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davidep

28 Settembre

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commento ad altro testo

 

«Vieni, andiamo là sotto!», disse Maria prendendomi per mano mentre le prime pesanti gocce d’acqua scendevano dal cielo. Ci riparammo sotto il portico illuminato di un palazzo, insieme al resto della folla isterica che come uno sciame ci aveva presto raggiunto. Era notte fonda ormai, ma le strade del centro città straripavano ancora di persone accorse da ogni sobborgo che circondava la città. 

Era la Notte Bianca: un evento atteso da mesi. Per ventiquattro ore continue tutti i musei, i negozi e i bar sarebbero stati aperti e ogni piazza del centro cittadino avrebbe ospitato spettacoli teatrali, mostre fotografiche, installazioni artistiche e concerti.

 

«E così finisce la serata», dissi guardando la strada di fronte a noi mentre la pioggia scendeva fitta. Il tintinnio delle miriadi di gocce che battevano sulle carrozzerie delle macchine ferme nel traffico sovrastava il chiasso della folla sotto il portico. 

«Aspettiamo, magari dura poco. È il solito acquazzone di fine estate», rispose Maria senza distogliere lo guardo dalla strada.

 

Dall’altra parte della strada due ragazzi correvano curvi riparandosi dalla pioggia con uno scatolone sgangherato rimediato chissà dove. Ridevano. Intorno a noi gli spazi si ristringevano sempre di più mentre il fumo delle sigarette e la puzza di tessuto bagnato della folla ci avvolgeva inclemente. 

 

Fu una frazione di secondo: le luci sotto il porticato si spensero, tutti i lampioni sulla strada si affievolirono e infine spirarono. La folla si destò con un unico schiamazzo di stupore. 

Mi feci largo tra le persone e uscii dal portico per osservare meglio la strada. Anche i semafori erano spenti e dall’altra parte del fiume il muro di palazzi ottocenteschi, solitamente illuminati, erano neri come una lastra di ardesia. Mi voltai nella direzione da cui scorre il fiume sperando di scorgere Castel Sant’Angelo avvolto dalla luce di potenti fari alogeni. Al suo posto, invece, ne riconobbi i lineamenti tarchiati immersi nell’oscurità. Alle spalle del mausoleo, sul Monte Mario, anche i quartieri alti della città erano spenti: le solite luci fastoso delle ville dei ricchi ora tacevano impotenti.

 

«Non è solo l’isolato che è rimasto senza luce, è l’intera città», dissi a Maria una volta tornato sotto il portico. 

«Allora andiamo a casa dai», rispose mentre mi asciugava la testa fradicia con un lembo della sua felpa.

 

Ci incamminammo verso la Stazione Termini da dove avremmo preso un treno regionale verso casa. 

La pioggia si era affievolita e la città era pervasa dalla frenetica attività di una moltitudine stanca e con una gran fretta di tornare a casa, al coperto. 

All’incrocio di Ponte Garibaldi un infernale groviglio di macchine si muoveva lento come una massa lavica incandescente da cui si irradiva l’unica luce disponibile. Un autobus arancione, con il motore spento e l’autista dalla faccia rassegnata appoggiato sul volante, straripava di persone il cui fiato aveva fatto appannare i vetri.

Attraversammo il Tevere e raggiungemmo Piazza Venezia. Salimmo sul Quirinale e da lì percorrendo Via Nazionale saremmo arrivati nei pressi della Stazione Termini. Con una piccola deviazione costeggiamo il Viminale.

 

«Guarda», dissi indicando l’inanimata facciata del palazzo, «anche il Ministero dell’Interno è al buio».

«Forse è meglio sbrigarsi», rispose Maria accellerando il passo.

 

Dopo una decina di minuti arrivammo in stazione. La pioggia era cessata e la cupa cappa di nuvole basse e pesanti cominciava a mostrare crepe nere da cui si intravedeva qualche rara stella. L’androne della biglietteria era invaso dalla folla urlante e da un forte odore di tessuto bagnato. Qualcuno rassegnato dormiva sul pavimento poggiando la testa su un cuscino fatto giacche arrotolate e umide. Altri, seduti per terra con le spalle al muro e le gambe piegate sul petto, sonnecchiavano sopraffatti dalla stanchezza. Anche la stazione era al buio più completo: il grande tabellone elettronico delle partenze e degli arrivi era ora come una lugubre ed inutile stele nera. Un uomo in livrea ufficiale, in piedi su un tavolo poggiato di fronte alla biglietteria, urlava con un megafono: «Tutti i treni in partenza fino a nuova disposizione».

 

Anche io, provato dalla lunga camminata, mi sedetti sul pavimento bagnato, tirai su le gambe su cui poggiai la testa e chiusi gli occhi.

Maria si chinò su di me. 

«Senti, visto che non possiamo tornare a casa, ti va di andare da un altra parte?», sussurrò, «C’è una cosa che possiamo vedere solo oggi a Roma». 

Annuii. 

Maria, sorridendo compiaciuta, mi aiutò ad alzarmi. Fuori il cielo era ormai terso e un brivido mi percorse la schiena appena la maglietta bagnata toccò la pelle.

 

Percorremmo Via del Quirinale, a tratti rischiarati dalle luci rosse e bianche delle automobili che rimbalzavano sull’asfalto bagnato come riflesse da uno specchio e si infrangevano sui palazzi.

Al primo piano, una debole candela illuminava un soffitto finemente decorato sorretto da robuste travi in legno. Il bagliore fluttuò al piano superiore e infine si spense.

Arrivammo presto a Piazza del Quirinale. L’ampia piazza pedonale, delimitata da una bassa balaustra di travertino, si affacciava sul Rione Trevi completamente soffocato nel buio. Nell’oscurità impenetrabile vedevo i lineamenti di Maria irradiati da un debole bagliore blu intenta a guardare il cielo col naso all’insù.

 

«Guarda», mi disse indicando il cielo.

 

Sopra di noi la Via Lattea esplodeva infinita come un fuoco d’artificio millenario.

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17 ore fa, davidep ha scritto:

Mi voltai nella direzione da cui scorre il fiume sperando di scorgere Castel Sant’Angelo avvolto dalla luce di potenti fari alogeni. Al suo posto, invece, ne riconobbi i lineamenti tarchiati immersi nell’oscurità

Mi piace questa immagine, anche se l'aggettivo "tarchiati" per le torri di Castel Sant'Angelo non mi pare azzeccatissimo (ma è un parere personsle del quale puoi non tenerne conto).

17 ore fa, davidep ha scritto:

le solite luci fastoso delle ville

Refuso: fastose

 

17 ore fa, davidep ha scritto:

un infernale groviglio di macchine si muoveva lento come una massa lavica incandescente da cui si irradiva l’unica luce disponibile

Mi piace

 

17 ore fa, davidep ha scritto:

su un cuscino fatto giacche arrotolate e umide

Refuso: manca di, fatto di giacche

 

17 ore fa, davidep ha scritto:

«Tutti i treni in partenza fino a nuova disposizione».

In questo annuncio mi sembra manchi quslcosa.

 

17 ore fa, davidep ha scritto:

Sopra di noi la Via Lattea esplodeva infinita come un fuoco d’artificio millenario

La chiusa mi piace molto come descrizione.

È la prima volta che leggo qualcosa di tuo e queste sono le mie impressioni:

Il tuo racconto è molto ricco di immagini. Hai saputo descrivere un blackout portando il lettore all'estasi della via lattea, visibile in tutto il suo splendore solo nell'oscurità. È scritto in modo molto scorrevole e (mi sembra) sufficientemente corretto (altri sapranno scoprire meglio di me imperfezioni e magagne). Eppure devo dirti, ma non prenderla in negativo, che in un racconto breve personalmente sento il bisogno di qualcosa che sia più... significativo. Più intrigante, sorprendente. Non so se riesco a spiegarmi. Resta comunque una bella narrazione.

Alla prossima. 

 

 

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Un racconto che è un frammento. Ricordo la prima notte bianca, da romana non ero a Roma quella sera :P.  I miei amici mi hanno raccontato quello hai descritto tu in questo  brano. La tua è una bella prosa, delicata, purtroppo ho potuto vederla solo nelle descrizioni, mi sono manacati gli stati d'animo dei protagonisti, i loro pensieri. Si preoccupavano solo di tornare a casa? Si limitavano a guardare? Credo che un racconto debba comunicare qualcosa, non solo mostrare delle situazioni, ecco perchè ho esordito dicendo che secondo me ho letto un frammento, non vedo una storia. Scusa se ti dico questo, ma è solo per riflettere, ok? Pensa al black out, mettilo in relazione anche con una sola frase a lui, a lei, o a loro due,  così facendo secondo me già comunichi di più.

Il 14/10/2019 alle 23:17, davidep ha scritto:

«Guarda», mi disse indicando il cielo.

 

Sopra di noi la Via Lattea esplodeva infinita come un fuoco d’artificio millenario.

Nel finale ho sentito i sentimenti, una bella chiusa.

Ciao, a presto

 

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Care @Adelaide J. Pellitteri e @Lauram,

 

grazie per aver dedicato del tempo a questo mio testo e grazie per le correzioni e per commenti: sempre utili e preziosi.

Entrambe in qualche modo avete riconosciuto la mancanza di una "storia" in questo racconto: mi ci ritrovo in questa osservazione.

 

Il testo però è nato davvero come un tentativo di ricordare quella notte e di descriverla a distanza di 15 anni: forse per questo mi sono concentrato sull'ambientazione più che sui personaggi e la trama.

 

a presto!

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Mi è piaciuto leggere questo "racconto di un avvenimento", è andato via abbastanza liscio e ho apprezzato il finale a sorpresa sulle stelle a causa del blackout. Ci sono alcune cosine a cui ti suggerisco di prestare più attenzione però, come le ripetizioni e la punteggiatura. Ad esempio:

Quota

«Vieni, andiamo là sotto!», disse Maria prendendomi per mano mentre le prime pesanti gocce d’acqua scendevano dal cielo. Ci riparammo sotto il portico illuminato di un palazzo, insieme al resto della folla isterica che come uno sciame ci aveva presto raggiunto. Era notte fonda ormai, ma le strade del centro città straripavano ancora di persone accorse da ogni sobborgo che circondava la città.

O ancora:

Quota

«E così finisce la serata», dissi guardando la strada di fronte a noi mentre la pioggia scendeva fitta. Il tintinnio delle miriadi di gocce che battevano sulle carrozzerie delle macchine ferme nel traffico sovrastava il chiasso della folla sotto il portico. 

«Aspettiamo, magari dura poco. È il solito acquazzone di fine estate», rispose Maria senza distogliere lo guardo dalla strada.

 

Dall’altra parte della strada due ragazzi correvano

Cerca di usare dei sinonimi, oppure puoi evitare proprio di ripeterti dato che lo scenario è chiaro e al lettore è già ben presente (tipo nel caso dei sobborghi, è logico che si tratti dei "sobborghi della città", puoi evitare di dirlo di nuovo).

 

Qui invece potrebbe essere più chiaro

Quota

Mi voltai nella direzione da cui scorre il fiume sperando di scorgere Castel Sant’Angelo avvolto dalla luce di potenti fari alogeni. Al suo posto, invece, ne riconobbi i lineamenti tarchiati immersi nell’oscurità.

Capisco che a causa del buio, si riesca a scorgere solo la sagoma di Castel Sant'Angelo, però l'avrei giocata diversamente: Mi voltai nella direzione da cui scorre il fiume,(virgola, dai più respiro) sperando di scorgere Castel Sant’Angelo avvolto dalla luce di potenti fari alogeni. Al suo posto, invece, ne riconobbi solo-unicamente-a tratti i lineamenti tarchiati immersi nell’oscurità.

Anche qui ci avrei piazzato una virgola: Salimmo sul Quirinale, e da lì percorrendo Via Nazionale saremmo arrivati nei pressi della Stazione Termini.

Altra ripetizione che dà fastidio:

Quota

 tirai su le gambe su cui poggiai la testa e chiusi gli occhi

Potresti risolverla ad esempio così: tirai su le gambe, ci poggiai la testa e chiusi gli occhi.

 

Quota

Percorremmo Via del Quirinale, a tratti rischiarati dalle luci rosse e bianche delle automobili che rimbalzavano sull’asfalto bagnato come riflesse da uno specchio virgola e si infrangevano sui palazzi.

 

Insomma, tutte sciocchezzuole che però (secondo me eh!) contribuirebbero a rendere la narrazione più scorrevole.

Spero di esserti stata utile e non troppo cagac**** :)

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Ciao @IlGattoSulDivano e grazie molto per aver dedicato del tempo a questo raccontino: mi ritrovo in praticamente tutti gli appunti che mi hai fatto.

 

Ogni commento è utile e questo è il bello dell'officina del WD.

 

a presto!

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