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Roberto Ballardini

Demonite - 3\3

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Spoiler

La parte iniziale di questo racconto ha un passo diverso rispetto alla seconda, ed è logico in quanto tutta la sequenza sulla città immaginaria è stata scritta un po’ di tempo prima dell’entrata in scena di Hester (la non-morta) e di Gracie (la figlia), cioè della famiglia di Robert. Ero consapevole della differenza che si sarebbe venuta a creare, quando l’ho scritto, e la cosa mi ha intrigato un bel po’. Mi piacciono i contrasti e le dinamiche che possono crearsi tra due stili differenti, uno più lento e descrittivo - fatto di similitudini, ricordi, suggestioni - e l’altro più veloce e umoristico - fatto di dialoghi e azione. Il gusto per il macabro è il filo che li tiene insieme ma anche quello per la metafora: transitorietà della vita e delle relazioni sociali, suicidio, solitudine, l'illusione dell'innamoramento e persino il vago senso di indifferenza che si prova davanti al bombardamento di stronzate che è il Natale. Io ci vedo tutto questo, ma è anche possibile che io viva in uno stato di allucinazione perenne, eh. :P

 

Mi ero ripromesso di non inserire più video, giuro, ma l'occasione è troppo ghiotta, ahahah.

 

 

DEMONITE

 

Terza e ultima parte

 

 

Hester passa il resto della giornata ad annusare i suoi profumi, a preparare uno sformato di carote che ovviamente nessuno mangerà mai, a passare in rassegna i suoi vestiti, a guardare qualche episodio di Desperate Housewives. Quando il sole tramonta e cala l’oscurità, lei e Robert escono lungo il vialetto, e salgono nell’auto. Lui le fa fare un giro della città, indicandole a uno a uno tutti i luoghi che hanno condiviso durante la loro relazione. La panchina dove le leggeva le sue poesie preferite, il ristorante in cui le ha chiesto di sposarlo, il bar in cui facevano colazione tutte le mattine. E poi il sentiero lungo il fiume dove andavano a fare lunghe camminate nel fine settimana, il negozio di parrucchiera in cui lavorava lei, la banca di cui lui è stato il direttore per anni.

Poco prima di mezzanotte, Robert ferma la macchina sul limitare del terreno in cui giocava da ragazzino con i suoi amici. Nell’angolo in basso a sinistra del parabrezza, la ciminiera della Sullivan & Sons si staglia scura contro lo sfondo del cielo sulfureo, attraversato dai fumi rossastri che si sollevano verso l’alto a ogni ora del giorno e della notte. La chiesa di St. Peter e l’angelo di marmo, nell’angolo a destra, sono investiti dal doppio fascio di luce bianca sparata dai faretti ai due lati della facciata.

La donna che è stata sua moglie, seduta in silenzio al suo fianco, sembra aver poco da spartire sia con l’inferno che col paradiso. Hester è diventata piuttosto una strana creatura indifferente al concetto di bene e di male, di giusto e sbagliato, di bello e di brutto. Nel suo sguardo fisso e smorzato, sotto le palpebre rilassate, non sembra esservi più interesse per nessuna di quelle distinzioni. E nemmeno - a giudicare dalla reazione a tutto ciò che di quella città avrebbe dovuto ricordare volentieri - a quello che è stato il suo passato. Anzi, il loro passato.

«Mi dispiace, Hester.»

«Di cosa?» chiede lei, guardando fisso davanti a sé.

«Che sia andata così. Che tu non sia più insieme a noi. Che tu debba tornare in quel cimitero freddo e inospitale.»

Hester non dice nulla. Rimane immobile. Le mani abbandonate in grembo e il profilo del suo volto nascosto in buona parte dai capelli devitalizzati.

«E mi dispiace anche per Grace. Credo le serva ancora un po’ di tempo per accettare il fatto che tu sia…»

«Morta.»

«Esatto. Sono sicuro che la prossima volta in cui organizzeremo una giornata come questa, andrà molto meglio, vedrai.»

Robert si sente a disagio, in primo luogo perché Hester non è nemmeno un po’ compiaciuta di tutte le cose che ha fatto per lei quel giorno; e poi perché non c’è niente in lei che possa ricordargli la donna che aveva sposato, a parte una vaga somiglianza fisica. Vaga e corrotta. Forse ha ragione Grace, e quella cosa non è più la donna che hanno conosciuto come moglie e come madre. Forse le visite al cimitero sono state davvero una follia, ed è il caso di dimenticare Hester una volta per tutte.

Guarda l’orologio e pensa che appena avrà riaccompagnato il cadavere di sua moglie al cimitero, chiamerà la figlia e le dirà che può rientrare a casa, e non dovrà più preoccuparsi di nulla perché mamma non tornerà più a far loro visita.

«Sei pronta, tesoro?»

Lei si volta a guardarlo come se non capisse il senso della domanda.

«Ora ti riaccompagno, e poi ci rivedremo presto» cerca di rassicurarla, interpretando la sua vacuità come una sorta di rammarico.

Ha la stessa espressione di Pete, pensa Robert.

È impaziente di tornare a casa, dentro di sé è consapevole di averle appena mentito e di non provare più alcun desiderio di rivederla. Lei apre la portiera con cautela, cercando di non rimetterci altre due dita, e scende dall’auto.

«Dove vai, cara?» le chiede Robert, avvertendo in sé una certa apprensione.

«Faccio due passi» dice lei, voltandosi un’ultima volta a guardarlo con quei suoi occhi opachi. «Conosco la strada, ora.»

Prima di chiudere la portiera e allontanarsi nell’oscurità, Hester si piega verso l’interno del veicolo e lo guarda dal suo volto freddo e distante.

«Anche quella di casa.»

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Il 28/12/2019 alle 09:34, Roberto Ballardini ha scritto:

Robert si sente a disagio, in primo luogo perché Hester non è nemmeno un po’ compiaciuta di tutte le cose che ha fatto per lei quel giorno; e poi perché non c’è niente in lei che possa ricordargli la donna che aveva sposato, a parte una vaga somiglianza fisica.

 

Qui mi riallaccerei a questo discorso del primo capitolo:

Se fosse presente, Hester lo criticherebbe. Come tutte le donne che Robert ha conosciuto, farebbe della questione un enorme problema di natura psicosomatica, rinfacciandogli per l’ennesima volta il suo atteggiamento di basso profilo.

 

aggiungerei qualcosa, una o due battute (forse anche una mezza battuta della moglie morta) per rimarcare che non è cambiato nulla, e che in effetti la moglie, anche da morta, continua a rinfacciargli questa cosa (o che comunque lui continua a interpretare i suoi silenzi o le sue mezze frasi come un rinfacciargli qualcosa). questo per dare una certa circolarità e ricollegare le due parti del racconto, quella pre e quella post "rivelazione" fanta horror, che sono ancora un po' leggermente poco allineate.

 

Il 28/12/2019 alle 09:34, Roberto Ballardini ha scritto:

Lei apre la portiera con cautela, cercando di non rimetterci altre due dita, e scende dall’auto.

qui ci colleghiamo ai commenti della parte 2, che per me stonano.

 

Il 28/12/2019 alle 09:34, Roberto Ballardini ha scritto:

«Dove vai, cara?» le chiede Robert, avvertendo in sé una certa apprensione.

questa battuta rallenta parecchio la lettura, perchè è troppo poco congrua:  lui le ha detto che l'avrebbe riaccompagnata, ma siccome hanno già fermato l'auto e la scena precedente si è svolta in auto, è normale che sia lei che lui dovranno dscendere da quell'auto. Io leggo questo: lei che scende. ok, ci sta. penso: adesso scende anche il marito e l'accompagna. tutto ciò che ho letto mi fa andare in questa direzione, a maggior ragione che l'apertura della portiera dello zombie potrebbe essere interpretato come un tacito "si, sono pronta" di risposta alla domanda "sei pronta tesoro" del marito.

se invece tu mi "blocchi" con quel "dove vai cara?", sono costretto a rileggere 2 o 3 volte per capire cosa mi sono perso. E lo capisco anche: lui ha fermato l'auto non proprio davanti al cimitero, ma un po' prima, e ora vorrebbe continuare in auto fino al cimitero. Ma secondo me non va bene, perché mentre nella tua testa è tutto lineare, costringi il lettore a fare uno sforzo "gratuito" per sistemare questi tasselli. A maggior ragione che puoi spiegare tutto in maniera più fluida

 

Sistemarei così

...Lei apre la portiera e scende dall’auto.

- Non c'è bisogno che mi accompagni in auto fino al cimitero - dice

- Sicura? - chiede Robert, con una certa apprensione (avvertendo in se una certa apprensione è un po' mnacchinosa, come frase)

- Sì ho voglia di fare due passi. Da sola - dice lei

 

ed ecco che hai risolto in scioltezza. tutto chiaro.

 

 

Veniamo alle considerazioni sulle battute che ti ho segnato sia in parte 2 che 3  e che mi stonano.

Si tratta unicamente di un discorso di "genere". Lì si scivola verso un comico, verso un bizarro fiction di un certo tipo. Ora, secondo me questo è potenzialmente un gran racconto "soft horror", di atmosfera, diciamo. La prima parte è autoriale, non fa presagire quello che succede dopo... ci sono anche diverse riflessioni importanti. Con le battute un po' trash di quel tipo, il lettore è completamente spiazzato. si chiede cosa diavolo succede, che racconto sta leggendo. gli sembra di leggere 2 o 3 cose completamente diverse: l'autorialità della prima parte, l'horror ch esce fuori dall'apparizione della moglie e questa sorta di bizarro fiction con lei che operde pezzi e il marito che le strizza la tetta mentre trombano... è davvero un mix strano.

Personalmente ti consiglierei di scegliere una strada e percorrerla. Quella della bizarro fiction pura mi sembra difficile, visto che c'è giusto qulache accenno. Allora ti direi: asciuga il racconto e lascia intendere al lettore (ti assicuro che se l'immaginarsi di lui che tromba con la moglie per me che leggo è moolto più forte che "vedere" la scena desctitta da te. nel senso che per ma a volte il Tell è molto più "potente" dello Show) quello che c'è da intendere. Cerca di collegare più che puoi la prima parte al finale, con le riflessioni che facevi lì "riprese" alla luce dell'esistenza della "morta che vive".

Basta poco per rendere il racocnto una piacevolissima lettura di genere, ma va "centrato" il genere giusto.

 

Naturalmente, ripeto, si tratta di considerazioni legate al mio gusto e relative al "genere": se a te piace così e se te vuoi mixare tutto in maniera consapevole e inserire elementi "trash splatter horror" e bizarro fiction nel racconto, va benissimo. L'importante è che tu sia consapevole che il lettore potrebbe prenderle come "cadute di stile", in un certo senso, perché si aspetta tutt'altro, vista e considerata la prima parte.

 

Bella lettura, in ogni caso!

Un saluto

 

 

 

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19 ore fa, Bango Skank ha scritto:

Qui mi riallaccerei a questo discorso del primo capitolo:

Se fosse presente, Hester lo criticherebbe. Come tutte le donne che Robert ha conosciuto, farebbe della questione un enorme problema di natura psicosomatica, rinfacciandogli per l’ennesima volta il suo atteggiamento di basso profilo.

 

aggiungerei qualcosa, una o due battute (forse anche una mezza battuta della moglie morta) per rimarcare che non è cambiato nulla, e che in effetti la moglie, anche da morta, continua a rinfacciargli questa cosa (o che comunque lui continua a interpretare i suoi silenzi o le sue mezze frasi come un rinfacciargli qualcosa). questo per dare una certa circolarità e ricollegare le due parti del racconto, quella pre e quella post "rivelazione" fanta horror, che sono ancora un po' leggermente poco allineate.

Ottimo! In effetti ciò di cui soffre di più questo racconto, o questo assemblaggio di parti...mi limito a dire differenti (1), è proprio la carenza di collegamenti tra le due parti. Su questo concordo in pieno, ma a mia parziale discolpa devo dire che ero abbastanza ansioso di chiudere la partita con i racconti vecchi e passare alle cose nuove che avevo in mente e su cui sto lavorando.

(1)Aggiungere l'avverbio stilisticamente poi non esprime correttamente il mio pensiero dato che credo che siano proprio certe scelte a definire lo stile o il carattere di un autore (non voglio dire con questo di avere intenzione di fare della mia scrittura questo mix specifico, ma che il desiderio di andare oltre i paletti di genere e autoralità (si dice? Mannaggia, ho certi dubbi a volte. Sul dizionario ho trovato autorale eh) possa essere una referenza legittima e apprezzabile.

20 ore fa, Bango Skank ha scritto:

qui ci colleghiamo ai commenti della parte 2, che per me stonano.

Sì, ho capito il tuo punto di vista e anticipo in parte la risposta alle valutazioni finali. Innanzitutto non equivochiamo sul fatto che io stia a difendere a spada tratta il mio lavoro perché non è così. Credo di essere abbastanza consapevole nelle scelte che faccio (e anche della loro\mia fallibilità), e trovo le tue osservazioni molto acute e legittime anche se improntate su una logica che capisco ma che al momento è diversa dalla mia, e sottolineo al momento. Poi magari alla fine cerco di spiegarmi meglio. Diciamo solo che il mio lavoro qui è finito e ora sta lì (o meglio in giro nell'etere in cerca di pubblicazione) e a me piace molto disquisirci sopra in modo intelligente.

Detto questo, la commistione tra trash e autoralità è a mio avviso il punto... non voglio dire di forza, ma di possibile interesse di questo scritto. O perlomeno è la cosa che a me ha intrigato di più. Il trash fine a sé stesso non mi esalta, lo dico francamente, e nemmeno l'autoralità, ma se decido di puntare in una direzione, oh be' allora ci spingo dentro, ci puoi giurare. Credo di essere abbastanza contrario alle mezze misure e non capirò mai chi mescola l'acqua col vino. Sono abbastanza morigerato, in genere, ma quando ho voglia di bere, allora cazzo bevo eh. Chiaramente non vedo questa commistione di generi come una mezza misura, ma tutto il contrario.

20 ore fa, Bango Skank ha scritto:

se invece tu mi "blocchi" con quel "dove vai cara?", sono costretto a rileggere 2 o 3 volte per capire cosa mi sono perso. E lo capisco anche: lui ha fermato l'auto non proprio davanti al cimitero, ma un po' prima, e ora vorrebbe continuare in auto fino al cimitero. Ma secondo me non va bene, perché mentre nella tua testa è tutto lineare, costringi il lettore a fare uno sforzo "gratuito" per sistemare questi tasselli. A maggior ragione che puoi spiegare tutto in maniera più fluida

Ottimo! Sono molto sensibile a questo tipo di osservazioni e non ho nessuna intenzione di affaticare il lettore, se è disposto a leggere la mia roba. Concordo in pieno.

20 ore fa, Bango Skank ha scritto:

. è davvero un mix strano.

In parte ho già risposto. Aggiungo solo che secondo me, se amiamo la scrittura a prescindere e non solo per quanto potenzialmente possa migliorare la nostra vita guadagnandoci l'apprezzamento altrui, in fondo scriviamo di ciò che ci piacerebbe leggere. Non voglio dilungarmi, faccio solo alcune brevi riflessioni sulle ultime letture (tutte squisitamente personali, eh). Ho abbandonato Pastorale americana a pag 50 perché l'ho trovato troppo presuntuosamente autoriale, ho abbandonato Guida galattica a pag 30 perché l'ho trovato troppo poco autoriale, e ora sto leggendo 54 dei WuMing e credo che nessun editor sano di mente avrebbe consigliato loro quello specifico mix tra bassa padana, Jugoslavia, storia del comunismo, Cary Grant, servizi segreti inglesi. Sì, lo so, a cose fatte e se il libro passa, allora ci si inventa tutti qualche sommo motivo per cui quel mix dovesse funzionare per forza, ma io credo che col poco senno del prima non sia così facile fare pronostici.

A questo proposito e per esempio, penso anche a Breaking Bad e al coraggio che devono aver richiesto certe scelte di sceneggiatura in corso d'opera, che poi dopo, quando sono arrivati i soldi a fiume, alè, tutti i critici a scapicollarsi per trovare i motivi per cui loro (i critici) avevano sempre saputo che quelle scelte avrebbero funzionato.

Detto questo, sto a pag 330 (la metà) e continuo a leggere con piacere. Aggiungo (e poi mi riallaccio ai WuMing) che su Demonite ho ricevuto una decina di commenti assolutamente imparziali tra qui e altri siti e ho riscontrato una interessante gamma di opinioni (una tipa mi ha detto chiaramente quanto le abbia dato il voltastomaco, ahahah) molto diverse tra loro, ma accomunate dal riconoscimento e dall'apprezzamento della qualità della prosa (intesa come cura, presumo). La stessa cosa che secondo me mi fa accettare le imposizioni autoriali dei WuMing, corroborate da una onesta disponibilità a far sì che il lettore capisca non dove vogliano andare a parare, ma ogni singolo passo che porta in quella direzione. Senza esibizionismo cerebrale e senza compiacimento del lettore.

Dunque qualità\disponibilità a farsi capire come possibile linea guida. E poi una sana voglia non di sperimentazione, ma di divertimento. Perchè scrivere è faticoso ma è anche divertente eh, diciamolo. E perché quando le cose si fermano, poi muoiono e non sono più divertenti, diciamo anche questo.

Vabbè, sono cose complicate e io faccio fatica a spiegarmi, ma spero di esserci riuscito almeno in parte. Intendo che chiudere la narrativa dentro recinti culturali secondo me è sbagliato, ma lo è anche la reazione opposta, cioè semplificarla (e svuotarla, aggiungo io), sgravarla di tutta la fatica che comporta per venire incontro a tutti i mezzi scrittori che oggi leggono (lo dico senza problemi, tanto mi ci metto anch'io eh) e non hanno voglia di faticare (qui non mi ci metto, no).

 

Commento prezioso, il tuo, @Bango Skank. Di quelli che fanno ragionare. Grazie infinite. :super:

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