mi ha entusiasmato la scelta di ripetere retoricamente alcune frasi. Magari è il mio gusto personale, ma trovo che in questo contesto sia, per l'appunto, un po' troppo retorico e poco efficace. Magari con un registro più "asettico" la resa sarebbe stata migliore, perché i fatti che racconti sono di per se stessi forti, dunque casomai l'enfasi che ci mette il narratore è più di disturbo che altro... Vabbe', perdona la cacacassagine mia consueta, spero di averti dato una prospettiva utile a ragionarci su. Sempre in gamba tu, comunque, buon prosieguo di contest, non sarebbe male se ci rincontrassimo in finale, che dici, così mi prendo la rivincita del penna e spada  ;)

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Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Belle le mani di mia mamma. Aveva due anelli sulla sinistra, uno è per l'amore di papà, l'altro è per il ricordo della nonna, mi spiegava.

Belle le mani di mia mamma, me le passava tra i capelli quando mi metteva a dormire e poi mi dava un bacio sulla fronte: «Fai sogni d'oro» mi augurava.

Belle le mani di mia mamma, anche quando le portava davanti agli occhi per nascondersi le lacrime. «Va tutto bene» mi diceva.

Va tutto bene.

«È solo una stella, la metto anche io. È perché vogliono sapere chi siamo» mi rassicurava.

«E chi siamo?» chiedevo io.

 

Forti le mani di mio padre

 

Se inizi un racconto così mi ammazzi. In una ipotetica vita reale, mi trovassi in libreria a sfogliare un libro, leggo un inizio così, lo chiudo e vado avanti.

Al di là del genere mi sa tanto di mattone forzatamente esistenziale e mi scoraggia decisamente. Mi sa di poesia più che di racconto. Non mi butti dentro la storia, e io ho bisogno di essere catapultato dentro un mondo per giustificare la lettura.

Continuo a leggerlo più tardi.

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@Silverwillow, grazie delle osservazioni. 

21 ore fa, Silverwillow ha scritto:

quindi la prima reazione è stata più o meno: nooo... ancora

è la stessa reazione che ho avuto io quando l'ho riletto ;).

 

@Edu, grazie di essere passato

1 ora fa, Edu ha scritto:

spero di averti dato una prospettiva utile a ragionarci su.

certamente! 

 

@Macleo i tuoi complimenti mi fanno particolarmente piacere. 

 

@simone volponi

23 minuti fa, simone volponi ha scritto:

mi trovassi in libreria a sfogliare un libro

credo che non apriresti nemmeno la copertina. 

23 minuti fa, simone volponi ha scritto:

Continuo a leggerlo più tardi.

perché farlo? credi che continuare a leggerlo possa essere utile a qualcuno?

Ti ringrazio per le osservazioni. 

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@ITG, mi dispiace un poco lasciarti questo commento: lo faccio sperando di dire qualcosa di utile.

Il tuo racconto per la prima tappa era (secondo me) il migliore del girone. Nella semplicità della trama, nell'eleganza dello stile, nella tristezza insieme straziante e discreta. In questo, pur riconoscendo uno stile compiuto e personale con tocchi che ho molto apprezzato (come i non-dialoghi), credo tu abbia (magari non volutamente) calcato eccessivamente la mano e superato il confine sottile che sta tra l'emozionante e il patetico.

Si tratta di un confine difficile da rispettare, lo dico a me stessa per prima, e in parte dipende dalla disposizione e dalla sensibilità del lettore. 

Per me questa volta è stato troppo: 

1) forse l'ambientazione più tragica della storia occidentale

2) introduzione della famiglia del Mulino Bianco (belli, buoni, onesti lavoratori, si vogliono perfettamente bene)

3) protagonista bambina che si vede strappata l'infanzia e, dopo aver perso il padre, si ritrova a "fare da mamma" alla madre ma, nonostante questo, mantiene intatto il suo animo gentile.

4) uno stile poetico, a tratti lirico, con anafore che si rincorrono qui e là.

5) finale strappalacrime con vaga speranza pur nella presente miseria

6) considerazioni di una certa profondità che risultano però stucchevoli in questo contesto (es. Si smette di essere bambini quando non si fanno più domande)

 

Ecco, uno o due di questi elementi sarebbero stati ottimi per fare un racconto commovente. Tre ne avrebbero fatto un racconto per me zuccheroso, ma magari solo per me. Tutti insieme mi hanno fatto l'effetto (perdona la similitudine ingrata) di un biscotto di pasta di mandorle ricoperto di nutella, glassato nel miele e cosparso di zucchero a velo. So che la storia che racconti è tutt'altro che inverosimile, che episodi del genere non sono mancati, ma è il modo in cui la racconti ad avermela resa indigesta. Sono (genericamente) del parere che sia lecito fare lirica sulle piccole cose ed essere asciutti e misurati quando si raccontano tragedie, altrimenti il rischio di inciampare è molto alto.

Questo, va da sé, è il mio parere strettamente personale: vale pochissimo, ma ci tenevo a lasciartelo.

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Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Forti le mani di mio padre. Aveva un orologio sul polso e un anello come quello di mia mamma: «è per l'amore della mamma» gli dicevo e lui annuiva.

Piccole le mie, ne davo una a papà e l'altra alla mamma quando camminavamo per strada. Ero al sicuro così, anche quando la gente ci indicava.

«Ci indicano per fare sapere agli altri che siamo qui» mi dicevano.

«Qui dove?» chiedevo io.

Mi piace.

Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Ti voglio bene non rispose mia madre.

Fu il primo dialogo da adulta che ebbi.

Bello.

Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Belle le mani di mia madre, anche senza i due anelli che portava sulla sinistra.

MI piace.

Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Gli non dissi

Refuso.

Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Gli non dissi

Voluto?

 

Mi è piaciuto la delicatezza con cui hai raccontato la grande tragedia.

 

Alla prossima

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Ciao @ITG, bentrovato e buon anno ancora! Sarò franca, forse anche un pochino brutale e me ne scuso in anticipo, ma il mio giudizio su questo tuo racconto è stato molto combattuto (e mi ritrovo abbastanza nei commenti di @queffe e @mercy) e tende al negativo: da un lato ho apprezzato lo stile ricco di liricismo che ormai ti contraddistingue e che mi è sempre piaciuto, dall'altro ho trovato irrispettoso non solo nei confronti della Storia che tutti conosciamo ma anche nei confronti del gioco stesso collocare in un determinato genere degli eventi così dolorosi. Si fosse trattato dello storico non mi avrebbe fatto storcere il naso ma così, per come la vedo io, è troppo (e fossi stata la tua compagna di squadra te l'avrei detto chiaro e tondo, e ti avrei penalizzato pure come giudice). Sei bravo, ma non dirmi che non sei capace di scrivere un giallo/thriller senza cadere nei facili sentimentalismi perché non ci credo. Scusami per la franchezza, ma è così che la penso. Al di fuori del gioco, invece, è una storia delicata che ho apprezzato nell'insieme e che mi ha commosso in più riprese. 

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@ITG Mi piace molto, davvero molto il tuo stile di scrittura. Ho apprezzato la figura ricorrente delle mani con i relativi riferimenti alla storia, come anche le osservazioni piccole ma importanti che inserisci nel testo. La più bella:

"Si smette di essere bambini quando non si fanno più domande".

 

Non mi convince quel "gli non dissi". Capisco l'intento stilistico, ma suona effettivamente come un refuso; anche quando poi si capisce che non lo è, rende la frase davvero poco scorrevole.

Secondo me avrebbe svolto la stessa funzione anche il classico "non gli dissi", o in alternativa ti consiglio un "gli non-dissi" per facilitare il lettore.

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Ciao@ITG

 

Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Fu il primo dialogo da adulta che ebbi.

Solo qui ho compreso che la protagonista fosse una lei e non un lui... potrei essermi perso qualcosa prima, ma se non l'hai fatto, io inserirei dei particolari sul sesso della protagonista sin dalle prime righe, così che s'immagini sin da subito...

 

Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Battevano sui gradini gli scarponi del soldato, il rumore dei passi sembrò rimbalzare un paio di volte prima arrivarmi.

- Mi pare sia un refuso: "prima di arrivarmi".

- Secondo me, la parte iniziale non scorre al meglio da un punto di vista sintattico... suggerirei un'inversione: "Gli scarponi del soldato battevano sui gradini".

 

Il finale l'ho trovato davvero bello, ben scritto e commovente.

Il ritmo di tutto il racconto è un po' lento: non mi hanno entusiasmato troppo le eccessive ripetizioni. Alcune sono volute e belle. In certi momenti tocchi apici davvero alti di narrativa e fraseggio che mi hanno conquistato, il tutto si alterna un po' a momenti forse troppo sincopati che spezzano un po' questa magia narrativa. Ecco: se c'è una cosa che non mi ha convinto appieno, è lo stile narrativo, che paradossalmente si muove e si alterna su due opposti: uno elevato, lirico, poetico, uno quasi terra-terra (da un punto di vista di costruzione ritmico sintattica, intendo). Questo dà sì ritmo alla storia-trama, quasi lo stesso respiro affannato e corto che è costretta ad avere la protagonista nel sua vita da braccata, ma al contempo lo toglie allo stile lirico-narrativo...

Ciononostante, il finale riesce secondo me davvero a far convogliare in sé tutta la tensione stilistica sinora utilizzata erompendo in una congiunzione che sorprende e stupisce, per originalità e incisività.

 

In quanto alla storia, ho visto che ne avete discusso un po' nei commenti precedenti, con alternanze anche molto opposte. Sulla storia, io personalmente, non ho nessuna annotazione da muovere... che un racconto però susciti anche "discussioni" - ossia dibattiti d'opinione in merito - per me personalmente è sempre segno di una buona riuscita dello stesso: ha stimolato il confronto di ideologie e opinioni... quello che per me è uno dei cardini della scrittura stessa.

 

Dunque e infine, a parer mio, un bel racconto, scritto assai bene in molte sue parti, ma ogni tanto e di contrasto forse troppo concitato... ecco, al massimo io suggerirei di lavorare ancora sul lirismo, uniformandolo al cento per cento tutto il racconto ai più alti apici che raggiunge...

 

Ovviamente e il tutto a mia impressione...


Ciao e alla prossima!

 

Spoiler

Ah, se proprio ti dovessi muovere un'altra "critica", il titolo in inglese, dato il contenuto, non mi convince a pieno ma... gusto personale...

 

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Il 4/1/2020 alle 19:45, mercy ha scritto:

@ITG, mi dispiace un poco lasciarti questo commento: lo faccio sperando di dire qualcosa di utile.

Perché dovrebbe dispiacerti? 

Da ragazzino giocavo a scacchi e mi dicevano che la cosa più importante è ricercare gli errori. Quindi se c’è qualcuno che me li segnala lo ritengo un aiuto.

Il 4/1/2020 alle 19:45, mercy ha scritto:

credo tu abbia (magari non volutamente) calcato eccessivamente la mano e superato il confine sottile che sta tra l'emozionante e il patetico.

Ecco, prendo atto della tua osservazione, ci può stare e la accetto, mi permetto solo di aggiungere che talvolta può risultare patetico anche un tentativo di far ridere, pertanto, convinto che far ridere sia molto più difficile che far piangere, preferisco non cimentarmi, lasciandolo fare a chi è capace di farlo.  

Mi dispiacerebbe, invece, se passasse l’idea che io abbia cercato di forzare la mano con lo scopo di accaparrare qualche consenso in più facendo leva su “facili” sentimentalismi. Quando ho scelto questa trama ero consapevole del fatto che sarei incappato in osservazioni di questo tipo, anche alla luce del testo che ho inserito al primo turo, già pesantuccio. Non a caso avevo iniziato a lavorare su una trama più leggera, tuttavia, come ho già accennato, mentre scrivevo mi è venuta in mente l’idea di una corrispondenza unilaterale tra una persona rinchiusa e l’esterno; ricordavo dell’intervista e ho unito le due cose. Sarebbe stato meno rischioso affrontare un tema più leggero, ma mi ha stimolato l’idea e ho provato a scriverci.

Il 4/1/2020 alle 19:45, mercy ha scritto:

1) forse l'ambientazione più tragica della storia occidentale

2) introduzione della famiglia del Mulino Bianco (belli, buoni, onesti lavoratori, si vogliono perfettamente bene)

3) protagonista bambina che si vede strappata l'infanzia e, dopo aver perso il padre, si ritrova a "fare da mamma" alla madre ma, nonostante questo, mantiene intatto il suo animo gentile.

4) uno stile poetico, a tratti lirico, con anafore che si rincorrono qui e là.

5) finale strappalacrime con vaga speranza pur nella presente miseria

6) considerazioni di una certa profondità che risultano però stucchevoli in questo contesto (es. Si smette di essere bambini quando non si fanno più domande)

Capisco le osservazioni, come ti dicevo, in un certo senso me le aspettavo, ma io non ho fatto altro che parafrasare l’intervista riportando le sensazioni che mi ha lasciato. Nel documento si parlava di una famiglia perfetta e di un’infanzia meravigliosa.  Ti cito un pezzo “Era un paradiso, tutta la cittadina era un campo di giochi per noi….Giocavamo nei campi pieni di boccioli di fiore….”

Pensa che ho preferito variare alcune cose perché sembravano esagerate anche a me (nell'intervista l’intervistata racconta che da ragazzina è stata presa a sassi dagli amici, picchiata ecc…).

Mentre scrivevo mi dicevo: questo racconto dopo quello della prima tappa, di certo mi massacrano! Però mi sono detto anche: ma che me ne frega! Mi usciva così, ho cercato di renderlo stilisticamente accettabile senza pensare alle reazioni di chi avrebbe letto. La storia mi è uscita su questi toni. Potevo farla diversa? Sì, ma sarebbe stata un'altra racconto, forse migliore, forse peggiore, non lo so, ma mi è uscito così.

 

21 ore fa, Emy ha scritto:

Sarò franca, forse anche un pochino brutale e me ne scuso in anticipo

@Emy, io invece ho dovuto aspettare un po’ per evitare di essere altrettanto franco dopo aver letto il tuo commento.

21 ore fa, Emy ha scritto:

ho trovato irrispettoso non solo nei confronti della Storia

sono convinto che questa frase sia stata dettata dalla fretta che i ritmi del contest impongono, per cui cercherò di evitare di far caso alla gravità della stessa. Mi hai mosso un’accusa non da poco, tra l’altro non motivata: non mi hai citato i punti del racconto che ti risultano “irrispettosi”, limitandoti ad accodarti alle osservazioni fatte da altri. Ecco, avrei accettato delle critiche legate al racconto, apprezzo chi mi lascia un commento onesto anche se negativo, come @simone volponi che mi ha lasciato intendere che il testo gli fa talmente schifo da non riuscire a leggerlo, ma fare un processo alle intenzioni no, non posso accettarlo, anche in considerazione del fatto che hai invocato una censura da parte dei miei compagni di squadra e l’intervento dello staff. Non vorrei essere ripetitivo, ma ti invito a segnalare le parti “irrispettose” del mio racconto. Non ho inserito scontri cruenti, non ho lasciato giudizi sull’evento storico. La cosa grave secondo te, mi pare di capire, è l’aver inserito sullo sfondo del racconto un evento tragico. È grave aver ambientato un thriller durante la guerra? Rambo cosa è? E i film western in cui i cow boy danno la caccia ai nativi americani? Per non parlare degli sparatutto anni ’80.

Se fosse stato un sentimentale sarebbe stato differente?

Perdonami, scusa se mi permetto, cosa è che rende un evento storico tabù? Non è un terremoto un evento tragico? Perché si potrebbe scrivere un sentimentale ambientato durante un terremoto e non un thriller durante la guerra? È un problema di genere? O di numero di morti?

Non capisco nemmeno l’aver invocato l’intervento dello staff? Cosa avrebbero dovuto fare? Una regola che potesse regolare l’utilizzo di un genere in funzione dell’entità della tragedia? È lecito utilizzare l’attentato di Berlino del 19/12/16 come ha fatto brillantemente @mercy per un thriller  (testo che ho votato) solo perché è inferiore il numero di vittime? Da cosa dovrebbe essere regolato? Mi verrebbe da dire: dalla sensibilità di chi scrive rapportata alla sensibilità di chi legge. Ebbene, come mi insegni, la sensibilità di chi legge è legata alle esperienze personali e dalle inclinazioni caratteriali. Sono nato a metà degli anni ’80 e difronte casa ho visto per anni persone in alloggi di fortuna a seguito del terremoto dell’Irpinia. Per lavoro mi occupo di sismica, vedo quotidianamente i danni che può provocare un terremoto e convivo con la responsabilità di dire se un edificio è sicuro e meno. Per me sono argomenti delicati ma non per questo li reputo intoccabili, né mi sono permesso di muoverti osservazioni tecniche invitandoti a documentarti sulle modalità di crollo di un edificio quando arriva un sisma, non ritenendo che la precisione tecnica potesse aggiungere qualcosa al tuo racconto.

 

Il 5/1/2020 alle 12:30, Ljuset ha scritto:

Voluto?

Si. Grazie di essere passata.

 

19 ore fa, Lizz ha scritto:

Non mi convince quel "gli non dissi".

Avevo l'impressione che metricamente funzionasse.

 

@AndC, grazie dei suggerimenti. Sono felice che tu abbia trovato qualcosa di buono.    

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Ciao @ITG

 

53 minuti fa, ITG ha scritto:

my, io invece ho dovuto aspettare un po’ per evitare di essere altrettanto franco dopo aver letto il tuo commento.

Potevi esserlo, non me ne sarei presa. Anzi, ne sarei stata felice. Sono una persona schietta e preferisco dire le cose che penso, prendendomi la responsabilità per le mie parole, che essere ipocrita. Non ne sono capace, mi dispiace. 

 

1 ora fa, ITG ha scritto:

sono convinto che questa frase sia stata dettata dalla fretta che i ritmi del contest impongono, per cui cercherò di evitare di far caso alla gravità della stessa. Mi hai mosso un’accusa non da poco, tra l’altro non motivata: non mi hai citato i punti del racconto che ti risultano “irrispettosi”, limitandoti ad accodarti alle osservazioni fatte da altri.

Allora, punto primo: non mi sono accodata agli altri, ho semplicemente detto che mi sono trovata nelle parole di mercy e queffe. Punto secondo, non ho assolutamente detto che il tuo racconto è irrispettoso nei confronti della Storia, ma averlo collocato nel determinato genere, che è una cosa ben diversa. Mi autocito e sottolineo solo per farti capire che sei stato tu ad avere la fretta nel giudicarmi male, non io. È vero che sono una persona impulsiva, ma le cose ti ho scritto nel precedente commento sono frutto di una riflessione profonda, altrimenti, infastidita com'ero la prima volta che ho letto il racconto, non ti avrei commentato nemmeno. 

 

22 ore fa, Emy ha scritto:

dall'altro ho trovato irrispettoso non solo nei confronti della Storia che tutti conosciamo ma anche nei confronti del gioco stesso collocare in un determinato genere degli eventi così dolorosi. Si fosse trattato dello storico non mi avrebbe fatto storcere il naso ma così, per come la vedo io, è troppo (e fossi stata la tua compagna di squadra te l'avrei detto chiaro e tondo, e ti avrei penalizzato pure come giudice).

 

1 ora fa, ITG ha scritto:

Non ho inserito scontri cruenti, non ho lasciato giudizi sull’evento storico. La cosa grave secondo te, mi pare di capire, è l’aver inserito sullo sfondo del racconto un evento tragico. È grave aver ambientato un thriller durante la guerra? Rambo cosa è? E i film western in cui i cow boy danno la caccia ai nativi americani? Per non parlare degli sparatutto anni ’80.

Appunto! Non è un thriller, non è un giallo, il tuo. Non si tratta di ambientazione, ITG (e nel mio commento precedente non ce n'è alcun accenno). Hai scritto una storia super commovente, e ci sta, per carità, sono la prima in questo forum che ha sempre preferito nei contenuti e nelle votazioni i racconti che mi smuovevano dentro. Ma non puoi, assolutamente, prendere come pretesto un episodio tragico come quello dello Shoa per scrivere che si tratta di un thriller perché non lo è. C'è una parte di tensione nel tuo racconto, quando si nascondono nel fieno, ma lo stile adoperato, il contenuto, il resto, non lo giustifica. È un racconto che ha sullo sfondo gli eventi storici e tragici, ma parla di sentimenti. Di paura. Di com'è cambiata la vita della protagonista. Hai mai letto un giallo/thriller in cui la gran parte della storia è rappresentata dalle mani della madre della protagonista, con le alte punte di liricismo? Io, scusa la franchezza, no.

1 ora fa, ITG ha scritto:

Se fosse stato un sentimentale sarebbe stato differente?

Certo che sarebbe stato differente, eccome. 

 

1 ora fa, ITG ha scritto:

Perdonami, scusa se mi permetto, cosa è che rende un evento storico tabù? Non è un terremoto un evento tragico? Perché si potrebbe scrivere un sentimentale ambientato durante un terremoto e non un thriller durante la guerra? È un problema di genere? O di numero di morti?

Non capisco nemmeno l’aver invocato l’intervento dello staff? Cosa avrebbero dovuto fare? Una regola che potesse regolare l’utilizzo di un genere in funzione dell’entità della tragedia? È lecito utilizzare l’attentato di Berlino del 19/12/16 come ha fatto brillantemente @mercy per un thriller  (testo che ho votato) solo perché è inferiore il numero di vittime? Da cosa dovrebbe essere regolato? Mi verrebbe da dire: dalla sensibilità di chi scrive rapportata alla sensibilità di chi legge. Ebbene, come mi insegni, la sensibilità di chi legge è legata alle esperienze personali e dalle inclinazioni caratteriali. Sono nato a metà degli anni ’80 e difronte casa ho visto per anni persone in alloggi di fortuna a seguito del terremoto dell’Irpinia. Per lavoro mi occupo di sismica, vedo quotidianamente i danni che può provocare un terremoto e convivo con la responsabilità di dire se un edificio è sicuro e meno. Per me sono argomenti delicati ma non per questo li reputo intoccabili, né mi sono permesso di muoverti osservazioni tecniche invitandoti a documentarti sulle modalità di crollo di un edificio quando arriva un sisma, non ritenendo che la precisione tecnica potesse aggiungere qualcosa al tuo racconto.

L'evento storico di per sé non è un tabù, ITG. Mi dispiace che tu mi abbia fraintesa perché non ho parlato assolutamente male del contenuto del tuo racconto, che ho apprezzato molto, ma ho semplicemente contestato la scelta di presentarlo come un thriller/giallo perché per me non lo è. Mi ha infastidito parecchio lo ammetto, forse perché ho un profondo rispetto per quella tragedia e mi sono sentita, come lettrice, presa in giro. Ero anche arrabbiata con te, ammetto anche questo, ma perché ti reputo una persona intelligente e capace di scrivere tutti i generi, non solo quello con cui ti trovi a tuo agio. Non ho invocato nessun intervento dello staff, anche qui mi hai fraintesa. Ho semplicemente detto che ti avrei penalizzato se fossi stata giudice, ma non lo sono (se non in una minima parte), e quindi di cosa parliamo? Il tuo e il racconto di mercy della scorsa tappa sono su due binari diversi. Il tuo racconto non ha lo stesso ritmo, la stessa tensione. Non c'è alcun paragone. Dal mio punto di vista, chiaramente.

Per quel che riguarda il mio racconto, sarei stata ben felice di ricevere le critiche. Anzi, ne avrei fatto salti di gioia. Sono umana e come tale soggetta agli errori e non ho problemi di dirti che mi sono basata solo su esperienze personali con i terremoti, cercando di superare un mio limite con le descrizioni, conscia anche di non esserci riuscita in pieno. Non ci sono argomenti intoccabili, ma ci sono modi e modi di affrontare un tema. E non è nemmeno questo il motivo della mia critica, te lo ripeto. Spero di averti chiarito il mio punto di vista. Dovessi avere la necessità di un ulteriore confronto, puoi scrivermi in privato: ne sarei lieta. Buon proseguimento del contest!

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3 minuti fa, Emy ha scritto:

che essere ipocrita

Precisazione che francamente non capisco. Chi ha mai parlato di ipocrisia? 

 

4 minuti fa, Emy ha scritto:

non ho assolutamente detto che il tuo racconto è irrispettoso nei confronti della Storia, ma averlo collocato nel determinato genere, che è una cosa ben diversa.

Quindi la mancanza di rispetto e l'aver definito il racconto Thriller? Aver definito un racconto Thriller un racconto che per te non lo è sarebbe una mancanza di rispetto verso la storia? 

 

6 minuti fa, Emy ha scritto:

non puoi, assolutamente, prendere come pretesto un episodio tragico come quello dello Shoa per scrivere che si tratta di un thriller

ma ho mai nominato shoah, guerra, nazisti, ebrei? ho lasciato solo un riferimento alla stella, tratto dall'intervista. Dove sarebbe il pretesto? Ma poi pretesto a che fine? per prendere punti in un contest che si fa per gioco? 

 

8 minuti fa, Emy ha scritto:

ho semplicemente contestato la scelta di presentarlo come un thriller/giallo perché per me non lo è

Emy perdonami, ma questa considerazione cosa c'entra con la mancanza di rispetto per la storia? 

 

9 minuti fa, Emy ha scritto:

Hai mai letto un giallo/thriller in cui la gran parte della storia è rappresentata dalle mani della madre della protagonista, con le alte punte di liricismo? Io, scusa la franchezza, no.

continuo a non capire... per te non è un thriller, ok. Mi rendo conto che è al limite. Ma chi avrei offeso? per te  non è venuto bene, l'offesa dove sta?  

Ho provato a scrivere un thriller, per te non è un thriller, allora ti sei sentita in diritto di pensare che io abbia voluto usare la shoah per far passare un racconto sentimentale come thriller? Ti rendi conto che è un processo alle intenzioni?

 

2 ore fa, ITG ha scritto:

ti invito a segnalare le parti “irrispettose” del mio racconto.

Dovrei dedurre che la parte irrispettosa è:

Il 2/1/2020 alle 22:40, ITG ha scritto:

Genere: Thriller

 

11 minuti fa, Emy ha scritto:

Dovessi avere la necessità di un ulteriore confronto, puoi scrivermi in privato

Emy è mia abitudine chiarire i diverbi in provato, come potrebbe confermarti qualche altro utente, ma in questo caso credo che sia opportuna una "difesa" pubblica.

 

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@Emy @ITG Vi chiedo gentilmente di chiuderla qui. Per favore.

Non è un intervento di moderazione, assolutamente. Solo quello di un arbitro che preferisce appellarsi al buon senso.

 

La cosa migliore sarebbe parlarne in privato, ok?

 

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