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In paese lo chiamavano Don Lino. Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti sapevano che era una persona importante e che possedeva terre sconfinate.

 

Con una camicia a quadretti, un panciotto grigio pieno di tasche e un paio di pantaloni marroni, si aggirava per il podere, il dorso curvato in avanti, e il sole gli fiammeggiava sempre sopra. Quando compariva sui dossi della strada, la sua figura pingue si stagliava nell’azzurro del cielo, talvolta annerando, e a terra si proiettava l’ombra d’un cappello. Un cappello bianco, a tesa larga, roso lungo i fianchi dalla calura estiva, che Don Lino era solito calzare a coprire la calvizie.

 

Si era costruito una corte al centro del suo possedimento, che sulla bocca dei paesani passava per “feudo” e lui per “Re”. I campieri armati, di ritorno dal lavoro in groppa a muli, si fermavano dinanzi all’entrata della corte, là dove gli antenati avevano piazzato un abbeveratoio rifornito da tante fontanelle in fila e sempre ben idratato. I muli, invece, non lo erano; anzi, tutti ischeletriti mulinavano nell’acqua lingue arse dalla sete per ristorarsi dopo un interminabile scalpiccìo, fatto di sentieri afosi che serpeggiavano tra campi e poggi ricoperti di erbaccia rinseccolita. All’interno della corte, c’erano depositi per il raccolto e case dei mezzadri; e gli alloggi dell’unica figlia del proprietario, una femmina di nome Immacolata, e della moglie, di nome Crocifissa; e altri locali di vario uso e quartieri per gli agricoltori più facoltosi non a mezzadria.

 

Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo a ogni ora del giorno. Sorvegliava che tutto fosse perfetto e salutava i contadini che gli sorridevano quando lo vedevano passare per le stradine di pietrisco.

«Buon giorno, Re.»

«Oggi fa caldo.»

«La semina sta andando bene.»

 

Alcuni bambini ruzzavano sui pendii abbrustoliti. Don Lino li osservava da lontano e un sorriso gli scappava sotto la falda del cappello, sulle guance incartapecorite per lungo lavorare, arrugginite di estate e di fatica. Correva tra i bambini una fanciulla e cantava, con la chioma ornata di fiori violetti.

 

Arrivò il tempo della vendemmia: le viti cariche si inchinavano alla terra. Accorrevano contadini da ogni dove e affollavano i solchi e le trazzere con cesti per l’uva variopinti. I piccoli col nasino all’insù dicevano: «Guarda lassù, mamma», poi indicavano due falchi, che danzavano nel cielo impazziti al lezzo degli acini calpestati tra le zolle.

 

A Roccapipa, Don Lino era descritto come un uomo probo. D’altronde, aveva dato lavoro a mezzo paese, aveva impiegato tutti nel proprio feudo, gli dava una paga decente a fine mese. Quando il suo bisnonno era vivo, trovarono un giacimento d’acqua nel feudo e là ci costruirono un pozzo. Don Lino poi ereditò tutto. Così chiunque volesse acqua per i propri campi o per le attività cittadine doveva chiedere la sua benevolenza col cappello in mano. E col cappello in mano bisognava chiedergli il permesso per qualsiasi cosa. Don Lino amministrava la vita di ciascuno con la saggezza del buon padre di famiglia: decideva chi doveva vivere, sposarsi, far figli e festa; persino chi Iddio aveva condannato a crepare di siccità, sapeva.

 

La domenica era giorno di riposo al podere. Tanti mezzadri rifiatavano al fresco, se lo trovavano; altri no. I contadini più ricchi scendevano a Roccapipa per stiparsi nella chiesa della piazza centrale e ascoltare in piedi la messa e pregare la madonna piangente, intanto che un venticello trasportava il suono arroventato d’un marranzano, a mezzogiorno. Quel suono echeggiava fin presso all’olivo cui Don Lino si era appoggiato, esausto dopo una passeggiata tra i campi, seduto con le gambe incrociate e la schiena stesa su di un tronco, con la faccia rivolta a levante. Il grecale gli solleticava gli zigomi rugosi, si incuneava tra le fronde e le faceva oscillare. L’oliveto vibrava di vita. Un cappello bianco prendeva aria e ombra, di fianco. D’un tratto un ragazzo s’appressò a Don Lino.

«Siediti qui, accanto a me» gli disse.

Il ragazzo s’accovacciò a terra, poi incrociò le gambe.

«Ho deciso di sposarmi» disse, mentre reclinava la schiena sullo stesso tronco di Don Lino, ma dalla parte opposta.

«Quanti anni hai, giovanotto?»

«Venti.»

«Come ti chiami?»

«Rosario.»

«E vuoi prender moglie?»

«Sì. Mi sono innamorato di una ragazza.»

«Di chi?»

«Di vostra figlia.»

«Ha quindici anni.»

«Ci vediamo di nascosto la domenica sotto il cipresso, quando tramonta il sole e il rosso sale da dietro l’orizzonte.»

«Dimmi, hai terra?»

«No, lavoro nella vostra proprietà. In gennaio raccolgo i carciofi e in settembre sudo nella vigna.»

«Devi essere un bravo ragazzo da quel che dici, ma non basta.»

«Vi saluto, Don Lino.»

Rosario guizzò in piedi e corse via senza guardarlo. Non lo aveva guardato neppure mentre gli parlava.

Don Lino allora si tirò su a fatica, raccolse il cappello e se lo rincalcò sulla testa di modo che la fronte fosse tutta coperta, mentre un ghigno s’affacciava sulle guance e gli occhi neri gli si socchiudevano. Non spirava più vento, ma un suono imponente di marranzano cresceva.

 

Il sole asciugava tutto nel feudo, finanche parole e sentimenti.

 

Le ginocchia di una donna e quelle di un uomo si adagiarono accosto a un mucchio di pietre arrotondate dello stesso colore della terra bruciata che le circondava. Il mucchio straripava di lacrime e la donna, con un fazzoletto nero sui capelli, di tanto in tanto alzava le braccia al cielo in atto di implorazione. «È il secondo figlio che riposa senza sepoltura, mio Signore Messia». Con la testa fra le mani l’uomo osservava due campieri; i quali andavano via su muli smunti, con gli archibugi fumanti tra le mani e il berretto abbassato sul davanti. Li inseguì per pochi passi, imprecando, ma poi tornò indietro ad asciugare le lacrime della donna prostrata sulle pietre. La terra era intrisa di tristezza.

 

Sotto il cipresso quella sera non vi giunse alcuno. Il rosso montava e nessun cuore batteva.

 

«L’hanno trovato morto» urlava la piazza del paese, con la chiesa grande.

«Rosario è morto nella terra del Re.»

I campieri si ritiravano barcollando sulle loro cavalcature. Dicevano che quel ragazzo era morto per il morso di un insetto.

La folla gridava: «Viva il Re!».

Anche gli insetti sapevano di Don Lino.

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bello, complimenti.

 

A essere pignolissimo farei a meno solo del "ghigno": già tutto quanto precede "telefona" la conclusione. Aggiungere il ghigno può anche stonare, come se "il Re" si facesse sfuggire le intenzioni da un'espressione facciale.

 

Stefano

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Ciao, @dyskolos .

 

Bel racconto e accurata la caratterizzazione del periodo storico nonché dell'ambiente descritto. Le parole che hai scelto, spesso nella loro accezione più antica e "desueta", accentuano l'idea di un racconto che si svolge in tempi passati.

 

Allo stesso modo, risultano coerenti personaggi e psicologie, forti del contesto storico in cui sono inseriti. 

 

Bella la differenziazione tra il proprietario terriero e i contadini che lavorano per lui, soprattutto quando si descrive il rapporto di interdipendenza che li caratterizza, anche se si avverte una certa insoddisfazione di fondo per il rapporto che lega i braccianti al latifondista e che viene superata dalla stessa condizione di bisogno e necessità in cui versano.

 

Trovo molto suggestiva la rappresentazione della vita nei campi, in cui si dà ampio spazio al tipo di sensazione che si vive stando a stretto contatto di un paesaggio rurale e lavorando secondo i ritmi naturali della terra.

 

Non ho notato particolari errori, se non qualche espressione che non mi ha pienamente convinto. Te le elenco di seguito.

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti sapevano che era una persona importante e che possedeva terre sconfinate.

 

Eliminerei la ripetizione e sostituirei uno dei due verbi con un sinonimo.

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

a terra si proiettava l’ombra d’un cappello. Un cappello bianco, a tesa larga, roso lungo i fianchi dalla calura estiva, che Don Lino era solito calzare a coprire la calvizie.

 

Eliminerei il punto a favore dei due punti e riscriverei la frase in questo modo:

 

"a terra si proiettava l’ombra d’un cappello: bianco, a tesa larga, roso lungo i fianchi dalla calura estiva, che Don Lino era solito calzare a coprire la calvizie".

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

All'interno della corte, c’erano depositi per il raccolto e case dei mezzadri; e gli alloggi dell’unica figlia del proprietario, una femmina di nome Immacolata, e della moglie, di nome Crocifissa; e altri locali di vario uso e quartieri per gli agricoltori più facoltosi non a mezzadria.

 

Trovo superflui i punto e virgola.

 

Scriverei:

 

"All'interno della corte, c’erano depositi per il raccolto e case dei mezzadri, gli alloggi dell’unica figlia del proprietario, una femmina di nome Immacolata, e della moglie, di nome Crocifissa, e altri locali di vario uso e quartieri per gli agricoltori più facoltosi non a mezzadria".

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo a ogni ora del giorno.

 

Scritta così non mi sembra proprio corretta.

 

Forse, a questo punto, sarebbe meglio mettere i due punti e scrivere:

 

"Lui, il Re: gli piaceva bazzicare il feudo a ogni ora del giorno".

 

Non che mi convinca, io punterei più su qualcosa come:

 

"Lui, il Re, aveva piacere nel bazzicare il feudo a ogni ora del giorno".

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

La domenica era giorno di riposo al podere.

 

Qui eliminerei "al podere". Si capisce che il riferimento è al fondo.

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

«Ci vediamo di nascosto la domenica sotto il cipresso, quando tramonta il sole e il rosso sale da dietro l’orizzonte.»

 

Molto audace! :D 

 

6 ore fa, dyskolos ha scritto:

La folla gridava: «Viva il Re!».

 

C'è un punto di troppo.

 

Detto questo, ti faccio i miei complimenti :).

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4 ore fa, Stevesteve ha scritto:

bello, complimenti.

 

Grazie mille, Steve, per le tue parole :)

 

 

55 minuti fa, RedInferno ha scritto:

Detto questo, ti faccio i miei complimenti :).

 

Grazie @RedInferno per questo e per altro :)

 

 

56 minuti fa, RedInferno ha scritto:
7 ore fa, dyskolos ha scritto:

Nessuno sapeva il suo vero nome, ma tutti sapevano che era una persona importante e che possedeva terre sconfinate.

 

Eliminerei la ripetizione e sostituirei uno dei due verbi con un sinonimo.

 

È una ripetizione voluta. Nella prima stesura ne avevo messe addirittura tre :asd:

 

 

59 minuti fa, RedInferno ha scritto:
7 ore fa, dyskolos ha scritto:

a terra si proiettava l’ombra d’un cappello. Un cappello bianco, a tesa larga, roso lungo i fianchi dalla calura estiva, che Don Lino era solito calzare a coprire la calvizie.

 

Eliminerei il punto a favore dei due punti e riscriverei la frase in questo modo:

 

"a terra si proiettava l’ombra d’un cappello: bianco, a tesa larga, roso lungo i fianchi dalla calura estiva, che Don Lino era solito calzare a coprire la calvizie".

 

Sai che all'inizio avevo scritto come mi suggerisci? Poi l'ho cambiato un secondo prima di mandarlo, perché, in un certo senso, volevo evitare critiche come: "Dysk, ma se è un'ombra, come fai a dedurre il colore del cappello?!". Così ho messo il punto fermo per sottolineare che per me ci sono due concetti separati: 1) l'ombra del cappello e 2) il cappello reale bianco. Con i due punti, invece, mi sembrava i due concetti potessero essere considerati come confusi :)

 

1 ora fa, RedInferno ha scritto:
7 ore fa, dyskolos ha scritto:

Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo a ogni ora del giorno.

 

Scritta così non mi sembra proprio corretta.

 

Sì, è scorretto ma è voluto, Ho messo un anacoluto in quel punto perché volevo attirare l'attenzione del lettore su Don Lino, il centro del racconto. Dal tuo commento deduco di esserci riuscito. Come dire? Don Lino è talmente potente che al suo cospetto anche le regole grammaticali vanno a farsi benedire :)

 

Rifletterò su tutti i consigli che mi avete dato. Grazie!

 

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Ospite

Ciao. Il racconto mi è piaciuto molto (poi a me già mi piaceva Verga al liceo, vuoi che non mi acchiappi una storia di latifondista onnipotente e di poveri villani che vivono e muoiono di stenti e del suo buon-insomma-volere?)

Se devo trovare uno squilibrio, forse la prima parte, che introduce la figura di don Lino, è un po' lunga rispetto all'altra: il povero Rosario arriva e scompare (in tutti i sensi) abbastanza velocemente, e siccome è l'unico "esempio" che ci dai del potere e della spietatezza del Padrone, io immagino che sia il centro del racconto e forse lo inserirei prima. Ma forse immagino male, e va bene così.

Ora faccio le pulci alle parole perché mi serve un commento "come si deve", abbi pazienza :)

 

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Con una camicia a quadretti, un panciotto grigio pieno di tasche e un paio di pantaloni marroni,

credo di aver capito che le ripetizioni ti piacciono, quindi forse è voluta, ma a gusto mio, ne toglierei almeno uno: una camicia..., il panciotto... e un paio di. Oppure una camicia..., un panciotto e i pantaloni...

 

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

talvolta annerando,

questa forma con la a non la conoscevo, prendo nota :)

non dovrebbe essere annerandolo (il cielo)?

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

sulla bocca dei paesani passava per “feudo” e lui per “Re”

magari pure qui volevi l'allitterazione paesani passava, ma il verbo "diventava" mi sembra dare meglio l'idea (mi sembra, eh?)

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

e gli alloggi dell’unica figlia del proprietario, una femmina di nome Immacolata, e della moglie, di nome Crocifissa;

visto che il periodo è già molto lungo e denso, almeno questa ripetizione la eviterei

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo

A lui, il Re, gli piaceva... (ho letto che l'anacoluto è voluto, ma secondo me al lettore suona come errore e basta, per questo ti propongo questa forma, comunque "sporca" con la ripetizione a lui gli)

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

persino chi Iddio aveva condannato a crepare di siccità, sapeva.

lo invertirei: sapeva persino... (non escludo di essere lenta io, ma ho dovuto rileggere più di una volta per capire il senso di quel sapeva messo lì solo soletto tra una virgola e un punto.

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Don Lino li osservava da lontano e un sorriso gli scappava sotto la falda del cappello,

eviterei il cambio di soggetto e terrei solo don Lino: li osservava e si faceva (o lasciava, ma è più passivo come verbo e si adatta meno al personaggio) scappare un sorriso...

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Ci vediamo di nascosto la domenica sotto il cipresso, quando tramonta il sole e il rosso sale da dietro l’orizzonte.»

non è un po' diretta come confessione? Va bene l'ardore della giovinezza, ma essere un po' più diplomatico, col gran Padrone? le ho già parlato, mi vuol bene anche lei. Ci vediamo all'uscita dalla messa... gli incontri clandestini spifferati così: un kamikaze questo Rosario! ;)

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

raccolse il cappello e se lo rincalcò sulla testa di modo che la fronte fosse tutta coperta, mentre un ghigno s’affacciava

è sempre questione di gusti personali, però toglierei quel mentre che mi sembra attenuare l'effetto e spezzerei: "...tutta coperta. Un ghigno s'affacciava..." per sottolineare quel ghigno che dice tutto e che è il clou. tant'è vero che dopo il vento si placa, e la musica aumenta, come nella scena topica di un film.

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Sotto il cipresso quella sera non vi giunse alcuno

visto che il luogo è già indicato: sotto il cipresso, il vi mi sembra un raddoppio inutile.

 

Insomma: un sacco di pignolerie molto opinabili, ma quest'è. Gran bel racconto, mi tolgo il cappello davanti a Vossia :)

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5 minuti fa, Befana Profana ha scritto:

Insomma: un sacco di pignolerie molto opinabili, ma quest'è. Gran bel racconto, mi tolgo il cappello davanti a Vossia :)

 

Grazie per essere passata, per il commento e per le belle parole, cara @Befana Profana :)

Farò tesoro dei suggerimenti che mi hai dato.

Effettivamente è una storia verghiana: pensavo proprio a lui mentre scrivevo. Buona scrittura a Vossia e baciamo le mani (siamo in argomento) ;)

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Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

ragazzo s’accovacciò a terra, poi incrociò le gambe.

«Ho deciso di sposarmi

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

in fila e sempre ben idratato

Idratato non mi pare adatto, meglio "fornito di fontanelle sempre attive" o qualcosa di simile.

 

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

I muli, invece, non lo erano; anzi

 

Chiaramente nel periodo successivo dovresti togliere parte dopo  "I muli" e passare direttamente a I muli assetati mulinavano le lingue ecc...

 

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo a ogni ora del giorno

Qui non va, ripeti per tre volte il soggetto Lui, il Re e gli. Meglio sarebbe: Al Re piaceva bazzicare per il feudo a ogni ora

del giorno.

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Sorvegliava che tutto fosse perfetto e salutava i contadini

Anche qui qualcosa non mi torna, suonerebbe meglio: Sorvegliava affinché tutto fosse perfetto, e salutava...

 

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Buon giorno, Re.»

Che i contadini lo chiamassero Re non sa di sfottò? (Solo una mia perplessità, ok che lui si ci senta, ok che lo definiscano così anche i contadini tra di loro, ma chiamarlo Re apertamente non mi convince).

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Siediti qui, accanto a me» gli disse.

Il ragazzo s’accovacciò a terra, poi incrociò le gambe.

«Ho deciso di sposarmi

Qui non si capisce chi dice "ho deciso di sposarmi, ti suggerirei:... incrociò le gambe e disse: "ho deciso di sposarmi..."

Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

La terra era intrisa di tristezza

Già le lacrime della donna che bagnano le pietre sono più che sufficienti a dare l'immagine della terra intrisa di tristezza. 

Ci sarebbe qualche altra piccola correzione da apportare, ma nel complesso ti dico che, nonostante ciò che ti ho segnalato, hai raccontato una bella/brutta storia. Ottima la descrizione dei paesaggi e della figura di Don Lino (anche se me lo hai mostrato come uomo probo che dava una paga decente, e lì per lì non ho pensato fosse anche crudele). La parte dedicata a Rosario e alla sua morte mi sembra invece "sbrigativa". Io sono amante della concisione, ma mi è sembrato un salto temporale (è capitato anche a me, me lo hanno fatto notare, e mi sorprende che adesso lo stia notando nel tuo racconto); è una morta quasi ingiustificata, avresti dovuto mostrare, secondo me, un'altro incontro segreto tra i due ragazzi in modo da dare un motivo "serio" a Don Lino  per comandare l'omicidio. In pratica non hai dato tempo di vedere se il ragazzo avrebbe ubbidito al rifiuto di Din Lino. 

Comunque ti ho apprezzato, la scrittura di un siciliano è sempre carica di colori. 👍 

 

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18 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:
Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

in fila e sempre ben idratato

Idratato non mi pare adatto, meglio "fornito di fontanelle sempre attive" o qualcosa di simile.

 

Hai ragione. All'inizio era come dici tu, poi l'ho cambiato e ci ho messo "idratato", che è un po' strano, proprio perché volevo attirare l'attenzione del lettore sul sole che asciuga tutto e contemporaneamente volevo creare un contrasto tra l'abbondanza di acqua dell'abbeveratoio e i muli che invece faticavano assetati sotto la calura estiva. Quindi alla fine ho optato per quella costruzione contrastiva con l'aggettivo "idratato" :)

 

26 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:
Il 1/1/2020 alle 11:43, dyskolos ha scritto:

Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo a ogni ora del giorno

Qui non va, ripeti per tre volte il soggetto Lui, il Re e gli. Meglio sarebbe: Al Re piaceva bazzicare per il feudo a ogni ora

del giorno.

 

Questo punto me l'hanno fatto notare tutti. Ho messo quell'anacoluto di proposito per attirare l'attenzione e pare che ci sia riuscito. Vedo che sul WD non passa, quindi prometto che non userò più forme agrammaticali,  benché ampiamente giustificabili per me, nei successivi racconti che pubblicherò sul WD :) Piacciono di più le forme scolastiche come quella che mi suggerisci tu. Me lo aspettavo, devo dire :) , e infatti da ora in poi scriverò come se fossi a scuola (solo frasi non marcate, SVO). Poi verrò criticato (come ho visto) per l'infantilità della scrittura, vedrai :D

Comunque mi conformerò allo stile WDiano. Se l'Officina è una "palestra letteraria", allora devo esercitarmi, no?

 

 

56 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

La parte dedicata a Rosario e alla sua morte mi sembra invece "sbrigativa"

 

Anche questo mi è stato fatto notare, sebbene non esplicitamente. Allora, è un po' sbrigativa, certo, lo dico anche io, però volevo dare l'idea del sole che asciuga tutto, persino le parole. Infatti subito dopo ho piazzato un'entrata a gamba tesa del narratore che fa: "Il sole asciugava tutto nel feudo, finanche parole e sentimenti". All'inizio non c'era perché non mi piace molto il narratore palese, ma mi sono forzato ad aggiungerlo dal momento che mi ero detto fra me e me: "Vuoi vedere che i lettori (del WD per ora:P) non lo capiscono senza narratore? Ok, Dysk, mettilo anche se non vorresti". Ma a quanto pare non è stato abbastanza. Ok, ci starò più attento la prossima volta :)

 

 

1 ora fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Comunque ti ho apprezzato, la scrittura di un siciliano è sempre carica di colori. 👍 

 

Grazie per le tante belle parole (non solo quelle riportate), cara @Adelaide J. Pellitteri :)  e per le tue osservazioni, di cui farò tesoro sicuramente.

 

 

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1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Questo punto me l'hanno fatto notare tutti. Ho messo quell'anacoluto di proposito per attirare l'attenzione e pare che ci sia riuscito. Vedo che sul WD non passa, quindi prometto che non userò più forme agrammaticali,  benché ampiamente giustificabili per me, nei successivi racconti che pubblicherò sul WD :) Piacciono di più le forme scolastiche come quella che mi suggerisci tu. Me lo aspettavo, devo dire :) , e infatti da ora in poi scriverò come se fossi a scuola (solo frasi non marcate, SVO). Poi verrò criticato (come ho visto) per l'infantilità della scrittura, vedrai :D

Comunque mi conformerò allo stile WDiano. Se l'Officina è una "palestra letteraria", allora devo esercitarmi, no?

 

Scherzi, sì? :P

 

 

1 ora fa, dyskolos ha scritto:

Lui, il Re, gli piaceva di bazzicare il feudo a ogni ora del giorno

 

a me è chiarissima l'intenzione. Per favore, mantieni l'originalità che hai espresso, a limare si fa sempre in tempo.  (y):)

 

Stefano

 

 

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24 minuti fa, Stevesteve ha scritto:

Per favore, mantieni l'originalità che hai espresso, a limare si fa sempre in tempo.  (y):)

 

Grazie, Stefano, troppo gentile :sss::sss::sss:

Scherzavo prima :): sto scrivendo un altro racconto che contiene una forzatura della grammatica in un punto (non un vero e proprio errore :rolleyes:) e mi sono chiesto se "correggerlo" o no, ma alla fine lo manterrò e manderò il racconto con forzatura annessa ;)  

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3 ore fa, dyskolos ha scritto:

Vedo che sul WD non passa, quindi prometto che non userò più forme agrammaticali,  benché ampiamente giustificabili per me, nei successivi racconti che pubblicherò sul WD :) Piacciono di più le forme scolastiche come quella che mi suggerisci tu. Me lo aspettavo, devo dire :) , e infatti da ora in poi scriverò come se fossi a scuola (solo frasi non marcate, SVO). Poi verrò criticato (come ho visto) per l'infantilità della scrittura, vedrai

Noooo. È ovvio che qui leggiamo cercando l'errore e allora tutte le osservazioni  sembrano scolastiche (e forse io sono una di quelle che risulta più scolastica di tanti), ma non è così. L'originalità è una ricerca continua ed è bella scoprirla in un testo di chicchessia, tuo, mio o di altri non ha importanza, è la gioia del lettore che conta, qundi leggiamo anche con la voglia di venire stupiti, ammaliati da nuove forme e formule, ma ogni trovata deve essere sorprendente e non far venire il dubbio che l'autore abbia scelto un vocabolo inadatto, giusto? La voce di ognuno di noi è unica e omologarsi è assolutamente sbagliato, quindi fai bene a dire che manterrai il tuo stile, ma dai più fiato alla tua genialità con sfrontatezza, osa di più. Ti faccio un esempio, hai mai letto Saltatempo di Stefano Benni? Bene, è un libro che potrebbe essere definito addirittura strampalato, invece con i suoi accostamenti assurdi sorprende e incanta il lettore. 

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri :)

 

24 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

ma ogni trovata deve essere sorprendente e non far venire il dubbio che l'autore abbia scelto un vocabolo inadatto, giusto?

 

Giustissimo! E la critica va benissimo; anzi, mi sembrerebbe strano che non ci fosse: sarebbe pure contro lo spirito del WD :)

Nel mio caso, l'errore (perché questo è) è molto diffuso in letteratura e in un certo senso "codificato", tanto che ha pure un nome. Non è un errore a caso. Però effettivamente sembra dovuto alla scelta di un vocabolo sbagliato o alla mancanza di conoscenza grammaticale dell'autore. Però siccome io non sono né Hemingway né Manzoni né Calvino ecc… dovrei evitare certe costruzioni ardite. Hai ragione :)

E tu comunque sei bravissima e non scolastica!

 

 

 

37 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Ti faccio un esempio, hai mai letto Saltatempo di Stefano Benni? Bene, è un libro che potrebbe essere definito addirittura strampalato, invece con i suoi accostamenti assurdi sorprende e incanta il lettore. 

 

Non l'ho mai letto. Lo comprerò: mi hai incuriosito.

Grazie per il consiglio, Adelaide :)

 

P.S.: in un mio giallo, l'assassina si chiama come te, anche se si fa chiamare Adele.

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