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Edu

[MI 130] Col petto nudo esposto al buio della notte

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https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/45176-sfida-25-praivasì/?do=findComment&comment=800270

 

Traccia di mezzanotte: viaggio al termine della notte

 

Mi svegliai che era ancora notte.

Rimasi per qualche secondo a fissare lo schermo del cellulare. Poi mi alzai e andai alla finestra. Era proprio notte notte. Le stelle erano belle lucenti, nessun chiarore d’aurora disturbava il loro crepitare di caminetti cosmici. Nessun uccello cinguettava.

Feci spallucce e andai in cucina. L’orologio a muro segnava la stessa ora del cellulare. Accesi la Tv e misi il televideo: h 08.30. È lì che il cuore mi diede un colpetto irregolare.

Per il Paese non era proprio il momento giusto perché succedesse pure quella cosa, c’era grande crisi: la corruzione, l’Ilva, Venezia allagata... Ma le cose accadono quando accadono: con buona pace dei negazionisti dei cambiamenti climatici, il 17 novembre 2019 il sole non sorse, lasciando l’Italia intera in preda alla notte.

Il primo ministro si presentò in Tv, a reti unificate, e lasciò tutti di stucco: «Non sono mica il conte di Cavour», disse, «sono un conte ordinario, con capacità ordinarie. Anzi, ora lo posso dire: inferiori alla media. Per cui non pretendete da me che mi accolli anche questo. Andate a fanculo tutti, io mi dimetto! E fatemi sputare sto rospo: mi avete rotto i coglioni! Ministri, senatori, elettori, tutti! Af-fan-cu-lo!». E se ne andò.

A lavoro arrivammo un po’ alla spicciolata. Chi era rimasto fedele al proprio orologio entrò puntuale. Chi ritenne di dar credito alla natura e non all’artificio si presentò in clamoroso ritardo. Io avrei pure voluto rispettare l’orario d’ingresso, nonostante il buio, ma ero talmente sconvolto che, nel prepararmi, sfilai e rindossai i pantaloni del pigiama per tre o quattro volte.

Panza invece era un tipo preciso, un ingegnere. Per cui era già lì quando arrivai alla porta del mio ufficio. Aveva un volto di tenebra.

«È buio», disse.

«Sai cosa fece scrivere monsieur Lapalisse sulla…», stavo rispondendo io, ma lui mi interruppe.

«A regime potrebbe causare un aggravio in bolletta non indifferente. Magari qualche compagnia ha qualche offerta con tariffazione flat».

Certa gente è ingegnere nel cuore.

Aprii la porta dell’ufficio: era inzuppato di notte. La scrivania non era color mogano, ma nera. I fascicoli erano neri. Lo schermo del computer sfarfallava di colori e forme cangianti. «Cazzo, ma lo lasci sempre acceso?», disse Panza alle mie spalle.

«Giuse’, stamattina me ne hai già rotto tre quarti!», gli risposi con tono un po’ ombroso.

«Stanotte, vorrai dire», fece lui.

Intanto, il tratto di corridoio davanti alla mia stanza era stato eletto a luogo di conciliabolo. «Che senso di umido», ripeteva la Bollani. «E mo che facciamo?».

«E che vuoi fare? Mettiti a lavorare e quando si fa ora te ne vai», disse Panza.

«Ma che vuoi lavorare?!», mi intromisi, «Panza, il sole non è sorto, ci sono presagi di apocalisse, Cristo santo, che cazzo vuoi lavorare?!».

«Apocalisse? Moriremo tutti?», mormorò qualcuno.

«Ma no, ma no».

«La sapete la parabola del tacchino induttivista?», se ne venne De Palo. Nessuno se lo filò. Anche perché, in quel momento, si aprì la porta dell’ufficio del direttore, e ne uscì il direttore stesso.

Ci facemmo lentamente verso di lui, in sincrono, nella penombra. Era pallido. «Direttore», gli gridò la Bollani da cinque o sei metri di distanza, «dobbiamo lavorare?».

Il direttore divenne color baccalà. Pure l’odore era più o meno quello. Stette un po’ a fissare il vuoto. Un buio vuoto. Poi, con uno scatto, si precipitò all’uscita. «Aaaaaah», gridava, correndo.

E così rimanemmo soli e senza capi, col petto nudo esposto al buio della notte, con i nostri interrogativi e le nostre angosce (le quali, di notte, sì sa, un po’ come le stelle, si manifestano molto più prepotentemente che con il sole).

Ci dividemmo presto in chi si chiedeva “che cazzo è mai successo?” e chi si chiedeva “e mo che cazzo facciamo?”. Io, che ho una formazione umanistica, propendevo per l’inutile indagine circa l’eziologia del fenomeno. De Palo provò a rifarsi sotto: «Ogni mattina il tacchino si sveglia, guarda ad est e deduce…».

«Com’è come non è, è notte», lo interruppi io, stanco di speculare, «possiamo starcene a lamentare o guardare in faccia la realtà».

«E quindi?», mi risposero in coro.

«E quindi che cazzo ne so, ragazzi… Mi viene voglia di piangere».

Non sarei stato l’unico. Una buona metà del personale piangeva già. E l’altra metà se ne era andata a casa.

Io a casa che ci andavo a fare? Monica mi aveva lasciato da due mesi, e la casa era triste e silenziosa. Adesso anche buia. Dunque forse stavo piangendo davvero, quando la Bollani mi poggiò una mano sulla spalla. E così iniziammo a parlare. Tutti quanti, in cerchio, come gli alcolisti anonimi.

La luna di mezzogiorno ci guardava con benevolenza materna. Ogni tanto la velava una nuvola scura, e poi ricompariva… come a dire: “Cucù, mica me ne sono andata! Vi piacerebbe, eh. E invece no, è notte ancora, e voi siete tutti nella merda, chi per un motivo chi per l’altro, e non c’è direttore, né premier, né un dio che vi possa accendere il sole. Si sono dati. Vivetevela fino al midollo. E buonanotte”. Stronza pure la luna.

«Mio figlio si droga!», piangeva la Bollani.

«Su, su, per qualche canna! Non sono mica questi i problemi!».

«Ha dodici anni!».

«Mia moglie è una troia», si lamentava Pinto. «Mi mette le corna e non vuole manco levarsi dalle palle. Rimane in casa a torturarmi. E suo fratello è avvocato, quando le dico di andar via mi risponde “chiamo Ernesto, e poi vediamo chi ride: come la Lario, come la Lario!”».

«Mia moglie mi ha lasciato», piangevo io. E la Bollani, piangendo a sua volta, continuava a sfregarmi la schiena scendendo sempre un po’ più giù con la mano.

Fu una lunga notte. Lunghissima. E buia come un pozzo.

Ma almeno sembravamo tutti aver perso l’ipocrisia che caratterizza le faccende diurne. Aveva ragione la luna: per un motivo o per l’altro, ciascuno di noi la notte se la portava nel cuore (oddio, la luna era stata un po’ più prosaica), e adesso che il buio era tangibile ed evidente non sentivamo il bisogno di fingere che splendesse il sole.

Parlammo per ore.

«Ho il pisello piccolo», confessò De Marco, sempre piangendo. La Bollani stava per mettergli una mano sulla spalla per consolarlo, poi ci pensò un po’ su e lasciò stare.

Ma quel momento di sincerità collettiva, come c’era da aspettarsi, non poteva durare a lungo. All’improvviso, un’enorme fonte di luce, dall’esterno, spalmò i colori sulle pareti dei corridoi e rischiarò i nostri visi. «Il sole!», gridammo, e ci precipitammo alle finestre.

Era da un po’ che Panza non si faceva vedere. Lo ritrovammo lì, all’ingresso del palazzo. Ancora non mi spiego come avesse fatto, ma si era procurato un enorme faro da stadio, e l’aveva puntato contro le vetrate dell’edificio. «La notte è finita!», proclamava con aria solenne. «Salutate il nuovo sole!».

«Ma che sole e sole!», protestammo.

«È la stessa cosa». Disse lui.

«Ma manco per niente!».

«Eh sì», fece Panza, «perché quando c’era il sole tua moglie le corna non te le metteva, vero Pinto? Fate come avete sempre fatto: fate finta che c’è il sole e che la notte è passata, e andate avanti!».

Alla fine abbiamo fatto come diceva lui. È stata una lunga notte. Lunghissima. Che dura ancora. Non più buia come un pozzo, però.

Alla fine la storiella del tacchino non era cosi sciocca. E ci mancherebbe altro: non se l’era mica inventata De Palo, ma Bertrand Russell, in polemica con l’ottuso ottimismo positivista. C’è un tacchino che ogni mattina si sveglia all’alba. Dopo tre, gli portano da mangiare. Siccome è un tacchino galileiano, dall’osservazione empirica induce la legge scientifica generale che dopo tre ore dal sorgere del sole gli daranno da mangiare, per sempre. Un mattino, però, dopo due ore dal sorgere del sole…

È diffusa l’illusoria convinzione che dopo la notte venga sempre il giorno. Non è vero: a volte facciamo solo finta che sia così. A casa non sono più tornato, ho paura di tutto quel buio: vivo in ufficio, dove ogni giorno, a un orario preciso, sorge il faro di Panza.

Ed è ancora notte. Una lunga notte. Lunghissima.

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Come al solito, dopo che leggo un tuo racconto in un contest mi pare proprio brutto quello che ho postato io! 

L'idea non è nuova ma l'hai resa in maniera fresca e divertente. Senza contare che c'è anche un lato profondo dietro la trama scanzonata: la notte che fa cadere le nostre difese, che dissolve le ipocrisie e le convenzioni a cui bisogna sottostare di giorno. Fantastico, poi, il personaggio che non vuole arrendersi all'evidenza e cerca di creare un surrogato del sole con un faro da stadio. Piaciuto!

Cettina is back!

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Grazie mille, Concy.

40 minuti fa, ivalibri ha scritto:

Come al solito, dopo che leggo un tuo racconto in un contest mi pare proprio brutto quello che ho postato io! 

Non esageriamo ;)

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Ho trovato azzeccato e godibile il contrasto tra il senso di oppressione che suscita la situazione e il tono apparentemente leggero delle reazioni in questa notte perenne. Non aver caricato di drammaticità la tragicità esiziale dell'evento, a mio parere, giova al racconto e ne risalta per contrasto l'aleatorietà delle certezze e delle ambasce umane. Anche se non compare, si è sempre nudi sotto il sole.

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17 ore fa, Edu ha scritto:

Era proprio notte notte.

Era necessario? Sai che mi viene sempre da storcere il naso con le ripetizioni, e questa addirittura doppia mi suona proprio male. Un'alternativa, se mi permetti, potrebbe essere notte fonda. :si:

 

18 ore fa, Edu ha scritto:

Certa gente è ingegnere nel cuore.

xD 

 

18 ore fa, Edu ha scritto:

con i nostri interrogativi e le nostre angosce (le quali, di notte, sì sa, un po’ come le stelle, si manifestano molto più prepotentemente che con il sole).

Bella questa! 

 

Che dirti, @Edu che non sai già. Anche in una storia dalle tinte in apparenza cupe riesci a sdrammatizzare e a far sorridere il lettore. Sempre bravo. Ah, una nota a riguardo del titolo: non specificherei a cosa sia dovuto il buio. Secondo me ha più presa: Col petto nudo esposto al buio. Poi vedi tu. Bel pezzo, piaciuto. A rileggerci!

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Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

 

Traccia di mezzanotte: viaggio al termine della notte

Meglio sviluppato, da te, come "viaggio al termine della luce" :D

 

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

Alla fine la storiella del tacchino non era cosi sciocca. E ci mancherebbe altro: non se l’era mica inventata De Palo, ma Bertrand Russell, in polemica con l’ottuso ottimismo positivista. C’è un tacchino che ogni mattina si sveglia all’alba. Dopo tre

ore

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

, gli portano da mangiare. Siccome è un tacchino galileiano, dall’osservazione empirica induce la legge scientifica generale che dopo tre ore dal sorgere del sole gli daranno da mangiare, per sempre. Un mattino, però, dopo due ore dal sorgere del sole…

viene sgozzato... Alla faccia del metodo induttivo ;)

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

È diffusa l’illusoria convinzione che dopo la notte venga sempre il giorno. Non è vero: a volte facciamo solo finta che sia così. A casa non sono più tornato, ho paura di tutto quel buio: vivo in ufficio, dove ogni giorno, a un orario preciso, sorge il faro di Panza.

Ed è ancora notte. Una lunga notte. Lunghissima.

 

Un finale negativo, insomma. Ma un racconto a tema  ben riuscito. Mi è piaciuto, @Edu !

 

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Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

Per il Paese non era proprio il momento giusto perché succedesse pure quella cosa, c’era grande crisi:

 

La costruirei in maniera diversa. forse "c'era già una brutta crisi"

 

Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

Non sono mica il conte di Cavour», disse, «sono un conte ordinario, con capacità ordinarie. Anzi, ora lo posso dire: inferiori alla media

 

Avrei cercato di fare più ironia o satira. Qui si vede troppo bene quella che King chiama la mano del regista, ovvero il tuo punto di vista preso e messo lì. Rivedrei cercando di calcare la mano più su altri fattori (che poi su Conte è come sparare sulla croce rossa)

 

Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

A lavoro

 

Al lavoro

 

Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

possiamo starcene a lamentare

 

Possiamo star qui a lamentarci

 

Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

Tutti quanti, in cerchio, come gli alcolisti anonimi.

 

:D:D

 

Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

«Mio figlio si droga!», piangeva la Bollani.

 

Mai dire goal. Crozza e Dighero. Come non pensarci :D

 

Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

«Ho il pisello piccolo», confessò De Marco, sempre piangendo. La Bollani stava per mettergli una mano sulla spalla per consolarlo, poi ci pensò un po’ su e lasciò stare.

 

Come stile mi ricordi Benni per determinate frasi.

 

Il 17/11/2019 alle 20:41, Edu ha scritto:

Dopo tre, gli portano

 

dopo tre ore?

 

Tolte queste piccolezze il racconto è simpatico e si lascia leggere col sorriso. Mi ha ricordato molto il tuo racconto della luna (solo che lì poi andava via nel finale, senza una spiegazione, come era venuta). Almeno spero si sia fatto la Bollani, mi sembrava propensa.

 

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Ciao @Poeta Zaza e ciao @Ghigo

Grazie per le utili pulci e per gli apprezzamenti.

13 ore fa, Poeta Zaza ha scritto:

Un finale negativo, insomma

e beh, sì, al di là delle apparenze...

 

12 ore fa, Ghigo ha scritto:

Mi ha ricordato molto il tuo racconto della luna

Sì, assolutamente vero. Lo avevo in testa scrivendolo (ma credo che quello sia meglio riuscito)

 

12 ore fa, Ghigo ha scritto:

Almeno spero si sia fatto la Bollani, mi sembrava propensa

Beh, chissà... ma secondo me, di quelli, nessuno batte chiodo 

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Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

mi avete rotto i coglioni! Ministri, senatori, elettori, tutti! Af-fan-cu-lo!»

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Mi ha ricordato un altro tuo racconto sulla luna, che però non ricordo molto bene. Pensa un po’, mi hai ricordato una cosa che non ricordo.

Buon racconto Edu, bravo.

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22 ore fa, Kuno ha scritto:

Mi ha ricordato un altro tuo racconto sulla lun

Sì, anche @Ghigo lo aveva notato e confermo: lo ha ricordato anche a me.

Grazzie assaje

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@Edu mi è piaciuto tutto, mi ha fatto molto ridere tutto... tranne il finale. Il finale non mi è piaciuto proprio: la storia del tacchino modifica lo stile del resto del racconto, si poteva evitare secondo me (se uno non la conosce può cercarla da sé) e finisci per ripetere un messaggio che hai già dato nelle ultime parole dell’ingegnere. Peccato, davvero!

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Grazie @Komorebi.

Eh, ma sai che scrivendo, effettivamente, scrivere quella parte mi dava un senso di cesura... Solo che ometterla mi sembrava far comparire una pistola sulla scena e poi non farla sparare. ma magari, come dici tu, siccome è un aneddoto noto, poteva essere semplicemente citato e poi volendo si andava a cercare... mi sa che hai ragione. Sono considerazioni che, magari, non avendo i tempi ristretti del MI, prima o poi avrei fatto.Vabbeh, contento che per il resto ti sia piaciuto.

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@Edu, quando ho letto che Conte aveva dato le dimissioni, ho immediatamente capito che si trattava di un racconto di fantascienza. Dico subito che il genere difficilmente mi "prende", ma il tuo pezzo mi è piaciuto parecchio. Perché l'idea del buio che fa emergere la verità senza veli, più ancora del vino, la trovo molto valida. Come pure frasi sottilmente umoristiche del tipo "«Ho il pisello piccolo», confessò De Marco, sempre piangendo. La Bollani stava per mettergli una mano sulla spalla per consolarlo, poi ci pensò un po’ su e lasciò stare.", non possono non lasciare il segno. Ben fatto!

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Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

«Non sono mica il conte di Cavour», disse, «sono un conte ordinario, con capacità ordinarie. Anzi, ora lo posso dire: inferiori alla media. Per cui non pretendete da me che mi accolli anche questo. Andate a fanculo tutti, io mi dimetto! E fatemi sputare sto rospo: mi avete rotto i coglioni! Ministri, senatori, elettori, tutti! Af-fan-cu-lo!».

:asd:

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

«È buio», disse.

«Sai cosa fece scrivere monsieur Lapalisse sulla…», stavo rispondendo io, ma lui mi interruppe.

«A regime potrebbe causare un aggravio in bolletta non indifferente. Magari qualche compagnia ha qualche offerta con tariffazione flat».

Certa gente è ingegnere nel cuore.

:asd:

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

«Com’è come non è, è notte», lo interruppi io, stanco di speculare, «possiamo starcene a lamentare o guardare in faccia la realtà».

«E quindi?», mi risposero in coro.

«E quindi che cazzo ne so, ragazzi… Mi viene voglia di piangere».

Non c'è niente da fare. A guardare in faccia la realtà vien voglia di piangere. 

 

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

Fu una lunga notte.

Edu, lasciami fare la rompiballe.

Il passato remoto è un tempo semplice (➔ tempi semplici; ➔ coniugazione verbale) dell’➔indicativo, che esprime un evento avvenuto nel passato senza che ci sia relazione tra il momento dell’enunciazione e il momento dell’avvenimento, e senza che ci sia possibilità di riattualizzazione della situazione. [...] Dal punto di vista dell’➔aspetto, il passato remoto è un tempo perfettivo di tipo aoristico, designante cioè un processo interamente concluso, le conseguenze del quale non si possano considerare attuali, come non si possano ricondurre gli eventi al momento dell’enunciazione. Ciò significa che la situazione espressa dal passato remoto non è più vigente al momento dell’enunciazione. [Treccani]

Dato che il racconto si conclude in un presente in cui è ancora notte, qui il passato remoto non ci sta. Usa l'imperfetto, fammi contenta.

Era una lunga notte. 

Anche più avanti, quando parli della notte che non è mai finita, evita i tempi aoristici.

 

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

«Ho il pisello piccolo», confessò De Marco, sempre piangendo. La Bollani stava per mettergli una mano sulla spalla per consolarlo, poi ci pensò un po’ su e lasciò stare.

:asd:

 

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

«Ma manco per niente!».

«Eh sì», fece Panza, «perché quando c’era il sole tua moglie le corna non te le metteva, vero Pinto? Fate come avete sempre fatto: fate finta che c’è il sole e che la notte è passata, e andate avanti!».

Applausi a scena aperta.

 

Sai fare del fantastico quello che secondo me è l'uso migliore. Sfruttarlo per parlare della realtà. Sentir citare il tacchino induttivista in un racconto, poi, mi strappa lacrime di commozione. Però, la storia del tacchino non occorre raccontarla tutta, cadi nel didascalico. 

Il 17/11/2019 alle 18:41, Edu ha scritto:

Alla fine abbiamo fatto come diceva lui. È stata una lunga notte. Lunghissima. Che dura ancora. Non più buia come un pozzo, però.

Alla fine la storiella del tacchino non era cosi sciocca. E ci mancherebbe altro: non se l’era mica inventata De Palo, ma Bertrand Russell, in polemica con l’ottuso ottimismo positivista. C’è un tacchino che ogni mattina si sveglia all’alba. Dopo tre, gli portano da mangiare. Siccome è un tacchino galileiano, dall’osservazione empirica induce la legge scientifica generale che dopo tre ore dal sorgere del sole gli daranno da mangiare, per sempre. Un mattino, però, dopo due ore dal sorgere del sole…

È diffusa l’illusoria convinzione  Crediamo che dopo la notte venga sempre il giorno. Non è vero: a volte facciamo solo finta che sia così. A casa non sono più tornato, ho paura di tutto quel buio: vivo in ufficio, dove ogni giorno, a un orario preciso, sorge il faro di Panza.

Ed è ancora notte. Una lunga notte. Lunghissima.

 

Sempre bravo. :sss:

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Grazie mille @mercy, per l'apprezzamento, ma ancora di più per le due annotazioni, che strarecepisco

Modificato da Edu
avevo fatto uno strfalcione di quelli che altro che aspirante scrittore

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Ciao @Edu

Mi è piaciuta questa novella e anche il titolo,  molto alla Lina Wertmüller.

Interessanti e realistiche le reazioni dei personaggi all'improvvisa notte eterna; presumo che buona parte della gente reagirebbe davvero così. Avresti potuto inserire anche la preoccupazione se i campionati di calcio si sarebbero giocati d'ora in poi sempre in notturna, perché agli italiani puoi metterli in qualunque situazione escatologica, ma non bisogna privarli del  pensiero del calcio...

La Bollani mi ha davvero divertito,  mi ha ricordato la signorina Silvani della quale Fantozzi era inutilmente innamorato, non so, quel voler intrufolare le mani nel fondo schiena, come per consolare, l'allontanarsi da De Marco, dal quale leva all'improvviso la mano dalla spalla non appena sente la sua imbarazzante confessione... segno che i suoi voraci interessi erano rivolti a tutt'altro, anche in quel frangente.

In quanto alla confessione della  sempre suddetta Bollani che il figlio dodicenne si drogava, avrei fatto  intervenire un ulteriore personaggio, magari un pericoloso realista asociale come me, giusto per affibbiarle un sonoro calcio nel fondoschiena e urlarle: Colpa tua!

In una notte come quella ci stava.

Ho tratto una lezione dal tacchino induttivista che non conoscevo e sono andato a cercare: bellissima lezione. Rispecchia l'attuale società.

In sintesi, una storia con molti spunti su cui riflettere e arzigogolare (che parola...) le più svariate ipotesi.

L' apocalisse in fondo non è una tragedia, la parola vuol solo dire rivelazione.

Scritto molto bene.

 

 

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@Alberto Tosciri, la tua recensione mi lusinga. Beh sì l'idea del campionato di calcio ci sta tutta, semplicemente non mi è venuta lì per lì. Casomai te la rubo, se rivedo senza vincoli di battute.

La Bollani una Silvani? Sai cosa? Mi sa che senza esserne consapevole, il modello inconsciamente mi derivava proprio da lì, a maggior ragione perché il tutto è ambientato in un ufficio.

Grazie passaggio, a rileggerci

 

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