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Adelaide J. Pellitteri

Il Conte Filippo (revisionato)

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A chi le era stato vicino fino alla fine, la vecchia signora aveva lasciato l’antico corredo, lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, e i vassoietti d’argento; a Filippo un appartamento in pieno centro storico con sedici camere, balconcini in stile barocco e un terrazzo di ottantasei metri quadrati che dava sul chiostro di un antico convento.

Dieci anni addietro, prima di partire in tutta fretta per New York, il nipote le aveva alleggerito il libretto cointestato di ben cinquantamila euro.

Il furto? Un gioco da ragazzi

Filippo si era detto “È solo un acconto sulla mia eredità, nonna, capiscimi.” In verità, intendeva “Visto che non mi lascerai un bel nulla, almeno prendo questi”. Così, senza rimorso, benché ne avesse anche un altro dal quale stava realmente fuggendo, se n’era andato senza chiamare la donna mai più.

Sorpreso, e costretto a tornare dopo la telefonata del Notaio, adesso si aggirava per la nobile casa. Giusto il tempo di stimare quanto avrebbe ricavato dalla vendita, stemma con corona compreso, e poi sarebbe tornato a New York ad aspettare il bonifico con le gambe incrociate sulla scrivania.

Vendeva automobili a Broadway, sulla Coney Island Ave.

In casa tutto era come lo aveva lasciato. Gli imponenti armadi in pesce pagno, le consolle in ebano e le grandi specchiere dorate appese alle pareti, lo circondavano di nuovo con asfissiante severità. Sbuffando era uscito sul terrazzo.

Affacciatosi sul chiostro per respirare un po’, l’occhio gli era finito giù nel giardino, curato come solo mani di donne pazienti, meglio se suore, sono capaci di fare. Al centro, il pozzo ormai secco faceva ancora bella mostra di sé. Dalla ghirlanda in ferro battuto pendeva il catino traboccante di fiori. Filippo non poté reggere la vista, e rapido come una lepre si tirò indietro. La Madre Badessa, uscita in quell’istante sul chiostro, aveva colto il movimento rapido e scaltro.

Con un sussulto nel petto anche lei aveva fissato quel pozzo, poi, alzati gli occhi aveva scosso il capo piena di sdegno.

 

Dal ritratto che campeggiava sopra il camino nel salone delle feste, la nonna – ingioiellata e raffigurata in un abito da sera in velluto color rubino – lo fissava con un’espressione ambigua, inquietante. Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido; con una scossa violenta, ricordarono a Filippo una sua scelleratezza. Notò anche le mani – le ricordava bene – tanto candide e affusolate da suggerirne il tocco aristocratico; adesso erano adunche, più simili agli artigli di un’aquila che a mani di donna.

No, non era possibile! Il dipinto doveva essere stato ritoccato da qualcuno in vena di fargli un pessimo scherzo.

Per accertarsene prese una scala e risalì i gradini con l’agilità di un gatto e la prodezza dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo lo afferrò alla gola. Provò a tapparsi il naso e la bocca per non inspirare quel lezzo malvagio, ma ebbe un capogiro e rovinò giù dalla scala. L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno.

Filippo, non appena sentì quelle braccia guantate di nero sollevarlo senza attenzione e riguardo, appena si vide accerchiato da tutti quegli sguardi satanici e udì quelle risate maligne, atterrito comprese! Sarebbe voluto spirare in quel medesimo istante.

Non fosse caduto in quell’occasione, sarebbe scivolato sull’olio sparso nella stanza da bagno da suor Lucia, la cuoca, oppure sarebbe caduto dalla scala della biblioteca grazie al gradino manomesso, opera delle mani da fabbro di suor Filomena, o ancora…

Al quadro aveva provveduto suor Cristina che – talentuosa con pennelli e colori – ispirata dal dipinto Il trionfo della morte, aveva esaltato sul viso della Contessa il sentimento truce della vendetta.

 

La Madre Badessa, che tanto aveva beneficiato della generosità della defunta decisa a sopperire alla malafatta del nipote, possedeva le chiavi dell’attico sovrastante il convento.

Alla fine erano state loro a ereditare lenzuola di lino e asciugamani di fiandra, ed era stata proprio la Madre Badessa a suggerire il lascito al cattivo nipote. Il perdono, si sa, rende l’anima leggera, “libera di raggiungere le mete più alte”, le aveva detto.

Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome! Tutte s’erano avvicendate al capezzale della nobildonna e non lo avevano fatto certo per niente. Uccellini con le bocche spalancate erano gli orfanelli, e – con il legato – avrebbero ricevuto il giusto sostentamento.

 

Filippo vorrebbe solo tornare a New York, mandando al diavolo suore, stemmi e corone, ma ormai è troppo tardi, lo sa.

Gli curano la frattura alla gamba con un impiastro di erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, al groviglio intestinale che ne consegue provvedono con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina. Per parecchi mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica. La tenaglia è sempre a vista, sul comodino.

Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta Toradol e Cortisone. Sentendo attutirsi i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi.

Con la falsa promessa del rilascio, Filippo firma il testamento.

Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: Un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella.

 

Eleonora sarebbe ancora bella se non avesse quegli occhi spiritati. È Madre Badessa, e ora osserva il sudore malato sulla fronte dell’infermo, gli asciuga le gocce sospirando: «Le stesse del mio travaglio» dice, mentre al contorcersi di Filippo, ripiegato sul ventre, asserisce: «Oh, sì, ti capisco, furono uguali pure le mie doglie».

L’uomo fissa smarrito il viso della suora, gli occhi sono verdi e taglienti, gli stessi del quadro, un demone gli è proprio davanti, le mani non gli dispensano consolazioni e carezze piuttosto graffi e torture. 

«Nel pozzo, nel pozzo» gli sibila Eleonora con voce di strega. La donna ricorda il sangue in mezzo alle cosce quando – le suore rapite dal sonno e lei dimentica per un’ora dell’amore di Dio – s’era fidata delle lusinghe di Filippo. Seppure sgomenta per il sangue fuoriuscito dalla sua “voragine”, in quella notte di stelle lucenti, all’ombra del pozzo, tra i suoi “No” sussurrati con la paura di svegliare le altre, il suo corpo aveva accolto la vita.

Da allora, infranto il sogno di ogni beatitudine, Eleonora ha pianificato ogni cosa.

Filippo aveva osato l’ardua conquista, convinto che ogni suora avesse vestito l’abito nero per sfuggire alla carne, conosciuta e rifiutata. Come chi scopre la propria natura omosessuale, ognuna di loro doveva aver confrontato e scoperto la propria: mistica, affatto carnale.

Ma lui, che si credeva capace di farle provare un piacere sublime da invalidare così la sua aspirazione, alla vista del sangue, strappatole il velo, era rimasto sgomento, quasi avesse ucciso un corpo, un’anima e pure se stesso.

Aveva capito cosa può il diavolo, e ladro, nonché assassino di un’anima ingenua, era fuggito.

 

L’uomo, già preda di forti tremori per la febbre e per la paura, ascolta: «Te lo ricordi quel pozzo? Per un tempo infinito ho sentito l’odore nauseabondo e mi ci sono voluti mesi e mesi per ricomporlo identico, meritavi anche tu di sentirlo. Ho accoppiato erbe e carni di animali selvatici, sterco di bestie e frutti di mare, ho provato di tutto, poi, finalmente la putrida essenza è venuta fuori, identica. È la stessa che da giorni non ti lascia, la senti?» Eleonora lo dice mentre gli tiene una garza imbevuta schiacciata sul naso, Filippo si contorce, ha gli occhi sbarrati, il suo corpo è scosso da sussulti epilettici. «Un aborto identico a un parto, il bambino è finito nel pozzo.  – Recita ancora. Poi – Le mie consorelle testimoni e consolatrici.»

Gli tormenta le piaghe, continuando a parlare, inzuppando di tanto in tanto il brandello di stoffa dentro il catino che ha staccato dal pozzo. È pieno di un liquido scuro e grumoso, il piedino di un bambolotto e un bavaglino affondano e affiorano mentre Eleonora imbibisce la garza; sono il promemoria per il suo prigioniero.

 

È disteso sul letto dove la nonna “è spirata serena”, gli hanno detto le suore, nelle ore di guardia; e ancora “Il bagliore dell’aurora eterna, dietro le palpebre chiuse, le ha disteso le rughe, cancellato afflizioni”. A Filippo sembra di vederla volteggiare sul suo capo, ha il viso di un angelo, “ha lasciato la terra perdonando ogni cosa”, ha aggiunto la Madre Badessa; e allora vorrebbe afferrarle una gamba per farsi trascinare via, involarsi anche lui nell’alba celeste, ma nemmeno un dito risponde al comando; sprofonda sempre più nell’abisso schiacciato dall’odore che gli comprime ogni organo.

Eppure!

Di nuovo la puntura di ago, e dopo qualche minuto la sua mente riemerge, l’occhio si riaffaccia alla vita… per cancellare ogni dubbio e speranza.

Le suore si occuperanno di lui fino all’ultimo istante, fino alla veglia, alle esequie, alla lettura del testamento.

Le sue spoglie sui resti del figlio.

Ma quando?

 

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri

 

Ora, non vorrei incorrere in una figuraccia, ma non credo di aver letto in passato questo tuo racconto... commento dunque da "prima lettura" (spero di non sbagliarmi :D)...

 

Lo hai postato come "revisionato", dunque è già passato sotto molti consigli e correzioni... Ti ho segnalato ancora alcune cose a mio avviso... Tieni conto che un racconto si può continuare a modificare all'infinito, quindi quando mettere un punto fermo spetta solo a te.

 

La storia è molto complessa, nonché "nera"... il tutto è scritto davvero molto bene... Non posso sinceramente dire che il racconto mi abbia "entusiasmato" causa solo il suo contenuto di genere che non è fra quelli che prediligo, però è scritto assai bene, ripeto.

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido;

Qui, questo "non suoi" mi ha un po' frastornato... si ricollega, se ho ben capito al seguito, però ancora non lo sappiamo bene, forse più un "parevano non essere i suoi" o simili?

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

con l’agilità di un gatto e la prodezza dei suoi quarant’anni, ma appena fu ad un palmo dalla tela un odore nauseabondo

Ho pensato a quanto io, ormai sulla soglia della stessa età, non sia più così tanto agile né prode...

Toglierei la "d" eufonica: "a un palmo".

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

L’urlo scosse il convento e le venti monache, svolazzanti e compatte come uno stormo di rondini, in un batter d’occhio gli furono intorno.

Anche per il fatto che c'è una virgola dopo "monache", a spezzare dunque la frase, sembra quasi che "l'urlo scosse sia il convento che le venti monache"; ossia che la "e" sia una congiunzione fra due complementi oggetti e non che introduca il soggetto di un altra frase... valuterei una congiunzione diversa...

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

i erbe selvatiche e uova di struzzo fatte marcire al sole di luglio, lo stesso usato per impregnare il quadro sopra il camino, al groviglio intestinale che ne consegue provvedono con un po’ di marsala e molto aceto di uva spina. Per parecchi mesi lo costringono a ingurgitare trecento grammi di miele al giorno, presi al cucchiaio; ai denti che a mano a mano marciscono provvedono con un’estrazione all’antica

Varierei la ripetizione di "marcire" (fatte essiccare al sole?).

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Per dipiù proprio quando Filippo sente

Per di più, qualcosa mi convince poco... :D

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Per dipiù proprio quando Filippo sente l’anima tentare il distacco dal corpo e contrapporre la pace al calvario, la Madre Badessa gli inietta Toradol e Cortisone. Sentendo attutirsi i dolori atroci, si rianima un po’ ma solo per meglio comprendere l’orrore dal quale non può liberarsi.

Qui potresti variare il verbo "sentire".

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Lo stesso Notaio che lo ha rintracciato a New York, lo prende in custodia; mentre la Madre Badessa ha già pronta la richiesta da avanzare al Comune: Un benefattore come il Conte Filippo merita degna sepoltura nella nostra Cappella.

Non ho capito se la maiuscola dopo i due punti è voluta?

 

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

sono il promemoria per il suo prigioniero.

Questo, mi fa un po' da "spiegativo" di quanto emerso nelle ultime scene...

 

Un racconto forte, indubbiamente. I miei complimenti. A presto!

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3 ore fa, AndC ha scritto:
Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Per dipiù proprio quando Filippo sente

Per di più, qualcosa mi convince poco

Anche Rica mi ha sottolineato il dipiù ma è una forma rafforzativa.

https://dizionari.corriere.it › dipiu

Si scrive dipiù o dippiù? | Dizionari - Corriere.it

Volendo fare della locuzione avverbiale di più una parola sola, bisogna scrivere dipiù, con una sola p e non “dippiù

 

3 ore fa, AndC ha scritto:
Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Due ombre sul viso scavavano eccessivamente le gote mentre gli occhi, non suoi, erano di un verde traslucido;

Qui, questo "non suoi" mi ha un po' frastornato... si ricollega, se ho ben capito al seguito, però ancora non lo sappiamo bene, forse più un "parevano non essere i suoi" o simili?

Anche qui mi avevano fatto notare che qualcosa non quadrava, ma non ero riuscita a capire come confermare che gli occhi erano quelli della suora senza dirlo in anticipo. Tu mi hai chiarito come fare. 

Accolti tutti gli altri suggerimenti

 

Il racconto l'ho scritto per il Contest di Halloween. Per la prima volta mi sono cimentata nel genere horror.

 Grazie infinite per la tua preziosa attenzione. 

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23 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Anche Rica mi ha sottolineato il dipiù ma è una forma rafforzativa.

https://dizionari.corriere.it› dipiu

Si scrive dipiù o dippiù? | Dizionari - Corriere.it

Volendo fare della locuzione avverbiale di più una parola sola, bisogna scrivere dipiù, con una sola p e non “dippiù

Guarda, a questo punto te lo chiedo come dubbio di mia ignoranza: ma "per di più" non andrebbe comunque intesa come una sorta di espressione fatta... come dire, che quella è "e basta". Fermo restando la correttezza del "dipiù" unito, mi (ti) chiedo, vale anche in questa espressione?

 

Grazie al solito a te... 

 

Spoiler

Contest di Hallowen... ecco, sì, me lo sono un po' perso...

 

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@AndC guarda mi ci sto rompendo il capo, ho cercato ancora, avevo un appunto da qualche parte, ma tutto quello che ho trovato adesso è il "per di più" staccato. Basta, mi arrendo sono con la schiena a pezzi e il cervello che mi conferma che è meglio andare a dormire. :rosa:

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Un racconto dal sapore più completo di quello che ho letto nella sua stesura iniziale, dove più caratteri hanno saputo dare più "aria" a passaggi che risultavano davvero compressi. Secondo me continua ad avere due limiti che, però, ne pregiudicano l'efficacia complessiva.

Vorrei prima parlare di cosa a mio parere è particolarmente riuscito. Innanzitutto la questione delle suore, che riescono benissimo a calzare in un contesto horror. Anzi, chi meglio di loro. :D Ho un passato nelle grinfie dell'educazione scolastica delle suore, e non ricordo quel periodo volentieri. Era un continuo di suggestioni macabre su sotterranei dove tenevano bambini prigionieri e cose così... insomma, mi ci sono ritrovato in quanto hai scritto.

Stessa cosa per l'ambientazione: ciò che è vecchio e sfarzoso sa veicolare la giusta dose di inquietudine, secondo me.

 

Ho apprezzato meno l'espediente per far finire Filippo nelle grinfie delle suore, che alla luce della brillantezza globale mi è sembrato semplicistico. Non inverosimile, ma poco approfondito. Sono convinto che l'ingegnosità delle suore sarebbe potuta arrivare ad altro, così come Filippo sarebbe potuto cadere in una trappola più solida dal punto di vista narrativo.

Un secondo aspetto che rema contro alla fruibilità del racconto – sempre e comunque a mio parere – è lo stile. La prosa è ottima, ma poco fluida: si perde in eccessivi ghirigori che fanno perdere il focus della lettura; inoltre, va troppo a volo d'uccello sui punti di vista di Filippo e della Madre Badessa, evitando un'immersione che avrebbe al contrario potuto giovare al coinvolgimento del lettore.

So che non sei abituata a questo modo di narrare, ma per genere e per struttura il tuo racconto si presta a essere sviluppato così. Se ti va, in una revisione ulteriore potresti tentare di approfondire questa strada.

 

Per ultima cosa una sciocchezza: una virgolaccia fuori posto.

Il 19/11/2019 alle 12:54, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Ora una ricompensa da parte di Filippo, le suore la meritavano, eccome!

 

Spero di esserti stato utile in qualche modo, cara @Adelaide J. Pellitteri. :sss: 

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Cara @Adelaide J. Pellittericomplimenti un bel racconto fluido,  di facile intuizione e preciso nei dettagli. Tuttavia di storie di eredità la chiesa ne ha un  mare, la tua le supera tutte dato che da bambino ho avuto a che fare con le suore, certo non erano diaboliche come quelle del tuo racconto ma poco ci mancava. Ah ah ah ah ah ah mi viene da ridere nel ricordo di un episodio vorrei raccontartelo ma è lungo. Di errori non ne ho visti poi come potrei correggere la mia maestra? Grazie della bella letture a rileggerci

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19 ore fa, flambar ha scritto:

la mia maestra?

Ma che dici? Solo perché ti bacchetto sulla questione accenti? :D grazie sei stato gentilissimo, come sempre. Ho una gran voglia di leggere il tuo pezzo che sarà un'avventura formidabile. Lo farò senz'altro (se mi lasciano il tempo per respirare). Spero in giornata anche se la vedo difficile (domani da noi si festeggia Santa Lucia e oggi si preparano le arancine - proprio quelle che Montalbano chiama arancini - e non hai idea del tempo che ci vuole). A presto, il tuo pezzo non lo perderò. 

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Squisita creatura dal nome affascinante @Adelaide J. Pellitteriil tuo bacchettarmi  ha avuto il potere trasformare il rozzo marinaio che è in me in uno scrittore, cosa davvero ardua l'insegnare qualcosa al sottoscritto. A rileggerci

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4 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

domani da noi si festeggia Santa Lucia e oggi si preparano le arancine - proprio quelle che Montalbano chiama arancini

 

Le fanno anche a casa mia, la arancine. Ah, nel dibattito tra "arancini" e "arancine", io propendo nettamente per la seconda opzione.

 

 

32 minuti fa, flambar ha scritto:

il tuo bacchettarmi  ha avuto il potere trasformare il rozzo marinaio che è in me in uno scrittore

 

E pure bravo. Leggerti è come mettersi a bordo di una nave a partire all'avventura :) 

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32 minuti fa, dyskolos ha scritto:

 

Le fanno anche a casa mia, la arancine. Ah, nel dibattito tra "arancini" e "arancine", io propendo nettamente per la seconda opzione.

 

 

 

E pure bravo. Leggerti è come mettersi a bordo di una nave a partire all'avventura :) 

Grazie @dyskolos

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3 ore fa, dyskolos ha scritto:

el dibattito tra "arancini" e "arancine", io propendo nettamente per la seconda opzione.

Sicilia orientale arancini, Sicilia occidentale arancine. Niente da fare tra oriente e occidente non andiamo d'accordo manco in questo.:D

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1 ora fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Sicilia orientale arancini, Sicilia occidentale arancine. Niente da fare tra oriente e occidente non andiamo d'accordo manco in questo.:D

 

Forza Palermo! Loro hanno già l'Etna :rolleyes:

 

Comunque hai scritto un bel racconto. Forse non ho capito tutto-tutto perché non bazzico molto il genere, però è ancora più bello essere emozionati da qualcosa che non si capisce. È come la poesia ermetica: meno ci capisci meglio è. Mi sono venuti i brividi mentre leggevo e l'importante è questo. Una serie di immagini poderose. La narrativa è un'attività mentale e le immagini nei racconti sono più importanti della trama. Brava Adelaide! :)

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2 ore fa, dyskolos ha scritto:

Mi sono venuti i brividi mentre leggevo e l'importante è questo. Una serie di immagini poderose. La narrativa è un'attività mentale e le immagini nei racconti sono più importanti della trama

Grazie, che bel complimento! 

 

Viva Palermo e Santa Rusulia (a questo punto, è d'obbligo):rosa:

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