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Max Friedmon

E tutto il resto se n'era andato

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- commento -

 

Io e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato (Jim Thompson)

 

Appoggiato allo stipite della porta a vetri, Fritz Reuter lanciò il mozzicone ancora acceso nella strada. La sigaretta tracciò una breve parabola luminosa prima di essere inghiottita dall'oscurità. Fritz non la vide toccare terra e si sarebbe stupito del contrario. Sapeva che quel buio là fuori avrebbe fatto sparire tutto ciò che sarebbe uscito dall'ufficio del Daily Examiner.

Fritz era arrivato laggiù quasi un anno prima prima. Il “Pulitzer mancato”, come si divertivano a prenderlo in giro i colleghi, con malcelato disprezzo, si era presentato al direttore del giornale locale chiedendo lavoro. Senza scendere troppo nei particolari, gli aveva detto che aveva dovuto lasciare San Francisco in fretta e furia... aveva pestato i piedi a troppe persone importanti, con i suoi articoli, per potersi permettere di percorrere ancora i marciapiedi di “Frisco” a cuor leggero...

Quello che cercava, Fritz, era un tranquillo posto di lavoro. Lo stipendio era l'ultimo dei problemi, ma aveva bisogno di picchiare suii tasti della macchina da scrivere, un bisogno fisico.

Il direttore lo aveva fissato per un lungo istante, gli occhi che scavalcano la montatura delle lenti. Probabilmente aveva capito che Fritz gli stava raccontando una bugia, o più di una, ma sapeva giudicare di primo acchito un giornalista e l'aveva assunto.

Per un bel po' tutto era filato liscio. Non aveva legato granché con i colleghi, a parte qualche birra dopo la chiusura, ma a lui andava bene così. Era vivo e a quanto pare loro si erano dimenticate di lui o forse era stato bravo a far perdere le sue tracce e poi... “Fritz, mi ascolti? Dove sei?”. Si scosse, interrompendo il flusso dei ricordi. Jane era in piedi di fronte alla sua scrivania al giornale e lo fissava con un misto di rimprovero e preoccupazione.

Jane Hopley-Woolrich. Alta, bionda, lineamenti regolari e un delizioso nasino alla francese. Una ragazza cresciuta a sani pasti e sani principi nel cui destino c'era di sicuro un rispettabile poliziotto o un ancor più rispettabile avvocato. Invece quel giorno Cupido si era divertito a farli incontrare in una gelateria.

Lei era con un'amica, lui aveva appena finito di dettare un pezzo ai dimafoni del Daily e uscendo dalla cabina aveva urtato la borsetta di miss Hopley-Woolrich, appoggiata sul bordo del tavolo. Scuse, battutine argute, presentazioni... dopo un po' l'amica, capita l'antifona, aveva lasciato il campo con una scusa e Fritz e miss Hopley-Woolrich avevano approfondito la conoscenza. Lui aveva giocato a fare il cinico cronista, lei la ragazza che gli teneva testa... “Clark Gable e Carole Lombard o Jean Harlow” pensava ora Fritz, squadrando Jane.

Cupido era uno strumento nelle loro mani? Perché da quando aveva cominciato a vedersi con Jane le cose erano cambiate. Camminava per le strade e si sentiva osservato. Era al lavoro e si sentiva osservato. Faceva una passeggiata con Jane e si sentiva osservato. Ovunque, si sentiva osservato. Da loro. L'avevano trovato. O forse si erano divertite a lasciare che si crogiolasse nell'illusione e poi, quando si erano stufate del gioco, avevano fatto il gatto col topo e gli avevano dato una zampata.

“Posso andare ovunque, anche all'Inferno, ma loro non mi lasceranno mai stare” pensò Fritz mentre Jane gli diceva qualcosa. Cosa? Le parole gli arrivavano attutite. Si scosse. “Come dici scusa?”. Jane lo guardò indispettita “Ti sto dicendo che sono stanca”. In maniera meccanica, Friz si alzò “Scusa baby, ti prendo subito una sedia”, ma Jane sbuffò “Non prendermi in giro, Fritz Reuter, non me lo merito... Sono stanca di te, dei tuoi segreti, dei tuoi silenzi... Tu non ci sei, Fritz”.

Fece uno sforzo per concentrarsi su quella conversazione, mentre con la coda dell'occhio si accorgeva che la redazione era vuota: il giornale era in stampa e tutti se n'erano andati a casa. Non era la prima volta che succedeva, ormai la proprietà si fidava di lui e gli lasciava le chiavi dell'ufficio. Ma quella sera c'era un'atmosfera strana.

“Ecco vedi... sei ovunque, chissà dove, ma non qui, con me”. Jane Hopley-Woolrich aveva ragione. Fritz non era lì. Non con lei. C'era con il corpo, ma la sua mente era tornata a Frisco, in quel cinema vicino a Lafayette Park... Lì era cominciata la faccenda e ora loro erano tornate per presentargli il conto.

“Hai ragione, baby, perdonami... è stato un periodo massacrante... tonnellate di articoli e...”. Parole che suonavano false nella sua stessa bocca e infatti Jane non fece neanche finta di abboccare. “È finita Fritz.. sono venuta a dirtelo di persona.. Che poi non sono nemmeno cos'è finita, visto che non è mai cominciata... sul serio...”. Jane fece un respiro. Era una donna forte, non avrebbe pianto. Non per lui. E Fritz non poteva che darle ragione. “Hai ragione, baby... perdonami, se puoi” disse chinando la testa. “Non so cosa tu abbia fatto laggiù a San Francisco, Fritz, e non voglio saperlo ormai.. ma certo non sono io quella che deve perdonarti... Addio Fritz”. Jane si voltò di scatto. Stava per scoppiare a piangere, ma non l'avrebbe mai fatto davanti a lui.

Fritz si accosciò sulla sedia, la testa reclinata sul petto. Sentì il ticchettio dei tacchi di Jane che percorrevano la redazione vuota e il rumore secco della porta a vetri, quella con impresso in caratteri dorati “Daily Examiner. Il VOSTRO giornale”, che si chiudeva.

Gli ci volle un minuto buono per ripendersi da quel k.o. Si alzò, andò in bagno, si lavò il viso con l'acqua fredda. Guardandosi allo specchio riacquistò sangue freddo. “Senti bello, qui è tempo di sgommare... Lascerò una lettera al vecchio dicendogli che sono sulle piste di una grossa inchiesta... che tenga in caldo scrivania e liquidazione... Un salto a casa, il tempo di mettere in valigia le mie quattro carabattole e via di corsa.. Con un po' di fortuna troverò un altro posto dove nascondermi... Fino alla prossima zampata...” disse alla sua immagine riflessa.

Ringalluzzito, tornò alla scrivania, si mise la giacca e alzò lo sguardo. Fu allora che lo notò. Il buio. La sede del Daily era a livello strada, con le vetrate sulle vie cittadine, tipo quei western in cui Thomas Mitchell faceva il coraggioso direttore di giornale in una sperduta cittadina di frontiera... Erano circa le dieci di sera eppure c'era un buio fitto, profondo. E un silenzio altrettanto profondo. Non una luce o un suono bucavano quell'oscurità densa, catramosa.

“Un fulmine a ciel sereno” era una frase che Fritz odiava, cercava sempre di evitare di usarla, ma in quel caso, dovette ammetterlo, calzava a pennello. La consapevolezza lo colpì... come un fulmine a ciel sereno: non c'era più di niente da fare, il gatto l'aveva afferrato e non l'avrebbe più lasciato andare.

Loro avevano sempre saputo dov'era. Capricciose e crudeli, gli avevano fatto credere di esserselo fatto sfuggire, ma non era vero. Non era mai sgusciato dalle loro grinfie. “Perché ora e non prima?” avrebbe voluto chiedere, ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato. Loro non rispondono.

Decise che sarebbe uscito di scena con una certa dignità. Non avrebbe tentato la fuga o chiesto pietà. Tanto era inutile. Alla James Cagney, doveva affrontare il destino a testa alta. Si accese una sigaretta.

Appoggiato alla colonna della porta a vetri, lanciò il mozzicone nella strada. Una breve parabola luminosa, prima di essere inghiottito dall'oscurità.

Spense le luci della redazione, chiuse la porta a chiave e s'infilò il mazzo in tasca. Un sospiro e mosse qualche basso nel buio. Lui e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato.

 

 

 

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@Max Friedmon buongiorno, mi piace la tua scrittura, è da voce narrante di film in bianco e nero. Non ho nulla da dire riguardo la prosa, ho trovato due refusi, ma niente d'importante.

Se copiassi il commento fatto sul racconto della scorsa volta e lo incollassi qui, credo che andrebbe bene lo stesso. Una domanda insoluta più delle altre: chi lo segue, chi non lo lascia in pace? 

Scusami, non è con il tag horror che puoi introdurre un dato( la persecuzione da cosa o da chi).

Credo quindi che il testo sia un frammento, mi sono mancati i presupposti per inquadrarlo in un contesto più ampio.

Un racconto di mille battute può comunicare, come uno di 8000 può lasciare dubbi. Prova, se lo desideri, a introdurre queste presenze, anche con un solo accenno, affinché il lettore possa valutarle e farsi poi le sue riflessioni.

Ciao :)

 

 

 

 

 

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9 ore fa, Lauram ha scritto:

@Max Friedmon buongiorno, mi piace la tua scrittura, è da voce narrante di film in bianco e nero. Non ho nulla da dire riguardo la prosa, ho trovato due refusi, ma niente d'importante.

Se copiassi il commento fatto sul racconto della scorsa volta e lo incollassi qui, credo che andrebbe bene lo stesso. Una domanda insoluta più delle altre: chi lo segue, chi non lo lascia in pace? 

Scusami, non è con il tag horror che puoi introdurre un dato( la persecuzione da cosa o da chi).

Credo quindi che il testo sia un frammento, mi sono mancati i presupposti per inquadrarlo in un contesto più ampio.

Un racconto di mille battute può comunicare, come uno di 8000 può lasciare dubbi. Prova, se lo desideri, a introdurre queste presenze, anche con un solo accenno, affinché il lettore possa valutarle e farsi poi le sue riflessioni.

Ciao :)

 

 

 

 

 

grazie :-)

Il nostro sfortunato eroe è di sicuro perseguitato dalle Tenebre (infatti chiama sempre al femminile le sue inseguitrici). Forse, come nel mito greco, queste Tenebre sono le Erinni e il nostro amico ha commesso qualche delitto, qualche brutta azione a Frisco... In realtà solo Fritz potrebbe rispondere ai nostri dubbi, ma temo non sia più in grado di farlo... :diavolo2:

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2 ore fa, Max Friedmon ha scritto:

di sicuro perseguitato dalle Tenebre

E io mica c'ero arrivata. Pensavo a dei demoni, boh.

2 ore fa, Max Friedmon ha scritto:

il nostro amico ha commesso qualche delitto

E io mica c'ero arrivata. 

2 ore fa, Max Friedmon ha scritto:

ma temo non sia più in grado di farlo... :diavolo2:

E io mica c'ero arrivata.

Vedi? Non c'ho capito niente e ti ho pure commentato. Dai, è un modo scherzoso per provare a dirti che forse qualche dettaglio in più non guasta. Faresti godere il lettore delle tue suggestioni, quelle che gli mostri tu ma che lui poi vedrà con la propria mente. 

Il contest di Halloween, sai cos'è? Vai nella sezione contest aperti, cerca il topic: contest ufficiale e dai un'occhiata.

A.A.A. cercasi racconto horror. Ti consiglio di partecipare, visto che il genere ti piace.

Ciao 

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@Max Friedmon ottima prosa, scrittura scorrevole e accattivante  peccato tu abbiamo omesso o celato fin troppo cause i soggetti della persecuzione, dispiace ancora di più perché nelle spiegazioni che dai nel commento la trovata è ottima. Le tenebre e il senso di colpa sono qualcosa di impalpabile eppure capaci di distruggere un'esistenza. Ma l'immagine che ci hai dato all'inizio è quella di un paladino della verità (da giornalista ha pestato i piedi a gente che conta) e ciò mette il lettore su una pista sbagliata devi dunque lavorare nella trasformazione. Ok, hai detto che diceva bugie ma il nocciolo del racconto non si afferra se non con il tuo chiarimento. Secondo me il testo e il lettore meritano qualche frase in più.

Ti rileggerò volentieri.

 

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Buondì:D@Max Friedmon, devo ammettere che è la prima volta che leggo un racconto di genere noir\horror. Spero di essere all'altezza. Ti faccio i complimenti per il titolo, è tuo?^^

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Appoggiato allo stipite della porta a vetri, Fritz Reuter lanciò il mozzicone ancora acceso nella strada. La sigaretta tracciò una breve parabola luminosa prima di essere inghiottita dall'oscurità. Fritz non la vide toccare terra e si sarebbe stupito del contrario. Sapeva che quel buio là fuori avrebbe fatto sparire tutto ciò che sarebbe uscito dall'ufficio del Daily Examiner.

Incipit interessante, molto curioso. Vedo l'immagine.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Fritz era arrivato laggiù quasi un anno prima prima. Il “Pulitzer mancato”, come si divertivano a prenderlo in giro i colleghi, con malcelato disprezzo, si era presentato al direttore del giornale locale chiedendo lavoro. Senza scendere troppo nei particolari, gli aveva detto che aveva dovuto lasciare San Francisco in fretta e furia... aveva pestato i piedi a troppe persone importanti, con i suoi articoli, per potersi permettere di percorrere ancora i marciapiedi di “Frisco” a cuor leggero...

Pezzo molto scorrevole ma per curiosità che cosa significa: malcelato?

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Quello che cercava, Fritz, era un tranquillo posto di lavoro.

Insolito ma personalmente avrei scritto un posto di lavoro tranquillo .

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Per un bel po' tutto era filato liscio. Non aveva legato granché con i colleghi, a parte qualche birra dopo la chiusura, ma a lui andava bene così. Era vivo e a quanto pare loro si erano dimenticate di lui o forse era stato bravo a far perdere le sue tracce e poi

Qui indicherei che sono colleghe.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Cupido era uno strumento nelle loro mani? Perché da quando aveva cominciato a vedersi con Jane le cose erano cambiate. Camminava per le strade e si sentiva osservato. Era al lavoro e si sentiva osservato. Faceva una passeggiata con Jane e si sentiva osservato. Ovunque, si sentiva osservato. Da loro. L'avevano trovato. O forse si erano divertite a lasciare che si crogiolasse nell'illusione e poi, quando si erano stufate del gioco, avevano fatto il gatto col topo e gli avevano dato una zampata.

Due osservazioni: Da loro =loro chi?

Spiegherei meglio l'ultima frase:  O forse si erano divertite a lasciare che si crogiolasse nell'illusione e poi, quando si erano stufate del gioco, avevano fatto il gatto col topo e gli avevano dato una zampata.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

“Posso andare ovunque, anche all'Inferno, ma loro non mi lasceranno mai stare” pensò Fritz mentre Jane gli diceva qualcosa. Cosa? Le parole gli arrivavano attutite. Si scosse. “Come dici scusa?”. Jane lo guardò indispettita “Ti sto dicendo che sono stanca”. In maniera meccanica, Friz si alzò “Scusa baby, ti prendo subito una sedia”, ma Jane sbuffò “Non prendermi in giro, Fritz Reuter, non me lo merito... Sono stanca di te, dei tuoi segreti, dei tuoi silenzi... Tu non ci sei, Fritz”.

Qui modificherei la struttura dei dialoghi. Quando il protagonista dice, è meglio utilizzare i punti caporali, quando invece pensa, io utilizzo i trattini.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Non era la prima volta che succedeva, ormai la proprietà si fidava di lui e gli lasciava le chiavi dell'ufficio.

Al posto di proprietà metterei società

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

“Hai ragione, baby, perdonami... è stato un periodo massacrante... tonnellate di articoli e...”. Parole che suonavano false nella sua stessa bocca e infatti Jane non fece neanche finta di abboccare.

Non mi piace: Parole che suonavano false nella sua stessa bocca

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Gli ci volle un minuto buono per ripendersi da quel k.o.

Refuso: ripendersi manca una R

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Si alzò, andò in bagno, si lavò il viso con l'acqua fredda. Guardandosi allo specchio riacquistò sangue freddo. “Senti bello, qui è tempo di sgommare... Lascerò una lettera al vecchio dicendogli che sono sulle piste di una grossa inchiesta... che tenga in caldo scrivania e liquidazione... Un salto a casa, il tempo di mettere in valigia le mie quattro carabattole e via di corsa.. Con un po' di fortuna troverò un altro posto dove nascondermi... Fino alla prossima zampata...” disse alla sua immagine riflessa.

Una partenza misteriosa, non sono d'accordo che ti rivolgi al direttore con:  vecchio

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Ringalluzzito, tornò alla scrivania, si mise la giacca e alzò lo sguardo. Fu allora che lo notò. Il buio. La sede del Daily era a livello strada, con le vetrate sulle vie cittadine, tipo quei western in cui Thomas Mitchell faceva il coraggioso direttore di giornale in una sperduta cittadina di frontiera... Erano circa le dieci di sera eppure c'era un buio fitto, profondo. E un silenzio altrettanto profondo. Non una luce o un suono bucavano quell'oscurità densa, catramosa.

:)Bella descrizione.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Loro avevano sempre saputo dov'era. Capricciose e crudeli, gli avevano fatto credere di esserselo fatto sfuggire, ma non era vero. Non era mai sgusciato dalle loro grinfie. “Perché ora e non prima?” avrebbe voluto chiedere, ma sapeva che sarebbe stato fiato sprecato. Loro non rispondono.

Mi vengono in mente le ragazze "occhi di gatto"

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Appoggiato alla colonna della porta a vetri, lanciò il mozzicone nella strada. Una breve parabola luminosa, prima di essere inghiottito dall'oscurità.

Spense le luci della redazione, chiuse la porta a chiave e s'infilò il mazzo in tasca. Un sospiro e mosse qualche basso nel buio. Lui e le tenebre. E tutto il resto se n'era andato.

Finale sospeso.

 

Conclusione: il tuo stile mi piace, è fluido, ben curato e possiede molte descrizioni belle e curiose. L''aspettativa del lettore è alta. Mi ha soddisfatto solo in parte, opterei per un racconto a capitoli. Mi ha dato fastidio il modo in cui ho interpretato "loro". Descriverei meglio loro e renderei più accattivante la loro origine.

A rileggerti.

:sss:Floriana

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3 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

@Max Friedmon ottima prosa, scrittura scorrevole e accattivante  peccato tu abbiamo omesso o celato fin troppo cause i soggetti della persecuzione, dispiace ancora di più perché nelle spiegazioni che dai nel commento la trovata è ottima. Le tenebre e il senso di colpa sono qualcosa di impalpabile eppure capaci di distruggere un'esistenza. Ma l'immagine che ci hai dato all'inizio è quella di un paladino della verità (da giornalista ha pestato i piedi a gente che conta) e ciò mette il lettore su una pista sbagliata devi dunque lavorare nella trasformazione. Ok, hai detto che diceva bugie ma il nocciolo del racconto non si afferra se non con il tuo chiarimento. Secondo me il testo e il lettore meritano qualche frase in più.

Ti rileggerò volentieri.

 

 

grazie per i complimenti

il nocciolo del testo è proprio la mancanza di spiegazioni, tranne il finale. Cosa ha fatto Fritz a San Francisco? Da chi/cosa scappa? Non "ha pestato i piedi" a nessuno, è una bugia che racconta al direttore del D.E. per darsi un tono: il direttore subodora che è una bugia,  ma lo assume lo stesso perché intuisce che è un bravo reporter. Per Fritz il giornale è come la Legione Straniera: un refugium peccatorum in cui rifarsi una vita
Mi ripugna essere maestrino didascalico, ma nel testo la parola-chiave "tenebre" compare solo nella citazione iniziale e alla fine (per il resto solo sinonimi buio etc) e non è un caso

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1 ora fa, Floriana ha scritto:

Buondì:D@Max Friedmon, devo ammettere che è la prima volta che leggo un racconto di genere noir\horror. Spero di essere all'altezza. Ti faccio i complimenti per il titolo, è tuo?^^

prima volta? meglio, hai uno sguardo libero da pre-giudizi ;)
no, il titolo è un frammento della citazione iniziale

1 ora fa, Floriana ha scritto:

 

Incipit interessante, molto curioso. Vedo l'immagine.

 

Pezzo molto scorrevole ma per curiosità che cosa significa: malcelato?

Malcelato = nascosto a malapena - "Ti tratta con malcelato disprezzo" = "Ti tratta con disprezzo e fa giusto uno sforzo per nasconderlo"

 

Insolito ma personalmente avrei scritto un posto di lavoro tranquillo .

 

Qui indicherei che sono colleghe.

Colleghe? Il racconto è ambientato in un'epoca in cui nei giornali, specie di provincia, i giornalisti erano tutti maschi

 

Due osservazioni: Da loro =loro chi?

Spiegherei meglio l'ultima frase:  O forse si erano divertite a lasciare che si crogiolasse nell'illusione e poi, quando si erano stufate del gioco, avevano fatto il gatto col topo e gli avevano dato una zampata.

 

Qui modificherei la struttura dei dialoghi. Quando il protagonista dice, è meglio utilizzare i punti caporali, quando invece pensa, io utilizzo i trattini.

 

Al posto di proprietà metterei società

In genere i piccoli giornali erano (sono) di proprietà dell'editore-direttore, quindi società sarebbe stato troppo enfatico e tecnico - era il Daily Examinar di Roccacannuccia, non il Corriere della Sera ;-) 

 

Non mi piace: Parole che suonavano false nella sua stessa bocca

 

Refuso: ripendersi manca una R

 

Una partenza misteriosa, non sono d'accordo che ti rivolgi al direttore con:  vecchio

nel gergo giornalistico, specie dell'epoca, è corretto

 

:)Bella descrizione.

 

Mi vengono in mente le ragazze "occhi di gatto"

il cartone animato?

 

Finale sospeso.

 

Conclusione: il tuo stile mi piace, è fluido, ben curato e possiede molte descrizioni belle e curiose. L''aspettativa del lettore è alta. Mi ha soddisfatto solo in parte, opterei per un racconto a capitoli. Mi ha dato fastidio il modo in cui ho interpretato "loro". Descriverei meglio loro e renderei più accattivante la loro origine.

A rileggerti.

:sss:Floriana

grazie! :)

 

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@Max Friedmon ciao e piacere di leggerti per la prima volta. Mi serviva un racconto per postare e alla fine ho scelto il tuo, dunque prima proverò a dare le mie personalissime osservazioni su alcune frasi, infine parlerò della "ciccia" vera e propria (trama e compagnia, la parte che preferisco) così da trarre le mie conclusioni. Bene, si parte.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Appoggiato allo stipite della porta a vetri, Fritz Reuter lanciò il mozzicone ancora acceso nella strada. La sigaretta tracciò una breve parabola luminosa prima di essere inghiottita dall'oscurità. Fritz non la vide toccare terra e si sarebbe stupito del contrario. Sapeva che quel buio là fuori avrebbe fatto sparire tutto ciò che sarebbe uscito dall'ufficio del Daily Examiner.

Ottimo incipit, soprattutto in considerazione del genere da te indicato, ovvero il noir. Lo trovo suggestivo e teatrale al punto giusto... ma soprattutto c'è una sigaretta, elemento imprescindibile per il genere. Il buio che la inghiotte invece apre la pista a un'atmosfera horror (altro genere indicato), già gli elementi convivono in armonia fin da subito.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Fritz era arrivato laggiù quasi un anno prima prima.

Un prima di troppo

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Il “Pulitzer mancato”, come si divertivano a prenderlo in giro i colleghi, con malcelato disprezzo, si era presentato al direttore del giornale locale chiedendo lavoro.

Toglierei la virgola dopo colleghi

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

... aveva pestato i piedi a troppe persone importanti, con i suoi articoli, per potersi permettere di percorrere ancora i marciapiedi di “Frisco” a cuor leggero...

questa parte mi convince poco, più che altro inizierei con la frase "con i suoi articoli aveva pestato..." e toglierei anche i tre punti di sospensione alla fine visto che già prima c'erano, più volte li metti e più l'effetto svanisce secondo me

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Era vivo e a quanto pare loro si erano dimenticate di lui o forse era stato bravo a far perdere le sue tracce e poi... “Fritz, mi ascolti? Dove sei?”. Si scosse, interrompendo il flusso dei ricordi. Jane era in piedi di fronte alla sua scrivania al giornale e lo fissava con un misto di rimprovero e preoccupazione.

Jane Hopley-Woolrich. Alta, bionda, lineamenti regolari e un delizioso nasino alla francese. Una ragazza cresciuta a sani pasti e sani principi nel cui destino c'era di sicuro un rispettabile poliziotto o un ancor più rispettabile avvocato. Invece quel giorno Cupido si era divertito a farli incontrare in una gelateria.

Mi piace come hai introdotto il personaggio di Jane; appare come un fantasma e, successivamente, fa fare al lettore un tuffo nel passato del protagonista, con la parte descrittiva in puro stile noir. Ancora una volta ribadisco l'ottima commistione tra i due generi.

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

“Posso andare ovunque, anche all'Inferno, ma loro non mi lasceranno mai stare” pensò Fritz mentre Jane gli diceva qualcosa.

Mi chiedevo quale sarebbe stata la sua prima frase nel racconto... beh, che dire, il nostro Fritz non mi ha deluso affatto, per non parlare del "baby" dopo. Mentre dice ciò me lo figuro sprezzante, con tanto di sigaretta sotto la luce fioca di un lampione. 

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Che poi non sono nemmeno

refuso: che poi non so

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

Non una luce o un suono bucavano quell'oscurità densa, catramosa.

brucava, poi non mi convince il termine catramosa, avrei optato per qualcos'altro, gusto personale eh

 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

qualche basso nel buio

refuso: passo

 

 

Ok, eccoci qui... Che dire, devo tornare un po' indietro nei miei passi riguardo alla buona combinazioni di generi noir/horror di cui mi complimentavo prima. Questo perché, nonostante, e qui lo ribadisco, l'ottima atmosfera (permeata da un buio fitto, e dalla presenza di "loro" che tanto tormentano il nostro protagonista) che si percepisce un po' in tutta la storia, la parte horror rimane relegata in un angolino offuscata da quella noir. Quest'ultima è decisamente dominante; sia nella narrazione, nei dialoghi, nelle citazioni, e nelle tematiche. Il testo scorre benissimo e sembra essere accompagnato da un sottofondo jazz, l'atmosfera c'è tutta, anche nei discorsi diretti, dunque nessuna critica a riguardo. Ma, come dicevo prima, l'horror se ne sta buono buono in disparte dopo che si era appena presentato. Ora, con ciò non voglio mica intendere che sia un difetto vero e proprio (dopotutto la si potrebbe definire unicamente come una storia noir, e ne parlo anche per via del fatto che tu stesso l'abbia definita così), solo ritengo un peccato non aver sfruttato a pieno il potenziale in merito che si percepisce nel testo, ma è solo il mio gusto personale a parlare. Adesso parliamo un po' di "loro"... Ho trovato molto affascinante l'idea di queste "donne/spiriti/peccati/demoni" che lo perseguitano... Soprattutto mi è piaciuto il senso di abitudine che si percepisce nel protagonista quando si riferisce a loro. E alla fine mi aspettavo una sorta di confronto che però non c'è stato, è sai cosa? Forse è meglio così. Non mi dispiace l'idea di un mistero irrisolto che scompare nelle tenebre insieme al protagonista; lo rende intimo, personale, nessuno potrebbe mai capire... non Jane, non i colleghi, e neanche il lettore, ma solo Fritz. Certo, è evidente che il lettore si ritroverà alla fine con tanti punti interrogativi sopra la testa, e chissà, magari qualche delucidazione in più non avrebbe guastato... ma a me ha comunque affascinato questo finale, e probabilmente non avrebbe avuto il medesimo sapore se fosse stato più chiarificatore, dunque mi sta bene così.

In conclusione: ottima scrittura (a parte quelle sciocchezze e quei refusi che ho citato prima), uno stile noir ben fatto a discapito dell'elemento horror che oserei definire "di contorno", e un finale misterioso che non mi è dispiaciuto. Una buona lettura dunque, e credo di aver detto tutto quello che avevo da dire.

Detto ciò ti saluto, e alla prossima.

 

Ah, sì! Il titolo... ottimo direi. Bene, ciao di nuovo. (

 

 

 

 

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Buonasera, nel complesso ho trovato il racconto discreto. Hai ben dosato la tensione nella tua prosa ed enfatizzato il concetto di tenebre che mi pare essere il leitmotiv del racconto. Non leggo spesso i noir, ma la scrittura non è affatto male. Ha catturato la mia attenzione la "breve parabola luminosa" della sigaretta, che apre e chiude il racconto come in un moto circolare.

Non condivido l'uso di nomi anglosassoni in racconti in lingua italiana, ma è solo un mio pedante parere, i nomi li scegli te come più preferisci. 

Il 20/10/2019 alle 22:14, Max Friedmon ha scritto:

e un delizioso nasino alla francese

E spero riuscirai a perdonare la mia ignoranza (o scarsa immaginazione) perchè non so cosa significhi avere un nasino alla francese :bandiera:

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39 minuti fa, Rhomer ha scritto:

@Max Friedmon ciao e piacere di leggerti per la prima volta. Mi serviva un racconto per postare e alla fine ho scelto il tuo, dunque prima proverò a dare le mie personalissime osservazioni su alcune frasi, infine parlerò della "ciccia" vera e propria (trama e compagnia, la parte che preferisco) così da trarre le mie conclusioni. Bene, si parte.

 

Ottimo incipit, soprattutto in considerazione del genere da te indicato, ovvero il noir. Lo trovo suggestivo e teatrale al punto giusto... ma soprattutto c'è una sigaretta, elemento imprescindibile per il genere. Il buio che la inghiotte invece apre la pista a un'atmosfera horror (altro genere indicato), già gli elementi convivono in armonia fin da subito.

 

Un prima di troppo

 

Toglierei la virgola dopo colleghi

 

questa parte mi convince poco, più che altro inizierei con la frase "con i suoi articoli aveva pestato..." e toglierei anche i tre punti di sospensione alla fine visto che già prima c'erano, più volte li metti e più l'effetto svanisce secondo me

 

Mi piace come hai introdotto il personaggio di Jane; appare come un fantasma e, successivamente, fa fare al lettore un tuffo nel passato del protagonista, con la parte descrittiva in puro stile noir. Ancora una volta ribadisco l'ottima commistione tra i due generi.

 

Mi chiedevo quale sarebbe stata la sua prima frase nel racconto... beh, che dire, il nostro Fritz non mi ha deluso affatto, per non parlare del "baby" dopo. Mentre dice ciò me lo figuro sprezzante, con tanto di sigaretta sotto la luce fioca di un lampione. 

 

refuso: che poi non so

 

brucava, poi non mi convince il termine catramosa, avrei optato per qualcos'altro, gusto personale eh

 

refuso: passo

 

 

Ok, eccoci qui... Che dire, devo tornare un po' indietro nei miei passi riguardo alla buona combinazioni di generi noir/horror di cui mi complimentavo prima. Questo perché, nonostante, e qui lo ribadisco, l'ottima atmosfera (permeata da un buio fitto, e dalla presenza di "loro" che tanto tormentano il nostro protagonista) che si percepisce un po' in tutta la storia, la parte horror rimane relegata in un angolino offuscata da quella noir. Quest'ultima è decisamente dominante; sia nella narrazione, nei dialoghi, nelle citazioni, e nelle tematiche. Il testo scorre benissimo e sembra essere accompagnato da un sottofondo jazz, l'atmosfera c'è tutta, anche nei discorsi diretti, dunque nessuna critica a riguardo. Ma, come dicevo prima, l'horror se ne sta buono buono in disparte dopo che si era appena presentato. Ora, con ciò non voglio mica intendere che sia un difetto vero e proprio (dopotutto la si potrebbe definire unicamente come una storia noir, e ne parlo anche per via del fatto che tu stesso l'abbia definita così), solo ritengo un peccato non aver sfruttato a pieno il potenziale in merito che si percepisce nel testo, ma è solo il mio gusto personale a parlare. Adesso parliamo un po' di "loro"... Ho trovato molto affascinante l'idea di queste "donne/spiriti/peccati/demoni" che lo perseguitano... Soprattutto mi è piaciuto il senso di abitudine che si percepisce nel protagonista quando si riferisce a loro. E alla fine mi aspettavo una sorta di confronto che però non c'è stato, è sai cosa? Forse è meglio così. Non mi dispiace l'idea di un mistero irrisolto che scompare nelle tenebre insieme al protagonista; lo rende intimo, personale, nessuno potrebbe mai capire... non Jane, non i colleghi, e neanche il lettore, ma solo Fritz. Certo, è evidente che il lettore si ritroverà alla fine con tanti punti interrogativi sopra la testa, e chissà, magari qualche delucidazione in più non avrebbe guastato... ma a me ha comunque affascinato questo finale, e probabilmente non avrebbe avuto il medesimo sapore se fosse stato più chiarificatore, dunque mi sta bene così.

In conclusione: ottima scrittura (a parte quelle sciocchezze e quei refusi che ho citato prima), uno stile noir ben fatto a discapito dell'elemento horror che oserei definire "di contorno", e un finale misterioso che non mi è dispiaciuto. Una buona lettura dunque, e credo di aver detto tutto quello che avevo da dire.

Detto ciò ti saluto, e alla prossima.

 

Ah, sì! Il titolo... ottimo direi. Bene, ciao di nuovo. (

 

grazie! sia per aver ben stimato il testo sia per la caccia al refuso :D

 

 

 

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37 minuti fa, Aurelio Flemmi ha scritto:

Buonasera, nel complesso ho trovato il racconto discreto. Hai ben dosato la tensione nella tua prosa ed enfatizzato il concetto di tenebre che mi pare essere il leitmotiv del racconto. Non leggo spesso i noir, ma la scrittura non è affatto male. Ha catturato la mia attenzione la "breve parabola luminosa" della sigaretta, che apre e chiude il racconto come in un moto circolare.

Non condivido l'uso di nomi anglosassoni in racconti in lingua italiana, ma è solo un mio pedante parere, i nomi li scegli te come più preferisci. 

E spero riuscirai a perdonare la mia ignoranza (o scarsa immaginazione) perchè non so cosa significhi avere un nasino alla francese :bandiera:

 

il racconto si svolge grosso modo negli anni Trenta del '900 negli Stati Uniti, da qui l'uso dei nomi inglesi. penso che una collocazione italiana avrebbe avuto meno mordente
un nasino alla francese è un naso piccolo e leggermente all'insù

 

grazie per il gradimento

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La scrittura, come altri hanno notato, è di buon livello. Ci sono sbavature e imprecisioni, ma non mi sento di attribuirle ai mezzi espressivi di cui disponi, @Max Friedmon, e sarà sufficiente una revisione per dare una ripulita.

Vorrei concentrarmi con te sul racconto nella struttura e nei contenuti, in questa sede. In quattro cartelle editoriali e spicci è necessario dosare al milligrammo cosa includere nel perimetro narrativo; in aggiunta, sulle distanze brevi è più difficile individuare il perimetro narrativo, tanto che questo — per come la vedo io — va a intersecarsi con il concetto di "inquadratura", ossia cosa mettere in scena.

In questa stesura trovo che hai voluto parlare di questi elementi:

  • Protagonista e suo background lavorativo
  • Protagonista e suo rapporto con Jane, dall'inizio alla conclusione (con la rottura come unica scena tra personaggi drammatizzata)
  • Protagonista e la sua ossessione per le ombre

Hai un incipit dal finale, per poi ripercorrere il passato fino a tornare alla scena di partenza. L'effetto ottenuto, però, è quello di una sinossi racchiusa in una sorta di cornice narrativa, perché hai scelto di parlare di molto mettendo in scena poco. L'effetto paradossale è che chi legge troverà che manca qualcosa, come puoi vedere dai feedback ricevuti.

Ti ribalto l'ottica, invece: c'è troppo.

Il racconto sarebbe stato efficace se avesse scelto un elemento, o al massimo due, su cui concentrarsi nella drammatizzazione, lasciando gli altri sullo sfondo o come premessa. Un'idea, per esempio, potrebbe essere quella di mettere in scena Fritz e Jane nel loro rapporto personale, magari nell'ultimo incontro prima di lasciarsi — una scena viva e realistica, eh, non quel cliché che sei stato costretto ad adottare per non dilungarti; una scena ben congegnata in cui dare al lettore ciò di cui necessita: contesto, caratterizzazione dei personaggi, problema di fondo delle ombre che perseguitano Fritz. Magari lasciando quest'ultima cosa sul piano dell'inquietudine, senza entrare troppo nel merito, cosa che hai già scelto di fare.

L'essere voluto partire dal parlarci del passato del protagonista, ridurre il rapporto con Jane a un riassunto, menzionare solo di contorno l'ossessione principale di Fritz, alla fine ha impedito alla scrittura valida di confezionare una storia robusta, che riesce a coinvolgere il lettore.

Vedi tu se questi suggerimenti possono tornarti utili. Seleziona ciò che deve andare in scena e drammatizzalo. Il lettore, anche per via dei mezzi espressivi in tuo possesso, non mancherà di apprezzarlo.

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Ciao  tutti, vi rammento che in Officina non è possibile assegnare reazioni e punti reputazione ai commenti. ;)

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Leggendo, sentivo Chet Baker in sottofondo!

 

La voce narrante era così corposa, graffiante nella mia testa, così viva... veramente ben scritta, secondo me.

Ho apprezzato particolarmente il riferimento al senso di colpa che condanna il protagonista a una odissea sfibrante. (Che possa essere già stato raggiunto e questo mondo in bianco e nero sia un loop di figure e situazioni stereotipate?)

 

Il volo “a parabola” della sigaretta è un noto cliché che mi è dispiaciuto. 

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ciao @Nice to have you heregrazie per le belle parole. Il testo va sicuramente riscritto, anche grazie alle osservazioni (non tutte) di alcuni lettori di Officina. Così com'è, è volutamente innervato di citazioni e stereotipi, soprattutto del cinema noir americano "classico" (dagli anni Trenta agli Cinquanta del secolo scorso, per intenderci)

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