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Roberto Ballardini

Editor's crisis

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 commento

 

Editor’s crisis

 

 

Quando ha conosciuto la ragazza era un uomo fatto, anche se non avrebbe saputo dire di che cosa. L’unico ambito in cui si muoveva con una relativa disinvoltura era quello letterario, in cui operava e opera tutt’ora. Insegnava letteratura al liceo, all’epoca, e Aneta era una delle sue studentesse migliori. Lei aveva diciassette anni, e non è che lui non ci avesse provato, ma Aneta era troppo anarchica per uno come Carlos che di regole aveva sempre avuto bisogno. Ha sognato spesso una relazione romantica con lei, considerandola una giovane scrittrice in erba e figurandosela come una potenziale estimatrice delle sue opere, ma niente di tutto ciò si è realizzato. La ragazza, che ora ha ventidue anni, ha finito per tollerare la sua amicizia, anche se lo tratta con una certa superiorità e lo prende spesso per il culo. Si sono ritrovati casualmente nel corso di scrittura creativa che lui tiene alla Universitad Nacional.

«I versi sono troppo corti» le dice della sua ultima poesia, anche se lei non ha chiesto il suo parere. «Hanno indubbiamente un certo lirismo, ma sono ancora troppo legati alla prosa.»

«E chi lo stabilisce?» replica Aneta, succhiando la cannuccia nella lattina di Coca con un’evidente strafottenza.

La domanda crea al professore una vaga sensazione di disequilibrio. «Lo sai che ho una certa esperienza, e posso aiutarti a migliorare lo stile.»

«Ma di cosa cazzo stai parlando?»

«Hai talento, te lo giuro. Hai solo bisogno di qualcuno che ti aiuti a raffinarlo.»

«Non devi giurare su stronzate del genere.»

Lo sguardo affilato con cui Aneta accompagna la frase gli amputa le gambe all’altezza dell’inguine e Carlos avverte di colpo un dolore alla base del collo, come se la stesse guardando dal basso in alto.

«Non sono stronzate» obietta con un filo di voce, vagamente offeso.

«Invece sì. Ho scritto questa poesia per Alicia, la mia migliore amica, e a lei è piaciuta da morire. Non c’è altro da dire.»

«Ma l’hai pubblicata online. L'hai esposta al giudizio di tutti.»

«Sì, e allora? È divertente e ho avuto diversi commenti positivi.»

«Puoi averne molti di più, di quelli che contano, ma devi assumere il controllo della tua grande forza espressiva.»

La risata di Aneta lo stronca. Il cuore gli batte come un tamburo, sotto la t-shirt bianca a girocollo, il pullover a v e la giacchetta lisa con le toppe sui gomiti. La ragazza fila via sullo skateboard giù per l’avenida sbiancata dal sole, con il suo ombelico scoperto, la gioventù, il berrettino alla rovescia, i tatuaggi e la determinazione che Carlos desidera possedere più di ogni altra cosa al mondo.

«Ho pubblicato due romanzi e una silloge. Vorrà pur dire qualcosa, no?» le grida dietro, mentre i suoi amici sbucano dal nulla e le zigzagano accanto come uccelli.

Carlos è talmente turbato che si alza dal tavolo e si allontana senza nemmeno pagare il conto. Prima ancora che il cameriere riesca a raggiungerlo, attraversa la strada senza guardare e viene investito in pieno da una corriera. Paradossalmente una parte di sé prova sollievo, pensando che ora non dovrà più avere paura.

 

«Ora scrivono tutti. Tutti. E come se non bastasse, si leggono tra di loro snobbando i veri scrittori, quelli accreditati che si sono fatti un’esperienza lavorando duro, sudandosi una per una le buone parole dei loro maestri.»

Tra gesso e fasce, Carlos è imbozzolato nel gesso come una mummia.

«Sembri una mummia» conferma sua madre, seduta accanto al letto con un romanzo rosa da quattro soldi tra le mani.

«Non sono una mummia» vorrebbe gridare Carlos con le lacrime agli occhi, ma la voce gli esce in un sussurro rauco che ricorda il Frankenstein di Boris Karloff.

«Veda di non agitarsi» lo ammonisce l’infermiera dal culo grosso. Non sembra tipo da poter comprendere sofferenze che, nello specifico, esulino dall’ambito ortopedico.

«Come faccio?» insiste Carlos. «Scrivono tutti come cazzo gli pare.»

«Moderi il linguaggio. Dove crede d’essere, a casa sua? Qui sta in un luogo pubblico, a spese del contribuente, quindi veda di darsi un contegno. Ci siamo capiti?»

Carlos si acquieta di colpo. Le donne autoritarie, come sua madre, gli incutono da sempre un timore reverenziale. Il magone che gli è salito in gola si ripiega su sé stesso, all’interno, spingendo fuori un ultimo sussulto di pianto che trabocca e viene assorbito dal collare.

«Che differenza fa?» osserva mogio, col morale azzerato dall’amarezza. «Pubblico, privato…Non c’è più distinzione.»   

«Non so di cosa stia parlando.»

La donna sembra impietosirsi e Carlos ne approfitta. «Glielo spiego, se vuole.»

«Non si disturbi. Io non ho mica tempo da perdere, eh.»

Per un momento, Carlos teme che terminerà la frase con un lapidario come lei, invece la donna gli gira le spalle ed esce dalla camera, dimenticandosi all’istante di lui.

Carlos guarda sua madre, che tiene il libro con entrambe le mani appoggiato sul ventre, assorta nella lettura.

Sospira. Non leggere quella merda, vorrebbe dirle, ma non osa.

Quando mai.

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3 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

Ha sognato spesso una relazione romantica con lei (..) ma niente si è realizzato

meglio Avea sognato e si era realizzato, perché poi l'azione si sposta al tempo presente

 

3 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

sotto la t-shirt bianca a girocollo, il pullover a v e la giacchetta lisa con le toppe sui gomiti

un abbigliamento fantozziano per un ex professore di liceo diventato docente universitario

 

3 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

Carlos è talmente turbato che si alza dal tavolo e si allontana senza nemmeno pagare il cont

quindi il dialogo si svolge in un ristorante, forse all'aperto, visto che la ragazza fila via in skate lungo l'avenida. tuttavia dal contesto sembrava che i due fossero in un'aula universitaria

 

3 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

Paradossalmente una parte di sé prova sollievo, pensando che ora non dovrà più avere paura.

paura di cosa?

 

3 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

 

«Ora scrivono tutti. Tutti. E come se non bastasse, si leggono tra di loro snobbando i veri scrittori, quelli accreditati che si sono fatti un’esperienza lavorando duro, sudandosi una per una le buone parole dei loro maestri.»

chi lo dice?

 

3 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

«Moderi il linguaggio. Dove crede d’essere, a casa sua? Qui sta in un luogo pubblico, a spese del contribuente, quindi veda di darsi un contegno. Ci siamo capiti?»

Carlos si acquieta di colpo

quindi Carlos può parlare o no? perché a sua madre non riesce a replicare, se non con un sussurro rauco, invece con l'infermiera interloquisce in maniera fluida

 

3 ore fa, Roberto Ballardini ha scritto:

Sospira. Non leggere quella merda, vorrebbe dirle, ma non osa.

avrà anche pubblicato due romanzi e una silloge, ma questo prof, oltre a essere succube delle donne autoritarie, sembra anche un gran trombone pieno di pregiudizi

 

il tuo testo, @Roberto Ballardini, non fa scattre empatia con il personaggio principale: non suscita simpatia, semmai antipatia e appare come un frustrato e un represso. Aneta e l'infemiera invece sono tratteggiate bene, con pochi tratti decisivi: lei è una specie di Lolita che neanche ci prova a fingere di flirtare con Humbert Humbert/Carlos, l'infermiera una donna pratica che sa mettere a posto i pazienti (e forse anche i medici) con poche parole

 

il problema maggiore, a parer mio, è il quid del racconto, la sua reason why: è la tragedia di un uomo ridicolo? cosa ci comunica il testo, al di là di poche superficiali impressioni?

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10 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

meglio Avea sognato e si era realizzato, perché poi l'azione si sposta al tempo presente

Sono passati cinque anni. C'è una regola che stabilisce che per un lasso temporale di questa durata debba essere usato il trapassato invece che il passato prossimo? Sinceramente a me tutti gli era e gli aveva piacciono molto poco e credo sia anche per questo, tra gli altri motivi, che scrivo al presente.

14 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

un abbigliamento fantozziano per un ex professore di liceo diventato docente universitario

sì, come succede spesso avevo in mente alcune figure cinematografiche, ma non italiane, ovviamente, dato che film di casa nostra ne ho visti davvero pochi.

15 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

quindi il dialogo si svolge in un ristorante, forse all'aperto, visto che la ragazza fila via in skate lungo l'avenida. tuttavia dal contesto sembrava che i due fossero in un'aula universitaria

Non capisco da cosa lo evinci. Non mi pare di aver fornito indicazioni al riguardo, ma potrei sempre sbagliarmi. Per oggi l'ho riletto abbastanza, ahahah.:bandiera:

17 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

paura di cosa?

Be', io un'idea ce l'ho ovviamente, ma non è strettamente necessario, a mio avviso, rivelarla. Che ognuno ne dia la sua interpretazione, Di sicuro spiegarlo nel testo sarebbe stato poco ortodosso.

21 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

chi lo dice?

Secondo me di sicuro non la mamma e nemmeno l'infermiera, però è giusto eliminare l'attimo di incertezza e quindi magari aggiungere una specifica (y)

24 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

quindi Carlos può parlare o no? perché a sua madre non riesce a replicare, se non con un sussurro rauco, invece con l'infermiera interloquisce in maniera fluida

Tutto il racconto è di tono sarcastico e secondo me giustifica l'aver enfatizzato certe espressioni come sussurro rauco, ma posso modificarlo per evitare equivoci(y)

28 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

avrà anche pubblicato due romanzi e una silloge, ma questo prof, oltre a essere succube delle donne autoritarie, sembra anche un gran trombone pieno di pregiudizi

  nessuno è perfetto. :P Ma non volevo farne un modello di virtù, semmai un ricettacolo di petulanza e saccenza.

30 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

non fa scattre empatia con il personaggio principale: non suscita simpatia, semmai antipatia e appare come un frustrato e un represso.

Il mondo è bello perché è vario. I miei protagonisti non sono sempre degli esempi di simpatia, anzi quasi mai. ma in questo caso specifico non è tanto la storia raccontata che conta (quale storia, poi? Ci sono due fatti in croce) ma fare di un personaggio (petulante, saccente, poco simpatico, prevenuto quanto ti pare) il capro espiatorio di un certo modo di intendere l'arte di scrivere. Che poi il racconto possa piacere o meno è tutto un altro discorso, eh. Per carità.:D

36 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

lei è una specie di Lolita

Non mi pare proprio. Solo perché è giovane? il termine Lolita indica tutt'altro secondo me, ma è giusto che ognuno ci veda quello che vuole:)

37 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

l'infermiera una donna pratica che sa mettere a posto i pazienti

Non darei troppo peso ai personaggi, in questo caso. Sono in tutto 4600 battute e qualcosa, spazi inclusi. Se fosse un disegno sarebbe uno schizzo a matita, ok? Tanto per intenderci.

39 minuti fa, Max Friedmon ha scritto:

il problema maggiore, a parer mio, è il quid del racconto, la sua reason why: è la tragedia di un uomo ridicolo? cosa ci comunica il testo, al di là di poche superficiali impressioni?

Oddio, se dovessi pormi questo problema ogni volta che scrivo un racconto probabilmente finirei ad ascoltare le prediche di Carlos, non credi? Dai, è una cosina leggera. Non stiamo sempre a fare gli scrittori con la S maiuscola. Io mi sono divertito a scriverlo, speriamo di trovare qualcuno che si diverta a leggerlo, ma questo io non posso certo programmarlo.

Ciao, @Max Friedmon grazie per il passaggio.:super:

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