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Ariadne

Nicolò e la noia

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Anche oggi mi trovate qui, sulla panchina di un anonimo giardino comunale, sempre fangoso e sudicio. Guardo fissamente la sigaretta che già si spenge fra le mie dita. Una noia gelida mi opprime. Guardo l’orologio: tra poco dovrebbe arrivare la mia corriera. La 74.

Calcolo che se tutto va bene dovrei essere a casa di Giovanni entro le 16:30. Schiaccio con forza il mozzicone nella terra, così da sotterrarlo completamente; poi con consuetudinaria rassegnazione mi incammino verso la fermata.

Il cielo è coperto quasi interamente dalle nuvole e si preannuncia una giornata piena di pensieri. Sembra che il mondo si sia preso un giorno di pausa; la Terra è rimasta ferma ed il sole oggi non è sorto: non ci saranno stelle e non ci saranno sogni stanotte. In quella luce pallida mi immagino Dio scendere dal suo regno, e chiederci il resoconto delle cose fatte e non fatte.  Interrogarci e fare un bilancio della nostra vita: nudi di fronte al suo eterno giudizio. Infatti oggi preferirei non essermi svegliato, o essermi svegliato molto tardi, per risparmiarmi questo appuntamento scomodo. Così eccomi qui, tra pensieri disordinati e inutili attendo con impazienza che la giornata volga al termine. Controllo ogni singolo minuto che passa. L’autobus è in  ritardo di 10 minuti: quest’ultima non era di certo una novità, ma quel giorno il tempo mi stava seduto accanto e guardava con aria prepotente; così con un balzo piombo di fronte al tabellone e consulto gli orari: l’autobus non sarebbe arrivato. Avrei dovuto aspettare un’altra ora. A fianco a me c’era un signore, forse sulla quarantina: occhi azzurri e un’ingessatura al braccio destro, intento anche lui come me a controllare il tabellone.

«Bel cellulare!». Gli apostrofo in senso ironico, indicando quell’aggeggio del Medioevo che tiene tra le mani.

Lui mi sorride. Noto subito che è ben disposto alla conversazione, e così iniziamo a parlare del più e del meno. Non so per quale motivo gli abbia rivolto la parola, ma qualcosa della sua figura me l’aveva suggerito. Quel tipo nascondeva qualcosa. Ho l’impressione che come me stia soffrendo per un male sconosciuto.

Prima che potessi pormi nuovi interrogativi esce allo scoperto e mi narra la sua storia: ha 56 anni, l’anno scorso sua moglie gli ha chiesto il divorzio, il giudice, ligio custode delle leggi, aveva predisposto che la figlia fosse affidata alla madre con cui avrebbe continuato a vivere nella casa di famiglia, abbandonando lo sfortunato al suo triste destino.

«Mi sono ridotto a vivere in una roulotte, ti rendi conto?». Mi grida ora in preda ad un moto di stizza.

In fretta e furia prende congedo. Corre verso la sua corriera mentre io resto ancora un istante a guardarlo perdersi tra la gente. Ma poi qualcosa guasta il normale corso delle cose e lo vedo agitarsi e gesticolare furiosamente. Incuriosito lo seguo con lo sguardo e dopo poco, attraverso il vetro insudiciato del bus lo vedo scendere remissivo. Non aveva il biglietto. Lui ci tiene a precisare che non ha nemmeno uno stipendio. Per un certo verso provo un sincero dispiacere per quel signore, così impietosamente abbattuto dalla vita ma dall’altro lo invidio, perché lui almeno ha una storia da raccontare. Una storia con dei personaggi, che agiscono mossi da sentimenti o semplici interessi per pur ipocriti che siano. Attori sul palcoscenico della vita, tutti in posa per un ritratto, ignari di essere uno stupido frammento di un dipinto assai più popoloso.

E come tutti i dipinti, questo è compiuto: ovvero racconta una storia con un incipit e una fine.

Nella mia breve esistenza tutto rassomiglia a tutto, presente e passato si mescolano e sembra che persone, luoghi e situazioni debbano ripetersi all’infinito. Tanto che molte volte tornando a casa non avevo ricordo di cosa avessi visto durante la giornata: la noia aveva annebbiato la percezione della realtà e anche la vista ne era come addormentata. Adesso invece mi gusto compiaciuto il racconto di quel signore dagli occhi blu e riesco ad immaginarmi il pianto della figlia, mentre i genitori dalle facce paonazze non riescono a smettere di litigare. Probabilmente ricordi lucidi nella mente del signore, che forse non l’avrebbero mai abbandonato.

Gli dico di non preoccuparsi: gli avrei dato io un biglietto per l’autobus. Rifiuta parecchie volte prima di accettare il mio aiuto, ancora in imbarazzo forse per la figuraccia appena fatta.

Alla fine, accorgendosi probabilmente che dieci chilometri a piedi non sono uno scherzo, dopo tanto discutere accetta la mia offerta. Ciò che invece mi stupisce è la semplicità sfacciata con la quale mi chiede una sigaretta. Senza scrupoli, per intendersi, come se quella gli fosse dovuta. Ho sempre creduto che tra le diverse espressioni di disprezzo verso la vita, l’uomo potesse vantarsi di ampi privilegi, poiché egli stesso ha trovato con non grossa fatica infiniti modi per annientarsi. Uno tra i più diffusi è senz’altro accendersi una sigaretta e inspirarne profondamente il fumo cancerogeno pregustando orgogliosi la nostra fine, perché tanto anche noi anche noi non saremo che cenere.

”Uomini per portacenere” penso sprofondando nel magma denso della mia coscienza…

Guardo l’uomo negli occhi e dico

«Una calda e fiera sigaretta non si nega a nessuno, ed è forse l’unica libertà che l’uomo potrà sempre prendersi».

Alla fine gliene ho date due: una se la sarebbe fumata più tardi. Volevo fargli capire in questo modo che approvavo segretamente questo atteggiamento di ribellione nei confronti dell’assurdità della vita.

 In me era radicata una forte convinzione: c’era chi fumava per non addormentarsi e chi fumava perché aveva perso una guerra.

Finita la sigaretta arriva il mio autobus. Anche lui se ne accorge e così mi fa l’occhiolino, si allontana e lo sento dire «è stato bello conoscerti».

«Arrivederci» rispondo accennando un sorriso nella sua direzione.

Salgo sull’autobus e in una ventina di minuti sono a casa di Giovanni. Ero certo che mi aspettasse alla fermata ma non trovando nessuno mi incammino solitario.

Nel frattempo il cielo è sempre bianco, muto sopra di me. Finalmente giungo a destinazione.

Ho accelerato il passo e adesso ho il cuore a mille, do due colpi di tosse per schiarirmi la voce e suono al citofono.

Dev’essere trascorso già qualche minuto.

Dall’altra parte del microfono non si sente nessuno. Premo una seconda volta, poi aspetto.  Dopo un tempo che mi sembra infinito qualcuno mi apre. Salgo le scale e trovo il portone di casa spalancato. Entro guardingo e richiudo la porta dietro di me.

«Giovanni sono arrivato». Dico a voce alta: nessuno risponde.

Proseguo verso camera sua e lo trovo sdraiato sul letto: due piumoni lo coprono fin sopra le orecchie. ”5 stelle per l’accoglienza” avrei voluto dirgli. Mi avvicino

«Stai bene? Sei malato?»

Di colpo mi chiedo perché il giorno prima avesse insistito così tanto perché andassi a trovarlo.

«Sono depresso.» mi risponde piagnucolando.

«Cos’è successo?» gli chiedo allarmato.

Comincia a parlarmi senza entusiasmo di una ragazza che aveva conosciuto quell’inverno in un villaggio turistico in montagna. Capelli rossi, occhi verdi, piuttosto esile. Fin da subito l’aveva colpito per il suo spirito, tenterei di sintetizzare azzardando “selvatico”.

«Non stava mai ferma, correva, saltava, ballava, cantava di continuo. Sembrava che vivesse in simbiosi segreta con la natura, raccogliendo qua e la rifornimenti invisibili di energia… dava l’impressione che non le interessassero i giudizi altrui… o forse ingenuamente non credeva nemmeno che le persone ne avessero…»

«Dimmi che stai solo cercando di raccontarmi una versione di Alice nel Paese delle meraviglie con in capelli rossi » lo interrompo temendo che il forte coinvolgimento emotivo lo faccia ricrollare sul materasso.

Giovanni e la ragazza si erano fidanzati praticamente subito dopo essersi conosciuti. Appena dopo un mese in cui - a detta del povero Giovanni – sembrava che tutto andasse per il meglio,  lei tanto quanto frettolosamente gli aveva spalancato le porte dell’ amore sublime, altrettanto macchinalmente gliele aveva sbattute in faccia. Poi era misteriosamente sparita e non l’aveva più rivista. Adesso Giovanni si dilungava senza vergogna su tutti gli aspetti più salienti del loro amore e parlava di sé stesso come di un estraneo, scagliando svariate parole di insulto e disprezzo all’ingenuo Giovanni di un mese più giovane di lui.

«Giovanni non sei altro che un povero stupido, ti sei fatto prendere in giro da una ragazzina». Ripeteva a denti stretti.

Ad un tratto gli domando

«Hai più notizie di lei?»

«Beh... era proprio qui che volevo arrivare Nico». 

Tira un lungo sospiro, poi riprende

 «Ho sentito dire che l’hanno vista in centro con un ragazzo un po’ di tempo fa…un tipo ben impostato sai, di quelli che vanno in palestra» continua trattenendo il fiato:

 «Io la amo ancora, e sono certo anche lei… Sì, probabilmente ci sono state delle mancanze da parte mia e sono pronto a rimediare, sono pronto a tutto, anche a vendermi l’anima per riaverla. Non ricordo di aver mai provato nulla di simile per una ragazza, credimi sto veramente da schifo.»

«Caspita saresti l’uomo ideale. Romantico, tenero … se cucini e tieni in ordine casa ci penso io a farti innamorare».

 Gli rispondo con convinzione.

 Dopo queste parole mi lecco le labbra e gli ammicco con aria seducente ( o almeno ci provo) Immediatamente Giovanni si volta verso la finestra dandomi le spalle e lo sento urlare

«Che schifo smettila!»

Ridiamo di gusto. In quel momento sentiamo dei passi nel corridoio e dopo poco, con la cesta dei panni da stendere, si affaccia alla porta sua madre ed esclama

«Beati voi ragazzi e la spensieratezza dei vostri anni!» Poi sospirando fa schioccare le labbra in un bacio affettuoso - che credo sia rivolto a me e al letto del figlio morente - e con grazia richiude la porta.

«A quanto pare non hai raccontato nulla a tua madre riguardo alle tue pene d’amore» dico superbo.

«No, gli ho detto che mi sono preso un’influenza.» risponde lui con esagerata indifferenza.

«Bella donna tua madre.»

Mi diverto a punzecchiarlo.

«Abbiamo finito con le stupidaggini?» chiede lui alzandosi come una molla dal letto.

 Dal momento che la questione sembrava riguardare anche me - non so per quale assurdo motivo -  torno serio e gli chiedo

«Dunque cervellone cosa pensi di fare?» gli chiedo serio.

Lui mi risponde sicuro di sé

«Sono certo che questa ragazza tu l’abbia incrociata almeno un miliardo di volte senza nemmeno saperlo, visto che abita nel tuo quartiere. Non conosco l’indirizzo preciso, ma alcuni amici conosciuti in villaggio mi hanno riferito con certezza che abita dalle tue parti.»

Poi riprende in tono mellifluo

«Ogni tanto potresti lanciarle un’ occhiata insomma… per vedere dove va, se si incontra con questo ragazzo, cosa fanno, cosa si dicono… Insomma basta uscire a fare una passeggiata con occhi ed orecchie ben aperte e quando li incontri : TAC! . Mi sembra un gioco da ragazzi.»

Per tutto il tempo aveva fissato un punto di fronte a sé e dopo poco mi ero reso conto che non stava guardando me, bensì la parete dietro a me.

«Cioè, tu mi stai chiedendo di pedinarli e di spiarli? Ciò implica che dovrei rispondere personalmente delle eventuali conseguenze… per esempio una denuncia per stalking. Però insomma come dici tu: è un gioco da ragazzi». Sono su tutte le furie.

«Ti prego Nico, sono disperato. Non c’è un momento della giornata in cui non pensi a lei… voglio sapere se mi abbia mai amato. E se la risposta è sì, se adesso mi ama ancora e sarebbe disposta a tornare con me…»

Si guarda i palmi delle mani per un istante, poi cerca il mio sguardo e in quell’attimo colgo in lui una sincera nota di disperazione

«Guardami, non ti faccio pena?» aggiunge dopo poco.

 Aveva ripreso a piagnucolare ed era tornato il Giovanni patetico di sempre e in un baleno ero mi sento più innervosito di prima.

«La risposta ce l’hai già. L’hanno vista con un altro, si sarà rifidanzata e anche se un mese fa eri sempre nei suoi pensieri devi accettare che adesso le sue giornate sono occupate da qualcun altro: fattene una ragione Gio». Il mio tono è perentorio.

«Il fatto che lei stia frequentando un altro ragazzo non vuol dire un accidenti di niente. Ricordo benissimo come mi guardava un mese fa… questo ragazzo potrebbe essere unicamente un passatempo per lei…una distrazione. Uno stramaledetto chiodo schiaccia chiodo!» alza il tono di voce e si sente fortunato per aver trovato una scorciatoia nell’oceano.

«Perché non freni quella lingua e trovi il modo di collegarla a quel cervello distrutto che hai?» Giuro che anche se Giovanni è un personaggio da barzelletta ho raggiunto la vetta della sopportazione.

«Non ne posso più di starti a sentire Giovanni, chiudi quel becco o me ne vado.»

«Per favore Nico. Sei l’unico che potrebbe farlo». Congiunge le mani e spalanca gli occhi nella mia direzione.

«Perché sono il più scemo dici?». Chiedo fingendomi offeso.

«No, no, no ,no assolutamente Nico. Ma cosa dici? Lo chiedo a te perché sei il mio migliore amico».

Le sue parole risuonano vere e sincere in quella stanza piccola e polverosa.

Ciò che mi ha appena chiesto è assurdo. Nonostante tutto gli rispondo

«Va bene ci penserò.»

Credendo di avermi già convinto non spende una parola in più sull’argomento. Risollevandosi dal letto su cui si era più volte abbandonato durante la conversazione, mi chiede con un sorriso disatteso

«Che ne dici se stasera ce ne andiamo in quel ristorantino a base di pesce che hanno aperto qui vicino? Era da un sacco tempo che non ci facevamo a chiacchierata così… mi sembra giusto coronare il tutto con un bel piatto di spaghetti ai frutti di mare e un buon bicchiere di vino bianco, che ne dici?»

Non è un’idea malvagia e subito faccio per prendere il portafoglio. Voglio controllare quanti soldi mi sono rimasti… sbianco. Affondo la mano nel marsupio e scopro un lungo taglio.

“Non ci posso credere…”

“ Che fosse stato quel…”

Come un lampo mi si para di fronte il volto angelico di quel signore alla fermata dell’autobus. “Che fosse stato lui?!”

 Immediatamente avverto una sensazione di smarrimento, che ben presto lascia spazio ad una pungente delusione mista a ribrezzo.

Per un attimo avevo creduto che fra noi si fosse creata un’intesa. Mi ero illuso che i nostri cuori disperati di fossero sfiorati, maledicendo in un pensiero corale quel mondo, che poco prima avevamo chiamato traditore. Invece non esisteva niente di tutto questo, ed era tutta colpa di questa giornata nuvolosa che come tutte le altre dannate giornate velate di bianco mi dava sempre da pensare.

Il mondo mi appare nuovamente incomprensibile e di colpo perdo interesse per tutto ciò che mi sta attorno. Guardo di fronte a me, la vista di nuovo annebbiata. Non per via della sigaretta, questa volta è una sensazione più forte, una specie di nausea. Davanti a me appare Giovanni, sfuocato, quasi inconsistente e impassibile gli dico

«Mi hanno rubato il portafoglio».

«Ma come?!» risponde lui impacciato.

Poi mi scruta un po', aspettandosi forse una reazione di sgomento da parte mia.

 Deluso dal mio atteggiamento indolente, sbotta:

«E lo dici così?!»

Onestamente non ho la più pallida idea di cosa intenda con quel così. L’unica cosa che desidero fortemente è tornare a casa e starmene da solo.

Ad un tratto rompo quel silenzio durato decisamente troppo:

«Non ho soldi, e poi stasera dimenticavo che viene mio padre a cena. Mi dispiace ma devo andare altrimenti non arrivo in tempo a casa.» Nella mia voce non c’è un filo di esitazione.

Giovanni ha intuito che sono intenzionato ad andarmene e non oppone resistenza

«Va bene, ti accompagno alla porta».

Metto un piede fuori dal portone del palazzo alzo gli occhi e ritrovo il cielo nuvoloso da cui mi ero congedato un’ora prima.

Sempre nuvoloso: ma questa volta nel buio della notte che avanza. Lo preferisco così.

Così com’ero arrivato, riprendo l’autobus e torno a casa.

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Ciao @Ariadne

 

La trama mi è piaciuta, sopratutto nella sua svolta finale... In realtà, mi ha fatto ripensare a un mio vecchissimo racconto... dico questo non certo per sminuire la tua idea, ma proprio per sottolineare come la sorpresa finale mi abbia assai piacevolmente colpito.

 

La scrittura in generale, secondo me, è a tratti buona... ogni tanto le costruzioni delle frasi potrebbero forse essere snellite (anche in certi termini un po' "desueti" o troppo elucubrativi) per rendere il tutto maggiormente più scorrevole... d'altronde tema e protagonisti giovani sono propri di una ambientazione moderna, mentre lo stile a volte troppo riflessivo, quasi filosofico direi, tende un po' a "invecchire" il tutto... non saprei come meglio dire.

Che il protagonista abbia questo carattere di "pensatore" e sognatore, osservatore del mondo, in realtà mi piace molto e non lo muterei affatto, anzi è caratteristica peculiare e saliente.

Si tratta più che altro di alcune rese nella forma stilistica.

 

Ovviamente, il tutto è solo a mia personale e discutibile opinione.

 

Ci sono alcune piccole segnalazioni o refusi di forma che vado a sottolinearti, ma prima voglio dirti quale secondo me è la vera pecca di tutto il racconto. Un racconto in sé bello, con una buona idea e ben dispiegato nella sua evoluzione, ma...

I tempi verbali!

Passi dal presente, al passato remoto, imperfetto, presente, passato prossimo... all'interno delle stesse frasi o dei vari periodi... ecco: questo secondo me va assolutamente aggiustato perché rovina davvero la lettura e il racconto stesso.

Scegli solo una forma verbale fra passato e presente e utilizza quella... (ovvio che se scegli il passato puoi giocartela fra imperfetto, passato remoto etc... ma non tornare al presente... e viceversa).

 

In generale, poi, consiglio di limare le varie "d" eufoniche (te ne ho segnalate alcune) e di fare attenzione alla forma di punteggiatura nei dialoghi che ogni tanto cambia o non è presente o è scorretta.

 

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Guardo fissamente la sigaretta che già si spenge fra le mie dita.

Oggi gli avverbi in "mente" tendono a essere considerati come il "male". Sinceramente, io non sono di questa scuola, ma comunque suggerisco di variare "fissamente" che è secondo me molto cacofonico. Ciò che lo peggiora è poi il verbo "guardare": "fissamente" diviene anche una sorta di ripetizione di concetto e carica troppo. Basterebbe: "fisso la sigaretta", e in una parola li riassumi entrambi. Oppure "Guardo intensamente"...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Guardo fissamente la sigaretta che già si spenge fra le mie dita. Una noia gelida mi opprime. Guardo l’orologio: tra poco dovrebbe arrivare la mia corriera. La 74.

Attenzione alle ripetizioni del verbo "guardare" che utilizzerai molte volte anche in seguito... io lo varierei il più possibile in tutto il racconto.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

la Terra è rimasta ferma ed il sole oggi non è sorto:

Qui una "d" eufonica che si potrebbe togliere.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

on fatte.  Interrogarci e fare un bilancio della nostra vita: nudi di fronte al suo eterno giudizio. Infatti oggi preferirei non essermi svegliato, o essermi svegliato molto tardi, per risparmiarmi questo appuntamento scomodo. Così eccomi qui, tra pensieri disordinati e inutili attendo con impazienza che la giornata volga al termine. Controllo ogni singolo minuto che passa. L’autobus è in  ritardo di 10 minuti: q

Ti volevo anche segnalare di fare attenzioni ai doppi spazi fra le parole... sopra ne ho quotati un paio... nel racconto ce ne sono anche pochi altri.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

a piena di pensieri. Sembra che il mondo si sia preso un giorno di pausa; la Terra è rimasta ferma ed il sole oggi non è sorto: non ci saranno stelle e non ci saranno sogni stanotte. In quella luce pallida mi immagino Dio scendere dal suo regno, e chiederci il resoconto delle cose fatte e non fatte.  Interrogarci e fare un bilancio della nostra vita: nudi di fronte al suo eterno giudizio. Infatti oggi preferirei non essermi svegliato, o essermi svegliato molto tardi, per risparmiarmi questo appuntamento scomodo. Così eccomi qui, tra pensieri disordinati e inutili

Qui avrei variato la parola "pensieri".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

L’autobus è in  ritardo di 10 minuti: quest’ultima non era di certo una novità, ma quel giorno il tempo mi stava seduto accanto e guardava con aria prepotente; così con un balzo piombo di fronte al tabellone e consulto gli orari: l’autobus non sarebbe arrivato. Avrei dovuto aspettare un’altra ora. A fianco a me c’era un signore, forse sulla quarantina: occhi azzurri e un’ingessatura al braccio destro, intento anche lui come me a controllare il tabellone.

«Bel cellulare!». Gli apostrofo in senso ironico, indicando quell’aggeggio del Medioevo che tiene tra le mani.

- Ecco: da qui hai iniziato a mischiare i tempi verbali...

- C'è un ulteriore doppio spazio prima di "ritardo".

- Volendo c'è un altro "guardare".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Non so per quale motivo gli abbia rivolto la parola, ma qualcosa della sua figura me l’aveva suggerito. Quel tipo nascondeva qualcosa. Ho l’impressione che come me stia soffrendo per un male sconosciuto.

- Sempre tempi verbali che si mischiano.

- Varierei la ripetizione di "qualcosa".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Prima che potessi pormi nuovi interrogativi esce allo scoperto e mi narra la sua storia: ha 56 anni, l’anno scorso sua moglie gli ha chiesto il divorzio, il giudice, ligio custode delle leggi, aveva predisposto che la figlia fosse affidata alla madre con cui avrebbe continuato a vivere nella casa di famiglia, abbandonando lo sfortunato al suo triste destino.

- Sempre tempi verbali mischiati...

- "Gli ha chiesto il divorzio" suona molto gergale... eliminerei "gli".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

preda ad un moto di stizza.

Un'altra eufonica...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Per un certo verso provo un sincero dispiacere per quel signore, così impietosamente abbattuto dalla vita (virgola) ma dall’altro lo invidio,

Aggiungerei una virgola prima del "ma", anche perché si tratta della seconda alternativa in elenco.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

occhi blu e riesco ad immaginarmi il pianto della figlia, m

Un'altra eufonica...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

perché tanto anche noi anche noi non saremo che cenere.

Ti è sfuggito un "anche noi" di troppo...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Volevo fargli capire in questo modo che approvavo segretamente questo atteggiamento di ribellione nei confronti dell’assurdità della vita.

Non userei troppi "questo".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Finita la sigaretta (virgola) arriva il mio autobus.

Aggiungerei una virgola a dividere subordinata e principale.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Dall’altra parte del microfono non si sente nessuno

Non so se "microfono" sia la parola più adatta riferendomi alla funzione del "citofono", che magari al suo interno ha anche un microfono, ma personalmente suggerirei qualcosa più come "ricevitore"...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

spetto.  Dopo un tempo che mi sembra infinito (virgola) qualcuno mi apre.

Un altro doppio spazio sfuggito e aggiungerei nuovamente una virgola a dividere la temporale.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

«Sono depresso.» mi risponde piagnucolando.

Ecco, qui ho iniziato a notare la punteggiatura nei dialoghi...

Prima cosa: se c'è punto, fuori o dentro le virgolette, dopo dovrebbe comunque andarci la lettera maiuscola.

Devi scegliere, poi, secondo me, se il punto semplice lo vuoi lasciare dentro o fuori le virgolette:

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

«Bel cellulare!».

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

ccogliendo qua e la rifornimenti invisibili di energia… d

Manca l'accento su "".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

ce nel Paese delle meraviglie con in capelli rossi » lo interrompo temendo che il forte coin

Qui ti è sfuggito lo spazio prima delle virgolette finali.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

eva nemmeno che le persone ne avessero…»

E qui mi viene da domandarmi: se sopra hai usato la doppia punteggiatura (punti esclamativo/interrogativo dentro le virgolette e punto semplice fuori), non dovresti usarla anche in questo caso?

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

to le porte dell’ amore sublime,

Attenzione allo spazio sfuggito dopo l'apostrofo.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Ad un tratto gli domando

«Hai più notizie di lei?»

- Un'altra "d" eufonica che si potrebbe togliere.

- Qui ho notato un'altra cosa, che praticamente fai in tutto il racconto: mancano i due punti prima del dialogo.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

n po’ di tempo fa…un tipo ben impo

Attenzione allo spazio dopo i tre puntini di sospensione.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

«Ho sentito dire che l’hanno vista in centro con un ragazzo un po’ di tempo fa…un tipo ben impostato sai, di quelli che vanno in palestra» continua trattenendo il fiato:

 «Io la amo ancora, e sono certo anche lei…

Qui metterei una punteggiatura (punto o virgola) fra una frase di dialogo e l'altra.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

ideale. Romantico, tenero … se cucini e tieni in ordine casa (virgola) ci penso io a farti innamorare».

- Attenzione allo spazio prima dei tre puntini di sospensione.

- Volendo, ci si può aggiungere una ulteriore virgola a dividere la frase finale.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Dopo queste parole mi lecco le labbra e gli ammicco con aria seducente ( o almeno ci provo) Immediatamente Giovanni si volta verso la finestra dandomi le spalle e lo sento urlare

«Che schifo smettila!»

- "Gli ammicco" è come "gli ha chiesto il divorzio"... eliminerei "gli".

- Attenzione allo spazio sfuggito dopo l'apertura della parentesi (non ci va).

- Attenzione alla maiuscola di "Immediatamente"... prima manca il punto semplice.

- I due punti prima del dialogo.

Anche qui sotto:

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

esta dei panni da stendere, si affaccia alla porta sua madre ed esclama

«Beati voi ragazzi e la spensieratezza dei vostri anni!»

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

preso un’influenza.» risponde lui con esagerata indifferenza.

«Bella donna tua madre.»

Mi diverto a punzecchiarlo.

«Abbiamo finito con le stupidaggini?» chiede lui alzandosi come una molla dal letto.

- Nuovamente il punto semplice a fine dialogo e poi la minuscola.

- Non c'è bisogno di tutti questi "lui"... "risponde/chiede lui"... sono in due nella stanza: uno è il protagonista che parla in prima persona, l'altro è per forza "lui".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

«No, gli ho detto che mi sono preso un’influenza.» risponde lui con esagerata indifferenza.

«Bella donna tua madre.»

Mi diverto a punzecchiarlo.

«Abbiamo finito con le stupidaggini?» chiede lui alzandosi come una molla dal letto.

 Dal momento che la questione sembrava riguardare anche me - non so per quale assurdo motivo -  torno serio e gli chiedo

«Dunque cervellone cosa pensi di fare?» gli chiedo serio.

Lui mi risponde sicuro di sé

- Troppe ripetizioni di "chiedere" o "rispondere" secondo me...

- Sempre i due punti prima del dialogo o i tempi verbali che oscillano...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

ma alcuni amici conosciuti in villaggio mi hanno riferito con certezza che abita dalle tue parti.»

"Villaggio" ha senso se unito a "turistico", altrimenti sembra un piccolo paesino rurale... avendo poi già usato "villaggio turistico" poco sopra, cambierei con qualcosa che indichi l'occasione (ad esempio "vacanza") e non il luogo...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Lui mi risponde sicuro di sé

«Sono certo che questa ragazza tu l’abbia incrociata almeno un miliardo di volte senza nemmeno saperlo, visto che abita nel tuo quartiere. Non conosco l’indirizzo preciso, ma alcuni amici conosciuti in villaggio mi hanno riferito con certezza che abita dalle tue parti.»

Poi riprende in tono mellifluo

«Ogni tanto potresti lanciarle un’ occhiata insomma… per vedere dove va, se si incontra con questo ragazzo, cosa fanno, cosa si dicono… Insomma basta uscire a fare una passeggiata con occhi ed orecchie ben aperte e quando li incontri : TAC! . Mi sembra un gioco da ragazzi

- Nuovamente i due punti per i dialoghi.

- La "d" eufonica di "ed orecchie" si potrebbe limare.

- Forse troppi "ragazzo/a/i".

- Attenzione allo spazio prima dei due punti di "TAC"...

- Attenzione alla doppia punteggiatura di "TAC"... esclamativo e punto semplice (tra l'altro con un ulteriore spazio fra l'esclamativo e il punto semplice)... è un errore, non essendoci le virgolette a dividerli. Lascia solo l'esclamativo.

- Attenzione allo spazio dopo l'apostrofo di "un'occhiata".

 

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

voglio sapere se mi abbia mai amato.

Non ci vedo benissimo il congiuntivo... suggerirei: "se mi ha mai amato".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

stava guardando me, bensì la parete dietro a me.

«Cioè, tu mi stai chiedendo di pedinarli e di spiarli? Ciò implica che dovrei rispondere personalmente delle eventuali conseguenze… per esempio una denuncia per stalking. Però insomma come dici tu: è un gioco da ragazzi». Sono su tutte le furie.

«Ti prego Nico, sono disperato. Non c’è un momento della giornata in cui non pensi a lei… voglio sapere se mi abbia mai amato. E se la risposta è sì, se adesso mi ama ancora e sarebbe disposta a tornare con me…»

Si guarda i palmi delle mani per un istante, poi cerca il mio sguardo e in quell’attimo colgo in lui una sincera nota di disperazione

«Guardami, non ti faccio pena?» aggiunge dopo poco.

 Aveva ripreso a piagnucolare ed era tornato il Giovanni patetico di sempre e in un baleno ero mi sento più innervosito di prima.

«La risposta ce l’hai già. L’hanno vista con un altro, si sarà rifidanzata e anche se un mese fa eri sempre nei suoi pensieri devi accettare che adesso le sue giornate sono occupate da qualcun altro: fattene una ragione Gio». Il mio tono è perentorio.

«Il fatto che lei stia frequentando un altro ragazzo non vuol dire un accidenti di niente. Ricordo benissimo come mi guardava un mese fa… q

Alcuni "guardare" appariscenti...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Aveva ripreso a piagnucolare ed era tornato il Giovanni patetico di sempre e in un baleno ero mi sento più innervosito di prima.

- Cercherei di lasciare una sola "e" e non due all'interno della frase, riformulandola in tal senso.

- Di fronte a questo refuso "ero mi sento", mi son chiesto se tutto l'alternarsi dei tempi del racconto non sia derivato da una tua trasposizione dello stesso... nel senso che lo avevi scritto prima tutto al passato e poi hai virato al presente o viceversa? E allora ti è venuto fuori questo strano miscuglio?

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

: fattene una ragione Gio». Il mio tono è perentorio.

- "Gio" è vocativo, metterei una virgola prima.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

o per lei…una distrazione.

- Spazio dopo i tre puntini.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

iuro che anche se Giovanni è un personaggio da barzelletta (virgola)  ho raggiunto la vetta della sopportazione.

Suggerirei una virgola a dividere subordinata e principale.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

«No, no, no ,no assolutamente Nico

- Spazio in meno sfuggito prima dell'ultimo "no".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Nonostante tutto gli rispondo

«Va bene ci penserò.»

Volendo, sempre i due punti...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

“ Che fosse stato quel…”

Attenzione allo spazio di troppo dopo le virgolette di apertura...

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

quel…”

Come un lampo mi si para di fronte il volto angelico di quel signore alla fermata dell’autobus. “Che fosse stato lui?!”

Non ripeterei "quel".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

che i nostri cuori disperati di fossero sfiorati, maledicendo in un pensiero corale quel mondo, che poco prima avevamo chiamato traditore. Invece non esisteva niente di tutto questo, ed era tutta colpa di questa giornata nuvolosa che come tutte le altre dannate giornate velate di bianco mi dava sempre da pensare.

- Refuso per "si fossero sfiorati", mi pare.

- Non ripeterei "questo/a".

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

a di cosa intenda con quel così

Metterei "così" fra virgolette alte perché riporti la parola che ha pronunciato.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Ad un tratto rompo quel silenzio durato decisamente troppo:

«Non ho soldi, e poi stasera dimenticavo che viene mio padre a cena. Mi dispiace ma devo andare altrimenti non arrivo in tempo a casa.» Nella mia voce non c’è un filo di esitazione.

Giovanni ha intuito che sono intenzionato ad andarmene e non oppone resistenza

«Va bene, ti accompagno alla porta».

- Nuovamente una "d" eufonica.

- Ti ho segnalato forse l'unico caso in cui hai usato i due punti prima del dialogo, e poi di nuovo alla fine, invece, non li usi.

- Volendo puoi variare "andare".

 

Mi parte sia tutto... ciao e alla prossima!

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Ciao @AndC ti ringrazio per aver commentato positivamente la trama. Anche per me la parte che più entusiasmante è proprio il contrasto fra le  situazioni di vita quotidiana in cui si imbattono i due ragazzi e il modo con cui il protagonista si relaziona al mondo. Inizialmente riflessivo per poi diventare quasi cinico. Ancor di più però ti ringrazio per tutte le correzioni che mi hai fatto, quelle sono state senz’altro il regalo più bello. La mia idea era quella di mantenere l’aspetto un po’ ambiguo del racconto pur esprimendomi in maniera corretta e di semplice comprensione per chi legge, che credo sia poi l’obbiettivo di tutti 😁

Ti ringrazio ancora per il tempo che hai dedicato alla lettura e alla correzione, e spero di poter ricambiare a mia volta con un commento ad un tuo testo! 
A risentirci! 👋💪🏽

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Il 3/11/2019 alle 15:12, AndC ha scritto:

Di fronte a questo refuso "ero mi sento", mi son chiesto se tutto l'alternarsi dei tempi del racconto non sia derivato da una tua trasposizione dello stesso... nel senso che lo avevi scritto prima tutto al passato e poi hai virato al presente o viceversa? E allora ti è venuto fuori questo strano miscuglio?

@AndC Hai visto bene, prima era al passato e poi l'ho messo al presente... o per lo meno questo è quello che ne è venuto fuori. :S

 

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Ciao @Ariadne complimenti per il racconto.

Io penso di essere proprio l'ultimo che può farti correzioni ma ci proverò ugualmente.

Il racconto è interessante, piacevole l'idea di fondo e persino l'ambientazione. Pochi personaggi, e questo è un pregio in un testo di questo genere.

Mi è mancata un po’ la scorrevolezza, il testo tende a diventare ampolloso in alcune fasi, soprattutto nei dialoghi della seconda parte dove spesso inserisci parti a mio parere superflue e lievemente meccaniche. I dialoghi sono complicati, ne so qualcosa. Però snelliti a dovere e resi più fluidi da un tono più realistico tra due ragazzi adolescenti ne esce fuori sicuramente un bel lavoro. Cambierei l’ingresso della madre, quello che dice suona artificiale, eliminerei anche alcune descrizioni interne ai dialoghi rendendoli più incolonnati dopo averli opportunamente snelliti.

Per il resto a parte i cambi passato- presente che non  mi hanno fatto impazzire il testo mi piace, il personaggio principale mi ricorda un po’ me e i miei interrogativi e la voglia di parlare con tutti anche alla fermata del pullman. Sinceramente ho invidiato alcune tue descrizioni, sono scritte molto bene e con la giusta fluidità.

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

si spenge fra le mie dita

Non so se è italiano forbito o un refuso, nel secondo caso cambialo.

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

senz’altro accendersi una sigaretta e inspirarne profondamente il fumo cancerogeno pregustando orgogliosi la nostra fine, perché tanto anche noi anche noi non saremo che cenere.

Mi piace, bravo.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

la noia aveva annebbiato la percezione della realtà e anche la vista ne era come addormentata.

Che invidia, non sarei riuscito a mettere insieme queste parole, bravo anche qui.

 

Il 1/11/2019 alle 19:09, Ariadne ha scritto:

Senza scrupoli, per intendersi, come se quella gli fosse dovuta

Qui avrei scritto: "Senza scrupoli, per intendersi, come se gli fosse dovuta". "Quella" non mi piace.

 

I personaggi li avrei sviluppati un pochino di più, mi sono parsi un po' piatti, ma nel complesso bene. La storia è carina, divertente e con un finale interessante, dialoghi bene ma devi adattarli meglio all'età, hai un'ottima capacità descrittiva, una buona prosa generale e non vedo l'ora di leggere qualcos'altro di tuo. Per me è un sì deciso. (y)

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Ciao Ariadne, ho letto il tuo racconto che dividerei in due parti: la prima ha come protagonista un giovane, Niccolò personaggio ben tratteggiato rassegnato a essere vinto dall'incompiutezza della sua stessa esistenza.  Mentre attende alla fermata dell'autobus al  suo fianco compare un uomo più anziano che inizia con lui una conversazione  dove narra del suo tragico momento : un divorzio, il dolore di non potere vedere la figlia, la perdita del lavoro. Quando arriva l'autobus Niccolò scopre che l'uomo non ha il biglietto e trasportato da una vicinanza emotiva gli offre un biglietto. L'uomo appare riluttante poi accetta chiedendo perfino una sigaretta. I due si salutano e le loro strade si dividono. Nella seconda parte il ragazzo arriva finalmente a destinazione . Va a trovare un amico depresso e senza forze che lo implora di sorvegliare la sua ex fidanzata, che sospetta lo abbia lasciato per un altro. A tanta pena d'amore seppur a malincuore Niccolò cede e per celebrare l'accordo che mette quell'anima più tranquilla decidono di andare in un ristorante. Niccolò si avvede che gli hanno rubato il portafoglio e quindi salta ogni possibile uscita. Ho trovato lo stile scorrevole, senza grossi intoppi, anche se spesso appare una distonia tra passato e presente. Ci sono dal punto di vista grammaticale ci sono verbi e errori di punteggiatura che meriterebbero un'accurata revisione del testo. Il mio giudizio si divide tra le due parti : nella prima trovo interessante e non banale l'incontro tra due anime sofferenti, nella seconda invece avrei dipinto di più la disillusione di una condivisione che scompare e fa tornare il mondo incomprensibile. La figura di Niccolò andrebbe ampliata e sarebbe interessante conoscere il motivo che lo ha reso sordo ed egoista pronto a dimezzare il dolore degli altri rispetto al suo.       

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