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Era una notte buia e tempestosa… e io sono il barone rosso seduto sul tettuccio di una cuccia per cani.

Invece sono qui fuori al freddo e guardo fisso la finestra illuminata della baita davanti a me. Nemmeno sanno che sono qui e nessuno sa che spio.

Spio le volute di fumo che si alzano verso il cielo, le tendine rosse leggermente scostate, le ombre dentro alla stanza, la legna impilata lungo il muro esterno, la porta che non si apre dalle quattro di oggi pomeriggio. E dire che adesso sono le sei passate.

Ho le mani congelate, il thermos col tè l’ho finito da un pezzo e non capisco come mi sia potuto venire in mente di fare quello che sto facendo in pieno inverno.

Ma cosa sto facendo esattamente qui sdraiata nella neve?

Mi sembrava un’ottima idea quella di venire alla baita per prima, trovarmi un bel posticino protetto e stare a guardare, anche se aveva appena nevicato. Avevo osservato che i cerbiatti d’inverno si mettono sotto ai rami bassi degli abeti, lì dove si formano delle fosse che offrono protezione; ai cerbiatti, appunto, non alle cinquantenni sventate che si credono particolarmente furbe.

Oltretutto mi ero anche comprata delle ciaspole nuove, quelle tecnologiche, per camminare sulla neve, convinta che non solo sarei arrivata fresca come una rosa alla mia postazione scelta con così tanta cura, ma sarebbe stato anche un buon allenamento per i miei quarti posteriori che stavano miseramente cedendo. Non avevo, però, preso in considerazione la fatica, il sudore, il dolore alle braccia e alle gambe; d’inverno il paese sembrava tanto più lontano. Quando ero arrivata mi ero lasciata cadere esausta nella neve soffice, felice di avere lo zaino pieno di provviste, di sentirmi protetta.

Invece nonostante la tuta, gli strati di pile e la coperta isotermica, il sudore mi si era gelato addosso. Così mi è toccato camminare piano in tondo per mantenere la temperatura finché mi sono asciugata.

 

Adesso sono qui a sentire il vento che fruscia fra i rami, i blocchi di neve che cadono dagli alberi, a contare le stelle, se solo sporgo un po’ la testa, e ad annusare questo meraviglioso, fantastico odore di legno bruciato, che promette il caldo di cui io non godrò.

 

Si allarga uno spicchio di luce. È lei che apre la porta, si sposta per far passare lui che con una cassetta va a prendere altra legna. Finiranno arrosto se continuano a scaldare così, con quei bei maglioni svedesi con i fiocchi di neve enormi.

Una volta ho provato a farne uno grigio e blu, molto elegante. Sono arrivata a metà della schiena che avevo un garbuglio di gomitoli. Ho dato tutto alla perpetua, che l’ha finito e adesso gira col mio maglione dei sogni.

 

Lei è proprio bella, ma insignificante. E lui, non ho parole per descriverlo. L’eloquenza di una patata fuori stagione, l’aspetto ordinario con la panzetta di chi prova a controllarsi, ma fallisce all’ultimo.

Certo, io non dovrei nemmeno permettermi di criticare, visto che tutta la mia persona pare concentrarsi attorno all’ombelico. È pur vero che un bel balcone distrae da questa circostanza, ma ciò non toglie che questa sia la realtà dei fatti.

Tornano dentro con tutta la loro legna, e lui la bacia pure mentre oltrepassa la soglia.

Ma dico io, non è che penseranno di togliersi i maglioni e anche tutto il resto già adesso?

 

Mi rigiro sulla schiena e guardo il cielo mentre mangio una barretta dietetica, consapevole del fatto che sono come lui, incapace di controllarmi fino alla fine. Ma sono anche un po’ come lei, ma solo dentro, perché se perdessi quei venti trenta chili, sarei meglio, ma molto meglio. Lui si perderebbe solo a vedermi e io potrei rifiutarlo con eleganza e passare al prossimo.

Peccato che io non possa passare al prossimo, perché nemmeno il primo c’è stato.

Non che sia colpa mia, avendo cinque fratelli è toccato a me curare mia mamma. Certo, loro hanno contribuito economicamente, ma nessuno di loro mi ha sostituito nemmeno un giorno, nemmeno un giorno di ferie o una serata. A parte il fatto che la mamma non avrebbe tollerato che io uscissi alla sera. A casa si stava meglio, secondo lei, la TV meglio di un cinema, i pasti meglio che al ristorante, tanto cucinavo io. Del resto, dovevo pur far qualcosa per svagarmi, per passare più tempo possibile al supermercato alla ricerca di ingredienti esotici per far schiattare di invidia tutte quelle malefiche beghine che mi guardavano con compassione, perché loro una famiglia ce l’avevano. Le sentivo, o forse lo immaginavo solo, come, con una mano davanti alla bocca, mormoravano “Poverina, probabilmente è ancora vergine, e dire che era una gran bella ragazza. Tutta colpa della madre.”

Stronze!

 

Stronze, ma avevano ragione!

Mia madre, quella megera, rimasta vedova giovane, quando mio padre è morto sotto a un albero nei boschi, ci ha allevato con pugno di ferro. Il più grande all’università, adesso è ingegnere a Milano, che nemmeno so com’è fatta. Il secondo ragioniere, che lavora agli impianti di risalita. Il terzo geometra con il suo posticino in comune. Il quarto elettricista che ne servono sempre e il quinto boscaiolo come papà; e io, l’ultima, “non c’è bisogno che studi, bella come sei”. Così dopo le medie, due anni di segretaria di azienda e “finché trovi lavoro, stai dalla mamma e le dai una mano”.

Ho assistito a cinque matrimoni, sempre con lo stesso abito, sempre allo stesso posto. Sono stata invitata a otto battesimi, sempre con lo stesso vestito, sempre allo stesso posto, mai come madrina. E ogni volta sono tornata a casa con mia madre.

Al matrimonio del terzo c’era un amico della sposa, al quale avevo fatto fatica a spiegare che non potevo dargli il mio numero di telefono, per il semplice fatto che un telefono non ce l’avevo. Ma lui mi chiedeva, un po’ sbronzo “ma allora devo baciarti adesso, altrimenti come ti ritrovo”. Mi ricordo che il cuore mi batteva forte all’idea di essere baciata, le sue labbra sulle mie, forse anche la sua lingua nella mia bocca, come mi dicevano le mie amiche ormai sposate da un pezzo. Lo guardavo e non sapevo decidermi se mi piaceva o meno, ma pensavo che vivendo nell’ultima baita prima del ghiaione a duemila e passa metri, non mi sarebbe mai più capitata l’occasione di baciare qualcuno. Mi chiedevo se la lingua fosse ruvida come quella dei gatti o morbida come la mia, se il sapore che avrebbe prevalso, sarebbe stato quello della birra, con cui aveva esagerato oppure dell’ultimo Jägermeister che aveva bevuto; forse ci sarebbe stata anche una nota di tabacco. Così quando mi ha preso la mano, con passo incerto, per portarmi dietro al tendone di velluto della sala parrocchiale, mentre io mi ripetevo che sarà romantico come nei film americani, e mi umettavo le labbra, terrorizzata all’idea di rimanere appiccicata a lui a causa delle labbra secche, mia madre mi ha raggiunto per salvarmi da quel molestatore ubriaco. Ma non mi stava molestando, era il mio principe azzurro per una sera.

“Non devi buttarti via così”

Non c’era assolutamente nulla da buttare, avevo già 25 anni, non avevo mai baciato un uomo, e nessun uomo sobrio mi aveva mai guardato due volte.

“Devi aspettare quello giusto!”

Volevo giusto chiederle dove fosse la fermata di quelli giusti, la fermata con la panchina dove potevo sedermi ad aspettare, perché davanti a casa, ai piedi delle pareti di roccia, di certo non sarebbe passato nessuno, né giusto, né sbagliato.

Ma con la mamma era inutile discutere.

 

Negli anni ne parlai col parroco, anzi con i parroci, visto che nel mentre, nel paesino a due ore a piedi da noi, ne erano passati tre. E tutti e tre mi dicevano di avere fede, che sarei stata ricompensata, che il mio compito era quello di seguire mia madre, che aveva una salute di ferro, che l’amore sarebbe arrivato e che anche questa era una forma d’amore, forse la più sublime, la più disinteressata.

Ma vaffanculo, ho pensato, vaffanculo a voi, ai miei fratelli e a tutto il mondo.

 

Finché un giorno la salute della mamma ha mostrato i primi segni di cedimento. Era confusa, non sapeva più bene dove si trovasse, malediceva mio padre che l’aveva obbligata a vivere isolata ai confini del cielo, era disorientata, rancorosa e mi diceva in faccia la sua verità.

“Non saprai mai cos’è l’amore, perché l’amore non esiste, men che meno per te!”

Sono andata a parlare coi miei fratelli in paese, ho scritto al fratello di Milano. Mi sembrava importante mettere la mamma in casa di riposo, mi sembrava una buona soluzione, avrei potuto vivere da sola, in pace, capire se davvero l’amore non avesse ragione di esistere. Invece loro no.

 “Non puoi portare via la mamma da tutto ciò che conosce, ne morirebbe. Ti mandiamo tutti i mesi i soldi per vivere, e continueremo per sempre, ma la mamma deve stare a casa sua fino alla fine”

Già.

Bene.

Col passare del tempo diventava anche volgare.

 “Tu non lo sai, ma noi donne siamo qui solo per fare da svuotapalle ai maschi. Io ti ho salvato, non avresti fatto altro che partorire, per poi essere lasciata sola ad allevare altri maschi che cercano altre svuotapalle e allevarne altre ancora e ancora e ancora e ancora…”

Era proprio matta, me lo ha confermato anche il medico in paese.

 “Fisicamente sta una meraviglia, è la mente che cede, capita ai vecchi. Ma per fortuna di questo non si muore, la tua mamma ce l’avrai ancora per anni!”

Non sapeva di cosa parlava, o forse si, ed era solo un bastardo ipocrita.

 

Così ho preso l’abitudine di lasciare la porta aperta quando andavo a fare la legna nel bosco e lei mi inseguiva urlando.

“Non ti permetterò di buttare via la tua vita così, non ti lascio andare a far la puttana in paese! Ascoltami, gli uomini sono tutti porci e tu non ne devi vedere, mai!”

Mi affrettavo per i sentieri e dopo un po’ lei tornava a casa in silenzio. Ma ogni volta mi seguiva un pochino di più, e di quando in quando la ritrovavo nel bosco smarrita incapace di tornare a casa.

Finché un giorno sono andata nel bosco al limitare del precipizio, e lei mi seguiva strepitando. Avevo una giacca rossa e sapevo che lei mi poteva vedere. Camminavo veloce, ma non troppo, così che potesse continuare a vedermi. A pochi metri dall’orlo del burrone mi sono levata la giacca sparendo dietro a un albero.

Quando è arrivata sul bordo si è ammutolita. Sembrava rinsavita di colpo

“Alma! Alma!” chiamava “Alma, dove sei!” la paura.

“Sono qui dietro di te” pensavo, ma mi guardavo bene dall’aprire bocca, volevo vedere cosa sarebbe successo.

“Alma! Alma! Dove sei! Vieni fuori! Scherzavo, l’amore esiste e anche tu lo troverai, farai dei bei bambini come i tuoi fratelli e io te li terrò!” dolce come il miele avariato.

Come no.

“Alma! Non vedo più la casa! Alma, vieni subito! Non fare la zoccola, vieni fuori subito! Sei puttana anche se non ti ha mai scopato nessuno! E se non fosse per me baciavi pure quell’ubriacone di merda! Alma, esci subito!” la rabbia.

Infatti.

“Alma! Perché non rispondi? Ti è successo qualcosa bambina mia?” Il dubbio.

Ecco.

“Alma, sei caduta? Alma!”

Si è sporta.

Troppo.

Non sono andata a vedere. Sono tornata a casa, ho preso la Panda 4x4, il telefono ancora non ce lo avevamo, perché non serviva, e sono andata ad avvisare il soccorso alpino che mia mamma era scomparsa.

“Non so dove è andata: ero a fare la legna e quando sono tornata non c’era più.”

L’hanno trovata sei ore dopo, sfracellata, pare fosse morta sul momento.

I miei fratelli, bugiardi, non mi hanno più versato denaro, ma io ho amministrato bene quello di prima. Così sono andata a vivere in paese, ho ristrutturato la baita e la affitto solo ed unicamente a coppie.

Posso venire a spiare, a vedere cos’è l’amore, perché bisogna amarsi davvero molto per passare le vacanze da soli, isolati dal mondo.

Durante l’estate è stato facile, ma questa è la prima volta dopo una nevicata e dovrò anche stare attenta a non lasciare impronte.

Però ho già imparato un sacco di cose sull’amore.

È fatto di carezze, di baci, mani sulle guance, parole, abbracci, coccole, sguardi, di perdere il controllo davanti al camino, e - che imbarazzo! - non potevo nemmeno immaginare quante cose possono fare due corpi che si desiderano. Ma è fatto anche di tazze di caffè portate a letto e di tanto buon cibo.

E io sono forte nel fare buon cibo, per cui c’è ancora speranza, anche per me!

 

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Ciao, @Agatarabe

Purtroppo i tuoi commenti non sono sufficienti per pubblicare un racconto lungo. Ti consiglio di leggere con attenzione il regolamento di sezione (lo inserisco qui sotto come link) e di seguire lo schema proposto per i commenti. Col tempo imparerai a farne di approfonditi senza nemmeno guardare quello schema, che serve solo a prenderci la mano.

Quando avrai commenti validi, puoi segnalarli a qualsiasi membro dello Staff online via messaggistica privata.

Chiudo.

 

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Regolarizzato; l'utente ha dimostrato di impegnarsi per crescere e commentare sempre meglio. Confido che in futuro riuscirà a fare ancora di più :) 

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@Agatarabe complimenti per questo racconto. L'ho letto senza fermarmi un attimo. Sei stata bravissima a tratteggiare la condizione del tuo personaggio, molto simile  a quello di certe figlie femmine di un tempo. A loro toccava il "peso" dei genitori. Ogni tua parola ha inquadrato una scena più ampia, l'atteggiamento dei fratelli tutta una mentalità, quello della madre idem. E questo tuo personaggio, che per imparare qualcosa dell'amore deve spiare la gente cui affitta la sua baita, impressiona. Un racconto dove una situazione subita, scatena atteggiamenti anomali. Ho notato un solo refuso, un "sì" scritto senza accento. Mi sono piaciuti il ritmo, il tema, che hai trattato con originalità, e la scorrevolezza. Tanti pregi che mi hanno lasciato la voglia di leggerti ancora. Brava. 

 

 

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Ciao@Almissima

Ho letto tutto d'un fiato, hai una scrittura chiara ed essenziale e, cosa che io ritengo importante, non ti perdi in inutili descrizioni o sdolcinati sentimentalismi d'ordinanza che oggi vanno tanto di moda, tanto che ci sono persone che scrivono frasi una dopo l'altra infarcite di pensieri devianti che alla fine non si capisce cosa volevano dire e bisogna riprendere a rileggere dal principio. Ma non è certo il tuo caso, ho letto davvero con piacere e veloce, senza mai dover rileggere, perché tuto era chiaro. 

Hai tratteggiato molto bene Alma, sono entrato subito in empatia con lei, in quanto ho conosciuto persone, donne che hanno vissuto tutta la vita solo per assistere un genitore, rinunciando alla loro vita.

Alma ha una gran voglia di vivere, circondata da un mondo di egoisti insensibili, a cominciare dai fratelli e sacrifica tutti i suoi anni per assistere una madre che probabilmente non le ha mai voluto bene, usandola solo per i suoi fini e frustrazioni e ossessioni personali.

La cosa è triste, seppure attenuata dallo spirito con cui tratteggi Alma, perfettamente consapevole della sua situazione e delle sue possibilità. Non è mai stata amata anzi: è stata annientata nel suo desiderio di amore, ecco perché non prova nessun rimorso per la fine della madre alla quale ha contribuito ma, a mio modo di vedere, non lo ha fatto con malvagità. Quasi con "innocenza" se si può usare in modo improprio questo termine.

Ma in questo mondo ipocrita e impazzito una come Alma potrebbe finire in galera, mentre invece chi accompagna deliberatamente persone a morire in cliniche specializzate  all'estero viene considerato un eroe e finisce su tutti i giornali e trasmissioni televisive...

Alma, quando è finalmente libera, vuole imparare cosa sia l'amore e per quanto lo faccia in un modo inconsueto "spiando", non mi ha generato nessun problema. Non si può odiare Alma.

È un personaggio che entra nella simpatia e nella comprensione del lettore, almeno di uno come me.

 

 

 

 

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Il racconto è bello, la tua scrittura forse lo è merito ancor di più, scivola che è un piacere, complimenti. Grazie per aver postato. 

Ciao @Almissima

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Condivido i pareri di chi mi ha preceduto su storia (che scorre) e personaggio (che è ben caratterizzato, credibile, empatico).

Non mi convince completamente, invece, la forma che hai dato alla narrazione: Alma che racconta in prima persona (non "si racconta", al lettore o a un ipotetico interlocutore), che riepiloga a se stessa così dettagliatamente non solo il proprio passato, ma anche le proprie azioni recenti, che chiama "mia" mamma, quella che, invece, mi pare di poter dire sia "LA" mamma (in un pensiero fra sé che ognuno di noi potrebbe fare) e il "fratello di Milano" per uno dei propri fratelli, sebbene con essi sia chiaro che non è in rapporti stretti e cordialissimi...

Insomma: mi pare tutto molto atteggiato, molto teso ad informare esplicitamente il lettore (sanza però volerlo fare veramente). E, quindi, poco naturale.

Ecco: la tua Alma, così, mi sembra un personaggio che si mette in posa per ma, lettore. E questo non mi piace.

Il mio consiglio, che farebbe, naturalmente nei miei gusti, di questo racconto un racconto pressoché perfetto, sarebbe di far narrare in terza persona a un narratore onnisciente che focalizza su Alma (mantenendo i tempi verbali proprio come li hai usati qui: al presente, sul presente della storia, e al passato nei flashback).

A questo punto troverei molto più naturale il racconto, con la voce narrante che descrive le azioni e i pensieri del presente e racconta il passato (al lettore, senza l'espediente narrativo - sempre difficile da gestire - del personaggio che rivede i propri ricordi). Oppure, volendo, anche descrivendo i ricordi che nel presente della storia la protagonista rivive.

Insomma: fammi accompagnare nelle azioni e nei ricordi di Alma da una voce esterna, non far raccontare tutto a lei correndo il rischio di darle una voce e dei pensieri atteggiati.

 

Altra cosa:

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Era una notte buia e tempestosa… e io sono il barone rosso seduto sul tettuccio di una cuccia per cani.

 

Ma anche no.

Se questa è una dichiarazione esplicita che lei ci vuole raccontare le proprie memorie, ho ragione io, e il personaggio è stracarico d'affettazione.

Se non è così non ha alcun senso.

Oltretutto: lascia stare le immagini già viste, inventate, mutuate da altri contesti. Sono solo cliché dei quali una storia come questa in particolare, ma nessuna storia che non voglia citare esplicitamente Snoopy, ha bisogno.

Il mio incipit ideale, per questo racconto è così:

Sono qui fuori al freddo e guardo fisso la finestra illuminata della baita. Nemmeno sanno che sono a pochi metri e che li sto spiando. (questo il senso)

E, nella mia idea di narrazione in terza:

Alma era immobile al freddo a pochi metri dalla baita e guardava fisso la finestra illuminata. All'interno non potevano nemmeno immaginare che lei era a pochi metri e stava spiando.

A tratti volgeva lo sguardo alle volute di fumo che si alzavano verso il cielo, poi tornava sulle tendine rosse leggermente scostate, alle ombre dentro la stanza. Poi nuovamente all'esterno, alla legna impilata lungo il muro, e pensava a quella porta, che si era aperta per l'ultima volta più di due ore prima.

Aveva le mani congelate. Il thermos con il tè lo aveva finito da un pezzo, e non capiva come le fosse potuto venire in mente di fare ciò che stava facendo, in pieno inverno...

Scusa l'invasione nelle tue scelte narrative, ma il consiglio che ti do lo considero davvero fondamentale. Spero ti possa tornare utile.

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Ti ringrazio moltissimo per le tue osservazioni.

La scelta di raccontare in prima persona, per me, é quasi obbligata. Mentre scrivevo questa storia in particolare, mi immaginavo un monologo recitato da una cinquantenne sgallettata in carne, oltre al fatto che quando scrivo in terza persona fatico a calarmi nel personaggio.

La vera storia di questo racconto é che un mio amico ha insistito affinché partecipassi a un concorso letterario, con molte remore ho deciso di partecipare. Remore, perché non mi ero mai davvero cimentata a scrivere qualcosa destinato alla lettura e anche perché francamente non sapevo che storia raccontare. Cosí ho iniziato citando il "Barone Rosso" dei Peanuts, proprio lui che inizia sempre cosí, raccontando le storie piú improbabili, lasciandosi trascinare come se fosse lí. Nel giro di due ore Alma era nata, e passeggiava con le ciaspole e i ricordi nei suoi boschi.

Sono arrivata seconda, e mi sono emozionata tantissimo, peró, con l'occhio della lettrice, mi pareva di aver vinto facile.

Quindi adesso mi eserciteró a scrivere in terza persona, a dispetto della mia beata ignoranza e inesperienza, e confido in altre critiche cosí costruttive.

 

 

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Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

 

 

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Era una notte buia e tempestosa… e io sono il barone rosso seduto sul tettuccio di una cuccia per cani.

Invece sono qui fuori al freddo e guardo fisso la finestra illuminata della baita davanti a me. Nemmeno sanno che sono qui e nessuno sa che spio.

La prima frase la toglierei proprio: fa pensare a un'aspirante scrittore e invece il seguito restituisce una persona semplice, isolata, come potrebbe aver letto Linus?

Lascerei soltanto la parte in grassetto: che sia da sola, come che stia spiando, perchè non  lasciare al lettore il tempo di scoprirlo?

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Spio le volute di fumo

come sopra: lascerei scoprire al lettore che sta spiando. Potrebbe bastare ""osservo" o simile.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Ma cosa sto facendo esattamente qui sdraiata nella neve?

il lettore se lo starà già chiedendo, non serve suggerirgli la domanda.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Mi sembrava un’ottima idea

forse "mi era sembrata" (prima di esserci davvero andata)

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Oltretutto mi ero anche comprata delle ciaspole nuove, quelle tecnologiche, per camminare sulla neve, convinta che non solo sarei arrivata fresca come una rosa alla mia postazione scelta con così tanta cura, ma sarebbe stato anche un buon allenamento per i miei quarti posteriori che stavano miseramente cedendo. Non avevo, però, preso in considerazione la fatica, il sudore, il dolore alle braccia e alle gambe; d’inverno il paese sembrava tanto più lontano. Quando ero arrivata mi ero lasciata cadere esausta nella neve soffice, felice di avere lo zaino pieno di provviste, di sentirmi protetta.

Invece nonostante la tuta, gli strati di pile e la coperta isotermica, il sudore mi si era gelato addosso. Così mi è toccato camminare piano in tondo per mantenere la temperatura finché mi sono asciugata. 

  

Adesso sono qui a sentire il vento che fruscia fra i rami, i blocchi di neve che cadono dagli alberi, a contare le stelle, se solo sporgo un po’ la testa, e ad annusare questo meraviglioso, fantastico odore di legno bruciato, che promette il caldo di cui io non godrò.

Bella descrizione, fa vivere al lettore il freddo della protagonista.
La prima parola la toglierei, poco dopo c'è "anche".

"meraviglioso, fantastico": ne sceglierei uno solo. Anche nessuno. Se leggi la frase senza gli aggettivi l'odore ti arriva addosso

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Mi chiedevo se la lingua fosse ruvida come quella dei gatti o morbida come la mia, se il sapore che avrebbe prevalso, sarebbe stato quello della birra, con cui aveva esagerato oppure dell’ultimo Jägermeister che aveva bevuto; forse ci sarebbe stata anche una nota di tabacco. Così quando mi ha preso la mano, con passo incerto, per portarmi dietro al tendone di velluto della sala parrocchiale, mentre io mi ripetevo che sarà romantico come nei film americani, e mi umettavo le labbra, terrorizzata all’idea di rimanere appiccicata a lui a causa delle labbra secche,

ben reso dopo il passaggio all'indietro con la storia familiare, questo momento che turba la protagonista, la quale si fa domande ingenue in mezzo a emozioni del tutto nuove.
Mi ha fatto ripensare - tutt'altro contesto - a "La prima volta di Jenifer", vecchio film di cui era regista Paul Newmann, con la moglie protagonista.
 

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

 “Tu non lo sai, ma noi donne siamo qui solo per fare da svuotapalle ai maschi. Io ti ho salvato, non avresti fatto altro che partorire, per poi essere lasciata sola ad allevare altri maschi che cercano altre svuotapalle e allevarne altre ancora e ancora e ancora e ancora…”

qui, e anche prima e dopo. trovo sia ben resa "quella" mentalità, di una madre che fa pagare alla figlia la propria vita infelice.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

“Alma! Alma! Dove sei! Vieni fuori! Scherzavo, l’amore esiste e anche tu lo troverai, farai dei bei bambini come i tuoi fratelli e io te li terrò!”


questo mi suona poco probabile, dati i precedenti, la immagino più che si incarognisce ad ogni passo, ma in quella situazione in effetti tutto può essere.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

“Alma, sei caduta? Alma!”

Si è sporta.

Troppo.

ottimamente reso. Valuterei un "abbastanza", che accompagna il punto di vista della protagonista, al posto di "troppo"

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Posso venire a spiare, a vedere cos’è l’amore,

Adesso "spiare" ci sta tutto, adesso il lettore può ridare significato all'insieme del racconto.

Bella storia, ben raccontata, complimenti.

Stefano
 

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Grazie Stefano, dei tuoi commenti, soprattutto quelli dove mi consigli di levare. Anch'io sono dell'opinione che less is more e in effetti il ritmo ci guadagna.

 

L' "abbastanza" implica che lei voleva con tutta se stessa che la madre cadesse nel dirupo, mentre in realtá era piú un dispetto, un "vediamo cosa succede".

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Ciao @Almissima, ho apprezzato molto la tua storia. All'inizio credevo che la protagonista fosse una moglie intenta a spiare il marito fedifrago, invece sei riuscita a sorprendermi cambiando totalmente le carte in tavola: si tratta di una voyeur cinquantenne che studia l'amore.

Hai caratterizzato molto bene Alma, che attraverso il suo passato mette in mostra tutta se stessa: il suo carattere, le sue speranze, le sue paure, e soprattutto il modo in cui essi si sono pian piano strutturati. Forse però talvolta la narrazione è un po' troppo distaccata. Mi spiego meglio: la protagonista ricorda a se stessa tutte le vicende per cui è passata, non si sta rivolgendo a qualcun altro, per cui userei espressioni più colloquiali, a titolo di esempio:

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Mia madre, quella megera, rimasta vedova giovane

Perché non dire "la mamma" (come peraltro hai fatto più avanti, alternandolo con "madre")?

 

E ancora:

 
 
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Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Il più grande all’università, adesso è ingegnere a Milano, che nemmeno so com’è fatta. Il secondo ragioniere, che lavora agli impianti di risalita. Il terzo geometra con il suo posticino in comune. Il quarto elettricista che ne servono sempre e il quinto boscaiolo come papà

Qui secondo me esplicitare i nomi dei fratelli avrebbe reso meglio l'idea di una focalizzazione interna e personale, invece in questo modo restano personaggi vaghi, come se fossero citati da un personaggio estraneo.

 

Qualche altro appunto:

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Era una notte buia e tempestosa… e io sono il barone rosso seduto sul tettuccio di una cuccia per cani.

Eliminerei questa prima frase, visto che secondo me stona con il resto del racconto.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Quando ero arrivata mi ero lasciata cadere esausta nella neve soffice, felice di avere lo zaino pieno di provviste, di sentirmi protetta.

Al posto del trapassato prossimo userei il passato passato prossimo.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

tutta la mia persona pare concentrarsi attorno all’ombelico

Bella quest'immagine, ci hai detto che è un po' sovrappeso senza tuttavia farlo direttamente, e anzi rendendolo addirittura poetico.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

che non potevo dargli il mio numero di telefono

Varierei leggermente la frase in; "non potevo darglielo il mio numero di telefono", o "non glielo potevo dare il mio numero di telefono", con l'inserimento del pronome "lo", tipico del parlato, che rafforza ulteriormente il concetto.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

se il sapore che avrebbe prevalso, sarebbe stato quello della birra, con cui aveva esagerato oppure dell’ultimo Jägermeister che aveva bevuto

Secondo me questa virgola è di troppo, mentre ce ne vorrebbe una subito dopo, tra "esagerato" e "oppure".

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

mentre io mi ripetevo che sarà romantico come nei film americani

Qui ci va il condizionale passato invece del futuro semplice, a meno che non metti la frase come una citazione: "mentre io mi ripetevo: sarà romantico come nei film americani"

 

In tutta la scena poi mi stona l'uso dell'imperfetto insieme al passato prossimo, cui sostituirei il passato remoto, trattandosi di un evento che non appartiene al passato recente.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

Col passare del tempo diventava anche volgare.

Qui userei il trapassato prossimo.

 

Il 10/12/2019 alle 11:44, Almissima ha scritto:

per poi essere lasciata sola ad allevare altri maschi che cercano altre svuotapalle e allevarne altre ancora e ancora e ancora e ancora

Non mi è chiaro a chi è riferito "allevarne": sempre ad Alma o alle generazioni successive? In quest'ultimo caso suggerirei di cambiare con "che ne alleveranno altre [...]".

 

Mi è piaciuto come hai descritto l'atteggiamento della madre quando si perde nel bosco e non la trova: alterna rabbia, preoccupazione, paura, pentimento, segno sia della sua pazzia sia, forse, della sua malafede nei confronti della figlia, cui ha volutamente tarpato le ali perché si occupasse esclusivamente di lei.

Intrigante il dubbio che lasci sulla sua morte: è caduta perché si è sporta troppa o Alma le ha dato una "provvidenziale" spintarella? In base alla risposta, forse suggerita dal suo comportamento, cambia il modo in cui il personaggio viene giudicato: figlia sbadata o cinica assassina per necessità? Sta al lettore decidere e prendere posizione. Io personalmente propendo per la seconda, ma questo non me la rende meno simpatica. Nel corso del racconto ho empatizzato con lei, grazie all'abilità con cui hai descritto la sua esistenza frustrata, ma il finale, con quella nota dolce sull'amore, lascia presagire che c'è speranza anche per lei.

Lo stile fila liscio e ben si adatta alla vicenda, raccontata in prima persona dalla protagonista con tono abbastanza naturale, a parte quel piccolo appunto che ti ho fatto sopra.

 

A rileggerci!

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