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Bilbo Baggins

Assenza totale di autovalutazione

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8 ore fa, Ospite ha scritto:

Li adescano con la promessa di fama e soldi, e poi li rimbalzano.

Alcuni li lanciano sul mercato dopo ripetuti lavaggi con candeggina a suon di editing, con la retorica del "giovane" astro nascente. Ed è subito sera. 

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19 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Capisco che sia nell'indole umana dare sempre agli altri le colpe, ma prima o poi lo specchio impietoso dei nostri fallimenti ci presenterà il conto e ognuno di noi a sé stesso dovrà pur raccontare una certa (dolorosa) verità. Per quanto oggi taciuta, per quanto oggi invisa alla nostra egocentrica e ridottissima visione del mondo (editoriale). Una visione/distorsione nella quale la scrittura non all'altezza non è mai la nostra, dove chi giunge alla pubblicazione mai vi arriva per merito, dove le redazioni sono zeppe di Torquemada nostri acerrimi nemici; dove l'agente è sempre un poco di buono; dove la spesa per un editor è sempre cosa nefasta e di utilità pari a zero; dove per ignoranza ignominia e infingardo pregiudizio al lettore viene sempre impedito di godersi il nostro primo e secondo e terzo capolavoro. Dove il successo o l'insuccesso di un'opera è sempre determinato da ciò che è estraneo ed esterno all'opera stessa. Dove le nostre private biblioteche casalinghe pullulano di libri scritti e pubblicati da corrotti, da venduti al sistema, da leccaculi di primo e secondo e terzo rango. Dove noi non collochiamo opere di esordienti (sempre di dubbia origine e natura) ma solo o anche l'immancabile King di turno (che come tutti sanno non prospera nel sistema, non alimenta il sistema, non toglie spazio agli esordienti, ma anzi li incoraggia e li fa pubblicare, perché è nota qui come in America la grande solidarietà che unisce gli esordienti agli scrittori, gli scrittori agli esordienti e insieme esordienti e scrittori agli ancora sconosciuti che domani forse scriveranno qualcosa). 

 

 

19 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Nel frattempo, nel mondo reale e corrotto,  l'Autrice x e y, con il romanzo curato corretto rivisto e riletto (da me) l'anno scorso sta per essere pubblicato e pubblicizzato (febbraio 2020). Un miracolo? Un fatto fantascientifico? Un prodigio? No, solo mesi e mesi di editing accuratissimo

Carissimo,

mi pare che tu stia estremizzando. Che il sistema editoriale nel nostro Paese volga alla sofferenza è sotto gli occhi di tutti e criticare questo stato di cose non significa necessariamente essere la volpe che, non arrivando all'uva, si rifugia nel nondum matura est.  Soprattutto quando a muovere critiche è chi partecipa al business quale soggetto passivo stanco di essere inquadrato unicamente come possibile alimentatore, non col proprio ingegno, ma col proprio denaro, di un meccanismo a circuito chiuso che si propone l'obiettivo di spremerlo, a prescindere dalle sue capacità scrittorie. Anzi, se all'aspirante scrittore mancano le basi elementari di grammatica, sintassi e consecutio temporum è meglio: arriverà l'editor in grado di supportarlo al punto di farne il novello King (tanto per restare nel campo delle citazioni). Dagli interventi che mi è dato leggere (perché io personalmente non ho mai sborsato un centesimo) emerge che il ricorso all'editing da parte dell'autore, anche quando si tratta di rimaneggiare un testo già di per sé decente, non comporti, salvo casi eccezionali come quello da te indicato, la pubblicazione da parte di una CE di vaglia. E se, comunque, può apparire azione meritoria aiutare ad emergere un autore dotato di valore intrinseco, non lo è sicuramente altrettanto - ammesso che il colpo riesca - portare al successo un cosiddetto scrittore capace, di suo, solo di assassinare la lingua italiana.

Capisco che ognuno cerchi di portare acqua al suo mulino e che ogni venditore magnifichi i vantaggi della propria merce, ma, per favore, sforziamoci di essere obiettivi, evitando di estremizzare posizioni che riguardano solo una minima parte di chi lamenta o denuncia lo stato dell'arte. E, quando parliamo di editing a pagamento, cerchiamo anche di tener presente che non tutti possono privarsi di somme importanti, anche ammesso e non concesso che il gioco valga la candela. Scrivere non è, non può essere, attività riservata ai ricchi.

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1 ora fa, cheguevara ha scritto:

Soprattutto quando a muovere critiche è chi partecipa al business quale soggetto passivo stanco di essere inquadrato unicamente come possibile alimentatore, non col proprio ingegno, ma col proprio denaro, di un meccanismo a circuito chiuso che si propone l'obiettivo di spremerlo, a prescindere dalle sue capacità scrittorie.

 

Mai nessun autore/scrittore da me curato (come rivisto e corretto da altri editor) si è lamentato per il costo del servizio offerto. E nessuno di costoro si è ammalato per non aver poi trovato l'editore. E nessuno di essi si è sentito stritolato o spremuto. Anzi, i problemi seri sono arrivati mesi dopo la pubblicazione. Dopo che la palla è passata dall'editor/editore all'amministrazione/contabilità (ma questo è un altro discorso).

1 ora fa, cheguevara ha scritto:

Anzi, se all'aspirante scrittore mancano le basi elementari di grammatica, sintassi e consecutio temporum è meglio: arriverà l'editor in grado di supportarlo al punto di farne il novello King (tanto per restare nel campo delle citazioni).

Per favore, manda al mio indirizzo email pagine scritte da te. Fammi leggere del tuo. Parlo sul serio e ovviamente sara una lettura, con mio giudizio, totalmente gratis e privata.  Fammi provare la soddisfazione di avere sotto gli occhi un testo scritto come si deve e che mi faccia esclamare (insieme a te) maledizioni contro la cecità del sistema editoriale italiano. Seriamente, parlo seriamente.

 

2 ore fa, cheguevara ha scritto:

Dagli interventi che mi è dato leggere (perché io personalmente non ho mai sborsato un centesimo) emerge che il ricorso all'editing da parte dell'autore, anche quando si tratta di rimaneggiare un testo già di per sé decente, non comporti, salvo casi eccezionali come quello da te indicato, la pubblicazione da parte di una CE di vaglia

Due autrici di Milano e una terza di Napoli, con due testi a testa, pubblicati a nord e a sud  negli ultimi 18 mesi. Sei opere corrette, riviste e rilette, in prima e seconda revisione  e per alcune anche un'occhiataccia alle bozze editoriali (che in genere abbondano di refusi e sviste). E, ma questo è il bello della collaborazione di lunga durata tra Autore ed Editor di fiducia, tra una messa a punto e l'altra del testo, conversazioni a iosa sui progetti futuri, sul materiale ancora nel cassetto, con spunti e suggestioni su altri temi e altre trame  che gli editori potrebbero trovare appetibili. Però, amico mio, è sempre molto pericoloso generalizzare su questioni sulle quali non abbiamo esperienza. Io non ho mai avuto a che fare con il notaio,  ma anche se intorno a me tutti parlassero male della categoria  notarile, per come sono fatto io, prima farei esperienza e poi forse potrei dire qualcosa di sensato sul loro operare. Tu non hai avuto esperienze con un editor (e meno che mai con un editor rompiballe come me!) però sei convinto della loro inutilità, almeno per te e i tuoi testi. Ma in base a quale convincimento tuo, derivante da esperienza diretta? Io posso dirti, per esperienza diretta sui testi, che sono piuttosto deluso da come operano sul testo i miei colleghi, ma tu? 

2 ore fa, cheguevara ha scritto:

E se, comunque, può apparire azione meritoria aiutare ad emergere un autore dotato di valore intrinseco, non lo è sicuramente altrettanto - ammesso che il colpo riesca - portare al successo un cosiddetto scrittore capace, di suo, solo di assassinare la lingua italiana.

Fammi degli esempi. Hai tu letto la versione originale di un testo e poi quella definitiva dopo l'editing? Su che cosa basi il tuo giudizio sulla presunta incapacità degli altri di scrivere? Io sto preparando un testo per il blog di una carissima amica, cioè io sto mandando il testo mio ad una mia Autrice affinché me lo riveda e corregga e se è il caso me lo chiarisca concettualmente. Proprio perché  è così alto il rischio di assassinare la lingua italiana è logico è naturale è ovvio chiedere a qualcun altro di leggerci. Non è insicurezza, è saggezza. Quanto l'intento non è il trionfo dell'io ma dei concetti miei/tuoi/nostri sapientemente e correttamente comunicati.

2 ore fa, cheguevara ha scritto:

Capisco che ognuno cerchi di portare acqua al suo mulino e che ogni venditore magnifichi i vantaggi della propria merce, ma, per favore, sforziamoci di essere obiettivi, evitando di estremizzare posizioni che riguardano solo una minima parte di chi lamenta o denuncia lo stato dell'arte

Giusto, ma perché tu dimostri di disprezzare l'acqua altrui? Perché mai la tua acqua non può civilmente coesistere con la mia in vista di una comune finalità (fosse pure e solo leggere un testo ben scritto)? Perché assolutizzi la tua condizione? Io non ho mai sostenuto che un testo per essere pubblicato debba necessariamente essere sottoposto a un editing privato a pagamento.  E tu, non conoscendomi, non puoi sapere di quanti preziosi suggerimenti (anche per te)io potrei esser tesoriere, gratis o pagamento. Però, nella tua mente il binomio Autore/Editor è un abominio concettuale, prima ancora di essere un costo che secondo te solo in pochi si possono permettere. Essere obiettivi significa "sconfinare", oltrepassare i confini per fare esperienza del mondo che sta oltre la nostra scrivania.  E dove tutti la pensano differentemente da me e proprio perché la pensano in altro modo mi danno quotidiani imput per meglio calibrare e mettere a punto il mio pensiero (sempre schiavo di pregiudizi e preconcetti).

2 ore fa, cheguevara ha scritto:

E, quando parliamo di editing a pagamento, cerchiamo anche di tener presente che non tutti possono privarsi di somme importanti, anche ammesso e non concesso che il gioco valga la candela. Scrivere non è, non può essere, attività riservata ai ricchi.

Una settimana fa, proprio un autore qui incontrato, mi ha inviato il riassunto della sua opera e i primi tre capitoli chiedendomi una valutazione e uno scambio di opinioni in merito. Gratuitamente. A costo zero. Ora, diamo per scontato che secondo te costui non è nemmeno uno "scrivente" degno di considerazione e diamo pure per scontato che ci sia del marcio nella mia disponibilità, come fai tu a ridurre tutto alla "somma importante"? Sottoponi il tuo pensiero a un pericoloso "riduzionismo" concettuale ed etico se fingi di ignorare un altro modo parimenti umano di vedere le cose e il contesto.

Viviamo in una società dove contano le alleanze, gli incontri, i dialoghi, gli scambi paritari a partire dalle differenti identità e funzionalità di ognuno di noi. Scrive la professionista appena operata di cancro al seno e scrive la figlia della bidella che vuole raccogliere le memorie del nonno. Scrive il dottore che ha una relazione omosessuale con un paziente e scrive la pensionata che al terzo viaggio in India con il secondo marito ha avuto una duratura "illuminazione".  Scrivono perché ne sentono il bisogno, perché la scrittura li aiuta a vivere con altra consapevolezza. E quando si rivolgono a me incontrano in primis un essere umano che li ascolta. Però per te "riduzionista" conta solo se hanno o non hanno i soldi per la mia fattiva collaborazione. No, amico @cheguevara, non funziona così. Certo che mi aiutano a pagare le bollette a fine mese, ma la scrittura è per me e per loro luogo della messa in discussione, dell'autocritica, terreno per acquisire anche un altro modo di considerarsi e di considerare -denaro incluso. Perché in questa relazione Autore/Editor l'interesse comune ha mille facce, che passano anche per il denaro ma mai si limitano al costo basso/medio/alto dell'operazione editing. Fine. 

 

Un saluto.

P.S. Secondo me chi scrive deve mostrare sensibilità e apertura verso il prossimo, indipendentemente dalle bastonate già prese. Ciao!               

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4 ore fa, cheguevara ha scritto:

Scrivere non è, non può essere, attività riservata ai ricchi.

 

In teoria basta una risma di carta, io userei dei fogli a righe perchè non so scrivere dritto, vado sempre di sbieco sul foglio bianco, e alcune stilo. Con 10-15€ un romanzo lo si scrive

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@Renato Bruno Ma perché è sempre il solito discorso. Se uno non sa scrivere, può avere il miglior editor del mondo, sempre un brutto libro scriverà. E se non brutto inutile. Ho anche perso la speranza di parlarne qua sopra di come si scrive, di come si mettono in fila le frasi e i paragrafi. Tanto o arrivano le faccine degli eterni confusi, o si fa finta di nulla e non si scende mai nel merito delle questioni.

E' sempre un: "sìsì io lo faccio," e poi vado a leggere i loro testi e mi accorgo che son tutte parole al vento. Chissà forse credono di farlo davvero.

Io poi libri li leggo e li sfoglio, e continuo a leggere anche roba di grandi CE da fare accapponare la pelle. E non parlo di trama e psicologia dei personaggi (figuriamoci!), ma proprio delle basi. Periodi casuali, buttati lì tanto per, paragrafi sconclusionati, dettagli che piovono dal cielo, niente filo logico che unisca gli elementi della prosa, tante scenette spezzettate e divise con stacchi bianchi... Si sente la totale assenza di idea su come debba essere scritto un testo. Alle volte mi chiedo, ma chi scrive questa roba, paragona mai il suo testo a uno di quelli che vende milioni di copie? E ai suoi occhi sembra uguale? Non si accorge di quel che non va?

E mi rispondo, o che non gliene frega nulla, o che semplicemente non nota le differenze e gli pare di scrivere cosa decenti. E ci sta anche questo. Mancanza di capacità critica e analisi del testo. Tanto per loro gente come la Rowling ha scritto dei capolavori perché aveva dietro editor giganti, quindi è anche inutile parlarne.

Credo infine che il grande problema è che la maggior parte di chi vuole fare lo scrittore sia solo un lettore che vorrebbe tanto, magari gioca, a fare lo scrittore. Ma essere uno scrittore è tutto un altro paio di maniche. E per prima cosa bisognerebbe smettere di leggere come un lettore, ma imparare a farlo come scrittore.

E la cosa mi irrita non perché alcuni di questi pubblicano con le grandi CE, tanto se scrivono in questo modo non andranno mai da nessuna parte. Nemmeno se il libro lo regalano. Ma perché è uno svilire il lavoro di chi scrive sul serio, e ci prova, e ci perde la salute a creare testi con ogni santo crisma del caso.

E il fatto che sembra che tu non te ne accorga che la maggior parte dei testi è roba indecente e inutile a me preoccupa e non poco.

 

E non parliamo dei dialoghi eh...

 

Ti dirò la verità: mi ci prende lo sconforto. E mi cascano gli attributi quando poi mi chiedono come faccio a scrivere così bene a vendere e a essere contattato dai lettori.

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15 minuti fa, Ospite ha scritto:

Alle volte mi chiedo, ma chi scrive questa roba, paragona mai il suo testo a uno di quelli che vende milioni di copie? E ai suoi occhi sembra uguale? Non si accorge di quel che non va?

 

E' la stessa medesima cosa che mi chiedo io. Come mai questa incapacità di sdoppiarsi e di leggere il proprio scritto come se fosse scritto da un altro?

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2 minuti fa, Bilbo Baggins ha scritto:

 

E' la stessa medesima cosa che mi chiedo io. Come mai questa incapacità di sdoppiarsi e di leggere il proprio scritto come se fosse scritto da un altro?

 

Perché non hanno voglia di imparare a farlo. Perché significa prendere un libro di quelli tosti, e pagina per pagina, riga per riga, studiarlo e paragonarlo al proprio testo. E' un lavoro che richiede mesi e mesi, anni di studio per essere perfezionato. E la gente non ha voglia.

Scrivere, e anche di più, imparare a scrivere, è qualcosa che richiede tempo, fatica e sacrificio. Ma la narrazione è quella del "scrivi un libro, vendilo, e diventi ricco e famoso". Stare col culo sulla sedia a studiare per mesi e mesi prima di scrivere? Ma che siamo matti?

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1 ora fa, Ospite ha scritto:

prendere un libro di quelli tosti

 

Adesso però resta la curiosità di avere una lista di titoli degni di essere così definiti...

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44 minuti fa, Bilbo Baggins ha scritto:

E' la stessa medesima cosa che mi chiedo io. Come mai questa incapacità di sdoppiarsi e di leggere il proprio scritto come se fosse scritto da un altro?

Perché non è l'occhio a leggere ma la mente e la mente ri-legge esattamente come ha concepito quel pensiero, trovandolo sempre corretto e adeguato anche quando non lo è. La lettura è faccenda psicologica non tecnica. Per chi scrive, la fretta e la necessità di arrivare alla conclusione della frase fa passare in secondo e in terzo ordine le sviste le lacune le improprietà del periodo. Avviene lo stesso per un testo che nella sua prima pagina riporta i tempi verbali sbagliati: alla quarta pagina chi legge già non nota più l'inadeguatezza dei tempi verbali errati, osservati e criticati nella prima pagina. Complesso è il fenomeno che porta alla necessità di una figura esterna per la radiografia del testo. Complesso è il rapporto della parola che ci rappresenta e che istintivamente e psicologicamente riconosciamo e difendiamo come nostra anche quando contiene errori (che non vediamo). Ogni scrittore, soprattutto quando è bravo, cioè quando si sente sicuro e padrone dei propri mezzi tecnici e linguistici, è ad alto rischio di errore, perché quando scrive va con gli occhi in avanti per concludere il concetto, saltando gli eventuali vuoti di sintassi e sorvolando sul lessico non appropriato al contesto. E quando si rilegge si limita ad accarezzare con lo sguardo lo scritto senza autenticamente vederlo. L'autore/scrittore non è in grado (a volte nemmeno dopo mesi o anni dall'atto della scrittura) di cambiare occhi per analizzare con lente d'ingrandimento l'opera finita (magari la riscrive d'accapo, la rifà tutta, la distrugge e la ricrea...ma non la corregge veramente!).

Ma questa è la prassi, come sa bene ogni maestro a scuola, ogni editore, ogni agente redattore, ogni editor. Come ben sapevano i frati benedettini che avevano un prontuario a cui ricorrere per la disamina degli errori più frequenti di copiatura/scrittura. Vale lo stesso per lo scatto fotografico: ogni fotografo legge la foto a modo suo e solo un occhio esterno alla psicologia e all'estetica del fotografo mentre fotografa legge in altro modo e distintamente e differentemente quella o questa (stessa) immagine. Io posso scrive Jkbx e un inglese leggerà subito Jukebox e posso scrive cuercie sicuro che la mia mente leggerà querce. 

 

Quindi, e senza inoltrarci troppo nella necessità di un altro che legga ciò che io ho scritto - e ciò vale per ogni genere di scritto, dal biglietto di auguri alla Nuova Odissea-, la capacità e la funzione di chi scrive è ben altro dall'occhio critico/distaccato di chi legge. E compito principale di un  editor serio è la funzione imprescindibile di controllo sulla coerenza interna del testo, sull'armonizzazione di tutti i suoi aspetti ed elementi, sullo sviluppo logico della trama, sulla lingua dei personaggi/protagonisti, sul ritmo interno e complessivo dell'italiano usato. Sull'abbraccio tra Prologo ed Epilogo. 

 

Dispiace sempre, tuttavia, constatare come negli anni l'essenziale fatichi ad affermarsi; come chi scrive ami così tanto circondarsi ancora dell'alone neomelodico e nostalgico di artista unico e incompreso. Vittima prescelta di un sistema editoriale che sempre gli nega talento e ossigeno ma verso il quale nutre speranze imperiture. Senza mai chiedere aiuto, senza divulgare ad altri i segreti della propria officina letteraria.  Come se a chi scrive gli editor rubassero l'anima, per mercificarla e standardizzarla alla prima occasione di editing utile. Sconfortante.                 

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10 ore fa, Renato Bruno ha scritto:

Per favore, manda al mio indirizzo email pagine scritte da te. Fammi leggere del tuo. Parlo sul serio e ovviamente sara una lettura, con mio giudizio, totalmente gratis e privata.  Fammi provare la soddisfazione di avere sotto gli occhi un testo scritto come si deve e che mi faccia esclamare (insieme a te) maledizioni contro la cecità del sistema editoriale italiano. Seriamente, parlo seriamente.

Egregio,

quoto solo una piccola parte del tuo lungo post, ma la mia risposta si riferisce al tutto. Intanto, mi complimento per la capacità, da consumato venditore, dello spostare il polo dell'attenzione, ma con me non attacca perché, in una vita precedente. sono stato venditore e formatore di venditori.

Il tema della discussione non è se l'editing sia utile o meno, né tampoco se io sia o meno capace di scrivere come si deve, e neanche se il sistema editoriale italiano sia, o meno, cieco ed incapace di sostenere nuovi talenti, tra i quali non mi pongo, né ho mai preteso di pormi. Il tema mi pare che fosse: come faccio io, scrittore, a rendermi conto se il mio testo sia valido, oppure magari una schifezza? Tra gli intervenuti qualcuno sostiene di essere in grado di fare autocritica, altri ritengono che sia utile rivolgersi a beta-reader, altri ancora preferiscono l'editing a pagamento. Io non credo di aver generalizzato affermando che tutti gli editor non servono o che tutte le case editrici se ne fottono dei neo-scrittori, ma ho l'impressione che a generalizzare sia, invece, tu, specialmente nel precedente intervento. In questo mi pare invece, che tu abbia messo al centro la tua personale attività di editor e i benefici effetti che essa ha avuto e continuerà ad avere sui tuoi clienti, con i quali il rapporto diventa sempre di amicizia, anche se uno dei due eroga (legittimamente) un servizio che l'altro paga.

Niente in contrario: i modi di inquadrare la questione sono diversi a seconda dei punti di vista. Consentimi di esprimere il mio, che è ormai noto e non vado a ripetere per non annoiare chi legge.

Non servirebbero le maledizioni congiunte contro la cecità di un sistema editoriale che, secondo me, è tutt'altro che cieco e pensa al proprio tornaconto, come è giusto che avvenga per chiunque faccia impresa: quello che non approvo è che a foraggiare il sistema spesso non siano i lettori, ma gli scrittori, bravi o indecenti che possano apparire.

Non so, e mi interessa poco saperlo, se i miei testi siano scritti come si deve. E' un dato di fatto che tre diversi (piccoli) editori, due seri e uno no, abbiano ritenuto di pubblicarli, con editing a loro carico, come dovrebbe sempre essere. Secondo me, uno dei tanti.

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34 minuti fa, cheguevara ha scritto:

Non so, e mi interessa poco saperlo, se i miei testi siano scritti come si deve. E' un dato di fatto che tre diversi (piccoli) editori, due seri e uno no, abbiano ritenuto di pubblicarli, con editing a loro carico, come dovrebbe sempre essere. Secondo me, uno dei tanti.

 

Gentilisimo @cheguevara

in primo luogo grazie per questo nostro animato e istruttivo scambio "epistolare". Quando sento che devo rispondere a qualcuno vuol dire che ho bisogno di offrire a me stesso una possibilità ulteriore di riflessione e approfondimento sul mio stesso modo di pensare e di scrivere. So di avere ancora molto da imparare e dopo ogni incontro/scontro, civile e sentito, cresce in me la tolleranza e la necessità di accogliere in me concetti in grado di allargare il mio (limitato) orizzonte  cognitivo e socio-politico.

 

Se sei stato pubblicato è segno che tu come Autore e le tue piccole editrice fate parte di questo nostro mondo editoriale qui sottoposto a fuoco incrociato.  I tuoi testi pubblicati ti hanno fatto conoscere un tipo di editing, quello editoriale/redazionale. Io però, ho qui sulla mia scrivania opere pubblicate che da parte dell'editor editoriale non hanno ricevuto la giusta attenzione e cura. Vale lo stesso per l'autopubblicazione e la differenza tra testo con editing e testo senza si nota a prima vista.  Dal basso del mio artigianale mestiere di revisore di testi altrui  m'è d'obbligo consigliare a tutti -autori inediti e scrittori noti- la ricerca di un collaboratore -meglio se di lunga esperienza- che sappia leggere in altro modo il testo originale appena terminato. 

Uno spirito collaborativo (e non restrittivo) è per tutti benefico, penso io. Poi, è chiaro che la complessità del mondo (editoriale o meno) venga da ognuno di noi ridotta ai minimi termini per esigenze di chiarezza e di gestione. Però, è altrettanto vero che l'esser severi giudici di sé stessi rischia sempre di far restare l'inedito nel cassetto. Ed è anche vero che spesso non è per questione di soldi, di costo, di denaro che non si ricorre alla collaborazione di un editor di fiducia (dipende moltissimo dal rapporto che l'Autore/Scrittore ha con la propria parola scritta e con le sue innumerevoli funzioni comunicative e auto-rappresentative).    

 

Innumerevoli sono i miei fallimenti, caro amico. Ma dopo ogni caduta -perché non sempre gli Autori hanno un approccio rispettoso e corretto con gli editor inviati a leggerli- ,  mi rimetto di nuovo a disposizione, perché la cura della parola e la parola che cura sono finalità e modalità ormai in me caratteriali. Per questo non mi piace, e lo faccio notare pubblicamente, quando avverto sentore di pensiero a senso unico, che crea barriere, nemici, ostacoli , che si nutre di Moloch da abbattere per il trionfo di una verità (fosse anche la mia) parcellizzata e ridotta a nostra immagine e somiglianza, cioè a seconda dell'umore del momento. 

 

Grazie ancora. 

Ti rinnovo l'invito a spedirmi qualcosa di tuo da leggere.

Un saluto.  

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30 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

in primo luogo grazie per questo nostro animato e istruttivo scambio "epistolare". Quando sento che devo rispondere a qualcuno vuol dire che ho bisogno di offrire a me stesso una possibilità ulteriore di riflessione e approfondimento sul mio stesso modo di pensare e di scrivere. So di avere ancora molto da imparare e dopo ogni incontro/scontro, civile e sentito, cresce in me la tolleranza e la necessità di accogliere in me concetti in grado di allargare il mio (limitato) orizzonte  cognitivo e socio-politico.

 

31 minuti fa, Renato Bruno ha scritto:

Ti rinnovo l'invito a spedirmi qualcosa di tuo da leggere.

Carissimo,

sono uno di quelli (pochi) che considerano la polemica, quando non è sterile, un modo costruttivo di chiarirsi. Ogni orizzonte ha i suoi limiti, quelli oggettivi, che derivano dall'altitudine, e quelli soggettivi, dovuti agli ostacoli che ostruiscono una visione completa del paesaggio. Ribadisco di non  avere alcun preconcetto contro l'editing, specialmente se il risultato finale è quello di ottenere il successo dell'editato. Purtroppo, dato il numero medio di copie vendute per ogni esordiente, temo che, a meno di particolarissimi e poco probabili exploit, tanto un testo che ha beneficiato del contributo di un ottimo editor, che un altro che ne è privo, avranno ritorni economici di poco conto, di gran lunga insufficienti a gratificarne l'autore, sempre che di esordiente si tratti e sempre che non intervenga un battage pubblicitario tramite tutti i canali noti. Detto questo, non ho problemi ad inviarti i file delle mie opere, che considero veramente poca cosa: puoi mandarmi la tua mail in un messaggio privato.

Ricambio i saluti.

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14 ore fa, Gualduccig ha scritto:

 

Adesso però resta la curiosità di avere una lista di titoli degni di essere così definiti...

 

Basta prenderne uno a caso di scrittori non italiani di successo, ma anche di fascia media. Per non andare a scomodare mostri sacri, basta anche The Hunger Games. Basta proprio la prima pagina, per non dire le prime righe. Non sarà un capolavoro, ma rende l'idea. Dovrebbe essere la stella polare per chiunque scrive in prima persona presente.

 

Ne leggevo uno l'altro giorno edito da una grande CE in prima persona presente da mettersi le mani nei capelli. Si sentiva proprio l'incapacità dello scrittore di disegnare il contesto, usare i dettagli giusti, allargare la narrazione a tutti e cinque i sensi, e soprattutto la totale incapacità di scrivere in prosa con paragrafi rabberciati e spezzati a casaccio tanto per... e non parliamo di usare ironia e sarcasmo, o farci vedere il mondo dal punto di vista del personaggio, dipingendolo bello o brutto a seconda dello stato d'animo del protagonista.

 

Quindi sì, gli scrittori italiani non hanno idea di quello che scrivono. Ma perché prima di tutto non hanno idea di come si scriva, e nemmeno riescono a capire perché questa gente che vende milioni, vende, e loro fanno 10 copie tra parenti e amici.

 

Se invece volete libri italiani, "La Vita Interiore" di Moravia è stato quello che mi ha insegnato di più. E davvero, avendo letto nella mia vita autori come Moravia, mi rifiuto di considerare la letteratura italiana moderna degna di essere letta.

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5 minuti fa, Gualduccig ha scritto:

 

Grazie

 

Di niente.

 

Comunque me la prendo così solo perché imparare è possibile. Serve tempo ed esercizio, ma scrivere coerentemente e piacevolmente è alla portata di tutti.

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Approfitto però per un appunto/provocazione: temo (magari sbagliando) che se passasse oggi, pre pubblicazione, davanti agli occhi di molti lettori critici (di una CE, di un'agenzia, qui sopra) l'intro di Hunger Games verrebbe tacciata di essere un mega-spiegone di world-setting (chi sono i familiari, cosa è il Distretto, come i suoi abitanti chiamano le sue varie zone...).

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34 minuti fa, Ospite ha scritto:

Quindi sì, gli scrittori italiani non hanno idea di quello che scrivono. Ma perché prima di tutto non hanno idea di come si scriva, e nemmeno riescono a capire perché questa gente che vende milioni, vende, e loro fanno 10 copie tra parenti e amici.

 

Non mi sembra giusto generalizzare, estremizzando il concetto. Scrittori italiani che vendono perché sono bravi, ce n'è, e credo che, oltre a saper scrivere, abbiano idea di quello che scrivono. E non mi riferisco ai vari Vespa, Corona, Volo e simili. Esistono anche i vari Carofiglio, De Luca, Ammanniti, Benni, e molti altri i quali, d'accordo, hanno beneficiato di endorsemet televisivi e sulla grande stampa, ma hanno un valore intrinseco notevole, secondo me, che nei giudizi sono fallibile come chiunque. Il self publishing è un altro discorso, in cui l'autore fa impresa e, se ci si dedica a tempo pieno e ne ha le capacità, può raccogliere risultati interessanti anche sotto il profilo economico. Il punto debole è che, commercializzando direttamente soltanto le proprie opere, oltre a sgobbare come un nero (come un negro non si può più dire, e mi sembra giusto) corre il rischio di ripetersi e, alle lunghe, di stancare il lettore.

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1 ora fa, cheguevara ha scritto:

Carofiglio

Bravo, hai fatto un esempio perfetto per una scuola di prima persona, per esempio. Altro che Hunger Games...

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Il 22/1/2020 alle 15:00, Gualduccig ha scritto:

Approfitto però per un appunto/provocazione: temo (magari sbagliando) che se passasse oggi, pre pubblicazione, davanti agli occhi di molti lettori critici (di una CE, di un'agenzia, qui sopra) l'intro di Hunger Games verrebbe tacciata di essere un mega-spiegone di world-setting (chi sono i familiari, cosa è il Distretto, come i suoi abitanti chiamano le sue varie zone...).

 

E' lo spiegone perfetto. Come fare spiegone e Tell senza annoiare

 

Carofiglio... XD Se vi piace morire di noia tra personaggi che continuano a chiamarsi per nome, agiscono non si sa bene dove, e pippe mentali su chi e quando ha conosciuto qualcuno anni prima, sì è perfetto.

 

Il 22/1/2020 alle 15:05, cheguevara ha scritto:

Non mi sembra giusto generalizzare, estremizzando il concetto. Scrittori italiani che vendono perché sono bravi, ce n'è, e credo che, oltre a saper scrivere, abbiano idea di quello che scrivono. E non mi riferisco ai vari Vespa, Corona, Volo e simili. Esistono anche i vari Carofiglio, De Luca, Ammanniti, Benni, e molti altri i quali, d'accordo, hanno beneficiato di endorsemet televisivi e sulla grande stampa, ma hanno un valore intrinseco notevole, secondo me, che nei giudizi sono fallibile come chiunque. Il self publishing è un altro discorso, in cui l'autore fa impresa e, se ci si dedica a tempo pieno e ne ha le capacità, può raccogliere risultati interessanti anche sotto il profilo economico. Il punto debole è che, commercializzando direttamente soltanto le proprie opere, oltre a sgobbare come un nero (come un negro non si può più dire, e mi sembra giusto) corre il rischio di ripetersi e, alle lunghe, di stancare il lettore.

 

Ma è evidente che c'è qualcuno che sa fare. Ma dè... tirate in ballo Carofiglio e Ammanniti... Ammanniti poi è uno che scrive disseminando di punti la narrazione. Ero lì. Poi c'era questo. Io ho fatto quello. E via discorrendo. Ma lo avete letto Anna?

 

Son scribacchini della domenica. Tutti dicono che sono bravi e competenti, e allora il resto deve applaudire e fare di sì con la testa.

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13 minuti fa, Ospite ha scritto:

 

E' lo spiegone perfetto. Come fare spiegone e Tell senza annoiare

 

Carofiglio... XD Se vi piace morire di noia tra personaggi che continuano a chiamarsi per nome, agiscono non si sa bene dove, e pippe mentali su chi e quando ha conosciuto qualcuno anni prima, sì è perfetto.

 

 

Ma è evidente che c'è qualcuno che sa fare. Ma dè... tirate in ballo Carofiglio e Ammanniti... Ammanniti poi è uno che scrive disseminando di punti la narrazione. Ero lì. Poi c'era questo. Io ho fatto quello. E via discorrendo. Ma lo avete letto Anna?

 

Son scribacchini della domenica. Tutti dicono che sono bravi e competenti, e allora il resto deve applaudire e fare di sì con la testa.

Credo che non esista lo stile perfetto: esistono i vari stili di scrittura, ognuno ha il suo e, quanto a valutarli, è questione di gusti. Personalmente non sono solito ascoltare voci e giudizi di critica o di pubblico e non frequento i social: leggo un libro e, se decido di arrivare in fondo anziché buttarlo da una parte, vuol dire che lo trovo interessante. Carofiglio e Ammanniti scribacchini della domenica? Ma andiamo!

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2 minuti fa, cheguevara ha scritto:

Credo che non esista lo stile perfetto: esistono i vari stili di scrittura, ognuno ha il suo e, quanto a valutarli, è questione di gusti. Personalmente non sono solito ascoltare voci e giudizi di critica o di pubblico e non frequento i social: leggo un libro e, se decido di arrivare in fondo anziché buttarlo da una parte, vuol dire che lo trovo interessante. Carofiglio e Ammanniti scribacchini della domenica? Ma andiamo!

 

Per me invece esiste solo un modo per scrivere, poi ogni autore lo piega alla sua volontà, deformandolo ed evolvendolo a seconda della sua personalità. Quindi ci sono infiniti stili, ma regole e costumi che devono valere per tutti; e se un autore ignora e non usa queste regole, che sia per sciatteria o ignoranza, è uno scribacchino della domenica.

 

Perché non sono scribacchini? Perché vendono? Perché hanno fama e denaro? Perché tutti dicono che sono bravi? Questo mi interessa sapere, c'è un motivo per cui li considerate buoni scrittori, o sono buoni perché così pensan tutti?

 

E non basta, perché mi son piaciuti i loro libri. Quello è un giudizio da lettori, e i lettori fanno, leggono e apprezzano quel che cavolo li pare. Niente da dire in proposito. Io lo voglio un giudizio da scrittori.

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59 minuti fa, Ospite ha scritto:

 

Per me invece esiste solo un modo per scrivere, poi ogni autore lo piega alla sua volontà, deformandolo ed evolvendolo a seconda della sua personalità. Quindi ci sono infiniti stili, ma regole e costumi che devono valere per tutti; e se un autore ignora e non usa queste regole, che sia per sciatteria o ignoranza, è uno scribacchino della domenica.

 

Perché non sono scribacchini? Perché vendono? Perché hanno fama e denaro? Perché tutti dicono che sono bravi? Questo mi interessa sapere, c'è un motivo per cui li considerate buoni scrittori, o sono buoni perché così pensan tutti?

 

E non basta, perché mi son piaciuti i loro libri. Quello è un giudizio da lettori, e i lettori fanno, leggono e apprezzano quel che cavolo li pare. Niente da dire in proposito. Io lo voglio un giudizio da scrittori.

Se vuoi un giudizio da scrittore, non credo di poter essere utile. Io, che sono effettivamente uno scribacchino della domenica e per giunta sconosciuto, esprimo giudizi da lettore. Non so di quali regole parli: secondo me, che non sono del mestiere, le regole basilari che uno scrittore non può ignorare sono quelle di grammatica, sintassi e consecutio temporum, rispettate le quali, ognuno può scrivere come gli pare e quello che gli pare, poi i lettori giudicheranno se è un buon libro, o una fetecchia. Che mi dici di Saramago, che scrive usando una punteggiatura approssimativa e senza staccare i dialoghi? E di Haruf? Non sanno scrivere, o invece hanno scelto di usare stili personalissimi, che comunque lasciano scorrere i testi e avvincono il lettore? 

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1 ora fa, Ospite ha scritto:

lo voglio un giudizio da scrittori.

Temo che si entri in un loop seguendo questa metodologia, perché poi bisogna definire chi sia uno scrittore. Qualcuno che ha venduto migliaia di copie? Qualcuno che conosce e sa applicare le regole per scrivere grammaticamente corretto, sa costruire bene una trama e sviluppare, creare personaggi credibili, anche se non ha venduto una sola copia? Chi certifica questa dicitura? E poi, è affidabile e credibile chi dà tale dicitura? Si accetterebbe un giudizio da un Fabio Volo o una Stephenie Meyer?

Purtroppo ci si addentra in un bel vespaio.

Faccio un esempio, ponendo a confronto due autori dello stesso genere, Robert Jordan e Brandon Sanderson. Facendo un confronto tra opere dello stesso livello, lunghezza e complessità, benché apprezzi entrambi gli autori,  per me Sanderson per quel che ha dimostrato al momento è superiore a Jordan: coinvolge di più ed è molto (ma molto) meno ripetitivo. Chiedi la stessa cosa a un'altra persona che ha letto entrambi e ti dirà che Sanderson è noioso, non riesce ad andare avanti, perché lui è cresciuto a pane e Jordan e non c'è nulla al suo livello.

E allora come si fa a risolvere la questione?

Sinceramente, non so; probabilmente non è possibile.

Sicuramente, sulla correttezza grammaticale non ci sono dubbi: se una cosa è sbagliata, rimane sbagliata. E così se i ripete venti volte in una pagina lo stesso concetto. Per il resto tutto diventa soggettivo. A me piace lo stile di Haruki Murakami, calmo e introspettivo; altri lo reputano troppo lento e lo bocciano. Questo però non significa che non sa scrivere; significa solamente che non rientra nei gusti di certe persone. In fondo, non si può piacere a tutti.

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Quoto @M.T..

Aggiungo che, come accade di frequente, si pensa di fare lo stesso discorso ma si parlano in realtà lingue diverse.

Molti aspetti di cui parla @Ospite sono validi nella sfera della prosa commerciale, la più vincolata di tutte: effettivamente per scrivere narrativa commerciale ci sono molte regole da seguire e meno margine per il “tocco autoriale”.

Diverso è se entriamo nel campo della narrativa cosiddetta upmarket, ancora più diverso se sconfiniamo nella narrativa letteraria, in cui l’impronta stilistica e la sperimentazione la fanno da padroni.

 

Io terrei sempre in mente questa differenza. Con la ferma convinzione, che spero condividiate, che tutte e tre le fasce abbiamo uguale dignità, soltanto scopi e bacini di lettori differenti.

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1 ora fa, AdStr ha scritto:

prosa commerciale, la più vincolata di tutte: effettivamente per scrivere narrativa commerciale ci sono molte regole da seguire e meno margine per il “tocco autoriale”.

Sarebbe interessante aprire una discussione al riguardo. Trovo stimolante sviscerare i "segreti" della grande distribuzione.

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2 ore fa, M.T. ha scritto:

Temo che si entri in un loop seguendo questa metodologia, perché poi bisogna definire chi sia uno scrittore. Qualcuno che ha venduto migliaia di copie? Qualcuno che conosce e sa applicare le regole per scrivere grammaticamente corretto, sa costruire bene una trama e sviluppare, creare personaggi credibili, anche se non ha venduto una sola copia? Chi certifica questa dicitura? E poi, è affidabile e credibile chi dà tale dicitura? Si accetterebbe un giudizio da un Fabio Volo o una Stephenie Meyer?

Purtroppo ci si addentra in un bel vespaio.

Faccio un esempio, ponendo a confronto due autori dello stesso genere, Robert Jordan e Brandon Sanderson. Facendo un confronto tra opere dello stesso livello, lunghezza e complessità, benché apprezzi entrambi gli autori,  per me Sanderson per quel che ha dimostrato al momento è superiore a Jordan: coinvolge di più ed è molto (ma molto) meno ripetitivo. Chiedi la stessa cosa a un'altra persona che ha letto entrambi e ti dirà che Sanderson è noioso, non riesce ad andare avanti, perché lui è cresciuto a pane e Jordan e non c'è nulla al suo livello.

E allora come si fa a risolvere la questione?

Sinceramente, non so; probabilmente non è possibile.

Sicuramente, sulla correttezza grammaticale non ci sono dubbi: se una cosa è sbagliata, rimane sbagliata. E così se i ripete venti volte in una pagina lo stesso concetto. Per il resto tutto diventa soggettivo. A me piace lo stile di Haruki Murakami, calmo e introspettivo; altri lo reputano troppo lento e lo bocciano. Questo però non significa che non sa scrivere; significa solamente che non rientra nei gusti di certe persone. In fondo, non si può piacere a tutti.

 

Ma ci sarà pure un motivo per cui consideri buona la prosa di un libro invece che un'altra. Non parlo di un'opinione sul libro, ma proprio sulla prosa. A me Follet non piace e non sono mai riuscito a finire un suo libro, però se prendo una pagina a caso riconosco che è scritta da Dio e non mi riesce a staccare gli occhi dalle parole. E pur non piacendomi i suoi libri, ho imparato delle cosine interessanti dalla sua prosa.

 

Quando parlo di regole e costumi non parlo di grammatica e sintassi. Intendo come si costruisce una prosa coerente, viva e completa. Intendo quelle regole che servono al lettore per dimenticare il mondo che lo circonda e sentirsi rapito dal libro.

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1 ora fa, AdStr ha scritto:

Molti aspetti di cui parla @Ospite sono validi nella sfera della prosa commerciale, la più vincolata di tutte: effettivamente per scrivere narrativa commerciale ci sono molte regole da seguire e meno margine per il “tocco autoriale”.

 

14 minuti fa, Ospite ha scritto:

Ma ci sarà pure un motivo per cui consideri buona la prosa di un libro invece che un'altra. Non parlo di un'opinione sul libro, ma proprio sulla prosa.

 

Io so che mi piacciono prose molto diverse tra loro. Tanto diverse che non trovo siano nemmeno paragonabili.

Cioé: ha senso giudicare con gli stessi parametri, butto lì, Saramago e Emily Brontë? Kurt Vonnegut e Thomas Mann?

 

Poi, certo, ci sono delle regole da conoscere per scrivere un buon testo narrativo, ma da qui a dire che chi non le segue non sa scrivere vuol dire tagliare fuori tutta la letteratura mondiale. Tagliare fuori Joyce perché non sa fare storytelling, davvero?

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4 ore fa, Ospite ha scritto:

E non basta, perché mi son piaciuti i loro libri. Quello è un giudizio da lettori, e i lettori fanno, leggono e apprezzano quel che cavolo li pare. Niente da dire in proposito. Io lo voglio un giudizio da scrittori.

 

Perdonami ma da questa affermazione mi pare che tu stia rischiando di incorrere nella "miopia del professionista".

 

Ti faccio un paragone con un ambito che mi appassiona quanto la lettura/scrittura: il basket.

Ci sono giocatori che si distinguono per la pulizia dei loro gesti tecnici, per la nettezza dei movimenti, per l'ordine in campo. Possono diventare i beniamini degli appassionati più hardcore, quelli che hanno giocato (anche a bassi livelli) e conoscono i dettagli del gioco.

Poi ci sono giocatori meno "puliti" ma, per molti motivi diversi, più efficaci. Sono quelli che ti emozionano e che in alcuni casi fanno la differenza.

 

Ecco, giudicare "da scrittori" senza considerare se l'opera sia o no piaciuta alla lettura mi pare limitante, considerando che il fine della scrittura resta quello di emozionare e (spesso) trasferire un messaggio sotteso alltrama. E se un romanzo raggiunge quegli obiettivi (almeno su alcuni lettori) ha davvero senso fare le punte sulle tecniche?

 

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1 ora fa, mercy ha scritto:

 

 

Io so che mi piacciono prose molto diverse tra loro. Tanto diverse che non trovo siano nemmeno paragonabili.

Cioé: ha senso giudicare con gli stessi parametri, butto lì, Saramago e Emily Brontë? Kurt Vonnegut e Thomas Mann?

 

Poi, certo, ci sono delle regole da conoscere per scrivere un buon testo narrativo, ma da qui a dire che chi non le segue non sa scrivere vuol dire tagliare fuori tutta la letteratura mondiale. Tagliare fuori Joyce perché non sa fare storytelling, davvero?

 

Ti posso dire che il flusso di pensiero è la base solida di ogni buona prosa. Joyce lo ha estremizzato, ma ogni prosa che si rispetti è un flusso di pensieri, non in maniera letterale, ma possiamo dire che è un flusso di coscienza, che racchiude pensieri, opinioni, sensazioni, azioni e percezioni. E tutto è concatenato. Discorso leggermente diverso per i dialoghi, qua abbiamo un flusso tematico che varia attori riprendono e ampliano a seconda di quello che devono esprimere.

 

1 minuto fa, Gualduccig ha scritto:

 

Perdonami ma da questa affermazione mi pare che tu stia rischiando di incorrere nella "miopia del professionista".

 

Ti faccio un paragone con un ambito che mi appassiona quanto la lettura/scrittura: il basket.

Ci sono giocatori che si distinguono per la pulizia dei loro gesti tecnici, per la nettezza dei movimenti, per l'ordine in campo. Possono diventare i beniamini degli appassionati più hardcore, quelli che hanno giocato (anche a bassi livelli) e conoscono i dettagli del gioco.

Poi ci sono giocatori meno "puliti" ma, per molti motivi diversi, più efficaci. Sono quelli che ti emozionano e che in alcuni casi fanno la differenza.

 

Ecco, giudicare "da scrittori" senza considerare se l'opera sia o no piaciuta alla lettura mi pare limitante, considerando che il fine della scrittura resta quello di emozionare e (spesso) trasferire un messaggio sotteso alltrama. E se un romanzo raggiunge quegli obiettivi (almeno su alcuni lettori) ha davvero senso fare le punte sulle tecniche?

 

 

Ma questo vale per i lettori. Noi dovremmo essere capaci di andare oltre. Non puoi paragonare un tifoso a un allenatore. E si continua a sostenere che essere precisi e rigorosi nelle regole, comporti essere piatti e rigidi nell'esecuzione. Io ho scoperto che è proprio il contrario: conoscere e applicare a menadito ogni regola per rendere la prosa fluida e appassionante, mi permette di svariare e osare le scene e gli eventi più disparati. E se mi dovesse capitare di fare uno spiegone, o un dialogo tra due personaggi immobili in un ambiente ristretto, saprei in entrambe le maniere come rendere il tutto comunque emozionante e interessante. Proprio perché so prima cosa fare e cosa non fare.

 

Poi oso e ci metto il genio come mi viene. Figurati che io quando scrivo non progetto niente, ma creo mentre scrivo. niente scaletta, niente appunti, niente di niente. Ma se non si conoscono le basi, ed è tutto e solo immaginazione senza regole e struttura, poi vengono libri a caso e prose sciatte e sfilacciate.

 

Mi dispiace che non si possano fare esempi con testi veri, almeno forse mi farei capire meglio. Così mi sembra di non far passare il messaggio.

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