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Giovanni Prete

Storie dall'aldilà

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Eravamo morti. Io, mia madre e mia sorella. Non mi erano chiare le circostanze del trapasso ma ero di nuovo sulla terra, con le mie fattezze terrene. Io, che non credevo ad una vita dopo la morte, ero lì assieme a due dei miei famigliari. Eravamo in grado di spostarci anche volando sebbene io avessi qualche difficoltà in tal senso, loro due sembravano invece più a loro agio. Probabilmente era da imputare alla mia estrema razionalità mentre ero in vita, una situazione del genere era difficile da accettare per la mia ragione. L'avvenimento non sconvolse però le mie idee circa l'assenza di un essere superiore, onnipresente,  creatore di mondi e universi. Nossignore, lì non c'era alcun dio. Era una nuova realtà, molto probabilmente, ciò che noi definiamo coscienza, riesce in qualche modo a superare la morte del corpo, quella che viene comunemente chiamata anima, poteva essere una conservazione dell'energia che non andava dispersa con la morte. Scoprimmo insieme di avere ancora desideri legati alla nostra precedente vita, il primo istinto fu di procurarsi del cibo. Ci trovavamo nel nostro paese di nascita e residenza, ci recammo così, in volo, al negozio di frutta e verdura. Con mio sommo stupore, il commerciante ci riconobbe, ma com'era possibile, chiesi a mia sorella? Mi rispose che, probabilmente, all'inizio la nostra nuova forma d'esistenza non accettava di cambiare subito il nuovo modo di vedere le cose. Perciò, convinti ancora di far parte della nostra vecchia dimensione, riuscivamo a trasmettere in qualche modo la nostra presenza, almeno per un periodo di tempo limitato. Pensai che, forse, la spiegazione di parecchi fenomeni sovrannaturali del mondo fisico, del mondo tangibile, erano da imputare a questa caratteristica, concentrando in modo automatico l'energia, allo stesso modo di come si respira, riuscivamo a mostrarci ai vivi, salvo perdere tale potere una volta accettata del tutto la nuova realtà. Capitava infatti di udire dei racconti agghiaccianti circa l'avvistamento di defunti, in taluni casi era possibile anche interagire con loro, come ad esempio parlarci. Ipotesi che avevo sempre associato alla malafede del narratore oppure ad un fattore suggestione estremamente marcato.
Continuavo a sentirmi smarrito in quella nuova forma di vita, pertanto mi limitavo a seguire mia madre e mia sorella. Fu così che mi ritrovai nel cimitero del nostro paese. Noi trapassati eravamo in grado di vedere sia i morti che i vivi, e non sapevo come distinguere gli uni dagli altri, a meno di non avere dei ricordi circa la dipartita di chi mi capitava a tiro.
Era anche il giorno dei morti, pertanto il cimitero era affollato sia dai vivi, sia dai defunti alle prese con la loro (e nostra) situazione.
Cercammo la cappella di nostro padre. Il corpo era stato trasferito in una bara di vetro trasparente, pertanto era nuovamente possibile soffermarsi sul suo temibile sguardo. Mi chiesi però, come mai, non avessi ancora avvistato la sua nuova forma d'esistenza, o la sua anima per rendere le cose più semplici. Da lì a poco, ci raggiunse a bordo della sua sedia a rotelle, si presentò così ai nostri occhi, evidentemente la sua energia aveva scelto di manifestarsi nella sua forma fisica finale.
Cominciò subito a lamentarsi ed inveire contro di noi, io cominciai a provare nuovamente rabbia finché, ad un certo punto, proposi una tregua definitiva. In fondo non aveva più senso traslare dal vecchio mondo al nuovo i rancori della passata esistenza. Ormai eravamo tutti forme d'energia, energia libera, svincolata da qualsiasi convenzione sociale e, pertanto, anche dai litigi feroci ai quali i vivi erano spesso soggetti. Tutto ciò continuava comunque a sembrarmi parecchio inquietante, sinistro, pericoloso. Che senso aveva vagare di continuo senza poter lasciare traccia, salvo casi eccezionali? Una volta presa facoltà del nuovo corpo immateriale, si poteva comunque riprendere ad usare oggetti fisici, appartenenti alla vecchia dimensione. Ma il bello della vita non era forse quello di sapere di avere un tempo limitato a disposizione, e pertanto i piaceri ad essa correlati cessavano di esistere nel momento in cui la nuova vita pareva essere eterna?
Cosa mi avrebbe riservato il futuro? Non ne avevo idea, nel frattempo  sapevo solo che, adesso, ero soltanto una tra le infinite anime in pena.

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Ciao @Giovanni Prete

Ho notato che hai inserito questo tuo testo in Narrativa, senza però presentarti in Ingresso e  commentando un altro testo con appena una riga... un po' pochino...

Mi permetto di consigliarti, ma ritengo lo farà in maniera più  adeguata lo Staff, di presentarti brevemente in Ingresso,  e di  scrivere un commento più "sostanzioso", il cui link potrai postare sempre qui, basandoti  di massima sulle linee guida che puoi trovare qui.

 

 

 

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2 ore fa, Giovanni Prete ha scritto:

Eravamo morti. Io, mia madre e mia sorella. Non mi erano chiare le circostanze del trapasso ma ero di nuovo sulla terra, con le mie fattezze terrene. Io, che non credevo ad una vita dopo la morte, ero lì assieme a due dei miei famigliari. Eravamo in grado di spostarci anche volando sebbene io avessi qualche difficoltà in tal senso, loro due sembravano invece più a loro agio. Probabilmente era da imputare alla mia estrema razionalità mentre ero in vita, una situazione del genere era difficile da accettare per la mia ragione. L'avvenimento non sconvolse però le mie idee circa l'assenza di un essere superiore, onnipresente,  creatore di mondi e universi. Nossignore, lì non c'era alcun dio. Era una nuova realtà, molto probabilmente, ciò che noi definiamo coscienza, riesce in qualche modo a superare la morte del corpo, quella che viene comunemente chiamata anima, poteva essere una conservazione dell'energia che non andava dispersa con la morte. Scoprimmo insieme di avere ancora desideri legati alla nostra precedente vita, il primo istinto fu di procurarsi del cibo. Ci trovavamo nel nostro paese di nascita e residenza, ci recammo così, in volo, al negozio di frutta e verdura. Con mio sommo stupore, il commerciante ci riconobbe, ma com'era possibile, chiesi a mia sorella? Mi rispose che, probabilmente, all'inizio la nostra nuova forma d'esistenza non accettava di cambiare subito il nuovo modo di vedere le cose. Perciò, convinti ancora di far parte della nostra vecchia dimensione, riuscivamo a trasmettere in qualche modo la nostra presenza, almeno per un periodo di tempo limitato. Pensai che, forse, la spiegazione di parecchi fenomeni sovrannaturali del mondo fisico, del mondo tangibile, erano da imputare a questa caratteristica, concentrando in modo automatico l'energia, allo stesso modo di come si respira, riuscivamo a mostrarci ai vivi, salvo perdere tale potere una volta accettata del tutto la nuova realtà. Capitava infatti di udire dei racconti agghiaccianti circa l'avvistamento di defunti, in taluni casi era possibile anche interagire con loro, come ad esempio parlarci. Ipotesi che avevo sempre associato alla malafede del narratore oppure ad un fattore suggestione estremamente marcato.
Continuavo a sentirmi smarrito in quella nuova forma di vita, pertanto mi limitavo a seguire mia madre e mia sorella. Fu così che mi ritrovai nel cimitero del nostro paese. Noi trapassati eravamo in grado di vedere sia i morti che i vivi, e non sapevo come distinguere gli uni dagli altri, a meno di non avere dei ricordi circa la dipartita di chi mi capitava a tiro.
Era anche il giorno dei morti, pertanto il cimitero era affollato sia dai vivi, sia dai defunti alle prese con la loro (e nostra) situazione.
Cercammo la cappella di nostro padre. Il corpo era stato trasferito in una bara di vetro trasparente, pertanto era nuovamente possibile soffermarsi sul suo temibile sguardo. Mi chiesi però, come mai, non avessi ancora avvistato la sua nuova forma d'esistenza, o la sua anima per rendere le cose più semplici. Da lì a poco, ci raggiunse a bordo della sua sedia a rotelle, si presentò così ai nostri occhi, evidentemente la sua energia aveva scelto di manifestarsi nella sua forma fisica finale.
Cominciò subito a lamentarsi ed inveire contro di noi, io cominciai a provare nuovamente rabbia finché, ad un certo punto, proposi una tregua definitiva. In fondo non aveva più senso traslare dal vecchio mondo al nuovo i rancori della passata esistenza. Ormai eravamo tutti forme d'energia, energia libera, svincolata da qualsiasi convenzione sociale e, pertanto, anche dai litigi feroci ai quali i vivi erano spesso soggetti. Tutto ciò continuava comunque a sembrarmi parecchio inquietante, sinistro, pericoloso. Che senso aveva vagare di continuo senza poter lasciare traccia, salvo casi eccezionali? Una volta presa facoltà del nuovo corpo immateriale, si poteva comunque riprendere ad usare oggetti fisici, appartenenti alla vecchia dimensione. Ma il bello della vita non era forse quello di sapere di avere un tempo limitato a disposizione, e pertanto i piaceri ad essa correlati cessavano di esistere nel momento in cui la nuova vita pareva essere eterna?
Cosa mi avrebbe riservato il futuro? Non ne avevo idea, nel frattempo  sapevo solo che, adesso, ero soltanto una tra le infinite anime in pena.

Il racconto non è male, valido dal punto di vista grammaticale e sintattico. Fossi in te, lo amplierei un po', così è efficace ma scarno. Comunque bravo, per essere un primo racconto merita un plauso.

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56 minuti fa, Mario I. ha scritto:

Il racconto non è male, valido dal punto di vista grammaticale e sintattico. Fossi in te, lo amplierei un po', così è efficace ma scarno. Comunque bravo, per essere un primo racconto merita un plauso.

Grazie Mario, in effetti non ho cercato di curarlo neanche un po', diciamo che è una versione nuda e cruda, così come mi è venuta. Proverò a sistemarlo un po'

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Figurati. Se ti interessa, nei racconti a capitoli ho inserito l'incipit del racconto noir di cui ho scritto prima, titolo provvisorio "Una taglia per il Tagliatore".

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2 minuti fa, Mario I. ha scritto:

Figurati. Se ti interessa, nei racconti a capitoli ho inserito l'incipit del racconto noir di cui ho scritto prima, titolo provvisorio "Una taglia per il Tagliatore".

Fantastico, più tardi, con calma, me lo leggo per bene.

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6 ore fa, Giovanni Prete ha scritto:

Ok, rimedio.

@Giovanni Prete è ancora troppo poco: tolte le formule di presentazione i saluti il commento si riduce a due righe.

Il regolamento al punto 2.4 prevede:

2.4

L’utente che desidera pubblicare un testo in OFFICINA è tenuto a commentarne un altro in maniera esaustiva e dettagliata, toccando molti o tutti i punti dello schema seguente:

2.4.1. Racconti: trama (intreccio, incipit, sviluppo e conclusione della storia, coerenza e originalità), personaggi (caratterizzazione, psicologia, incisività, originalità), contenuti (adeguatezza, plausibilità, messaggio trasmesso, empatia), stile (scorrevolezza, complessità, chiarezza, coerenza), grammatica e sintassi (refusi, errori grammaticali, frasi complesse, poco scorrevoli o sintatticamente errate), giudizio finale.

 

So che all'inizio non è facile, e per questo siamo tolleranti con i nuovi utenti, però così è davvero troppo poco.

Sforzati di fare un commento adeguato e invia il link tramite messaggio privato a un qualsiasi staffer che trovi on line, il quale provvederà a riaprire la discussione, se verificherà che il commento è conforme alla norma.

Grazie.

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Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

Probabilmente era da imputare alla mia estrema razionalità mentre ero in vita, una situazione del genere era difficile da accettare per la mia ragione

Elimina la seconda parte . R

ipeti il concetto appena espresso (se in vita era razionale...)

 

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

 

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

Perciò, convinti ancora di far parte della nostra vecchia dimensione, riuscivamo a trasmettere in qualche modo la nostra presenza, almeno per un periodo di tempo limitato

 

Questo periodo non mi convince molto. Sareste rimasti visibili solo fino a "mutazione" completata. Quindi secondo me il tempo verbale non è corretto: saremmo riusciti a trasmettere in qualche modo...

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

a meno di non avere dei ricordi circa la dipartita di chi mi capitava a tiro

A tiro? Non sarebbe più corretto scrivere: ... di chi mi capitava d'incontrare. 

 

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

pertanto era nuovamente possibile soffermarsi sul suo temibile sguardo

Sguardo? Ai morti di solito vengono chiusi gli occhi, dimmi perché lui li aveva aperti. Ho letto che hai scritto questo racconto di getto, le mie osservazioni ti serviranno per rifletterci su. Mi sembra poco incisivo sul contenuto. Tuo padre arriva a bordo della sua sedia a rotelle e da vero rompiscatole continua con il suo rimbrottare, a questo punto ho avuto l'impressione che il testo potesse svilupparsi in chiave comica, invece il finale non aggiunge nulla di che. Scusami la franchezza. In ogni caso  per un pezzo scritto di getto, devo dire che te la sei cavata abbastanza bene.  

Ciao e alla prossima. 

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5 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha scritto:

Elimina la seconda parte . R

ipeti il concetto appena espresso (se in vita era razionale...)

 

 

Ciao, grazie del commento e dei consigli.

Parto dalla fine: gli occhi di tutti noi "trapassati" erano aperti, nella nuova forma di esistenza viene conservato l'aspetto fisico di quando si era in vita, mio padre era presente non nella sua forma di cadavere ma in quella, per così dire, spirituale. 

 

Quanto al siparietto comico non era mia intenzione implementarlo, ho cercato di romanzare un sogno e l'atmosfera era abbastanza tetra (non so se traspare dalle righe).

 

La forma "di chi mi capitava d'incontrare" è senz'altro più corretta di quella che ho usato, volevo però far apparire il narratore come il protagonista della storia che stava ancora vivendo, in una situazione del genere credo siano più indicate delle espressioni meno corrette ma più d'impatto.

 

Quanto al tempo verbale utilizzato, ho preferito la forma "riuscivamo" perché fa riferimento, piuttosto che a una descrizione generale della situazione, al momento preciso in cui il negoziante riusciva a percepire la nostra presenza in modo chiaro e distinto, immagina ad esempio una situazione del genere: "appena la nebbia si sarebbe diradata, saremmo riusciti a vedere l'orizzonte" e poi, invece: "la nebbia si era diradata, riuscivamo a vedere l'orizzonte".

 

Non so se è corretta la forma ma è comunque relativa a ciò che volevo comunicare.

 

Quanto alla ripetizione, invece, era giusto per dare forza al concetto di sovrannaturale dell'io narrante. È vero che la prima parte racchiude la seconda ma immagina una cosa del genere: "assistetti allo scioccante incidente", di norma potrebbe finire così ma aggiungendo un "ero davvero sconcertato" credo si rafforzi ulteriormente l'immagine da voler descrivere.

 

Ad ogni modo, è stato davvero il mio primo racconto, l'inesperienza c'è e si vede.

 

Ciao e alla prossima! :)

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Ciao @Giovanni Prete, è la prima volta che ci incrociamo qui sul forum, quindi innanzitutto benvenuto.

Il racconto, pur incentrato su un’idea ampiamente trattata, presenta uno spunto originale: i morti, restando sulla terra sotto forma di spiriti, o qualcosa di simile, vengono visti e riconosciuti anche dai vivi. Tuttavia, per come è narrata la vicenda, secondo me questo potenziale resta inespresso e ciò è un peccato. La pecca di questo racconto non è dunque tanto la sostanza, quanto la forma.

Per quanto riguarda la trama, durante la lettura mi sono sorti alcuni dubbi che sono rimasti senza risposta. Primo fra tutti: perché nessuno dei viventi si sorprende nel vedere gli spiriti dei trapassati? Anzi, sono i defunti quelli che si stupiscono.

I protagonisti poi si recano dal fruttivendolo per procurarsi del cibo, ma non ci viene detto se vi riescano o no (e qui magari potevi inserire una descrizione umoristica o paradossale dei loro tentativi, più o meno vani, di mangiare una mela). La scena si sposta subito al cimitero, ma non ce ne viene spiegato il motivo, semplicemente il protagonista vi si ritrova seguendo madre e sorella.

In effetti di descrizioni e azioni ce ne sono poche (i dialoghi poi mancano del tutto), il testo è quasi interamente dominato dalle riflessioni sulla propria condizione in cui si lancia il protagonista, che secondo me appesantiscono troppo la lettura in un racconto così breve. Sarebbero invece più godibili (e anche meglio giustificate) se intervallate da dialoghi e fatti (non semplicemente riportati, ma mostrati, il famoso “show don’t tell”).

Per quanto riguarda il personaggi, al di là del protagonista, di cui non si sa nulla, e la madre e la sorella, che restano per tutto il tempo sullo sfondo, immateriali figure di contorno (un po' come la loro condizione di spettri), mi ha lasciato perplesso il padre, per più di un motivo. Innanzitutto perché il suo corpo è stato messo in una bara di vetro trasparente? Per sua specifica volontà? Forse dovresti specificarlo. Inoltre, visto che:

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

era nuovamente possibile soffermarsi sul suo temibile sguardo

il corpo deve essere stato imbalsamato, a occhi aperti peraltro. Circostanza un po’ strana che meriterebbe un chiarimento.

Restando sugli occhi, perché definisci il suo sguardo “temibile”? Forse a ciò si ricollega  il fatto che, non appena vede i familiari, comincia a inveire contro di loro. Come spieghi poco dopo, infatti, in vita erano soliti litigare frequentemente, ma non entrando nello specifico lasci il lettore con una sensazione di incompletezza che non giova al godimento del racconto.

 

Ho apprezzato invece la considerazione finale, molto profonda:

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

Ma il bello della vita non era forse quello di sapere di avere un tempo limitato a disposizione, e pertanto i piaceri ad essa correlati cessavano di esistere nel momento in cui la nuova vita pareva essere eterna?

che tuttavia potrebbe essere resa più pregnante e d'impatto sintetizzandola in un periodo più corto.

 

Dal punto di vista stilistico ti faccio notare l’uso delle virgole, talvolta ridondante o impreciso. Ad esempio in questo passaggio:

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

Era una nuova realtà, molto probabilmente, ciò che noi definiamo coscienza, riesce in qualche modo a superare la morte del corpo, quella che viene comunemente chiamata anima, poteva essere una conservazione dell'energia che non andava dispersa con la morte

Puoi eliminarle tutte, sostituendo la prima con un punto fermo e inserendo una "e" dopo la penultima.

O ancora qui:

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

Mi chiesi però, come mai, non avessi ancora avvistato la sua nuova forma d'esistenza,

Il "come mai" può essere tolto dall'inciso snellendo la lettura, oppure inserendo il "però" tra le virgole.

 

Fai attenzione anche alla “d” eufonica. L’italiano la vorrebbe utilizzata solo quando si trova tra due vocali identiche (tranne eccezioni per quanto riguarda forme ormai entrate nell’uso comune o derivanti dal latino, come “ad esempio”), in questo modo ne guadagna la fluidità di lettura.

 

Ci sono inoltre varie ripetizioni, che risaltano subito agli occhi in un testo di tale brevità e possono essere facilmente evitate (magari è una precisa scelta stilistica, ma io personalmente le aborrisco). Due esempi:

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

Era anche il giorno dei morti, pertanto il cimitero era affollato sia dai vivi, sia dai defunti alle prese con la loro (e nostra) situazione.
Cercammo la cappella di nostro padre. Il corpo era stato trasferito in una bara di vetro trasparente, pertanto era nuovamente possibile soffermarsi sul suo temibile sguardo.

Ripetuto anche poco prima e poco dopo, e:

Il 18/10/2019 alle 16:29, Giovanni Prete ha scritto:

Cominciò subito a lamentarsi ed inveire contro di noi, io cominciai a provare nuovamente rabbia

 

In definitiva sembra più di leggere un incipit che un racconto autoconclusivo, lo spunto è interessante ma la realizzazione da rivedere profondamente.

A rileggerci!

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4 ore fa, lucamenca ha scritto:

Ciao @Giovanni Prete, è la prima volta che ci incrociamo qui sul forum, quindi innanzitutto benvenuto.

Il racconto, pur incentrato su un’idea ampiamente trattata, presenta uno spunto originale: i morti, restando sulla terra sotto forma di spiriti, o qualcosa di simile, vengono visti e riconosciuti anche dai vivi. Tuttavia, per come è narrata la vicenda, secondo me questo potenziale resta inespresso e ciò è un peccato. La pecca di questo racconto non è dunque tanto la sostanza, quanto la forma.

Per quanto riguarda la trama, durante la lettura mi sono sorti alcuni dubbi che sono rimasti senza risposta. Primo fra tutti: perché nessuno dei viventi si sorprende nel vedere gli spiriti dei trapassati? Anzi, sono i defunti quelli che si stupiscono.

I protagonisti poi si recano dal fruttivendolo per procurarsi del cibo, ma non ci viene detto se vi riescano o no (e qui magari potevi inserire una descrizione umoristica o paradossale dei loro tentativi, più o meno vani, di mangiare una mela). La scena si sposta subito al cimitero, ma non ce ne viene spiegato il motivo, semplicemente il protagonista vi si ritrova seguendo madre e sorella.

In effetti di descrizioni e azioni ce ne sono poche (i dialoghi poi mancano del tutto), il testo è quasi interamente dominato dalle riflessioni sulla propria condizione in cui si lancia il protagonista, che secondo me appesantiscono troppo la lettura in un racconto così breve. Sarebbero invece più godibili (e anche meglio giustificate) se intervallate da dialoghi e fatti (non semplicemente riportati, ma mostrati, il famoso “show don’t tell”).

Per quanto riguarda il personaggi, al di là del protagonista, di cui non si sa nulla, e la madre e la sorella, che restano per tutto il tempo sullo sfondo, immateriali figure di contorno (un po' come la loro condizione di spettri), mi ha lasciato perplesso il padre, per più di un motivo. Innanzitutto perché il suo corpo è stato messo in una bara di vetro trasparente? Per sua specifica volontà? Forse dovresti specificarlo. Inoltre, visto che:

il corpo deve essere stato imbalsamato, a occhi aperti peraltro. Circostanza un po’ strana che meriterebbe un chiarimento.

Restando sugli occhi, perché definisci il suo sguardo “temibile”? Forse a ciò si ricollega  il fatto che, non appena vede i familiari, comincia a inveire contro di loro. Come spieghi poco dopo, infatti, in vita erano soliti litigare frequentemente, ma non entrando nello specifico lasci il lettore con una sensazione di incompletezza che non giova al godimento del racconto.

 

Ho apprezzato invece la considerazione finale, molto profonda:

che tuttavia potrebbe essere resa più pregnante e d'impatto sintetizzandola in un periodo più corto.

 

Dal punto di vista stilistico ti faccio notare l’uso delle virgole, talvolta ridondante o impreciso. Ad esempio in questo passaggio:

Puoi eliminarle tutte, sostituendo la prima con un punto fermo e inserendo una "e" dopo la penultima.

O ancora qui:

Il "come mai" può essere tolto dall'inciso snellendo la lettura, oppure inserendo il "però" tra le virgole.

 

Fai attenzione anche alla “d” eufonica. L’italiano la vorrebbe utilizzata solo quando si trova tra due vocali identiche (tranne eccezioni per quanto riguarda forme ormai entrate nell’uso comune o derivanti dal latino, come “ad esempio”), in questo 

Ciao Luca, grazie mille del benvenuto :)

 

Venendo al contenuto del tuo intervento, gran parte dei dubbi possono essere risolti tenendo presente che si tratta di un mio sogno che ho cercato di romanzare, senza aggiungere e né togliere nulla, scritto davvero in pochi minuti.

 

Il lettore giustamente non può tenere presente questa premesse, pertanto i tuoi dubbi circa la trama sono assolutamente legittimi.

 

Se mi capitasse di scrivere nuovamente un racconto basato su un sogno, cercherò sicuramente di renderlo più distaccato ampliandone i contenuti.

 

Quanto ai "peccati" di scrittura mi trovi perfettamente d'accordo (ecco, in questo caso è un'eccezione la d eufonica visto che le vocali collegate sono diverse? Che io sappia si usa appunto tale forma). Purtroppo faccio un uso smodato delle virgole, nonché non ho capito quando andrebbe usata la forma contenente i due trattini che racchiudono la frase.

 

Le ripetizioni credo siano colpa di una rilettura frettolosa e disattenta.

Provo ad esempio a risolvere uno dei dubbi che, in effetti, puo risaltare al lettore: in sostanza, i vivi non riescono a vedere i morti, solo in certi casi, quando il defunto non è ancora del tutto consapevole della sua nuova forma di esistenza, riesce a manifestarsi con sembianze umane, da qui il mancato stupore del negoziante. Da quel punto in poi, e non l'ho specificato, i tre protagonisti vengono avvistati solo dai loro simili.

Praticamente, una sorta di sottinteso che rimanda alle credenze popolari, storie del tipo "rimasi scioccato dopo aver saputo che tizio era morto la sera prima, io lo vidi perfettamente la mattina successiva e ci parlai anche" (per inciso, leggende alle quali non ho mai creduto neanche per un istante).

 

Ancora una volta, il lettore non può tenere presente il sottinteso, ed è compito dello scrittore quello di specificare le circostanze.

 

Grazie mille dunque, sono consigli utilissimi che terrò presente alla mia prossima prova da scrittore, sia quelli sul contenuto, sia quelli sulla forma.

 

Vado a leggere uno dei tuoi racconti per ricambiare il favore, a presto!

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