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Cerusico

Tutto quel buio

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commento

 

Tutto quel buio

 

Conserva due sensazioni materiche della notte dopo il Disastro: non aveva mai sentito così netta, nel petto, la lacerazione indotta dalla perdita, e le fu chiaro, senza apparente ragione e senza possibilità di smentita, che nel grembo portava il figlio dell’uomo che aveva seppellito.

 

Dalle pareti, dai comodini, dal tavolino in soggiorno sono sparite le foto di Guido: Guido che mostra la medaglia, Guido con la cuffia, Guido col braccio che mulina e fende l’acqua, Guido che sorride, Guido che la abbraccia, ride, nuota, la bacia, ride, ride, ride e lei non sopporta di vederlo ridere per casa, di vederlo esultare per una vittoria ormai priva di senso, proprio non ne ha, lei è senza di lui ma allo stesso tempo ha un bimbo che le ricorda ogni giorno chi era Guido, glielo ricorda mentre lei vorrebbe dimenticare, dimenticare tutto, dimenticare Guido, e se ci fosse un sistema, qualsiasi sistema, vorrebbe dimenticare anche se stessa, dormire per ingannare la realtà e indurla a fare a meno di lei, per tutto il resto del tempo, dormire per tutto il resto del tempo.

 

Non dorme in camera da letto dalla prima notte dopo il Disastro, passa la serata in soggiorno, davanti alla tv. La sera diventa notte senza che lei abbia modo di sganciarsi da se stessa, chiude gli occhi e la mente si apre, esplora abissi da cui vuole tenersi distante, ed è allora che ingurgita due pillole, neanche sa più di cosa si tratti, il ricordo è sfumato e cominciano a essere sfumate anche le voci provenienti dal televisore, quella di Guido però no, la sente ancora nelle orecchie, la sente, anche mentre le pillole fanno effetto, chiude gli occhi, la voce di lui nelle orecchie, e le sembra di muoversi, di camminare senza sfiorare il pavimento, di raggiungere un luogo in cui può ancora toccare Guido, può sentire la sua voce da vicino, da così vicino.

 

Non si sveglia fino al primo mattino. Alessandro non piange, quando va in camera lo trova sorridente, le braccia protese per farsi prendere, desideroso di diventare parte del mondo. Lo fa mangiare, il bambino gongola nella stretta materna, sbrodola appena un po’, lei vorrebbe piangere ma si trattiene, poi lo rimette nel box e va in bagno, una nausea nervosa, vomita, sa che non va bene ma la consapevolezza non basta, non sa che fare, non vuole parlarne a nessuno, magari le toglierebbero anche le pillole, le direbbero di fare esami e lei non vuole, non ora, non più.

Controlla l’applicazione con cui tiene traccia del sonno. Ha iniziato ad avere paura, paura di sé durante il sonno, di notte le sembra di allontanarsi così tanto da sé che a volte crede di poter smarrire la strada del ritorno, una notte senza stelle la inghiottirebbe senza restituirla più, e lei lo desidera, lo desidera al punto di temerlo, è ossessionata dalla possibilità che non si svegli più o che si svegli chissà dove, e allora controlla, controlla ogni suono che emette. Stanotte ne ha emessi tanti, lo vede dal grafico, dalle onde, dal resoconto che indica un sonno agitato.

Sposta il cursore sui primi rumori, preme play, si sente un fruscio costante, una base, come se lo spazio emettesse un rumore preciso, sibilante; qualcosa sbatte, forse una finestra, uno scricchiolio della struttura, o semplicemente la notte, perché il buio ha una sua base ritmica, e non corrisponde a quella della luce. Alessandro, un verso del bambino, il telefono ha registrato i suoni del baby monitor, un fruscio, un respiro pesante, il respiro di lei che dorme grazie alle pillole, il respiro cresce, cresce anche il fruscio, un lieve scatto, un cane che abbaia sulle note di una canzoncina infantile, poi si sente una voce distorta, una voce che sembra un tessuto bucherellato, pronuncia parole inintelligibili, e il suono sembra così vicino, così vicino che potrebbe afferrarlo, il suono, e farlo diventare materia, spalmarselo addosso, ingurgitarlo e poi vomitarlo, vomitare ancora, invece continua ad ascoltare, il bambino ride, è divertito, un fruscio, un altro scatto, come di serratura, e i rumori registrati finiscono, torna il respiro di lei che dorme, le pillole, l’attesa del mattino, lo schermo del telefono si spegne e le restituisce il riflesso del suo volto scavato, le borse sotto gli occhi, la bocca aperta, un’espressione di confusione che fa presto a diventare paura.

 

Cena presto, consuma un pasto leggero, Alessandro gioca con la poltrona giocattolo che sembra un cagnolino, con la mano preme un pulsante, la musica della notte, un cane allegro abbaia e Alessandro ride, cerca la mamma, lei rifugge gli occhi di Guido che non sono incastrati nel volto di Guido, porta il bambino in camera e manda giù due pillole per addormentarsi il prima possibile, per sfuggire a tutto quel buio.

 

Sente una musica, le note ossessive della canzone infantile che ha ancora nelle orecchie, fin dalla mattina, da quando l’ha sentita nelle registrazioni sul telefono. Si diffonde come in stereofonia, dall’altoparlante del baby monitor poggiato sul tavolino invaso da piatti di plastica e bicchieri rovesciati, ma stavolta è diverso, è ancora notte, il suono non è una registrazione, proviene dalla stanza da letto, accompagnato dai mugolii divertiti di Alessandro, da una voce adulta, graffiata, che sembra di un altro mondo, sembra che da un altro mondo stia provando a comunicare con questo.

 

Si sveglia, si sveglia davvero, il cagnolino giocattolo abbaia. Si accorge solo in quell’istante di essere in piedi, come se non potesse disporre di percezioni sensoriali prima che gli occhi si aprano. La musica non proviene dal baby monitor, è lì, ce l’ha di fronte, nel box, il bambino se ne sta a braccia protese, sempre, sempre protese, in attesa di lei, e lei non ce la fa più a vederlo così, a guardarlo vivere e muoversi e volerla, a guardarlo avere bisogno di lei, non fa in tempo nemmeno a pensare che non dovrebbe trovarsi lì, non ricorda di esserci arrivata, quella consapevolezza silente le fa cacciare un urlo isterico, il bambino la guarda e il viso gli si contrae, gli occhi si incurvano, la fronte si ridisegna e, quando la canzone finisce, inizia a piangere.

Lei torna in soggiorno e afferra il cellulare, ringrazia il dio in cui ha smesso di credere per aver avviato l’applicazione, non ricorda quando, torna indietro di qualche minuto e sente tutto, sente i movimenti, la voce, si lacera il velo che ha usato per rapportarsi col mondo fin dal giorno del Disastro, il velo che l’ha protetta dal buio, da tutto quel buio che cerca di entrare, che alla fine è riuscito a entrare. Nella registrazione si sentono i rumori del suo riposo inquieto, una sofferenza sommessa che si manifesta attraverso fruscii di lenzuola e lamenti, si interrompono quando si alza, lo capisce perché sente un rumore attutito che conosce bene, il telecomando che scivola e cade sul tappeto, e poi i passi, i talloni sul pavimento freddo, passi nervosi che si allontanano. Viene invasa dal terrore di assistere a qualcosa che non dovrebbe conoscere, nessuno dovrebbe sapere cosa fa nel sonno, il sonno è l’assenza dell’io razionale, l’abbandono di sé, lei invece è lì, testimone della sua stessa coscienza che percorre il corridoio, entra nella camera da letto e lei lo sa, lo sa perché il telefono ha registrato i suoni del baby monitor, sibilanti passi di piedi nudi, un verso allegro di bambino e poi la sua voce, Smettila, Alessandro sorride, le sembra di vederlo mentre si porta la manina alla bocca, ride e lei gli dice Smettila di tormentarmi, smettila, smettila, smettila!, lo dice al bambino che ride, ride ancora, si sente un colpo, lei sobbalza ma poi parte la canzoncina, la solita canzoncina. Non lo ha toccato, non gli ha fatto pagare la colpa di avere nel suo stesso respiro l’essenza di Guido, Guido che ha smesso di nuotare, gli occhi di Guido che ora sono di Alessandro, gli occhi che hanno visto arrivare l’auto contromano, troppo vicina, troppo vicina, il Disastro, non ha potuto neanche provare a sterzare, andava così veloce ed era così tanto vicina, l’attimo del Disastro, chi ce l’aveva il tempo, ha potuto solo protendersi su di lei, un gesto istintivo, un corpo che sceglie di proteggere e non proteggersi, un atto conclusivo che delinea una vita intera.

Le è morto in grembo, lo vede ora, le sembra di risvegliarsi ancora una volta, di farlo con un dolore insopportabile alle tempie, col cranio fracassato di Guido poggiato sulle sue gambe, nella posizione di molte serate in cui lo ha tenuto tra le braccia, e da allora ha iniziato a piangere, poi ha messo un velo che nessuno può vedere, ha scelto di non guardare più nel buio, il buio di quella sera, il buio da cui è emerso Alessandro, e ci pensa mentre si avvicina al box, interrompe la registrazione, fa partire tutti i giochi musicali, la giostra-carillon, Alessandro la guarda, gli occhi ancora umidi del pianto, lei non lo sa, non sa cos’ha in faccia, quale sia la sua espressione, in mano stringe le forbici, le stesse che ha usato per i ritagli dei giornali, quelli in cui Guido nuotava, Guido esultava sul podio, Guido mostrava la medaglia, Guido con gli occhi che lei continua a vedere tutti i giorni, i ritagli finiti in un cassetto chiuso a chiave, assieme alle foto. Gli occhi di Alessandro la perseguitano, sorridenti, vivi, occhi zombi, e lei non ce la fa più, non ce la fa proprio, gli si mette di fronte e sa che è giunto il momento di farla finita.

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Un racconto straordinario sul dramma di esistere: condensi nel tuo ritmo serrato e in un italiano impeccabile tutte le domande furiose a cui non è dato rispondere. Il dolore, la casualità, la tragedia della morte, lo sfacelo riservato ai nostri corpi. A me piace leggere racconti dove trovo l'universale nel particolare: e qui ci sono tutti i giovani che muoiono in mezzo alla strada, e quelli morti nelle guerre, e l'orrore "materico" (per usare un tuo aggettivo) del corpo che si apre, e l'impossibilità di dimenticare, e la solitudine in cui chi soffre così tanto non dovrebbe stare, e anche la bellezza della vita negli occhi di in bambino, e il fatto, inaccettabile per le nostre menti e i nostri cuori, che chi salutiamo al mattino possiamo non incontrarlo mai più. Anche se si crede in Dio, rimangono l'ingiustizia, il dolore che non ha ristoro, il vuoto che non si colma, l'orrore per la vita che continua a scorrere, limpida. @libero_s, che sa tutto di tutti i generi, scrive che è un horror: se l'avessi saputo prima non ti avrei letto, perché gli horror mi turbano di un turbamento che non mi piace. La lacerazione che il tuo racconto produce è dolore puro: umana però, non aliena.

Poco fa si parlava con @Fourby79, nella sua bella presentazione, di Dostoevskij e del discorso che Ivan Karamazov fa al fratello monaco Alëša, quello in cui Ivan a un certo punto dice: "C'è forse un essere in tutto il mondo che potrebbe o avrebbe il diritto di perdonare? Non voglio l'armonia, è per amore dell'umanità che non la voglio. Preferisco rimanere con le sofferenze non vendicate. Preferisco rimanere con le mie sofferenze non vendicate e nella mia indignazione insoddisfatta, anche se non dovessi avere ragione. Hanno fissato un prezzo troppo alto per l'armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d'entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alëša, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto".

Ti ho scritto il brano (anzi, sotto ti lascio il link a tutto il luogo in questione) perché, se per caso non lo conosci già, potrebbe interessarti. Un saluto e grazie, @Cerusico.


http://www.filosofico.net/Antologia_file/AntologiaD/Dostoevskij_02.htm

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E' un brano toccante. Riesci a far entrare il lettore  in modo così efficace nell'ossessione di lei che, quando afferra le forbici non riesci a convocare con grande convinzione la tua parte più razionale, quella che dovrebbe spingerti a dire: non farlo. 

Ora però vorrei leggere il seguito. 

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@Cerusico  ciao, 

 

Un testo scritto con una fluidità accattivante. Il racconto di un'erosione interiore, di un crollo nervoso. 

Flusso ma non monologo interiore, osserviamo lei, i suoi pensieri, attraverso la voce narrante. Molto efficace l'uso della punteggiatura, le virgole, che accumulano dettagli, modulando un ritmo dinamico anche in momenti statici del racconto. Succede quando si sa dove si vuole andare. Quindi, bene il controllo del testo. Direi che è l'elemento forte del racconto, quasi musicale la modulazione delle sfumature che si sovrappongono. Il testo accumula energia sottotraccia, forte del suo ritmo. Ho notato che tutto il lavoro introspettivo rimanda continuamente a riferimenti sensoriali: accompagna il deambulare nella casa, gli sguardi del bambino e i pensieri che innesca. Senza mai evadere completamente dall'azione. Scomponendolo, questo è il meccanismo ritmico del testo. Sequenze di frasi ben legate e il rimbalzo veloce tra immagini e suggestioni.

Andando oltre, non si compie lo strappo verso una dimensione pienamente onirica del racconto. Scelta voluta, ovvio. L'aspetto introspettivo non si libera mai dell'ancora al reale, pur alludendo continuamente a questa possibilità. Altro punto di forza, perché apre continuamente a una possibilità che rimane però solo potenziale; ma è sufficiente a innescare quest'idea nel lettore. Lasciando quell'argine sarebbe stato un altro racconto.

Il racconto ha un'estensione temporale almeno di diversi mesi: all'inizio il bambino è nel grembo, poi nel box, anche con una certa capacità di movimento. Questi riferimenti danno l'idea dell'arco in cui si svolge la vicenda. C'è uno scarto quando lei inizia a confondere la veglia con il sonno, si arriva a questa condizione in modo fluido. La narrazione è ricettiva, passiva; non spiega i fatti. Scelta stilistica, e funziona così. Di seguito la fine sul baratro allude a una conclusione drammatica. Forse l'allusione agli "occhi zombi" apre a una dimensione horror, fino a quel momento assente, perché l'angoscia aveva trovato una legittimazione tutta psicologica. Forse è un dettaglio non necessario, ma è una valutazione personale, perché nulla esclude un finale che strizzi l'occhio a una virata del genere.

Concludendo ho trovato una bella scrittura. La domanda è se in un testo più lungo questo far scivolare i fatti richieda qualche artificio narrativo maggiore. Il lettore ha bisogno di pensare un'evoluzione nel testo e proseguendo su questo registro rischi un calo di attenzione.

Ovviamente è una considerazione ipotetica perché qui il testo funziona perfettamente.

Però se non smontiamo i testi in officina? :P

Alla prossima.

 

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Il 1/11/2019 alle 15:50, libero_s ha scritto:

E bravo @Cerusico. Bello quest'horror in cui i fantasmi sono interiori, del resto sono i più terribili.

 

Ciao, @libero_s, e grazie della lettura, innanzitutto.

 

Ne approfitto per fare qualche considerazione che attiene anche ad altri commenti.

 

La storia nasce da uno spunto horror. Ho letto online l'esperienza (vera o falsa che sia) di una persona che mi ha suggestionato, e che ha dato il via alla costruzione di questo testo. Tuttavia, man mano che mi addentravo nella narrazione, lo spunto iniziale è diventato sempre più marginale, trasformandosi in un mezzo per diventare altro. Credo che si tratti di una storia drammatica che gioca sull'interiorità, molto più che sulla volontà di generare paura. Quindi comprendo che @Ippolita2018 non la consideri una storia horror, ma un dramma molto umano e - bontà sua - universale.

 

Il 1/11/2019 alle 20:52, Ippolita2018 ha scritto:

Il dolore, la casualità, la tragedia della morte, lo sfacelo riservato ai nostri corpi.

 

Mi colpisce molto che tu individui questi elementi nel testo, @Ippolita2018. In particolare, a colpirmi è l'ultimo aspetto. Confesso che è una mia personale ossessione, e che da tempo ragiono su un modo per sfruttarla in ambito narrativo. Modo che non ho ancora trovato.

 

Il 1/11/2019 alle 20:52, Ippolita2018 ha scritto:

La lacerazione che il tuo racconto produce è dolore puro: umana però, non aliena.

 

Rispondevo poco sopra a Libero, a tal proposito, dicendo che nelle mie intenzioni non si tratta di un horror, nonostante partisse da uno spunto che avrebbe potuto ben adattarsi (e che poi è diventato invece del tutto marginale).

 

Grazie per la lettura e per l'approfondimento, che ho letto con interesse.

 

Il 1/11/2019 alle 21:11, Fourby79 ha scritto:

Riesci a far entrare il lettore  in modo così efficace nell'ossessione di lei che, quando afferra le forbici non riesci a convocare con grande convinzione la tua parte più razionale, quella che dovrebbe spingerti a dire: non farlo. 

 

Ciao @Fourby79, e benvenuta. Dici una cosa che mi fa molto piacere. Se sei arrivata a leggere quel punto senza provare un'avversione netta, vuole dire che l'immersione ha funzionato e che non ti sei distaccata dal punto di vista del personaggio nemmeno nel momento più drammatico. Lo ritengo un ottimo risultato.

 

Il 1/11/2019 alle 21:11, Fourby79 ha scritto:

Ora però vorrei leggere il seguito. 

 

Non ho pensato che potesse averne. Inoltre, e qui inizio a introdurre la risposta ad @Anglares, ritengo che per via della scelta stilistica sia quasi impossibile pretendere dal lettore un livello di attenzione adeguato per un numero più alto di pagine. Troppo serrato, troppo secco. Questo penso adesso, poi chissà.

 

18 ore fa, Anglares ha scritto:

Ho notato che tutto il lavoro introspettivo rimanda continuamente a riferimenti sensoriali

 

Ciao, @Anglares. Vero: conto sempre molto sulle percezioni sensoriali, o almeno ci provo. Mi rendo conto di quanto rappresentino, per me, una geografia dei sentimenti e dei ricordi. Credo di poter associare gran parte degli episodi più significativi della mia vita a odori o suoni, e forse proprio per questo ricorrono nei miei testi.

 

18 ore fa, Anglares ha scritto:

Forse l'allusione agli "occhi zombi" apre a una dimensione horror, fino a quel momento assente, perché l'angoscia aveva trovato una legittimazione tutta psicologica. Forse è un dettaglio non necessario, ma è una valutazione personale, perché nulla esclude un finale che strizzi l'occhio a una virata del genere.

 

Ho aggiunto "occhi zombi" nell'ultima revisione, pochi minuti prima di pubblicare il racconto. Avverto una dissonanza, quando lo rileggo, come se si trattasse di un termine avulso dal racconto. La mia intenzione non era quella di suggerire una svolta horror, ma voleva invece essere l'ultimo modo per rimarcare l'ossessione della protagonista rispetto a quegli occhi, nei quali continua a vedere gli occhi del compagno perduto. Gli occhi di un morto in un corpo vivo. Da lì quell'ultimo "occhi zombi".

Rifletterò se eliminarlo, perché non vorrei dare spazio a interpretazioni sul finale diverse da quelle che sono le mie intenzioni.

 

18 ore fa, Anglares ha scritto:

La domanda è se in un testo più lungo questo far scivolare i fatti richieda qualche artificio narrativo maggiore.

 

Lo dicevo poco su, e al momento tendo a pensare di no, che non sia possibile estendere su più pagine uno stile di scrittura come questo. Per come la vedo adesso, credo che potrebbe adattarsi a una specifica voce, a un punto di vista, quindi a una parte di una narrazione più lunga, ma non l'unica voce, non l'unico sostegno all'intero impianto.

 

Grazie per l'attenta lettura, @Anglares.

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Il 4/11/2019 alle 15:48, Cerusico ha scritto:

Mi colpisce molto che tu individui questi elementi nel testo, @Ippolita2018. In particolare, a colpirmi è l'ultimo aspetto.

Li ho individuati con chiarezza, @Cerusico, perché condivido l'ossessione. Quando, quattordicenne, vidi la bara di un mio amico fraterno, compagno di classe dalle elementari al maggio in cui morì ― la fine del nostro quarto ginnasio ―, entrare in un loculo al piano alto di quei palazzetti sorti apposta per contenere i nostri corpi perché la terra non basta più, e vidi l'addetto sigillare la lastra di marmo a chiudere quel buco, pensai che la vita sarebbe stata più lieve se il corpo fosse evaporato, o scomparso in qualche modo, lasciandoci il dolore ma portando via con sé almeno la mostruosità del disfacimento. Siamo come le rose, come i bruchi e i criceti: ciò che è vivo e pulsante è destinato alla putrefazione. In alternativa alla sepoltura c'è la cremazione: anche lì però vi è un aspetto per niente bello. Le bare sono accatastate a decine, una sull'altra, in grandi magazzini, in attesa (anche settimane) che arrivi il giorno stabilito: non c'è lo spazio nei forni né il tempo di concludere dopo il funerale. Cosa è peggio? Non saprei. Però, quando vado al cimitero, le tombe in terra un po' di pace riescono a darmela, se penso ai fiori tra l'erba e al cielo azzurro e non a cosa nasconde il terreno. In fondo rimane sensato quello che Monica, la madre di Sant'Agostino, chiede ai figli prima di morire: seppellitemi dove vi pare, non vi date pena del mio corpo, basta che mi ricordiate presso l'altare.

Sfiori un altro aspetto, nel tuo racconto, la cui drammaticità è difficile da esprimere. Quando descrivi velocemente cosa accade al corpo dell'uomo dopo l'incidente, ho pensato agli atroci eventi dei massi lanciati dai cavalcavia, all'uomo che, mentre guidava, vide accanto a sé la moglie accasciarsi col cranio sfondato da un masso lasciato cadere dall'alto da ragazzi annoiati. Ma qui entriamo in un altro campo: fermiamoci. Ci tenevo invece a sottolineare una frase del mio commento che, in seguito, mi è sembrata inesatta. Scrivo: "La lacerazione che il tuo racconto produce è dolore puro: umana però, non aliena". Riflettendoci, ho pensato che anche l'angoscia prodotta dal genere horror è umana, in quanto prodotta dall'uomo. Diciamo che la vita nasconde (neppure troppo bene) aspetti con cui non vorremmo avere niente a che fare.
Riguardo a quello che scrivi sugli occhi zombi,

Il 4/11/2019 alle 15:48, Cerusico ha scritto:

Ho aggiunto "occhi zombi" nell'ultima revisione, pochi minuti prima di pubblicare il racconto. Avverto una dissonanza, quando lo rileggo, come se si trattasse di un termine avulso dal racconto

ho avuto la tua identica impressione di estraneità (anche Anglares, mi pare).
Nel commento non mi sono soffermata sulla sorte del bambino (e quindi su un altro dei drammi in cui siamo immersi, il dolore degli innocenti) perché il monologo di Ivan Karamazov nella sua parte iniziale parla proprio di questo.

 

Il 4/11/2019 alle 15:48, Cerusico ha scritto:

Confesso che è una mia personale ossessione, e che da tempo ragiono su un modo per sfruttarla in ambito narrativo. Modo che non ho ancora trovato.

Ti capisco perfettamente e sono certa che ci riuscirai. Mi viene in mente un caso recente (in tutt'altro ambito e non artistico in senso stretto; ma sempre di ossessione si tratta) che mi ha colpito moltissimo e di cui parlai proprio qui nel forum tempo fa:

https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/38713-il-magico-potere-del-riordino-di-marie-kondo/

 

Grazie per la tua attenzione, e un saluto.

 

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@Cerusico

 

Ciao Cer!

 

Molto bello, molto bravo! (y)

 

Mi si piaciuto e ben scritto, la storia per me ansiogena monta alla grande.

 

Ti lascio solo complimenti senza dilungarmi oltre, a parte...

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Conserva due sensazioni materiche della notte dopo il Disastro: non aveva mai sentito così netta, nel petto, la lacerazione indotta dalla perdita, e le fu chiaro, senza apparente ragione e senza possibilità di smentita, che nel grembo portava il figlio dell’uomo che aveva seppellito.

Ho davvero apprezzato moltissimo il tuo racconto almeno quanto ho - posso dirlo? - "detestato"  il suo incipit. Perdonami, gusti personali, però. Tutto il resto è praticamente perfetto... l'incipit l'ho riletto dieci volte: spiazza troppo, secondo me...

In generale non sono convintissimo della tua scelta di lasciare anonima (senza nome personale) la protagonista, ma può avere senso nel tutto. Incominciare però così, senza soggetto che si capisce essere femminile solo a "le fu chiaro" è secondo me spaesante perché me lo sono chiesto più volte: chi è che conserva?

Al di là di questo che comunque non è realmente fondamentale, l'uso dei tempi mi ha davvero frastornato ed è qui che ho letto e riletto... è grammaticalmente giusto, non è sbagliato... ma mi sono chiesto più volte: siamo nel presente o nel passato?

Secondo me sopratutto il passato remoto tende a fissare l'azione in un determinato tempo... "le fu chiaro" mi porta direttamente dentro quella notte, non solo nel suo ricordo che sopravvive nel presente... non so se mi sono spiegato... forse suggerirei un "le era stato chiaro", ossia di mantenere il trapassato come per "non aveva mai sentito", certo poi forse cozzerebbe con il "portava il figlio"... 

Vabbeh, non so, ma questo incipit non mi ha personalmente convinto... scusami.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

controlla ogni suono che emette. Stanotte ne ha emessi tanti, lo vede dal grafico, dalle onde, dal resoconto che indica un sonno agitato.

Sposta il cursore sui primi rumori, preme play, si sente un fruscio costante, una base, come se lo spazio emettesse un rumore preciso, sibilan

Ok, lo stile è a flusso di coscienza, perfetto in questo e niente da ridire su tutte le ripetizioni che ci stanno più che bene, secondo me tranne questa di "emettere"... non so, consiglierei di variarla almeno nel terzo caso.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Gli occhi di Alessandro la perseguitano, sorridenti, vivi, occhi zombi, e lei non ce la fa più, non ce la fa proprio, gli si mette di fronte e sa che è giunto il momento di farla finita.

Ho letto gli altri commenti e la tua risposta a tal proposito: "occhi zombi" non ha convinto affatto anche a me.

Più che altro, risalta troppo l'antitesi fra "vivi" e "zombi"... vien da dire o l'uno o l'altro, oppure allungarlo con un "ma anche zombie" o simili.

 

Complimenti davvero, sul positivo non mi dilungo, segno che sta tutto perfetto così come è, almeno a mio avviso.

 

Ciao Usico!

:D

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Il 3/11/2019 alle 21:03, Anglares ha scritto:

Però se non smontiamo i testi in officina? 

E se non ci riesce @Anglares da supercritico... cosa posso fare io da lettore?

Non starò qui a dirti quanto sia impeccabile lo stile di questo racconto, perché quando penso che hai scritto un racconto fantastico con il successivo mi lasci senza parole.

Qui fai una cosa fantastica che mi lascia così ( :brillasguardo:) nel corso della lettura. Ed è il crescendo graduale e ben soppesato di tristezza, ansia, depressione e perdita di lucidità mentale. Nel frattempo l'esteriorità diventa interiorità e la lucidità mentale scema fino a portare alla decisione finale. C'è un equilibrio in tutto questo, ogni aspetto è in equilibrio con il suo opposto, si intreccia con lui e sale quando l'altro scende. Perdonami per l'associazione se può essere di cattivo gusto, ma sotto questo aspetto ho pensato a un quadrato magico.

 

Devo davvero fare gli straordinari per trovare qualcosa da dirti di "negativo", diciamo per amore di commento. Dopo averlo riletto varie volte, se proprio devo trovare il neo nel viso della perfezione, posso dirti che non è originale la tematica, ma sarebbe come dire a Michelangelo che altri hanno disegnato il soggetto della Pietà perciò... alla prossima lettura @Cerusico. :ciaociao:

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@Ippolita2018, ti ringrazio per i molteplici spunti.

Sul corpo e sulla sua distruzione, io tendo a legare molto al tempo e ai se: non riesco ad accettare l'esteriorità di un corpo che viene danneggiato, colpito, ferito, e la mia mente comincia a costruire una catena ipotetica che avrebbe potuto evitare quell'accadimento. Mi porto questo modo di rapportarmi al dolore e alla violenza fisica fin da bambino. Qui lo sfioro soltanto, in realtà, ed esploro le conseguenze. Che, paradossalmente - ma forse neanche tanto -, portano a una conclusione simile alla causa scatenante.

 

Il 5/11/2019 alle 19:41, AndC ha scritto:

Secondo me sopratutto il passato remoto tende a fissare l'azione in un determinato tempo... "le fu chiaro" mi porta direttamente dentro quella notte, non solo nel suo ricordo che sopravvive nel presente... non so se mi sono spiegato... forse suggerirei un "le era stato chiaro", ossia di mantenere il trapassato come per "non aveva mai sentito", certo poi forse cozzerebbe con il "portava il figlio"... 

 

Ciao, @AndC. Su questa segnalazione: ci ho riflettuto in fase di rilettura e revisione, e ho concluso che fossero le scelte giuste. Il "non aveva mai provato" è un sentire che parte da lontano e che arriva fino al momento specifico, che è nel passato; il "le fu chiaro" è invece localizzato proprio nel momento preciso, la notte dopo l'incidente.

 

Il tuo duplice spunto sull'incipit (tempi verbali e protagonista anonimo e non subito specificato) mi dà l'occasione di condividere dei ragionamenti generali. Un incipit può svolgere una serie di funzioni: presentare contesto, tono, personaggi, eventi. Ma il suo compito primario è quello di far sì che il lettore sia trascinato dentro a una storia che vuole continuare a leggere. Se un incipit mi provoca delle domande, se - in una misura ben congegnata - è in grado di spiazzarmi, se mi fa sentire spaesato, allora è molto probabile che io continui a leggere con interesse e curiosità quel testo. Questa considerazione la fa il me lettore, quindi esula dalla specificità delle tue segnalazioni, ma mi permette di rimarcare come un inizio spiazzante non debba essere per forza un cattivo inizio. Anzi, può rappresentare il gancio giusto per attirare l'attenzione.

 

Il 5/11/2019 alle 19:41, AndC ha scritto:

Ok, lo stile è a flusso di coscienza, perfetto in questo e niente da ridire su tutte le ripetizioni che ci stanno più che bene, secondo me tranne questa di "emettere"... non so, consiglierei di variarla almeno nel terzo caso.

 

Ho raccolto la segnalazione, ne ho modificati due su tre. Sulle ripetizioni involontarie sei il maestro assoluto, non c'è niente da fare. :D

 

Il 5/11/2019 alle 19:41, AndC ha scritto:

Ho letto gli altri commenti e la tua risposta a tal proposito: "occhi zombi" non ha convinto affatto anche a me.

Più che altro, risalta troppo l'antitesi fra "vivi" e "zombi"... vien da dire o l'uno o l'altro, oppure allungarlo con un "ma anche zombie" o simili.

 

L'ho rimosso del tutto, quindi ho accolto anche questo consiglio.

 

Grazie mille, caro Andrea! 

 

@bwv582 :cerusico:

 

Ti ringrazio, e posso fare poco altro. Condivido volentieri con voi racconti coi quali mi cimento con tentativi di stesura non sempre affini alle mie inclinazioni, ma dopotutto, quasi parafrasando @Anglares, se non si gioca in Officina, dove lo si fa?

In particolare, trovo preziosissimo raccogliere - oltre ai sempre utili consigli - i riscontri di lettori attenti, puntigliosi, preparati; quelli, insomma, che sono in grado di spiegarti non solo se e cosa arriva, ma anche il perché. Questo credo sia l'aspetto fondante di un luogo come l'Officina, in grado di renderlo così unico e prezioso.

 

Torno a ringraziarti per l'apprezzamento e per la lettura. Davvero, è sempre importante. 

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Buon venerdì pomeriggio:sss:@Cerusico piacere di leggere il tuo racconto.:occhiali:

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Conserva due sensazioni materiche della notte dopo il Disastro: non aveva mai sentito così netta, nel petto, la lacerazione indotta dalla perdita, e le fu chiaro, senza apparente ragione e senza possibilità di smentita, che nel grembo portava il figlio dell’uomo che aveva seppellito.

Pezzo scorrevole e drammatico ma che cosa sono le sensazione materiche:?:

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Dalle pareti, dai comodini, dal tavolino in soggiorno sono sparite le foto di Guido: Guido che mostra la medaglia, Guido con la cuffia, Guido col braccio che mulina e fende l’acqua, Guido che sorride, Guido che la abbraccia, ride, nuota, la bacia, ride, ride, ride e lei non sopporta di vederlo ridere per casa, di vederlo esultare per una vittoria ormai priva di senso, proprio non ne ha, lei è senza di lui ma allo stesso tempo ha un bimbo che le ricorda ogni giorno chi era Guido, glielo ricorda mentre lei vorrebbe dimenticare, dimenticare tutto, dimenticare Guido, e se ci fosse un sistema, qualsiasi sistema, vorrebbe dimenticare anche se stessa, dormire per ingannare la realtà e indurla a fare a meno di lei, per tutto il resto del tempo, dormire per tutto il resto del tempo.

Questo pezzo lo letto d'un fiato, è neurotico. Anche se ci sono molte ripetizioni, :)mi piace.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Non dorme in camera da letto dalla prima notte dopo il Disastro, passa la serata in soggiorno, davanti alla tv. La sera diventa notte senza che lei abbia modo di sganciarsi da se stessa, chiude gli occhi e la mente si apre, esplora abissi da cui vuole tenersi distante, ed è allora che ingurgita due pillole, neanche sa più di cosa si tratti, il ricordo è sfumato e cominciano a essere sfumate anche le voci provenienti dal televisore, quella di Guido però no, la sente ancora nelle orecchie, la sente, anche mentre le pillole fanno effetto, chiude gli occhi, la voce di lui nelle orecchie, e le sembra di muoversi, di camminare senza sfiorare il pavimento, di raggiungere un luogo in cui può ancora toccare Guido, può sentire la sua voce da vicino, da così vicino.

Mi piace come scrivi ma non ho mai letto una frase così lunga.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Non si sveglia fino al primo mattino. Alessandro non piange, quando va in camera lo trova sorridente, le braccia protese per farsi prendere, desideroso di diventare parte del mondo.

Questa è una bellissima frase. Complimenti.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Ha iniziato ad avere paura, paura di sé durante il sonno, di notte le sembra di allontanarsi così tanto da sé che a volte crede di poter smarrire la strada del ritorno, una notte senza stelle la inghiottirebbe senza restituirla più, e lei lo desidera, lo desidera al punto di temerlo, è ossessionata dalla possibilità che non si svegli più o che si svegli chissà dove, e allora controlla, controlla ogni suono che emette. Stanotte ne ha emessi tanti, lo vede dal grafico, dalle onde, dal resoconto che indica un sonno agitato.

Che ansia!

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Sposta il cursore sui primi rumori, preme play, si sente un fruscio costante, una base, come se lo spazio emettesse un rumore preciso, sibilante; qualcosa sbatte, forse una finestra, uno scricchiolio della struttura, o semplicemente la notte, perché il buio ha una sua base ritmica, e non corrisponde a quella della luce.

Frase molto interessante.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Alessandro, un verso del bambino, il telefono ha registrato i suoni del baby monitor, un fruscio, un respiro pesante, il respiro di lei che dorme grazie alle pillole, il respiro cresce, cresce anche il fruscio, un lieve scatto, un cane che abbaia sulle note di una canzoncina infantile, poi si sente una voce distorta, una voce che sembra un tessuto bucherellato, pronuncia parole inintelligibili, e il suono sembra così vicino, così vicino che potrebbe afferrarlo, il suono, e farlo diventare materia, spalmarselo addosso, ingurgitarlo e poi vomitarlo, vomitare ancora, invece continua ad ascoltare, il bambino ride, è divertito, un fruscio, un altro scatto, come di serratura, e i rumori registrati finiscono, torna il respiro di lei che dorme, le pillole, l’attesa del mattino, lo schermo del telefono si spegne e le restituisce il riflesso del suo volto scavato, le borse sotto gli occhi, la bocca aperta, un’espressione di confusione che fa presto a diventare paura.

Caspita, le tue frasi sono molto lunghe e fluide. Mi ci perdo dentro. Qui eviterei di ripetere così tante volte il suono

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Cena presto, consuma un pasto leggero, Alessandro gioca con la poltrona giocattolo che sembra un cagnolino, con la mano preme un pulsante, la musica della notte, un cane allegro abbaia e Alessandro ride, cerca la mamma, lei Qui manca si rifugge gli occhi di Guido che non sono incastrati nel volto di Guido, porta il bambino in camera e manda giù due pillole per addormentarsi il prima possibile, per sfuggire a tutto quel buio.

Vedo ogni singola scena.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Sente una musica, le note ossessive della canzone infantile che ha ancora nelle orecchie, fin dalla mattina, da quando l’ha sentita nelle registrazioni sul telefono. Si diffonde come in stereofonia, dall’altoparlante del baby monitor poggiato sul tavolino invaso da piatti di plastica e bicchieri rovesciati, ma stavolta è diverso, è ancora notte, il suono non è una registrazione, proviene dalla stanza da letto, accompagnato dai mugolii divertiti di Alessandro, da una voce adulta, graffiata, che sembra di un altro mondo, sembra che da un altro mondo stia provando a comunicare con questo.

Cancellerei l'ultimo sembra.

che sembra di un altro mondo, sembra che da un altro mondo stia provando a comunicare con questo.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

guardarlo vivere e muoversi e volerla, a guardarlo avere bisogno di lei, non fa in tempo nemmeno a pensare che non dovrebbe trovarsi lì, non ricorda di esserci arrivata, quella consapevolezza silente le fa cacciare un urlo isterico, il bambino la guarda e il viso gli si contrae, gli occhi si incurvano, la fronte si ridisegna e, quando la canzone finisce, inizia a

piangere.

Questa parte non mi piace.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Lei torna in soggiorno e afferra il cellulare, ringrazia il dio in cui ha smesso di credere per aver avviato l’applicazione, non ricorda quando, torna indietro di qualche minuto e sente tutto, sente i movimenti, la voce, si lacera il velo che ha usato per rapportarsi col mondo fin dal giorno del Disastro, il velo che l’ha protetta dal buio, da tutto quel buio che cerca di entrare, che alla fine è riuscito a entrare.

Non capisco che velo intendi.

 

Il 1/11/2019 alle 11:32, Cerusico ha scritto:

Le è morto in grembo, lo vede ora, le sembra di risvegliarsi ancora una volta, di farlo con un dolore insopportabile alle tempie, col cranio fracassato di Guido poggiato sulle sue gambe, nella posizione di molte serate in cui lo ha tenuto tra le braccia, e da allora ha iniziato a piangere, poi ha messo un velo che nessuno può vedere, ha scelto di non guardare più nel buio, il buio di quella sera, il buio da cui è emerso Alessandro, e ci pensa mentre si avvicina al box, interrompe la registrazione, fa partire tutti i giochi musicali, la giostra-carillon, Alessandro la guarda, gli occhi ancora umidi del pianto, lei non lo sa, non sa cos’ha in faccia, quale sia la sua espressione, in mano stringe le forbici, le stesse che ha usato per i ritagli dei giornali, quelli in cui Guido nuotava, Guido esultava sul podio, Guido mostrava la medaglia, Guido con gli occhi che lei continua a vedere tutti i giorni, i ritagli finiti in un cassetto chiuso a chiave, assieme alle foto. Gli occhi di Alessandro la perseguitano, sorridenti, vivi, occhi zombi, e lei non ce la fa più, non ce la fa proprio, gli si mette di fronte e sa che è giunto il momento di farla finita.

Il finale è duro, tragico. Tiene in sospeso e fa venire i brividi.

 

Conclusione: un racconto horror riuscito molto bene, la trama è geniale studiata nei minimi dettagli. Se fossi in te, rivedrei meglio la sua struttura. ^^Va bene che vuoi creare l'atmosfera giusta e trasmettere molta ansia ma eviterei queste frasi davvero chilometriche. Le tue frasi sono molto decisive e incisive anche con qualche punto in più. Per esperienza, le frasi brevi son più apprezzate. Una domanda, perchè scrivi il disastro con la lettera maiuscola. Lasci a  noi a immaginare cosa succede alla fine. Il profilo psicologico della protagonista uscirà allo scoperto? Secondo me nel modo più orribile con l'uccisione del proprio figlio.

A rileggerti, buon week-end

-Flo-

 

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