Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Emy

[MI130] L'inquilino

Post raccomandati

commento

traccia di mezzanotte

 

La carta sparisce nel pugno con un fruscio lungo che rilassa i muscoli tesi. Se solo potesse eliminare con lo stesso gesto anche il suo contenuto. Si alza dal letto sfatto e getta la pallina accartocciata nella pattumiera sotto la scrivania. L'orologio al polso segna la mezzanotte passata di pochi minuti.

Il silenzio è rotto dai passi frenetici che delimitano la stanza dalla porta alla finestra, dall'armadio alla libreria sul cui ripiano superiore fanno bella mostra di sé le immagini di un'esistenza felice. Se fumasse, sarebbe già all'ennesima sigaretta, per rimettere in ordine i pensieri e zittire una mente sempre in fermento. Si blocca di colpo e sospira, già pentita di aver agito d'impulso. Le ginocchia si flettono con uno scrocchio, la testa s'infila nel vano della scrivania mentre allunga il braccio per tirare fuori dalla pattumiera quel che resta del foglio incriminato. Sembra così piccolo sul suo palmo e invece potrebbe essere della stessa grandezza dell'inquilino.

È così che lo chiama ora. Sempre meglio di intruso, il nomignolo che gli aveva dato appena saputo della sua esistenza, la mattina di venerdì. Se chiude gli occhi, rivede ancora le mani enormi del donnone dai boccoli dorati che guidano la sonda sulla pelle appiccicosa e fredda, la sua bocca deforme da cui scendono parole incomprensibili dal suono minaccioso. Il resto — la fretta con cui si è rivestita, il farfugliò con cui ha salutato la dottoressa afferrando la busta con il referto, le lacrime agli occhi mentre la macchina lasciava il parcheggio con uno stridio delle gomme — resta sfuocato, come se fosse successo a qualcun altro e non a lei.

Torna al letto, seduta con la schiena appoggiata al cuscino. Con le mani tremanti stende il foglio sulle ginocchia. A ogni passaggio delle dita escono fuori le parole chiave del referto, che ai camici bianchi dicono tutto a lei nulla. Non li comprende o forse, semplicemente, non lo vuole. A volte le immagina ancora a forma delle spine affilate che cercano di trafiggerle il cuore come artigli di un mostro. Un mostro senza volto e con un nome che vorrebbe non dover pronunciare mai. Un mostro che ha già spiegato le sue ali sopra di lei e la oscura tutta, dalla testa ai piedi. Non serve a nulla che ci sia la possibilità, e per nulla remota, che non sia così malvagio come teme. Inutile girarci intorno, l'ignoto fa paura.

Si morde la lingua e impreca. Si è promessa di non cadere nella sua trappola ombrosa e di trattarlo con riguardo come se fosse un ospite di passaggio. Un inquilino con cui dovrà condividere la quotidianità per un breve periodo senza dargli troppa importanza, tantomeno confidenza. Al pensiero così buffo le labbra si schiudono in un sorriso che distende i sensi. Piega la carta in due e la rinchiude nell'agenda sul comodino, poi scosta la coperta e vi si rimette sotto. La mano si allunga sull'interruttore. Il buio, dentro e fuori, la inghiotte. L'orologio al polso segna l'una e un quarto.

 

Il sonno è in sciopero. La boicotta. Anche la pancia si è messa di mezzo, brontola di continuo. Com'è possibile? Ha lo stomaco chiuso da giorni. In pratica da quando è entrata in camera e ha buttato la borsa con il referto a terra come se bastasse per scaricare il nervosismo. Si rigira nel letto, perseguitata dall'immagine del donnone dai boccoli dorati. È sempre rimasta con lei, così anche la sua voce gracchiante che le ha messo più paura addosso dell'inquilino stesso. Si alza e accende la lampada. Scosta la trapunta con rabbia.

Come se non bastasse la vita, anche il cielo ha deciso di rovinarle l'umore. Fuori lampi e tuoni si sfidano al duello, nelle orecchie risuona il ticchettio della pioggia che batte contro la finestra con ferocia. Potrebbe leggere, o ascoltare la musica. Magari potesse concentrarsi. Ci ha già provato. L'inquilino non si è solo preso una parte del suo corpo, ma si ostina anche a tenere in ostaggio i suoi pensieri.  Va bene che devono condividere le stesse ossa e la stessa linfa vitale, persino lo stesso letto, ma non la testa. Questo è fuori questione.

Se solo riuscisse a farlo stare zitto per un momento. Appena aveva capito la sua fragilità, ha iniziato a nutrirsi della sua paura come fosse il caviale del mar Nero. Non perde occasione di fare festa e di rendere insopportabile la propria presenza. Ci sono momenti in cui persino lo immagina uscire dal corpo per farle linguacce e ridere di lei. Per dispetto. Per intimorirla. O forse per farle capire che non ha senso prenderlo troppo sul serio finché è ancora soltanto un'ombra nera sul monitor e nessuno, inclusi i camici bianchi, può darle certezza sulla sua origine.

E allora è meglio che si rassegni anche lei e rida. Di se stessa, dell'inquilino, della pancia brontolona che reclama la sua dose notturna di zuccheri. Lungo il corridoio risuonano i passi allegri mentre raggiunge la cucina. L'orologio al polso segna le tre spaccate.

 

La città dorme, così anche il palazzo in cui abita al terzo piano. Le luci dell'edificio di fronte sono tutte spente. Soltanto il cielo si illumina di tanto in tanto, schiarato dai lampi improvvisi. Piove di brutto da ore.

L'acqua nel pentolino bolle. Apre la scatoletta di metallo dove tiene le bustine di tè e di tisane e tira fuori una a caso, d'istinto. La scarta e l'avvicina al naso: tiglio. Aiuta contro i disturbi del sonno, rammenta. Butta la bustina nella tazza e la copre con l'acqua bollente. Aspetta una decina di minuti, che impiega per assortire sul piattino biscotti di diverse grandezze e consistenza. Prevalgono quelli al cioccolato, i suoi preferiti.

Il silenzio in cucina è disturbato dai rumori di pioggia, incessante e fastidiosa, e dal ticchettio dell'orologio da parete, regalo dal Marocco di un'amica di famiglia. Porta la tazza e il piattino sul tavolo e sposta la sedia piano, attenta a non sbatterla sul pavimento, sennò chi sente poi i vicini di sotto. Sgranocchia i biscotti con gusto e sorseggia la tisana lentamente. È un momento di pace quasi perfetto in cui sembra che si sia fermato il tempo. L'inquilino, per una volta, sta zitto, dandole l'illusione che non ci sia, che sia stato tutto soltanto un brutto sogno. L'orologio al polso segna le quattro e mezza.

 

Il sonno arriva a fatica, disturbato dall'ululato del vento e dalle luci colorate che si riversano sul muro attraverso le tapparelle. Tra i suoni ovattati le sembra di sentire anche quello di una sirena, forse di ambulanza, o di vigili del fuoco. Si dimena da sotto le coperte, perseguitata dalle ombre scure che hanno il volto e le sembianze dell'inquilino. Riconoscerebbe la sua risata burlona tra tante altre simili.

Corrono per le strade di città interrotte dagli alberi caduti e dal fiume di fango che zigzaga tra le viuzze e le piazze. Non sa come, ma sono sbucati dal nulla dentro un edificio da pareti grigie e umide, in una stanza con un lettino bianco su cui un donnone dai boccoli dorati la fa stendere con le braccia scoperte. Un grosso ago le s'infila con ferocia nella vena e la punge come un insetto incattivito. Non può fare altro che gridare dal dolore.

Al brusco risveglio si ritrova nel letto, la fronte imperlata di sudore. Le mani formano un cuore sul ventre mentre il petto si alza e si abbassa prima con frenesia, poi al ritmo regolare, grazie alle tecniche meditative che pratica da anni. La mente ora è un mare calmo attraversato da un unico pensiero. Andrà tutto bene. Sorride e corre a vestirsi: manca poco all'esame che scoprirà la vera identità dell'inquilino. L'orologio al polso segna le sei spaccate.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao@Emy

Questo racconto mi ha colpito, perché mette in risalto, mette a nudo la fragilità, la grande solitudine, la perdita di ogni speranza degli uomini e delle donne di oggi quando arriva un foglio che ti dice di questo "inquilino"

Ma c'è anche l'indifferenza, ad esempio di "quel donnone dai boccoli dorati",  immagino un'infermiera specializzata o una dottoressa, nel mondo inumano della sanità, non come concezione nobile del termine, ma come in effetti è: una fabbrica alla quale accedono clienti. I pazienti sono clienti e nient'altro; più ce ne sono e meglio è, si guadagna tanto su di loro. Non si ha tempo per le loro domande fastidiose, per i loro sguardi spaventati, per il loro bisogno disperato di essere presi in considerazione, essere trattati come esseri umani che hanno paura, che hanno bisogno di aiuto. È una mostruosa catena di montaggio, i cui ingranaggi anziché aggiustare distruggono, sia il corpo che l'anima. Parlo per esperienza, ho conosciuto di questi personaggi in camice bianco, nei lunghi periodi di permanenza in ospedale dei miei.

E facevo un enorme sforzo per non esplodere, vedendo la loro indifferenza, la loro assenza quasi totale di umanità, giusto il minimo contrattuale scandito dal loro tempo prezioso, fra ospedale, clinica e studio privato. Si dice che il medico non deve entrare in empatia, non deve familiarizzare con il malato e tantomeno con i parenti, altrimenti non se ne esce più...  può parlarci per ore  senza dire niente;  si dice che son meglio i medici burberi ma luminari  in gamba eccetera, ma per me sono balle.

L'unico conforto che ho avuto in ospedale, quando c'era mia madre,  me l'ha dato l'incontro con un vecchio frate cappuccino che girava d'inverno con i sandali nei corridoi e parlava con tutti, per tutti aveva una parola, un sorriso, un conforto. Certo, non era in grado di guarire, non era un luminare, ma erano un balsamo per l'anima per le sue parole di speranza, qualunque cosa potesse accadere.

Nel tuo racconto la protagonista è assolutamente sola. Si rifugia nella sua quotidianità, gesti consueti, abitudinari che la rassicurano, ma fino a un certo punto.

Quando si è a un passo dalla fine, o comunque da situazioni dolorose come presumo, anche la quotidianità rassicurante può dare fastidio, perché si intuisce che non sarà per molto. Allora diventa quasi una sorta di presenza sgradevole, che non da più la gioia di un tempo.

La tua protagonista  a un certo punto si mette a praticare tecniche meditative che segue da anni per calmare la sua ansietà, perché in fondo deve fare ancora altre analisi per sapere qualcosa di definitivo... la tua protagonista non rivolge mai un pensiero a Dio. Perché proprio non ci pensa o perché non lo ha trovato negli elenchi degli specialisti? L'agenda di Dio è sempre libera per ascoltare un essere umano. Non dico che  dobbiamo vederlo scendere dai cieli che si aprono, ma sai, a volte  pensarci  da sollievo. Paragonare la nostra fragilità all'Infinito può essere un sollievo, una speranza. Sollievo il pensare che pur essendo materialmente, fisicamente soli, in realtà possiamo far parte di qualcosa che gli uomini hanno dimenticato e che si chiama Amore. L'amore umano è bello,  ci stai bene per cinquanta,  ottanta anni, ma non basta. Troppo poco.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Alberto Tosciri, ti ringrazio per questo commento profondo, che mi ha portato a diverse riflessioni. 

46 minuti fa, Alberto Tosciri ha scritto:

Questo racconto mi ha colpito, perché mette in risalto, mette a nudo la fragilità, la grande solitudine, la perdita di ogni speranza degli uomini e delle donne di oggi quando arriva un foglio che ti dice di questo "inquilino"

Sono quelle fragilità che solo chi si è trovato in una situazione simile può capire. Nella vita ho conosciuto diverse persone che l'hanno vissuta sulla propria pelle, e tutte avevano reagito in un modo più consono a loro. Quello che non potevo immaginare che l'avrei vissuto un giorno anch'io. Visto che alcuni amici del forum ne erano già a conoscenza, non voglio nascondermi nonostante la forma narrativa distaccata, fortemente voluta. Ho scritto questo racconto autobiografico per esorcizzare la paura e l'ansia con cui ho combattuto in questi giorni, dal venerdì 8 novembre in cui l'inquilino è entrato nella mia vita, mettendola sottosopra. Per fortuna non mi sono mai sentita sola, circondata dall'effetto dei miei cari, ma la solitudine che traspare dal racconto è anche un mio modo di reagire alle avversità della vita. Tendo a, come dire, chiudermi a riccio, anche per non far vedere alle persone che amo la mia sofferenza. 

 

57 minuti fa, Alberto Tosciri ha scritto:

Ma c'è anche l'indifferenza, ad esempio di "quel donnone dai boccoli dorati",  immagino un'infermiera specializzata o una dottoressa, nel mondo inumano della sanità, non come concezione nobile del termine, ma come in effetti è: una fabbrica alla quale accedono clienti. I pazienti sono clienti e nient'altro; più ce ne sono e meglio è, si guadagna tanto su di loro. Non si ha tempo per le loro domande fastidiose, per i loro sguardi spaventati, per il loro bisogno disperato di essere presi in considerazione, essere trattati come esseri umani che hanno paura, che hanno bisogno di aiuto. È una mostruosa catena di montaggio, i cui ingranaggi anziché aggiustare distruggono, sia il corpo che l'anima. Parlo per esperienza, ho conosciuto di questi personaggi in camice bianco, nei lunghi periodi di permanenza in ospedale dei miei.

È stata spiacevole, mi ha trattato con una tale freddezza e l'indifferenza che mi hanno spaventato e a dir poco sconcertato. Purtroppo mi è capitato spesso di incontrare persone simili nell'ambiente ospedaliero, ma per fortuna anche quelle dotate di una grande umanità. 

1 ora fa, Alberto Tosciri ha scritto:

Nel tuo racconto la protagonista è assolutamente sola. Si rifugia nella sua quotidianità, gesti consueti, abitudinari che la rassicurano, ma fino a un certo punto.

Quando si è a un passo dalla fine, o comunque da situazioni dolorose come presumo, anche la quotidianità rassicurante può dare fastidio, perché si intuisce che non sarà per molto. Allora diventa quasi una sorta di presenza sgradevole, che non da più la gioia di un tempo.

Non sapendo ancora la natura del mio inquilino, dicono che al 90% sia "buono" (e dagli esami che ho fatto oggi sembrerebbe di sì, anche se devo fare un ultimo esame a breve), fare le cose quotidiane è anche un modo di continuare a vivere tenendo fuori la paura, aggrappandosi anche alla normalità. La vita va avanti nonostante tutto.

 

1 ora fa, Alberto Tosciri ha scritto:

La tua protagonista  a un certo punto si mette a praticare tecniche meditative che segue da anni per calmare la sua ansietà, perché in fondo deve fare ancora altre analisi per sapere qualcosa di definitivo... la tua protagonista non rivolge mai un pensiero a Dio. Perché proprio non ci pensa o perché non lo ha trovato negli elenchi degli specialisti?

Perché la meditazione mi aiuta a contenere l'ansia, negli ultimi anni ho conosciuto attacchi di panico e mi ha aiutato anche a tenerli a bada. La pratico da tre anni. Quando la mia testa si focalizza sulla paura, o sulle emozioni negative, rincorro alle tecniche di respirazione. Per quel che riguarda il mio rapporto con Dio, non è che non ce l'avessi, ma è stata sempre, come dire, una cosa intima (Credo anche di avertelo detto in un'occasione). Mi ritengo più una persona spirituale, ecco. Qualche preghiera l'ho anche fatta in questi dieci giorni (le faccio prima di dormire, o quando sento la necessità), a modo mio però, non sono un tipo che va molto in chiesa. Sono credente, comunque. 

 

1 ora fa, Alberto Tosciri ha scritto:

ma sai, a volte  pensarci  da sollievo. Paragonare la nostra fragilità all'Infinito può essere un sollievo, una speranza. Sollievo il pensare che pur essendo materialmente, fisicamente soli, in realtà possiamo far parte di qualcosa che gli uomini hanno dimenticato e che si chiama Amore. L'amore umano è bello,  ci stai bene per cinquanta,  ottanta anni, ma non basta. Troppo poco.

Io mi sono sempre affidata a una forza esterna, che la chiamiamo Dio, Universo, o qualcos'altro poco importa. E in varie occasioni di sconfitta, non ho mai perso la speranza. In fondo ce l'ho anche adesso. Ma quando ti capita una situazione del genere, dal nulla poi, la paura e la fragilità fanno parte del percorso, così come la forza (che la troviamo in persone vicine o in noi stessi, o nella divinità per chi crede) e la voglia di andare avanti nonostante tutto perché la vita è bella anche quando fa paura. Grazie per le belle e sentite parole, Alberto. Di cuore. A rileggerci. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Emy brava!

 

Hai saputo dare un respiro universale a un problema singolo di salute della tua protagonista, nella quale si può immedesimare sia la

 

donna che c'è già passata, sia quella che no, ma ci si riconosce comunque ed empatizza.

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
23 ore fa, Emy ha scritto:

passata di pochi minuti.

da pochi minuti mi suona meglio

 

23 ore fa, Emy ha scritto:

il farfugliò

 

semmai farfuglìo. L'accento è sulla i (ma non si scrive, si legge e basta)

 

23 ore fa, Emy ha scritto:

lampi e tuoni si sfidano al duello

 

si sfidano a duello

 

23 ore fa, Emy ha scritto:

Ci sono momenti in cui persino lo immagina uscire dal corpo per farle linguacce e ridere di lei.

 

Toglierei questa scena. Spezza la tensione e risulta comica (non so se era quello che volevi darle come valore)

 

23 ore fa, Emy ha scritto:

Piove di brutto da ore.

 

Espressione troppo colloquiale. Piove a dirotto ci sta meglio

 

23 ore fa, Emy ha scritto:

di tè e di tisane e tira fuori una a caso

 

e ne tira fuori una a caso

 

23 ore fa, Emy ha scritto:

dai rumori di pioggia

della pioggia

 

Hai trasmesso la tensione della notte che precede l'esame. Tolte queste piccolezze il racconto mi è piaciuto molto. Eviterei anche "quel gran burlone" se l'inquilino è il cancro. Figurati che all'inizio pensavo fosse una incinta... poi si capisce quasi subito, ma credo fosse tua intenzione . Brava, piaciuto moltissimo

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 17/11/2019 alle 22:29, Emy ha scritto:

La carta sparisce nel pugno con un fruscio lungo che rilassa i muscoli tesi

Ha appallottolato il foglio? Penso che fruscio non sia la parola più adatta. Ho cercato su google e in effetti non ho trovato una parola per difinire questo suono. I più dicono che si tratti di un “rumore crepitante”, come lo foglie secche sotto i piedi.

 

Il 17/11/2019 alle 22:29, Emy ha scritto:

Il sonno è in sciopero. La boicotta.

Il sonno che boicotta la protagonista non mi fa impazzire. È un’espressione un tantino strana.

 

Questa volta non ho trovato frasi fatte fastidiose :D 

Buon racconto @Emy, è un racconto “statico”, nel senso che succede poco e si pensa tanto, ma secondo me sei stata molto brava ad inserire qua e là qualcosa di concreto, i piccoli gesti della protagonista, i piccoli movimenti. Sono come delle vertebre che impilate una sopra l’altra costruiscono una spina dorsale a sostenere la “ciccia molle”, cioè i pensieri, le paure della protagonista, che sono naturalmente la parte fondamentale del racconto, ma che da sole in un racconto non si reggono.

 

Mi è piaciuto, brava. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
13 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:

@Emy brava!

 

Hai saputo dare un respiro universale a un problema singolo di salute della tua protagonista, nella quale si può immedesimare sia la

 

donna che c'è già passata, sia quella che no, ma ci si riconosce comunque ed empatizza.

 

 

Grazie di cuore, @Poeta Zaza! :rosa:

 

12 ore fa, Ghigo ha scritto:

si sfidano a duello

L'avevo, pensa, scritto senza l'articolo e poi mi è venuto il dubbio e l'ho aggiunto :facepalm:

 

12 ore fa, Ghigo ha scritto:
Il 17/11/2019 alle 22:29, Emy ha scritto:

Ci sono momenti in cui persino lo immagina uscire dal corpo per farle linguacce e ridere di lei.

 

Toglierei questa scena. Spezza la tensione e risulta comica (non so se era quello che volevi darle come valore)

Non voleva risultare comica, ma essere solo una sorta di "visualizzazione" , una sorta di personificazione del male che le serve anche a sdrammatizzare in un momento difficile. Rifletterò, però, sul tuo suggerimento. 

 

12 ore fa, Ghigo ha scritto:

Espressione troppo colloquiale. Piove a dirotto ci sta meglio

Decisamente meglio, ma sul momento non mi veniva. Cambio subito nel file. 

 

12 ore fa, Ghigo ha scritto:

Eviterei anche "quel gran burlone" se l'inquilino è il cancro. Figurati che all'inizio pensavo fosse una incinta... poi si capisce quasi subito, ma credo fosse tua intenzione . Brava, piaciuto moltissimo

Su "quel gran burlone" ci rifletterò. Non essendo chiara l'identità dell'inquilino, come dicevo anche ad Alberto, in alcuni momenti la prendevo anche sul ridere e questo è uscito fuori pure mentre scrivevo. Non mi sono riletta più di tanto, come di solito faccio, ecco. Sono felice che ti sia piaciuto. Grazie per il passaggio gradito. A rileggerci, a breve sarò da te! (seguo l'ordine cronologico xD )

 

3 ore fa, Kuno ha scritto:

Ha appallottolato il foglio? Penso che fruscio non sia la parola più adatta. Ho cercato su google e in effetti non ho trovato una parola per difinire questo suono. I più dicono che si tratti di un “rumore crepitante”, come lo foglie secche sotto i piedi.

Ciao @Kuno! A dire il vero, non saprei nemmeno io come definire al meglio quel suono. Avevo in mente il gesto impulsivo, con le dita che appallottolano il foglio. In un articolo sul web, in cui parlavano di suoni "rilassanti", c'era l'esempio della carta accartocciata e diceva, appunto, fruscio. Ma non so. 

 

3 ore fa, Kuno ha scritto:

Il sonno che boicotta la protagonista non mi fa impazzire. È un’espressione un tantino strana.

Perché? Concedimi ogni tanto qualche licenza poetica :P 

 

3 ore fa, Kuno ha scritto:

Questa volta non ho trovato frasi fatte fastidiose :D 

Meno male :fiuu:

Spoiler

Meglio, allora, che tu non legga il mio Penna & Spada, lì sono stata meno brava da questo punto di vista :asd: 

 

3 ore fa, Kuno ha scritto:

è un racconto “statico”, nel senso che succede poco e si pensa tanto, ma secondo me sei stata molto brava ad inserire qua e là qualcosa di concreto, i piccoli gesti della protagonista, i piccoli movimenti. Sono come delle vertebre che impilate una sopra l’altra costruiscono una spina dorsale a sostenere la “ciccia molle”, cioè i pensieri, le paure della protagonista, che sono naturalmente la parte fondamentale del racconto, ma che da sole in un racconto non si reggono.

 

Mi è piaciuto, brava. 

L'idea era proprio quella. Felice che l'hai apprezzata. Grazie! :rosa:

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 17/11/2019 alle 22:29, Emy ha scritto:

Va bene che devono condividere le stesse ossa e la stessa linfa vitale, persino lo stesso letto, ma non la testa. Questo è fuori questione.

Questa frase mi è piaciuta molto

 

Il 17/11/2019 alle 22:29, Emy ha scritto:

l'ignoto fa paura.

questa meno: è talmente scontato...

 

Mi è piaciuto molto questo esercizio, della tua protagonista, di guardare la malattia come un entità altra da se. Anche se poi, come scrivi, non è che le stesse ossa e la stessa linfa

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
4 ore fa, Edu ha scritto:
Il 17/11/2019 alle 22:29, Emy ha scritto:

l'ignoto fa paura.

questa meno: è talmente scontato...

 

Ciao @Edu! Lo so che è scontato, ma quando capita a te capisci, tra le altre cose, che è una sorta di verità universale, ecco. Mi è venuto naturale scriverlo. Non ci ho pensato più di tanto, a dire il vero.

 

4 ore fa, Edu ha scritto:

Mi è piaciuto molto questo esercizio, della tua protagonista, di guardare la malattia come un entità altra da se. Anche se poi, come scrivi, non è che le stesse ossa e la stessa linfa

Grazie di cuore, @Edu! È stato un esercizio utile anche per me, mi ha aiutato a vedere quel momento sotto una luce diversa, nonché a ritrovare un po' di serenità. :rosa:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Emy

c'è davvero tanto in questo racconto, che ho trovato particolarmente denso. Sebbene non ci sia una vera e propria trama e si basi molto sui pensieri della protagonista, l'ho trovato molto coinvolgente. Il ritmo che hai dato alla scansione temporale crea una sorta di suspense: si vuole arrivare in fondo per sapere chi sia l'inquilino, anche se si intuisce presto.

Mi sono piaciute le parti in cui il personaggio guarda l'ora, rendono bene l'idea di una notte insonne, passata a rimuginare su una notizia del genere. Piaciuto molto!

Alla prossima!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Emy è un po’ che non ti leggo (escluso halloween), ma devo dire che questo pezzo è tra i tuoi migliori. Ho apprezzato soprattutto lo svelamento graduale, il lento procedere verso la descrizione del chi o cosa fosse (o potesse essere) l’inquilino. Se proprio devo trovarci un difetto, ti direi che è troppo lungo: potevi togliere qualche ripetizione e il racconto ne avrebbe solo guadagnato. Resta comunque un ottimo pezzo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
8 ore fa, ivalibri ha scritto:

c'è davvero tanto in questo racconto, che ho trovato particolarmente denso. Sebbene non ci sia una vera e propria trama e si basi molto sui pensieri della protagonista, l'ho trovato molto coinvolgente. Il ritmo che hai dato alla scansione temporale crea una sorta di suspense: si vuole arrivare in fondo per sapere chi sia l'inquilino, anche se si intuisce presto.

Ciao @ivalibri. Grazie di cuore. Sono felice che l'emozione con cui l'ho scritto ti sia arrivata. È un racconto statico, in effetti, ma non avrei potuto scriverlo in un'altra maniera. A rileggerci. 

 

2 ore fa, Komorebi ha scritto:

@Emy è un po’ che non ti leggo (escluso halloween), ma devo dire che questo pezzo è tra i tuoi migliori. Ho apprezzato soprattutto lo svelamento graduale, il lento procedere verso la descrizione del chi o cosa fosse (o potesse essere) l’inquilino. Se proprio devo trovarci un difetto, ti direi che è troppo lungo: potevi togliere qualche ripetizione e il racconto ne avrebbe solo guadagnato. Resta comunque un ottimo pezzo.

Ciao @Komorebi! Grazie per le belle e soprattutto sentite parole. Non so se sia il migliore, ma è sicuramente un pezzo a cui sono legata maggiormente perché rispecchia la mia anima in questo momento. Scriverlo è stata una sorta di liberazione di cui avevo evidentemente bisogno. Sul fatto che sia lungo, non saprei. L'ho scritto quasi di getto e non c'ho pensato molto. Ci rifletterò a mente fredda, più avanti. Grazie ancora, Fede. A rileggerci! 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Emyna,

è difficile mettersi a commentare dell'aspetto stilistico di un racconto dichiaratamente autobiografico e su un  soggetto così presente, ma siam qui per quello e ci provo.

Le cose che ho apprezzato di meno sono le metafore un po' plateali, tipo effetti speciali: il mostro con i suoi artigli eccetera, l'inquilino che esce a fare le linguacce. Trovo che diano un senso un po' artificioso e spettacolare a un testo che non vuole affatto esserlo. È questione di gusti, naturalmente.

La cosa che invece ho davvero amato è la resa dell'ansia, dell'inquietudine, del salto nel buio, nell'insonnia irrequieta. E ancora di più il risveglio "positivo", perché è molto realistico e molto umano: ogni problema, anche il più grosso, pesante, terribile, s'ingigantisce sembrando insormontabile durante la notte, ma di giorno la logica e l'istinto pratico prendono il sopravvento: affronteremo anche questa. Perché fa tutto parte della vita, anche la malattia.

<3

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Molto bello e efficace, @Emy, forse un po' lungo per le cose che esprimi, ma vista la situazione è comprensibile sia così. Anch'io ho trovato troppo calcate alcune metafore, ma la sostanza prevale su qualche minima esagerazione formale e il risultato è ottimo. Invoco il 5° emendamento e non parlo di medici perché quanto direi potrebbe portare alla mia incriminazione.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Befana Profana ciao Bef! Non ho pensato molto allo stile, come dicevo: è la prima volta che ho scritto qualcosa di petto, così come veniva, senza pensarci più di tanto. In questo momento probabilmente non sono in grado di giudicare l’efficienza delle metafore, e il resto, ma lascerò il racconto come sempre a decantare e ci penserò nella revisione. Grazie per le belle e sentite parole. <3 

 

@Macleo, ciao e bentrovato! Grazie per essere passato e per aver apprezzato nell’insieme il racconto. Sulla lunghezza, potresti avere ragione. È un altro aspetto a cui non ho pensato molto e probabilmente ho anche ripetuto qualche concetto senza rendermene conto. Ci penserò più avanti. Sui medici, meglio stare zitti, ma ci siamo capiti. Grazie di cuore, Mac. :rosa:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Emy sei stata bravissima. Hai vomitato tutto, ed è arrivato tutto. Gustati la vittoria e i commenti con il cuore leggero di chi ha superato la nottata. <3

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Buon pomeriggio, @Emy.

 

Ho letto solo oggi questo tuo racconto, quindi devo scusarmi. ;(

 

All'inizio "il muro di testo" mi ha un po' intimorito, tant'è che pure lo stile l'ho trovato lento e studiato alla "densità" di contenuti della trama. 

A parte qualche refuso, che ti hanno già segnalato, ho gradito il giusto equilibrio tra il peso delle "sensazioni" e quello delle "azioni" della protagonista, ma - in questo caso particolare - sapevo che non poteva non essere che così.

 

Quindi complimenti e... un forte abbraccio! (y)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 21/1/2020 alle 16:37, H3c70r ha scritto:

All'inizio "il muro di testo" mi ha un po' intimorito, tant'è che pure lo stile l'ho trovato lento e studiato alla "densità" di contenuti della trama. 

Ciao @H3c70r, bentrovato! Di solito nemmeno a me piacciono i muri di testo, qui però ne sentivo il bisogno e lo stile lento esprimeva al meglio il contenuto. Volevo che il lettore avvertisse il lento scandire del tempo. 

 

Il 21/1/2020 alle 16:37, H3c70r ha scritto:

ho gradito il giusto equilibrio tra il peso delle "sensazioni" e quello delle "azioni" della protagonista, ma - in questo caso particolare - sapevo che non poteva non essere che così.

Grazie di cuore! Un abbraccio anche a te e a rileggerci.

 

11 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

@Emy, brava ottimo racconto. Misurato nell'esasperazione ma intenso. Direi veritiero sotto tutti gli aspetti

Grazie di cuore anche a te cara @Adelaide J. Pellitteri! A presto!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×