Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Cerusico

[MI 130] Il mondo delle ombre e dei sospiri

Post raccomandati

commento

 

Traccia di mezzogiorno: La vostra città invisibile

 

 

Il mondo delle ombre e dei sospiri

 

Ho i piedi incollati all’asfalto e non so come sono finito qui.

È buio, l’aria è tiepida e ha la fragranza dolciastra della tarda primavera. Sono circondato da volti sfumati cui non so associare un nome, ma nessuno si accorge di me e della mia lotta con la strada che non vuole lasciarmi andare. Mi concentro sulle scarpe per cercare di capire cosa mi trattenga e perché io non sia più in grado di compiere nemmeno un passo. Provo a sfilarle ma sembrano diventate parte del mio corpo. Vengo attraversato dalla lucida certezza di trovarmi in un sogno, mi abbandono all’irrazionale e cerco una spiegazione a tutte quelle persone immobili, a quelle poche che invece riescono a muoversi a fatica, lottando con un magnetismo tetragono, e a chi invece sta sulle ginocchia, con l’orecchio incollato all’asfalto, come se cercasse di avvertire il suono della terra sotto di noi.

Guardo il cielo.

Non l’ho mai visto così pieno di stelle. Chiudo gli occhi, ma le stelle restano lì.

 

Li riapro dopo un tempo che non so calcolare, è sempre buio e intorno a me continuano a esserci volti immobili di gente avvitata al suolo. Provo a chiamare un uomo così vicino da poterlo quasi toccare: nonostante mi sgoli, dalla mia bocca spalancata non fuoriesce neanche un afflato. Nessuno si volta verso di me, nessuno mi nota. Un silenzio denso mi avviluppa.

Se potessi rimuovere i forestieri immobili e quel cielo così stellato da sembrare finto, tutto mi sembrerebbe identico a com’è sempre stato. Il palazzo del municipio giallo con le pareti scrostate, la Chiesa Madre, le case del centro storico arrampicate l’una sull’altra nel disperato tentativo di sostenersi e di resistere al tempo.

Chissà perché la mia mente ha creato una proiezione di me in completo elegante. Cerco nelle tasche qualcosa, qualsiasi cosa mi possa fornire un indizio; le rivolto, sono vuote.

Afferro la gamba intrecciando le mani dietro il ginocchio, ma non c’è modo di sollevare il piede da terra. Non mi sembra di aver mai visto queste scarpe, mi chino a osservarle e lascio che la ragione mi abbandoni del tutto quando le interrogo: perché siete così pesanti?

 

«Vieni con me.»

Una donna incredibilmente anziana mi indica la strada. Mentre si avvia vorrei urlarle che non posso seguirla, chi ce l’ha la forza di alzare i piedi con queste scarpe, ma non ho ancora recuperato la voce. Mi do dei pizzicotti in faccia e sulle braccia, qualsiasi cosa pur di svegliarmi e tornare ad avere scarpe leggere, eppure qualcosa mi spinge, mi sento pilotato da una forza inconcepibile che mi permette di compiere il primo passo. Da lì in poi tutto diventa più semplice. Penso già a quando mi sveglierò nel mio letto, mi stringerò ad Angela e passerò a controllare che i bimbi dormano.

Mi abbandono all’invito della donna decrepita. Mentre lascio la piazza, vedo qualcuno staccarsi da terra, compiere un balzo e volare via fino a sparire nel cielo.

Se non sapessi di essere in un sogno, non avrei sul viso il sorriso di chi è sicuro di non poter correre pericoli.

 

Entro in una sala enorme, così grande da non riuscire a vedere le mura perimetrali. La luce bianchissima mi ferisce gli occhi. La donna mi fa cenno di sedermi a un tavolo che sembra comparire dal nulla.

«Ricordi dov’è la tua casa?» mi chiede.

Il mio sguardo si perde tra le pieghe profonde del suo viso. Mi attirano al punto di non riuscire a guardarla negli occhi.

«Chi sei?»

Non risponde.

Finisco per pensare che nemmeno li abbia, gli occhi.

«Certo che ricordo dov’è casa mia.»

Le pieghe del suo viso mi sembrano galassie in disfacimento, la storia dell’umanità incisa nella pelle di una donna proveniente dagli abissi del tempo.

«Tornaci. E ascolta.»

Non capisco, vorrei chiederle come farò ad arrivare a casa se mi ritroverò ancora con le scarpe così pesanti; sto per farlo, e chissà perché sposto lo sguardo sui suoi occhi: occhi bianchi, vuoti, che mi permettono di capire ogni cosa.

 

Lungo il tragitto, tutte le porte sono aperte: ogni casa, edificio pubblico, palazzo e negozio è pronto ad accogliere chi deve alleggerirsi, chi è ancora soggetto alla gravità della città a testa in giù. Mentre muovo passi con una lentezza esasperante, mi riscopro a invidiare quelli con le scarpe leggere; un istante dopo, invece, spero di rimanere pesante per sempre, per poter restare. Il cielo mi fa troppa paura, la distanza tra me e loro diventerebbe tanta, così tanta da non potermi più chinare, poggiare la testa sull’asfalto e sperare di cogliere la loro voce dall’altro lato del mondo.

 

La casa è identica ai miei ricordi, sebbene abbiano iniziato a essere sbiaditi senza che io me ne rendessi conto. Sono attraversato da un brivido quando mi accorgo di non riuscire più a comporre nella mente il volto di Angela. Mi chiedo quanto ci vorrà prima che io perda ogni connessione con ciò che sono stato: mi immagino a vagare per sempre in questa città capovolta, con le scarpe non abbastanza pesanti per rimanere ancorato alla mia vita passata, e non abbastanza leggere per sganciarmene per sempre.

Entro nella stanza dei bambini e provo un sollievo indefinibile nel ritrovare la disposizione dei letti, la mobilia che ho montato nelle mattinate di domenica, con Antonio a passarmi le viti e Luisa ostinata nel provare a leggere il manuale. Se fossi dall’altra parte forse adesso mi starei chinando per dare un bacio prima a uno e poi all’altra, invece qui vorrei soltanto piangere. Ho le scarpe infinitamente pesanti, ma prima che mi ancorino al pavimento riesco a stendermi sul letto di Antonio. Una lacrima prende a scivolarmi lungo la guancia, si stacca dalla pelle e annega nel soffitto.

Non saprei dire con certezza come, ma mi sento precipitare in un sogno quando mi raggiunge, da lontano, una voce. E la riconosco anche nel mondo delle ombre e dei sospiri.

 

«Ed è venuto a casa nostra?»

«Proprio qui. Ha suonato al campanello e mamma quando l’ha visto per poco non sveniva.»

«Ci credo, non si era mai visto da noi uno della tv.»

«Lo ha invitato a entrare e ha messo a fare il caffè.»

«E papà dov’era?»

«Papà era in bagno a farsi la barba, perché lo aveva visto arrivare dal balcone e voleva farsi trovare in ordine.»

«Secondo me si stava facendo anche la doccia.»

«Sicuro. E poi ha messo il dopobarba. Quello che gli piaceva tanto.»

«Quello arancione che mi faceva bruciare gli occhi.»

«E insomma, quello è venuto fino a casa nostra perché aveva sentito papà cantare e lo voleva invitare a fare un concerto con lui.»

«Papà si sarebbe messo il vestito buono.»

«Mamma non ci poteva credere, ha cominciato a offrirgli tutto quello che c’era in casa.»

«Antò…»

«Che c’è?»

«Secondo te lui ora è triste?»

«No. Dov’è ora può fare concerti con tutti quanti. Magari incontra pure Freddie Mercury e cantano insieme.»

«Ma papà non lo sapeva l’inglese.»

«Lì conosce tutte le lingue, credo. Oppure inventa le parole come faceva allo specchio.»

Luisa ride e poi tira su col naso.

«Mi racconterai altre storie in cui papà è felice?»

«Ogni sera.»

«Non fa niente se non sono vere.»

«Va bene.»

«Buonanotte.»

«Buonanotte.»

 

Mi sveglio e vado in camera di Angela. Lascio un bacio sul cuscino ed esco dall’appartamento.

Arrivo all’ultimo piano del condominio e salgo sul tetto: sotto di me, il mondo rovesciato è inconsistente e grigiastro; ad avvolgermi, una volta punteggiata di stelle luminose. Mi chino per sciogliere i lacci, che cedono senza resistenze. Sfilo le scarpe e mi sento leggero, leggero come non ero mai stato, ogni passo un balzo che accorcia la distanza che mi separa dal cornicione. Mi fermo per un istante, alzo gli occhi al cielo e mi lancio.

Viaggio tra le stelle e i pianeti, divento parte di una galassia fatta di storie e di assenza di rimpianti, la galassia abitata da chi sa di non essere stato dimenticato.

Mi lascio accarezzare dall’eterno, chiudo gli occhi e non sono più niente.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Che bella storia :')

Hai reso molto bene l'atmosfera onirica in cui si trova il protagonista e hai saputo gestire bene la curiosità del lettore.

Ci sono un paio di frasi che ho trovato magnifiche:

"Le pieghe del suo viso mi sembrano galassie in disfacimento"

"la distanza tra me e loro diventerebbe tanta, così tanta da non potermi più chinare, poggiare la testa sull’asfalto e sperare di cogliere la loro voce dall’altro lato del mondo".

 

Mi rimane un dubbio: la storia del cantante, sul finale, non l'ho capita. È inventata dalla figlia, o è il modo in cui è morto il padre (mentre si faceva la doccia...?)?

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao, @Lizz.

 

16 minuti fa, Lizz ha scritto:

Mi rimane un dubbio: la storia del cantante, sul finale, non l'ho capita. È inventata dalla figlia, o è il modo in cui è morto il padre (mentre si faceva la doccia...?)?

 

Ho immaginato i bambini in camera, prima di addormentarsi, presi a inventare storie sul papà. Rievocano i momenti in cui cantava in casa e ci costruiscono intorno una storia, provando a immaginare quanto sarebbe stato felice di duettare con uno dei suoi miti musicali.

Nelle mie intenzioni, questo era un modo individuato dai bambini per attutire il dolore della perdita.

 

Ti ringrazio molto per il passaggio. :)

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Cerusico

 

Un buon racconto, bravo! Non esce dagli schemi (forse chissà, personalmente lo avrei gradito un poco...) in cui si muove compatto e lineare dall'inizio alla fine.

È ben strutturato, ha carattere e saldo stile.

Nulla da appuntare...

 

Solo questo:

17 ore fa, Cerusico ha scritto:

immobili, a quelle poche che invece riescono a muoversi a fatica, lottando con un magnetismo tetragono, e a chi invece sta sulle ginocchia, con l’orecchio incollato all’asfalto, come se

Non ho fatto ricerche perché volevo chiedertelo direttamente: cos'è un "magnetismo tetragono"?

 

Comunque e in generale, complimenti: ben scritto!

 

Ciao!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
1 ora fa, Cerusico ha scritto:

Ciao, @Lizz.

 

 

Ho immaginato i bambini in camera, prima di addormentarsi, presi a inventare storie sul papà. Rievocano i momenti in cui cantava in casa e ci costruiscono intorno una storia, provando a immaginare quanto sarebbe stato felice di duettare con uno dei suoi miti musicali.

Nelle mie intenzioni, questo era un modo individuato dai bambini per attutire il dolore della perdita.

 

Ti ringrazio molto per il passaggio. :)

 

Ok, adesso è più chiaro :) 

Si figuri, è stato un piasceeeere!

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
16 minuti fa, AndC ha scritto:

Non ho fatto ricerche perché volevo chiedertelo direttamente: cos'è un "magnetismo tetragono"?

 

Ho usato tetragono come aggettivo, sinonimo di resistente, irremovibile.

 

Il tuo passaggio è sempre gradito, caro @AndC. Ti ringrazio come ogni volta.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Cerusico mi è piaciuto molto: bellissime immagini, bellissima creazione dell'ambientazione, bellissimo graduale svelamento finale. Sistemerei due cose, che ho trovato un po' uno scivolamento di stile: il dialogo con la vecchia signora (ottima la sua descrizione, ma superfluo il dialogo, che resta troppo breve) e il discorso tra i due figli del protagonista (commovente, ma che non aggiunge al racconto nulla che già non si sia capito dal resto del testo). Comunque ottima prova. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Cerusico Doppia rovesciata dal mondo di "Diresti il sole" a questo "delle ombre e dei sospiri". 

 

Ma c'è il tuo timbro, la poesia e lo stile inconfondibile. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Bel racconto in cui hai mescolato alla traccia della città anche quella della notte. La parte con la vecchia non mi sembra necessaria, forse distrae dal punto focale del racconto. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
14 ore fa, Komorebi ha scritto:

il dialogo con la vecchia signora (ottima la sua descrizione, ma superfluo il dialogo, che resta troppo breve)

 

1 ora fa, libero_s ha scritto:

La parte con la vecchia non mi sembra necessaria, forse distrae dal punto focale del racconto. 

 

Ciao, ragazzi. Interessante che entrambi mi segnaliate questo aspetto. Lo terrò senz'altro in considerazione, tuttavia, almeno per il momento, non mi sento in accordo. La parte con la vecchia assume un significato simbolico perché rappresenta una bussola nel mondo rovesciato, l'unico riferimento per capire dove si è e perché ci si trovi lì. Quel breve dialogo contiene molto del senso stesso del testo.

Comunque, come dicevo, il fatto che due lettori attenti me lo abbiano evidenziato mi fa scattare un allarme. Lascio raffreddare e ci rifletto su.

 

14 ore fa, Komorebi ha scritto:

il discorso tra i due figli del protagonista

 

Anche qui mi trovo piuttosto sorpreso, perché senza quel dialogo il protagonista non riuscirebbe ad alleggerirsi le scarpe e a lanciarsi. Scandaglierò bene il testo per provare a capire cosa mi sta sfuggendo, quindi grazie a prescindere per le segnalazioni. :)

 

13 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:

Ma c'è il tuo timbro, la poesia e lo stile inconfondibile. 

 

Mi fa molto piacere sentirtelo dire, @Poeta Zaza, perché se ritrovi una matrice comune significa che sto individuando una mia collocazione precisa. Ci sono giorni in cui le parole sono grumose e impossibili da lavorare, e domenica mi sembrava uno di quei giorni. Ho provato a lavorare tecnicamente su una materia che mi sembrava poco fluida, e se è riuscita a giungere fino a te qualcosa sono doppiamente soddisfatto.

 

Grazie del passaggio, @Komorebi, @libero_s e @Poeta Zaza:sss:

 

Modificato da Cerusico

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
6 ore fa, Cerusico ha scritto:

Comunque, come dicevo, il fatto che due lettori attenti me lo abbiano evidenziato mi fa scattare un allarme. Lascio raffreddare e ci rifletto su.

MI spiegomeglio. Non èche non cipossa stare oche non si capiscailmotivo per cuil'haiinserita, ma invece di risolverequalcosa a mioparere lo complica. La vecchiaèuna specie di angelo? Un demone? Caronteiltraghettatore di anime? Se a uncerto punto luisemplicemente si accorgesse di potersimuovere verso casa, chequellaèl'unicadirezione in cui riesce a camminaree poi glifairaggiungere la casa ilbranofunziona lo stesso. Ma ripeto, non èchequelpezzo diafastidio.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Gran bel racconto. Nella stramberia iniziale il racconto procede lineare e chiaro col ribaltamento di prospettiva. Scrittura ispirata, ci sono dei tratti che sono delle perle. Ai fini del racconto e nella sostanza non cambia nulla, ma si potrebbe usare per il discorso tra fratelli il corsivo (o un diverso carattere) andando a differenziare anche nei segni i due mondi.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Io vado controcorrente. A me la parte della vecchia è piaciuta moltissimo, l'ho trovata lynchiana (inteso di David Lynch), ho immaginato che a un certo punto si aprisse il viso come in Twin Peaks ultima stagione.

La scena che rivedrei invece è il dialogo dei bambini, che prima metterei in corsivo, e secondo lo farei un po' diverso, pigerei più su cose reali (ti ricordi quando ci portava da qualche parte) per ancorarlo ancor di più a quella vita ma al contempo dargli la forza di volare avanti. All'inizio del racconto ho pensato al contrario. Che lui fosse l'unico in vita e non riuscisse a superare un trauma (la morte di un figlio), per questo la pesantezza. Pensavo che rivedendolo poi avrebbe trovato la forza di staccarsi e andare avanti, seppur con difficoltà.

 

Il racconto mi è piaciuto molto e mi mette nelle peste con i voti, devo pensarci un po' perché alla fine cinque me ne sono piaciuti. Però questo è uno di quelli che ti rimane dentro anche il giorno dopo. Bel pezzo. Hai usato due parole un po' difficili che io avrei evitato. Non te le segnalo perché sicuramente le sai già :)

In alcune frasi, invece, c'è pura poesia.

 

Il 18/11/2019 alle 00:48, Cerusico ha scritto:

Non l’ho mai visto così pieno di stelle. Chiudo gli occhi, ma le stelle restano lì.

 

bellissima.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
18 ore fa, libero_s ha scritto:

MI spiegomeglio. Non èche non cipossa stare oche non si capiscailmotivo per cuil'haiinserita, ma invece di risolverequalcosa a mioparere lo complica. La vecchiaèuna specie di angelo? Un demone? Caronteiltraghettatore di anime? Se a uncerto punto luisemplicemente si accorgesse di potersimuovere verso casa, chequellaèl'unicadirezione in cui riesce a camminaree poi glifairaggiungere la casa ilbranofunziona lo stesso. Ma ripeto, non èchequelpezzo diafastidio.

 

Ho perso quel paio di diottrie per decifrarti, ma alla fine ho recepito il messaggio. :D

Capisco cosa intendi, può darsi che col tuo suggerimento non risulti necessario un ulteriore momento di comprensione per il protagonista. Ci rifletterò su. Grazie mille, @libero_s.

 

16 ore fa, Vincenzo Iennaco ha scritto:

Ai fini del racconto e nella sostanza non cambia nulla, ma si potrebbe usare per il discorso tra fratelli il corsivo (o un diverso carattere) andando a differenziare anche nei segni i due mondi.

 

Hai pienamente ragione, @Vincenzo Iennaco. Sfrutterò questo suggerimento. Grazie per il passaggio. :)

 

13 ore fa, Ghigo ha scritto:

Io vado controcorrente. A me la parte della vecchia è piaciuta moltissimo

 

Per fortuna ci sei tu. :D

 

13 ore fa, Ghigo ha scritto:

La scena che rivedrei invece è il dialogo dei bambini, che prima metterei in corsivo, e secondo lo farei un po' diverso, pigerei più su cose reali (ti ricordi quando ci portava da qualche parte) per ancorarlo ancor di più a quella vita ma al contempo dargli la forza di volare avanti.

 

Sì, è un approccio possibile. Io ho immaginato questi due bambini che si fanno forza inventando storie sul padre, ma il senso arriverebbe anche nel modo che suggerisci tu. Diciamo che io puntavo di più sul potere dell'immaginazione per affrontare il dolore.

 

13 ore fa, Ghigo ha scritto:

Hai usato due parole un po' difficili che io avrei evitato. Non te le segnalo perché sicuramente le sai già

 

Prendo e porto a casa. :D 

 

Grazie di cuore, @Ghigo.

 

20 ore fa, Kuno ha scritto:

Quanto spigni :cerusico:

 

<3 :cerusico:

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Cerusico

ho trovato curiosa l'idea di partenza, di questa città in cui gli abitanti sono ancorati a terra. Bello anche il rovesciamento finale con l'ascensione verso il cielo e le stelle. Mi è piaciuta quindi questa distorsione che hai creato della forza di gravità. Anch'io ho trovato più debole la parte dei bambini (anche perché la parte iniziale, più descrittiva, è davvero intensa e ben scritta), capisco però che ti servisse a livello narrativo nell'insieme del racconto. Magari potresti lasciarla perché serve a far capire cosa sta succedendo, ma modificarla (in che modo non saprei!). Comunque un bel racconto.

Alla prossima!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Cerusico, hai vinto una dose extra di schifo: il commento scrivo-a-ruota-libera-e-mo-son-cavoli-tuoi.

Ai tuoi racconti, non servirebbe neanche ribadirlo, non occorrono osservazioni su refusi, virgole, congiuntivi: il commentatore può diventare ozioso e divertirsi a cercare aghi nel pagliaio.

Eccotene qualcuno:

- l'incontro con la vecchia è chiave di volta nella presa di coscienza del protagonista, che però non ha alcuna reazione apprezzabile. Dici solo:

Il 17/11/2019 alle 22:48, Cerusico ha scritto:

sposto lo sguardo sui suoi occhi: occhi bianchi, vuoti, che mi permettono di capire ogni cosa.

Nel paragrafo successivo, infatti, parli solo della paura e del desiderio di alzarsi nel cielo. 

C'è un grandissimo salto: lui era convinto si trattasse di un sogno e aspettava di svegliarsi, improvvisamente comprende di essere morto. Di questa nuova consapevolezza tu non registri nessuna reazione, eppure credo avrebbe potuto essere il nodo del racconto. La paura e il desiderio del cielo, l'infinito rimpianto per ciò che si è perso e il lento crescere della consapevolezza del bisogno di andare avanti. Insomma, cerco di farla breve, tutti i dolorosi e contraddittori passaggi che affronta chiunque si sia trovato a patire un lutto. 

La cornice onirica, per sua natura piena di simboli (alcuni dei quali tu hai già abilmente sfruttato, come le scarpe incollate al suolo e ai piedi, o i volti rarefatti delle persone intorno al protagonista, o il cielo rovesciato) poteva essere ambientazione ideale per questa rappresentazione. Potresti dirmi che quello che tu propongo è un altro racconto. In parte sì, in parte no. Non lo è nella misura in cui, nella seconda parte (fatto salvo l'ultimo paragrafo), tutta la bella impalcatura di simboli usata nella prima non viene sfruttata (a mio avviso) al massimo delle sue possibilità. 

- In questo senso, la figura della vecchia mi è sembrata (più che superflua) poco sfruttata. Se ci tieni, non credo sia necessario eliminarla: proverei però a rimodularla un poco, espandendo e rendendo più riconoscibile sia il suo ruolo che la reazione del protagonista alla presa di consapevolezza.

 

Mi sono spinta così in là perché non ho potuto non registrare che gli ultimi quattro racconti tuoi che ho letto (e credo di averne letti cinque in tutto) ruotavano intorno alla morte di una persona amata e al dolore che ne segue. Ho pensato allora (dimmi pure: elementare, Watson!) che questo tema ti sia particolarmente caro (almeno ultimamente) ed è un tema caro a molti. 

Questo racconto in particolare è scritto dal punto di vista di chi è costretto ad andarsene, non da quello di chi rimane. Per questo motivo è (a mio avviso) particolare e potrebbe essere indagato e rappresentato, tirando i fili del ricamo che tu hai cominciato, nella potente cornice onirica che gli hai dato.

Dimmi pure che sono andata fuori tema. Dimmi anche che tutto sommato questo è un racconto per il MI, e quindi. Io so di essere andata fuori tema: ho buttato un sasso nel lago per turbarne la superficie splendente, ma solo per un attimo: il racconto rimane molto molto bello.

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Cerusico ciao e bentrovato. Ultimamente, ogni volta che ti leggo, mi trasmetti insieme un'emozione forte e la meraviglia pura per quella capacità straordinaria di creare atmosfere sublimi che ti restano addosso anche diverso tempo dopo la prima lettura. 

Il 17/11/2019 alle 22:48, Cerusico ha scritto:

Mi concentro sulle scarpe per cercare di capire cosa mi trattenga e perché io non sia più in grado di compiere nemmeno un passo. Provo a sfilarle ma sembrano diventate parte del mio corpo. Vengo attraversato dalla lucida certezza di trovarmi in un sogno, mi abbandono all’irrazionale e cerco una spiegazione a tutte quelle persone immobili, a quelle poche che invece riescono a muoversi a fatica, lottando con un magnetismo tetragono, e a chi invece sta sulle ginocchia, con l’orecchio incollato all’asfalto, come se cercasse di avvertire il suono della terra sotto di noi.

Mi ha colpito in modo particolare questa parte. 

 

Il 17/11/2019 alle 22:48, Cerusico ha scritto:

neanche un afflato.

Mi hai insegnato pure una parola nuova. :D 

 

Il 17/11/2019 alle 22:48, Cerusico ha scritto:

Le pieghe del suo viso mi sembrano galassie in disfacimento, la storia dell’umanità incisa nella pelle di una donna proveniente dagli abissi del tempo.

Bellissima frase. 

 

C'è però un però, e devo dirtelo: la parte con i dialoghi dei bambini mi ha rovinato la poesia. L'ho trovata, come dire distante e allo stesso tempo troppo chiara perché fossero voci che l'uomo sente nel suo essere sospeso tra la dimensione eterea e quella terrestre. Insomma, tutta la parte onirica, per capirci, per me rappresenta il passaggio dell'anima dell'uomo dall'altra parte e avresti potuto concentrare la narrazione solo su questo, sulle sensazioni dell'uomo al bivio tra l'una e l'altra dimensione. Il personaggio della vecchia, poi, ha del grosso potenziale in questa, chiamiamola così, fase di passaggio eppure la sua esistenza si basa e finisce su un piccolo dialogo. Potevi sfruttarla meglio, ecco, ne avevi di caratteri a disposizione. Non me ne volere, eh. Nonostante però queste pulci, il racconto mi è piaciuto molto. Bravo! 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Lo so che ti piacciono le belle parole, non scontate, non abusate, non dozzinali, ma in questo testo secondo me vocaboli come tetragono, afflato e forse un paio d'altri, stonano. Il linguaggio è piuttosto colloquiale, d'altronde si narra di uno che si ritrova in quello che dapprima crede essere un sogno e cerca di esplorarlo e comprenderlo. Quindi mi sfugge il perché dovrebbe di tanto in tanto sforzarsi di riflettere a parole complicate e poco usate, mentre nel resto del tempo usa scrostato, pizzicotto, sgolarsi.

 

Venendo ai contenuti, mi è piaciuto molto, anche se per tutta la prima parte ho creduto che fosse la sua famiglia a essere morta, non so se era l'effetto voluto o solo un fraintendimento mio. Invece, si scopre, è lui a essere morto ma non riesce a staccarsi, ha troppa nostalgia dei suoi cari. Quando salta dal cornicione, tra l'altro, credevo ricordasse e ripetesse la sua morte, che fosse dunque morto suicida, il che mi sembrava incoerente con il suo disperarsi poi per chi ha lasciato, per non ricordare i volti. Ma anche qui avevo capito male io, mi è chiaro in seconda lettura: non sappiamo come sia morto, semplicemente è successo, probabilmente in modo imprevisto, dato che fa fatica ad assimilare la cosa. E parte leggero solo una volta che sa che non lo hanno dimenticato (di un egoismo notevole: non è sapere che mogli e figli stanno bene e riescono ad andare avanti, ad alleggerirlo, ma il fatto di essere sicuro che sentano la sua mancanza).

 

Il 17/11/2019 alle 22:48, Cerusico ha scritto:

Sfilo le scarpe e mi sento leggero, leggero come non ero mai stato, ogni passo un balzo che accorcia la distanza che mi separa dal cornicione. Mi fermo per un istante, alzo gli occhi al cielo e mi lancio.

Viaggio tra le stelle e i pianeti, divento parte di una galassia fatta di storie e di assenza di rimpianti, la galassia abitata da chi sa di non essere stato dimenticato.

Mi lascio accarezzare dall’eterno, chiudo gli occhi e non sono più niente.

Il finale non mi entusiasma, però, trovo che le due linee finali siano una sorta di spiegazione ulteriore e un po' superflua a quello che dicono le due linee precedenti.

Non so come, ma semplificherei la cosa: so di non essere stato dimenticato, sono leggero e in pace con me stesso e posso perdermi in questo infinito, galassia. Ripeto, non so come, ma secondo me quel paragrafo finale merita di essere riformulato.

 

Come sempre, sono le mie opinabilissime opinioni, puoi opinarle o meno come vuoi tu. Un triste e poetico gran bel racconto, signor @Cerusico

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Cerusico, invece a me è piaciuto tutto e non cambierei niente. Bello anche il titolo, che fa presagire la tristezza nichilista che segue.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Cerusico Sono da poco davvero attivo in questo forum, ma devo dire che la qualità e, soprattutto, l'originalità di molti contenuti mi lascia meravigliato. La morte è un concetto affascinante e per questo affrontato spesso, ma l'idea di un "sottosopra", in cui la gravità è capovolta ed è l'attaccamento degli individui alla vita a tenerli incollati al terreno è straordinaria, ancor di più se condita da uno stile descrittivo eccellente, vivo. 

Parto dal punto che mi preme di più, perché sono curioso: la morte del protagonista. Anche io, come @Befana Profana, al momento di leggere dell'uomo che sale sul cornicione ho immaginato fosse un rimando al suicidio, ma concludendo la lettura mi era sembrata una valutazione errata, e ho lasciato perdere. Rileggendo più volte il racconto, però, non posso fare a meno di notare la domanda della figlia:

 

Il 17/11/2019 alle 22:48, Cerusico ha scritto:

Mi racconterai altre storie in cui papà è felice?

 

La figlia chiede espressamente di ascoltare storie in cui il padre fosse felice. Questa domanda nasconde la tristezza del protagonista in vita? Non posso fare a meno di chiedermelo. Se così fosse, complimenti davvero, perché sarebbe una rappresentazione sublime.

 

Anche se ad una prima lettura il dialogo tra i figli e il cambio di tono mi era sembrato incoerente e forse stonato, rileggendo devo dire che si avverte davvero una sensazione di leggerezza, un peso che si solleva. Se questo era l'intento, chapeau.

 

Come altri, mi accodo nel notare lo stridore di alcuni termini ricercati come tetragono e affliato: sembrano forzati, perché non si amalgamano in modo scorrevole con il resto del testo. 

 

In ultimo mi limito a suggerire un unico spunto:

 

Il 17/11/2019 alle 22:48, Cerusico ha scritto:

le case del centro storico arrampicate l’una sull’altra nel disperato tentativo di sostenersi e di resistere al tempo.

 

Nella stesura, hai provato a eliminare "di sostenersi"? Lo stile non è opinabile, ovvio, ma mi sarebbe sembrato più conciso, diretto, in qualche modo più coerente se avessi scritto solo "nel disperato tentativo di resistere al tempo". Un parere puramente personale; sarei curioso di sapere come mai tu abbia pensato fosse necessario inserire il concetto del sostenersi l'un l'altra.

 

Detto ciò, l'opera è meravigliosa, le descrizioni delle azioni che compie il protagonista e le sensazioni che prova sono vivide, la poesia che si respira è forte. Davvero complimenti.

 

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Cerusico. Il tuo testo meriterebbe delle riletture, lo trovo complesso sul piano metaforico e questo non è affatto un difetto. Bella la metafora del mondo a testa in giù, ad esempio. e bello il finale con l'anima che si libera.

Ti faccio un'annotazione che forse può servirti da feedback. Usi un registro alquanto alto, che viene meno nella parte dialogata. Penso che sia voluto per rimarcare la distanza tra i due "mondi". Penso anche, però, che è una operazione che spiazza più di quanto sia efficace. Troviamo nello stesso testo frasi come: "dalla mia bocca spalancata non fuoriesce neanche un afflato" e "Magari incontra pure Freddie Mercury e cantano insieme". Io i registri li avvicinerei almeno un po'. Anzi: abbasserei un po' il primo, in fondo "fiato" al posto di afflato suonerebbe ancche meno forzato, dunque non meno elegante.

Ciao, alla prox

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 20/11/2019 alle 15:32, mercy ha scritto:

Mi sono spinta così in là perché non ho potuto non registrare che gli ultimi quattro racconti tuoi che ho letto (e credo di averne letti cinque in tutto) ruotavano intorno alla morte di una persona amata e al dolore che ne segue. Ho pensato allora (dimmi pure: elementare, Watson!) che questo tema ti sia particolarmente caro (almeno ultimamente) ed è un tema caro a molti. 

 

Il 20/11/2019 alle 18:15, Befana Profana ha scritto:

E parte leggero solo una volta che sa che non lo hanno dimenticato (di un egoismo notevole: non è sapere che mogli e figli stanno bene e riescono ad andare avanti, ad alleggerirlo, ma il fatto di essere sicuro che sentano la sua mancanza).

 

A giochi conclusi, posso dire che dietro questo testo c’è un lutto recente. Mi piaceva dare un messaggio consolatorio duplice: chi va non dimentica, e non è dimenticato. Ecco perché trovo corrette entrambe le vostre considerazioni (sia il salto, sia l’apparente egoismo), ma in quel momento ho focalizzato il mio intento in un’elaborazione ribaltata e che mi fosse un po’ di sollievo. Un modo finale di manifestare affetto e dire addio.

 

Il 20/11/2019 alle 18:15, Befana Profana ha scritto:

 

Lo so che ti piacciono le belle parole, non scontate, non abusate, non dozzinali, ma in questo testo secondo me vocaboli come tetragono, afflato e forse un paio d'altri, stonano. Il linguaggio è piuttosto colloquiale, d'altronde si narra di uno che si ritrova in quello che dapprima crede essere un sogno e cerca di esplorarlo e comprenderlo. Quindi mi sfugge il perché dovrebbe di tanto in tanto sforzarsi di riflettere a parole complicate e poco usate, mentre nel resto del tempo usa scrostato, pizzicotto, sgolarsi.

 

 

Il 22/11/2019 alle 09:10, Edu ha scritto:

Io i registri li avvicinerei almeno un po'. Anzi: abbasserei un po' il primo, in fondo "fiato" al posto di afflato suonerebbe ancche meno forzato, dunque non meno elegante.

 

Il 21/11/2019 alle 17:01, Leonardo MNT ha scritto:

Come altri, mi accodo nel notare lo stridore di alcuni termini ricercati come tetragono e affliato: sembrano forzati, perché non si amalgamano in modo scorrevole con il resto del testo.

 

Sono d’accordo. Purtroppo in prima stesura e con un testo ancora “caldo” a volte non riesco a vedere questo tipo di incongruenze, che sono un po’ subdole perché stimolano corde come la musicalità e la ricerca estetica. Sono quelle cose che di solito tendo a normalizzare rilavorando il testo. Stavolta non me ne sono reso conto in tempo. Accolgo i vostri suggerimenti. :)

 

Il 21/11/2019 alle 17:01, Leonardo MNT ha scritto:

La figlia chiede espressamente di ascoltare storie in cui il padre fosse felice. Questa domanda nasconde la tristezza del protagonista in vita? Non posso fare a meno di chiedermelo.

 

Ho ragionato su questi due bambini rimasti senza padre, con un numero di ricordi inevitabilmente limitato. E allora mi sono detto che potrebbero trovare questo metodo per affrontare il lutto: rifugiarsi nella creazione di storie che vedano il papà realizzare dei sogni forse impossibili. Non ho fatto, invece, connessioni a una vita triste che i bambini cercano di esorcizzare inventando storie. Piuttosto, un’aggiunta fiabesca di episodi non reali.

 

Il 21/11/2019 alle 17:01, Leonardo MNT ha scritto:

Un parere puramente personale; sarei curioso di sapere come mai tu abbia pensato fosse necessario inserire il concetto del sostenersi l'un l'altra.

 

Necessario magari no, però mi piaceva l’immagine di queste caso che provano a darsi reciprocamente forza. :)

 

@ivalibri, @mercy, @Emy, @Befana Profana, @Macleo, @Leonardo MNT, @Edu: grazie di cuore per pareri e consigli.

 

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×