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Kasimiro

Il pollo e il gattino

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“C'era una volta un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo alato.” raccontava Carlo.

“Un pollo alato?!” rispondeva Luigi.

“Perché, cosa c'è di strano in un pollo con le ali?”

“Niente, ma è come dire un cane zampato! È logico e scontato!”

“Non direi: il pollo ha le ali, ma non vola.”

“Qualche piccolo tratto di volo lo fa, comunque, la gallina razzola, non ha bisogno di volare. Nella sua evoluzione ha sviluppato zampe robuste e corpo pesante rispetto ad ali piccole”.

“Infatti ho detto un pollo alato, non un pollo che sa volare. Poi tu hai parlato di gallina.”

“Pollo e gallina sono la stessa cosa.”

“Non proprio. Il pollo è sfortunato, può essere maschio o femmina e non sempre è chiaro il sesso per la sua tenera età: nasce per essere mangiato ai sei mesi di vita, mentre la gallina fa le uova o, suo malgrado, ogni tanto finisce nel brodo.”

“Beh, comunque non cambia il discorso.”

“Cambia eccome! Se mi ascoltassi e mi lasciassi finire: il termine alato non era fondamentale ai fini della storia, l'ho pronunciato perché faceva rima con abbandonato.”

“Ah scusa, continua pure.”

“Non è facile. Ho perso la magia del momento, l'emozione che mi spingeva a raccontare una storia malinconica.”

“Fai conto che non ti abbia detto nulla, vado via e ritorno fra poco. Sentiti libero di ricominciare quando vuoi.

“Dicevo... - riprese dopo un po' - ho visto un gattino abbandonato...

E' inutile non riesco a continuare, non ricordo neanche come andava avanti la storia.”

“Parlavi di un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo alato.” rispose Luigi.

“Un pollo alato?”

“L'hai detto tu! Poco fa.”

“Ho detto una cosa del genere?”

“Sì, invece la domanda: un pollo alato? L'avevo fatta io.”

“Facciamo che eliminiamo il termine alato e lo sostituiamo con un altro: ho visto un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo sdraiato.”

“Ancora peggio!”

“Addormentato?”

“Noooo!”

“Squattrinato?”

“Non ci siamo.”

“Fortunato?”

“Mmm... poco fa dicevi il contrario.”

“Ecco! Ora ricordo. Questa volta il pollo è fortunato! Ha sfidato la malasorte con successo. E' scappato dalla gabbia il giorno prima che gli tagliassero il collo e si è trovato libero, nella natura.”

Recuperato il filo del discorso, Carlo proseguì nel racconto:

 

Mentre razzolava su un prato udì un miagolio intenso. Vide un piccolo gattino infreddolito e spaventato.

“Come posso aiutarti?”

“Ho fame!”

“Cosa mangi di solito?”

“Mi piace tanto il pollo!”

“Ma sai che cos'è un pollo?”

“Certo! È una piccola scatoletta gialla con dentro della poltiglia squisita, da non confondersi con il pesce: scatoletta blu, disgustosa. Me la davano tutti i giorni prima che mi perdessi.”

“Capisco...vediamo come recuperare un pollo...Mi è venuta un'idea!”

“Avrei preferito mangiare, che condividere un'idea.”

“Lo so, ma il mio piano è legato a soddisfare la tua fame. Seguimi.”

Camminarono fino a sera, quando giunsero nei pressi di un grande edificio.

“Ma dove siamo? Che puzza!” esclamò il gattino sempre più stremato.

“Siamo alla fabbrica dei polli! Qui creano le tue amate scatolette.”

Con grande tristezza aveva accompagnato il compagno nel luogo infernale da cui era scappato. Sapeva che lì, tutti i suoi simili entravano a far parte di un processo industriale: cosce, sovra cosce, grossi petti, alette, confezionate in formato famiglia, e tutto ciò che non veniva selezionato finiva nella lattina gialla che tanto piaceva al piccolo felino.

“Oh! E come fanno a fabbricarli?”

“È un segreto, se no, lo farebbero tutti.”

Guidò il gattino sul retro, al reparto: “Polli per gatti”.

L'uccello, terrorizzato dal quel ritorno al mattatoio, voleva aiutare a tutti costi quella ingenua creatura appena conosciuta.

“Guarda! Ecco i tuoi polli!”

Si trovarono di fronte a un'enorme macchinario dal cui interno usciva un nastro trasportatore con le adorate scatolette gialle.

“Prendine una e scappiamo, prima che diventi anch'io un pollo... per te.”

Mentre uscivano, un forte pigolio attirò la loro attenzione.

Il pollo non riuscì a rimanere indifferente, entrò nel capannone correndo un grande rischio. La scena, a lui nota, si presentava con centinaia di gabbie accatastate l'una sull'altra, stipate di forme amorfe piumate. Aprì la prima che si trovò di fronte, con un numero indefinito di pollastri.

Prima che il guardiano li notasse, scapparono inciampando e cadendo di continuo: era la prima volta che provavano a correre.

La guardia, appena accortasi, li inseguì.

La notte giocò a loro favore. Si nascosero nell'erba alta. Ognuno prese direzioni diverse tranne uno che seguì i due amici.

Arrivati in un posto tranquillo, il pennuto si rivolse al gattino: “Dammi il pollo che te lo apro!”

L'altro suo simile lo guardò impietrito.

“Non ti preoccupare, poi ti spiego.”

Con dei colpi di becco, effetto martello pneumatico, bucherellò intorno al coperchio della scatoletta gialla, aprendola, dando il via alla scorpacciata del gattino.

“Grazie di cuore.” si rivolse al suo amico, il neo libero pollastro.

“Sono lieto, insieme si sta meglio”.

“A proposito... siamo maschi o femmine?”

“Non so, ma sento una forte attrazione nei tuoi confronti.”

“Anch'io!”

“Forse siamo di sesso opposto.”

“Aspettiamo qualche mese e vediamo a chi verrà una bella cresta sulla testa!” gli rispose il pollastro o la pollastra.

 

“Che bella storia! - commentò Luigi - E pensare che non volevi raccontarla.”

“È un ricordo della mia infanzia.”

“Lodevole. Si nota il tuo animo sensibile.”

“C'è un pensiero che non mi ha più abbandonato da allora.”

“Quale?”

“La volontà di vivere del pollo.”

“Sì, encomiabile. Il suo non rassegnarsi a un destino segnato.”

“Oggi il pollo. Domani la pecora, poi il cavallo, la mucca, il maiale...chiunque ce la può fare.”

“E poi, come è successo all'amico del pollo, se non sei tu a salvarti da solo, può succedere che un altro ti apra la gabbia.”

“È vero, è un'altra possibilità, più rara. ”

 

 

 

 

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@Kasimiro

 

Ciao... Sarò sincero e parlerò solo a mia opinione personale: questa storia non mi ha convinto molto.

 

La prima e l'ultima parte si potrebbero tranquillamente togliere senza troppo intaccare la trama.

 

L'incipit risulta una sorta di gag molto spiegativa su cosa o come sia fatto un determinato animale, per lo più di comune diffusione e dunque relativamente conosciuto.

Il finale sono alcune ipotesi di morale del racconto scritte dalla voce narrante al lettore.

 

Il tutto può aver senso all'interno del genere favola, ma la voce narrante è secondo me troppo dominante e di parte.

 

Stilisticamente, alcuni passaggi vanno poi riletti per essere compresi a fondo ed altri sembrano essere logicamente contraddittori.

Non mi ha poi convinto troppo che a un gatto non piaccia il pesce.

 

Secondo me: bella la storia e l'idea, ma non mi ha convinto la sua struttura e parte dello stile narrativo.

 

Forse, non so, è più una storia destinata ai bambini ed io l'ho letta con l'occhio dell'adulto?

 

Perdonami, un caro saluto.

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Ciao @Kasimiro,

ho letto il tuo racconto che mi ha lasciato un po' perplesso. Mi spiego: vuole essere una fiaba con una morale ma lo stile e il registro linguistico sono più da adulti che da bambini.

Anche a livello di trama ho delle perplessità: alla fine il gatto a cosa serve? A mandare avanti la storia? Trovo poi strano e inquietante (mettendomi nei panni di un bambino) che un pollo sfami un gatto con carne di pollo.

Devo ammettere che la prima parte del racconto mi ha divertito, ma concordo con @AndC quando suggerisce di togliere il primo e ultimo pezzo, semplicemente perché non servono.

Spero di esserti stato in qualche modo di aiuto.

 

A presto

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Grazie per la lettura ed il commento @AndC, per me sono tentativi di sperimentare forme di narrazione, come credo sia è lo spirito dell'officina. A parte qualche infante presente in casa è la prima volta che viene letto da occhi esterni, quindi terrò a cuore ogni commento e critica.

Riguardo l'incipit iniziale e il finale concordo che sono slegati dalla trama centrale ma ho voluto lasciare questa storia così come mi è venuta in mente, con le sue contraddizioni, forse per vedere che effetto avrebbe dato. (la perplessità, mi sembra che prevalga)

Riguardo al gatto a cui non piace il pesce, può sembrare strano, ma ti assicuro, avendo avuto molti gatti e conosciuto persone con gatti, che ce ne sono alcuni che mangiano solo determinate cose; addirittura alcuni mangiano solo il contenuto di una certa marca e di una certa consistenza, rifiutando qualsiasi altra alternativa, che sia carne o pesce. Qui si apre un mondo sui mangimi per animali, che è meglio chiudere in questa sede.

Molto gentile il tuo ultimo interrogativo. Credo che anche una storia dedicata ai bambini, se non convince l'adulto, debba avere qualcosa che non quadra.

Grazie ancora e alla prossima lettura.

 

Grazie @Alessiomantelli per la lettura. A questo punto posso capire le perplessità. Riguardo al pollo che sfama un gatto con un pollo, l'ho voluto inserire come passaggio grottesco e surreale, anche se pensandoci è inquietante. Però, se pensiamo alla realtà, ci sono scenari altrettanto inquietanti ma meno surreali, come ad esempio delle mucche che mangiano farine contenenti altre mucche.

Alla prossima

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A me, invece, è piaciuta. Questa storia ha delle lacune, ma se legata ad altre le voci narranti possono essere parte integrante di un volumetto nel quale potrebbero essere i veri protagonisti. Lo stile è veloce, diretto, scorrevole. Probabilmente rivedrei il contenuto ma l'idea di una voce narrante che discute crea ilarità e per un bambino è quello che conta. Ho letto storie molto peggiori destinate ad un pubblico tra i 5 agli 8 anni, quindi ha del potenziale. Penso che lavorandoci e rivedendo alcuni punti potresti sviluppare una piccola serie di favole carine. 

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Grazie @Tagino per la lettura e il commento. Mi fa piacere che sia piaciuto il racconto. Terrò a mente i tuoi suggerimenti sulla voce narrante, interessanti. Lascerò passare un po' di tempo prima di rimetterci mano, in modo che a mente fredda possa rivedere le parti che non funzionano.

Grazie ancora e alla prossima.

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@Kasimiro anche a me la storia è piaciuta nel suo complesso. Nella parte iniziale sembra che i dialoghi avvengano tra persone pari, due adulti. Non tanto per il registro che adoperi ma perché non riesco a immaginare un bambino che dice a un padre "me la racconti dopo"; scusa, ma il bambino è curioso,ti assilla finché non è soddisfatto :)

Il messaggio arriva, scritto tra dialoghi e scenette, ancora di più. Occhio alla E' (dalla barra degli strumenti selezioni inserisci- simbolo, lì trovi la È)

ciao 

 

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Il tuo, più che il racconto di una fiaba, è la descrizione di una fiaba che viene raccontata ad un bambino con intento pedagogico. La parte iniziale infatti narra la difficoltà dell'interlocutore 

ad accettare anche solo la semplice narrazione, interrotta già sul nascere contrapponendo commenti pseudorazionali al semplice abbandonarsi alla storia. E' nella seconda parte che invece inizia la fiaba vera e propria: la trama è semplice, si narra di un pollo che incontra un gattino e cerca di aiutarlo anche a rischio della vita. Nell'impresa il pollo non solo soddidfa le esigenze del giovane ed ingenuo nuovo amico, ma riesce anche, vincendo le sue più che fondate paure, a liberare altri suoi simili senza che essi glielo avessero chiesto e, soprattutto, ricevendo il riconoscimento di uno solo fra tutti che sceglie di seguirlo spinto dall'istinto o da qualcosa di simile all'amore. Lo stile si alterna nelle due parti e a mio parere andrebbe meglio collegato. Sulla parte grammaticale ti rimando alle giuste annotazioni già fatte. Il mio giudizio complessivamente non è negativo, trovo nel lavoro la dolcezza narrativa della fiaba, che è la parte più interessante. L'aspetto di un essere che si muove dal suo egoismo e dalle sue paure personali per aiutare un altro essere da lui in tutto differente è interessante. L'appunto è che andrebbe meglio sviluppato, specialmente nella parte finale dove il racconto pare interrotto e invece avrebbe meritato qualche riga di maggior sforzo.

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Piacere di risentirti @Lauram, grazie per la lettura. Sì, la parte iniziale è fra due adulti, due amici, che fanno delle considerazioni. Un dialogo spontaneo, a volte nonsense,  che apre le porte alla fiaba. Le due parti sono scollegate: una che sembra più un siparietto e l'altra più intensa con diversi messaggi. Questo aspetto disarmonico non mi dispiaceva, l'idea di una storia che parte in un modo e svolta in un altro. Probabilmente mi mancano i mezzi per affrontare l'intento. Un punto comune comunque è l'amicizia: tra i due personaggi e i due animali.

Ciao, alla prossima

 

Grazie @sarano per il commento. Hai colto molto bene il messaggio che volevo trasmettere. E sulla forma...c'è solo da lavorare.

Ciao

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@Kasimiro un favola dall'incipit originale, che incespica sulla parola alato, e che fatica a ripartire. Mi ha incuriosito, mi sembrava di vedere un nonno con un principio di Alzheimer e un nipotino disposto a incoraggiarlo. Anche il prosieguo non è male. Sfidare la sorte per sfamare un amico è un atto eroico.

Il 25/11/2019 alle 00:07, Kasimiro ha scritto:

E poi, come è successo all'amico del pollo, se non sei tu a salvarti da solo, può succedere che un altro ti apra la gabbia.”

“È vero, è un'altra possibilità, più rara

Mi è piaciuto anche il finale,  è dolce e triste allo stesso tempo, sebbene  la morale sia troppo spiegata. 

Ciao e alla prossima

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Piacere @Adelaide J. Pellitteri, Mi ha fatto pensare il tuo commento. Avendo una madre che soffre di questo problema, può essere che inconsciamente sia stato influenzato. Quante cose si possono scoprire dalla lettura di occhi diversi.

Grazie, un caro saluto

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@Kasimiro, a me la favola raccontata ai bambini proprio non è venuta in mente. Come pure non credo abbia molto senso parlare di trama, storia, morale e così via, almeno per quanto riguarda la parte iniziale. Ci vedo invece un gioco molto intelligente, libero da ogni schema e forma: una campanilata in salsa moderna, per intenderci. Me ne sono accorto subito, quando hai usato l’imperfetto “raccontava Carlo” e “rispondeva Luigi”, laddove una favola che inizia con “c’era una volta” esige il passato o il presente del nonno raccontatore, non c’è discussione, mentre il tempo verbale scelto evidenzia subito una dimensione differente, anche se non sappiamo ancora quale.

Poi, però, si scopre che la dizione “pollo alato” non equivale assolutamente a quella di “cane zampato”, ma è dettata da esigenze di rima. Una poesia, quindi, il cui fascino e ritmo devono soccombere a fronte delle domande incalzanti di Luigi che pretendono risposte puntuali da parte di Carlo. Per cui l’affare non può che smosciarsi poiché si perdono la magia del momento e l’emozione che sta alla base di ogni storia malinconica che si rispetti. In questa fase mi ha ricordato molto “Ditegli sempre di sì” del Grande Eduardo, dove la pseudo poesia cimiteriale viene distrutta e smascherata dallo schematismo psichiatrico di Michele. Perché mai il protagonista principale si chiama Sergio Proculo? Ma ovviamente per far rima con “loculo”, come si scoprirà in seguito!

Poi le parti a sorpresa si invertono e i dialoghi vanno avanti, sempre in modo simpatico, sino a che Carlo riprende il filo del discorso e apprendiamo il motivo della fortuna del pollo, la preoccupante preferenza gastronomica del gattino e la definizione puntuale del termine “pollo”.

Ciò che segue, sino al termine, è a mio avviso la parte meno riuscita e convincente del testo, che interferisce con la prima perché abbandona il “gioco” linguistico “giocato” sul filo della logica prestata all’assurdo, per giungere a una realtà meno divertente e più pedestre e concreta, ma parecchio più pesante e inconcludente. Peccato! Avrei preferito che finissi come avevi iniziato, con lo stesso registro. Cosa non facile, forse, ma penso più che possibile per uno come te. A mio avviso avresti dovuto trovare una bella idea per troncare il testo senza giungere a fabbriche di scatolette e affini e neppure ai commenti, fuori luogo ma non certo demenziali, del due amici divenuti improvvisamente seri e noiosi.

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Il 25/11/2019 alle 00:07, Kasimiro ha scritto:

“C'era una volta un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo alato.” raccontava Carlo.

Questo attacco mi fa pensare a un adulto che parla a un bambino, poi invece si capisce che i due hanno la stessa età.

Insomma, perché mai Carlo dovrebbe iniziare a raccontare una storia così? Poi emerge il lato più scherzoso del racconto, ma questo inizio destabilizza sicuramente il lettore. Che sia un tentativo di meta-qualcosa? :D Il c’era una volta è l’incipit per antonomasia, quello da cui si parte quando non si sa come partire e che cosa dire. Il tuo personaggio comincia proprio così a raccontare una storia sconclusionata. Evidentemente non sa dove andrà a parare e... ho come l’impressione che sia iniziata in questo modo anche per te, in questo caso, ma potrei sbagliarmi.

 

È un pezzo strano. Ripeto, ho l’impressione che tu abbia scritto la prima frase che ti è venuta in mente per poi costruirci sopra tutto il resto andando avanti un pezzo alla volta. Il botte e risposta a tratti demenziale che troviamo all’inizio sembra costruito per prendere tempo, come a dire “ok, ragazzi, tenete impegnato il lettore finché non capisco come uscirne”. Poi li hai fatti fuori, infatti, non appena ti è venuta in mente l’idea della “favola”.

 

La favola non l’ho capita bene. Potrebbe essere una storia semplice, la solita storia degli animali che si aiutano a vicenda per sfuggire alle grinfie degli umani. Se non fosse che qui abbiamo un pollo che dà da mangiare pollo a un gatto. Dovrebbe significare qualcosa? Non ci arrivo, sono stanco. Forse non significa nulla, in fondo la favola finisce con due polli che si fanno gli occhi dolci. 
Anche la scrittura è molto semplice. I dialoghi sono secchi, non seguono tag o descrizioni. 
Forse hai davvero cercato di scrivere qualcosa di sensato partendo da un appiglio qualunque. 
Forse invece la tua fiaba vorrebbe insegnare qualcosa, che al momento mi sfugge.

Sicuramente il rapporto tra la fiaba e l’inzio/fine del racconto è strano; il dialogo tra i due amici rende difficile prendere sul serio il contenuto del racconto. Per ora riesco a considerare il tuo racconto solo come un esperimento, ma vorrei sapere se sono totalmente fuori strada.

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Ti ringrazio @Macleo per la lettura e l'analisi del racconto. Credo di aver colto il senso delle riflessioni che mi hai sottoposto. Nella parte iniziale viene fuori la mia indole un po' surreale e spontanea, retaggio di un trascorso teatrale con altri scapestrati e con la quale ogni tanto mi piace cimentarmi. Poi mi scatta quel meccanismo legato all'intento di rivolgermi a dei bambini e vengo benevolmente fregato. Seppur la favola rappresenti un mezzo espressivo potente per scatenare la fantasia e creatività, il pubblico esige dei messaggi semplici e diretti che per tradizione si concludono con la morale (Che rappresenta un alto valore, ma anche un termine del quale si è abusato dandone un'accezione negativa, chissà perché succede sempre così!). In questa fase il mio proposito è quello creare una storia originale ma evidentemente anche di trasmettere dei rimandi alla realtà, riflessioni spero sincere.

Tornando al testo, come mi hai evidenziato, concordo perfettamente che la parte centrale seguita dalla finale  sono deludenti, forse noiosi e meno divertenti. Forse rappresentano il mio doppio animo? I due amici amici alla fine si sono lasciati trascinare dalla storia  triste, e forse anch'io.

Avrei dovuto osare di più, come mi hai ricordato, con una sferzata, "...una bella idea per troncare il testo senza giungere a fabbriche di scatolette e affini e neppure ai commenti, fuori luogo ma non certo demenziali, del due amici divenuti improvvisamente seri e noiosi."

Terrò a cuore questi suggerimenti, che sono di grande stimolo per proseguire.

Sono imbarazzato del rimando ad un grande maestro.

Grazie

@Kuno hai colto nel segno! Ho scritto la prima frase che mi è venuta in mente, mi succede spesso quando inizio un racconto. È un meccanismo che mi porto da quando i miei figli, carichi di aspettative, mi chiedevano a luci spente di raccontargli una storia. In quel momento, da una parola o frase a caso, dovevi improvvisare cercando di perdere tempo fino a quando trovavi l'idea e il nesso per dare un senso a quello che stavi dicendo, Un grande esercizio ma anche un'ansia pazzesca!

L'inizio, con due persone che raccontano, o fanno riflessioni in una situazione di ozio, dicano qualunque cosa gli passi per la mente, magari immersi  in una situazione naturalistica, non mi dispiace. Credo che anche questo mi succeda spesso. Un'idea romantica di amicizia, di dialogo, di origine antichissima.

Ricordo che molti anni fa, stavo leggendo la premessa di un libro di racconti di Gianni Rodari. In una nota autobiografica, l'autore ricordava come ai tempi del liceo, sulle sponde del lago d'Orta, si ritrovava, credo con un compagno, a parlare di poesia e di grandi della letteratura. Mi aveva colpito, anche se sono passati molti anni, quest'idea. Me li immaginavo sdraiati sull'erba, in riva al lago a dialogare. E così giovani! (Mi trattengo dal dare dei giudizi morali sui giovani d'oggi)

Alcuni passaggi come quello del pollo che sfama un gatto con un pollo, volevano evidenziare il controsenso della vita, come sopracitato: una mucca che si sfama con mangimi contenenti altre mucche liofilizzate o un bambino che accarezza un maialino mentre mangia un panino al salame o galline allevate a terra senza l'uso di antibiotici (quest'ultima mi inquieta più di tutte!)

Direi che sei vicino a considerare il racconto come un esperimento di scrittura. Mi piaceva l'idea di creare una storia fuori dagli schemi con più registri che si compenetrano. Devo ammettere che mi manca il mestiere della scrittura, la padronanza e la tecnica per poter destreggiarmi con disinvoltura in qualcosa di ambizioso.

Un commento ad un racconto precedente inserito nel forum mi segnalava come quel tipo di storia, semplice nei dialoghi e immediata era da me ben gestita. È già qualcosa.

Grazie di cuore.

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Sinceramente mi è venuto di pensare a Platone e ai suoi dialoghi,  magari dopo il Convito (mi riferisco ai dialoghi del "Simposio"), magari dopo qualche scodella di vino in più. Il racconto sembra infatti un po' privo di capo e coda. Il succedersi degli eventi sembrano un po' casuali.  Non è male l'incipit:

Il 25/11/2019 alle 00:07, Kasimiro ha scritto:

 

“C'era una volta un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo alato.”

però poi mi sarei aspettato un seguito più libero e fantasioso, basato magari sui semplici suoni delle parole più che sul tentativo di razionalizzare una storia che già per sua natura non contiene alcunché  di razionale. Non credo che il racconto sia adatto a dei bambini. Ho trovato un mix di pensiero adulto rivolto ad altri adulti e uno strizzare l'occhio alla mente di un bambino.  Dovresti chiarirti prima di tutto il target dei lettori e poi focalizzare meglio il pensiero che vuoi comunicare.  Per come la vedo io, un racconto si pone dinanzi ad un problema, avanza una tesi per  per risolverlo e poi la svolge con la trama del racconto e arriva ad una logica conclusione.. Ma forse la mia è una visione troppo razionalistica. 

    Tutto sommato mi suona bene "C'era una volta un gattino abbandonato che veniva adottato da un pollo alato". Un po' mi ricorda "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" di Luis Sepùlveda. Ovviamente siamo ad un altro livello.

 

Alla prossima

 

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Grazie @Ljuset per la lettura. Nulla da eccepire sul tuo commento.  "Dovresti chiarirti prima di tutto il target dei lettori e poi focalizzare meglio il pensiero che vuoi comunicare." Verissimo.

Come dicevo, è un tentativo di sperimentare forme di scrittura, con sprazzi vicini a un mio modo di sentire, ma in effetti scollegati fra loro.

Alla prossima

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