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gierre13

Sei uno scrittore solo se gli altri te lo riconoscono?

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Ospite AndC
20 ore fa, Panurge ha scritto:

Io estremizzerei la domanda in questo modo: è davvero necessario scrivere per essere scrittori?

 Concordo sul fatto che per essere scrittori non sia necessario scrivere, ma non vedo che l'unica via di esserlo debba per forza essere negativa: nella vita esiste sia il positivo che il negativo... propendere solo per l'una o per l'altra ipotesi significa per me avere solo metà della visione globale.

 

Scrivere è un'inclinazione dell'anima: può essere amputazione, ma anche ampliamento della stessa.

 

Scrivere si fonde  con la vita... lo scrittore porta la scrittura anche al di fuori del foglio, nella sua vita, nell'osservazione che fa del circostante e nel come interagisce.

 

Ho già espresso questa mia idea altrove nel forum: essere scrittori comporta, ad esempio, un costante lavoro di invenzione delle storie e di editing. Porta a sviluppare la fantasia e a contemplare diverse soluzioni per un problema.

Questi sono solo alcuni esempi... ma imparare a lavorare sul "finale" di una storia, ci fa rendere conto come anche nella vita le soluzioni a diverse problematiche possono essere molte e differenti: bisogna trovare quella che si sposi meglio con tutto il resto della storia.

 

Se, arrivati, in punto di morte, rileggessimo la nostra vita, indubbiamente assomiglierebbe a un romanzo...

 

Siamo scrittori al di là della penna.

 

Lo scopo ultimo di qualsiasi arte, secondo me, è infine quello di portare tale arte nella vita di tutti i giorni, cambiare insieme a lei. L'arte non rimane circoscritta a un foglio, dentro una tela, sopra un palcoscenico... se quando esci e ti confronti con il mondo non agisci e ragioni anche in base a tale arte, allora non sei ancora completo in questo senso...

 

 

Racconterò in maniera raffazzonata una piccola storia zen che più o meno faceva così:

 

"L'allievo andò dal maestro perché voleva imparare a dipingere i bambù".

"Vivi per vent'anni come i bambù e fra di loro, poi potrai iniziare a dipingerli".

 

Così, dipingere i bambù è una piccola azione spesso fine a se stessa, capirne e viverne l'essenza può portare a rivelazioni maggiori.

 

Scrivere per rimanere dentro un foglio, o all'interno di  una logica di vendita dell'oggetto, o di riconoscimento sociale, per quanto nobile possa essere nei migliori dei casi, rimane un'attività fine a se stessa. Scrivere per raggiungere qualcosa di più profondo e ben più importante e non necessita di penna.

Alla fine starai "scrivendo la tua vita" nelle pagine dell'immateriale, nei cuori o nelle memorie delle persone...

 

La penna (o la tastiera) è l'ultima cosa che arriva dopo il pensiero, l'osservazione, l'esperienza, lo studio, la passione, i sentimenti e quant'altro.

 

Ugualmente: puoi essere un musicista a prescindere se tu suoni o meno un determinato strumento. Può ascoltare la musica dell'universo e cantarla e suonarla dentro di te, sarai un musicista.

 

Il tutto a mia opinione.

Ciao!

 

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@AndC sì è vero, la scrittura non si risolve solo nel foglio di carta, ma implica una promiscuità con la vita stessa: ed è questo che la rende così compromettente!

E' una frenesia estetizzante con cui plasmare il Creato a propria immagine e somiglianza, per fagocitarlo da eterni inappetenti, e di cui in ultimo si avverte il disagio dell'amputazione (si può essere un bambù e rimanere un uomo?). Da qui la mia idea che un artista può essere un uomo solo a metà, sebbene la metà che ne resta valga forse più dell'intero.

E poi...troppa bellezza può accecare...anzi direi che tutta l'arte sia un omaggio che l'artista rende alla bellezza ogni volta che non cede all'impulso di ucciderlo.

 

Riconvertire liturgicamente l'universo secondo un ordine estetico per renderlo più sopportabile, l'arte è tutta qua. 

 

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1 ora fa, AndC ha scritto:

Scrivere per rimanere dentro un foglio, o all'interno di  una logica di vendita dell'oggetto, o di riconoscimento sociale, per quanto nobile possa essere nei migliori dei casi, rimane un'attività fine a se stessa. Scrivere per raggiungere qualcosa di più profondo e ben più importante e non necessita di penna.

Alla fine starai "scrivendo la tua vita" nelle pagine dell'immateriale, nei cuori o nelle memorie delle persone...

 

La tua visione è molto romantica e profonda. La scrittura è parte di noi, della nostra quotidianità. Lo scopo è raccontare qualcosa che ci appartiene, non fare cassa. Perfettamente d'accordo. Ma per me colui che pensa, riflette, fantastica, cerca, assapora è prima "pensatore" che scrittore. 

Lo scrittore a mio avviso deve necessariamente avere un pubblico, dunque condividere le sue storie, coinvolgere, ammaliare, far riflettere un destinatario grazie alla sua penna. Lo scrittore è anche pensatore ma il pensatore non è sempre scrittore. Se non sono in grado di raggiungere nessuno, se i miei scritti non sfiorano alcun lettore, potrò io considerarmi scrittore? io non mi definirei tale. Ciò non toglie valore alla persona, alle sue idee, per carità. Preferirei usare altri termini presenti nella nostra amata lingua. Ad esempio io mi sento un cercatore (der Suchende, pensando a Hesse) ma non ancora uno scrittore. Una storia ha bisogno di ascoltatori. 

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Il nichilismo è "un'arma" potente e va usato a piccole dosi, perché disumanizza e svuota tutto ciò che è umano. Ovvero la capacità di produrre senso.

Un nuotatore è un nuotatore anche se non nuota, ma quando si finisce in acqua qualcuno nuota e qualcuno annega. Dunque chi è un nuotatore?

Il bello del linguaggio è anche la sua facoltà di alterare o produrre significati, è una lente che deforma o mette a fuoco (a volte entrambe le cose), così questo suo tessere è già scrittura e ha già qualcosa di (il)letterario.

Essere scrittori per sé stessi, solo per sé stessi, vuol dire parlare una lingua oscura e incomprensibile. Lo sforzo creativo è un atto comunicativo e per quanto originale o eccentrico si compie sempre nell'altro, per cui ricondurre l'autore a un sentimento individuale ci presenta un acquerello esistenziale che solletica la pancia dello scrittore (o presunto tale), riconducendo l'atto artistico a qualcosa di velleitario. Si è scrittori negli occhi di chi ci legge, ogni opera si completa nell'altro. Prima è solo potenziale, una nebulosa: un astratto direbbe Hegel.

Nessuno possiede il linguaggio perché ridurlo a pensiero individuale vuol dire dissolverlo: un individuo che non sa pensare oltre sè stesso non può essere uno scrittore.

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Il ‎05‎/‎12‎/‎2019 alle 06:41, Anglares ha scritto:

Il nichilismo è "un'arma" potente e va usato a piccole dosi, perché disumanizza e svuota tutto ciò che è umano. Ovvero la capacità di produrre senso.

Un nuotatore è un nuotatore anche se non nuota, ma quando si finisce in acqua qualcuno nuota e qualcuno annega. Dunque chi è un nuotatore?

Il bello del linguaggio è anche la sua facoltà di alterare o produrre significati, è una lente che deforma o mette a fuoco (a volte entrambe le cose), così questo suo tessere è già scrittura e ha già qualcosa di (il)letterario.

Essere scrittori per sé stessi, solo per sé stessi, vuol dire parlare una lingua oscura e incomprensibile. Lo sforzo creativo è un atto comunicativo e per quanto originale o eccentrico si compie sempre nell'altro, per cui ricondurre l'autore a un sentimento individuale ci presenta un acquerello esistenziale che solletica la pancia dello scrittore (o presunto tale), riconducendo l'atto artistico a qualcosa di velleitario. Si è scrittori negli occhi di chi ci legge, ogni opera si completa nell'altro. Prima è solo potenziale, una nebulosa: un astratto direbbe Hegel.

Nessuno possiede il linguaggio perché ridurlo a pensiero individuale vuol dire dissolverlo: un individuo che non sa pensare oltre sè stesso non può essere uno scrittore.

Niente da aggiungere, se non che finalmente ho letto qualcosa di comprensibile, dopo che i miei neuroni, sicuramente logorati dall'età, erano stati messi a dura prova da non-ragionamenti più o meno provocatori.  Grazie.

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stando alla definizione letterale, basterebbe scrivere per potersi considerare "scrittori". La cosa si complica nel momento in cui si vuole intendere con questo termine una categoria che abbia confini un po' più definiti e caratterizzate da un complesso di abilità esclusive, non presenti al di fuori di questo confine. Qui la questione si riconnette a quella per cui l'essere scrittori, non è, ahimè, spesso considerato un lavoro vero e proprio, ma più come un hobby, o comunque un'attività da poter coltivare anche a tempo perso, anche in assenza di una preparazione specifica. Al di là delle ristrette prospettive di guadagno, soprattutto per la gran parte degli esordienti, o dell'assenza di un albo professionale, un altro fattore (del resto giustamente ineliminabile, in nome del principio sacrosanto della libertà di espressione) penso sia la frequenza in cui l'editoria pubblica libri di persone, solitamente vip, soubrette, attori, calciatori, che si improvvisano autori in assenza di una reale formazione letteraria, oppure, come dovrebbe essere nel campo della saggistica, di una formazione scientifica circa i temi di cui il libro si occupa, e che ottengono un successo editoriale solo sulla base della loro fama, derivante da campi del tutto diversi da quello della scrittura. Sembra poi inevitabile che, a livello di senso comune, l'essere scrittori venga privato di un qualsivoglia di professionalità specifica, se poi scrivere e vendere libri è chi nella vita si occupa di tutto altro. Viene confermato il pregiudizio della scrittura come potenziale hobby a tempo perso, se poi ad avere successo sono persone che la vivono in questo modo.

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Io sono convinto che sì, qualcuno deve riconoscertelo: un pubblico (discreto quanto meno), una casa editrice (degna di nota), la critica (che conti qualcosa).
Quello che volete, ma andare in giro a definirsi uno scrittore solo perché si butta giù qualcosa è troppo autoreferenziale.
Almeno per me, per come sono fatto. Forse è insicurezza? Può darsi.

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Non so. Dai quindici anni, fino ai diciotto, scrivevo poesie. Ero, per questo, definibile poeta? Non credo. Per tanti anni ho messo per iscritto, solo per me, pensieri, emozioni, stralci di vita. Ero definibile scrittore? Non credo. Poi mi sono cimentato nella stesura di un primo romanzo, e di un secondo, e di un terzo, e ho cominciato a proporli in giro, collezionando rifiuti espressi o - più di frequente - taciti. Neanche così sentivo di potermi definire scrittore. Poi ne ho pubblicati due e ne ho un terzo incorso di pubblicazione (no EAP o self). Ora mi sento in grado di definirmi scrittore. I volumi di vendita dei due pubblicati: meglio non parlarne. Ma qualcuno ha letto ciò che ho scritto e ha deciso di investirci tempo e denaro, perciò sono uno scrittore. La qualità dei miei scritti, che potrebbero anche essere delle magistrali fetecchie, non c'entra. Questa è la mia fallibile opinione.

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Il 23/12/2019 alle 23:24, unacasanellospazio ha scritto:

Io sono convinto che sì, qualcuno deve riconoscertelo: un pubblico (discreto quanto meno), una casa editrice (degna di nota), la critica (che conti qualcosa).
Quello che volete, ma andare in giro a definirsi uno scrittore solo perché si butta giù qualcosa è troppo autoreferenziale.
Almeno per me, per come sono fatto. Forse è insicurezza? Può darsi.

Attento a come parli, altrimenti i frustrati qui ti bersagliano di dislike:lol:

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Ho letto buona parte di questa discussione e ho notato che molti hanno derapato sul discutere cosa sia arte e cosa no.

Dunque... non è certo mia intenzione mettere la parola fine a una discussione che essendo stata iniziata qualchemila anni fa sarà ancora presente tra qualchemila anni. Vorrei però portare a conoscenza di chi non lo sa che esiste tuttta una teoria secondo la quale QUALUNQUE creazione umana può avere un lato artistico.

Dopo aver definito cosa è una creazione (qualcosa che prima non c'era e adesso c'è perchè è stata pensata da un cervello umano) occorre quindi definire perchè anche una teoria scientifica può essere "artistica".

Affinchè questo avvenga ecco la definizione: una qualunque creazione dell'intelletto umano può avere un lato artistico se in essa riconosciamo tutte o in parte queste cinque caratteristiche.

 

  • ritmo
  • equilibrio
  • armonia
  • eleganza
  • semplicità

Data questa definizione se noi prendessimo la teoria eliocentrica essa ha certamente un aspetto "artistico" perchè spiega con eleganza e semplicità il moto dei pianeti c.d. "erranti" che la teoria tolemaica non sapeva spiegare.

 

Quello di cui molti hanno parlato è invece l'arte "emozionale", cioè di uno che vuole scrivere un romanzo horror affinchè il lettore provi paura. Se ci riesce, se cioè il lettore si impaurisce, allora quello è un artista, se invece il lettore a leggere quel romanzo si annoia allora quello non è un artista. In questo senso anche un pornografo può essere un artista perchè se fa un video, o scrive un romanzo, e chi lo vede/legge si eccita sessualmente (emozione) allora anch'egli è riuscito nel suo intento, di dare cioè al pubblico l'emozione che esso pubblico cercava.

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Il 4/12/2019 alle 14:36, Panurge ha scritto:

Chiunque con un buon livello di alfabetizzazione è in grado di compitare uno scritto di senso compiuto e grammaticamente corretto per dilettare un uditorio. Ma se avverti il doverlo fare come una maledizione, allora sei uno scrittore.

E' proprio così! 

(Ma per quanto mi riguarda una maledizione benedetta perché mi regala una beatitudine unica).

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