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Shiki Ryougi

Vivere di sola scrittura in Italia

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Tornando alla discussione, comunque vivere di sola scrittura può avere diversi significati.

Ovvero, se domani mattina mi dicessero "deciditi, o continui a fare il tuo lavoro guadagnando 100 oppure diventerai uno scrittore ma il tuo guadagno sarà 10", sinceramente opterei subito per la seconda opzione!

Voglio vivere facendo un lavoro che mi appassiona, non mi interessa più il guadagno. Se anche avessi guadagni super con la mia attività, comunque non sarei così appagato a livello personale ed emozionale

Mi rendo conto che è un ragionamento che faccio perchè sono in una situazione di "comfort", se avessi mutui, famiglia ecc.. certamente penserei solo a farmi il mazzo sul mio lavoro, che mi piaccia o meno, per portare a casa da mangiare

Ma nella mia situazione sono arrivato ad una sorta di "pace dei sensi", ho smesso di pensare al guadagno. Voglio veramente fare qualcosa che mi emozioni, qualcosa che quando ti svegli al mattino dici "finalmente mi metto al lavoro"

Per questo, spero tra non molto, pubblicherò un mio libro. Devo necessariamente togliermi questo dilemma. Non posso avere per tutta la vita il dubbio "chissà se sarei stato in grado di fare lo scrittore". 

Ormai mi sono creato in testa il mio percorso, in maniera chiara e netta. Non ho più dubbi

La mia attività mi lascia diverso tempo libero e questo tempo lo utilizzo per la scrittura. Continuerò a fare entrambe le cose, almeno finchè il mio libro non sarà pubblicato. Poi vedrò cosa fare, magari scoprirò di fare schifo come scrittore e quindi continuerò ad occuparmi solo della mia attività. Almeno mi metterò l'anima in pace

Magari invece farò un buon libro e sarà lo slancio per la "carriera" di scrittore. 

Per come la vedo io è tutto destino, quindi nel mio è già scritto come andrà il mio libro ecc.. non mi resta che scoprirlo

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1 ora fa, Bojack88 ha scritto:

 a fare entrambe le cose, almeno finchè il mio libro non sarà pubblicato. Poi vedrò cosa fare, magari scoprirò di fare schifo come scrittore e quindi continuerò ad occuparmi solo della mia attività. Almeno mi metterò l'anima in pace

Magari invece farò un buon libro e sarà lo slancio per la "carriera" di scrittore.

Tutto molto condivisibile. L'unica falla nel tuo discorso, secondo me, è che tu dai quasi per scontato che scrivere un buon libro significhi vendere. Essere un bravo scrittore ed essere uno scrittore di successo, invece, sono due cose molto diverse che non necessariamente coincidono. È questo a complicare tutto.

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Assolutamente, sono pienamente d'accordo con te.

Infatti ho specificato che la mia sarà una "prova", nel senso che il libro lo pubblico. Poi può essere che vada male e che non lo compri nessuno. Per questo al momento mi occupo sia della mia attività che del libro.

Però, aldilà di come andrà, almeno mi tolgo il pensiero e il dubbio

Non do assolutamente per scontato il fatto che, scrivendo un buon libro, in automatico si vende e quindi si guadagna.

Magari fosse così facile

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E, in compenso, è vero anche il contrario. Potresti aver scritto un buon libro anche se in pochi lo hanno letto. E a quel punto? Su che basi decidi se valga la pena di insistere? Ti basta il pare di qualche esperto, che però nel conteggio dei tuoi lettori conta uno come tutti gli altri cinque o sei? 😅 Problema complicatissimo che ha troppo a che fare con il nostro ego per non intricarsi sempre di più. 🙈🙉🙊

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Anche questo è vero.

Non saprei, come dicevo ho un'attività che comunque mi lascia molto tempo libero. Quindi posso fare entrambe le cose, poi certo se vedo che scrivo un libro e faccio il botto e quindi ne scrivo altri allora a quel punto si può decidere di "eliminare" l'attività. Oppure di continuarla ma in maniera molto soft, senza star lì troppo a crearsi problemi 

Cominciamo a fare una cosa alla volta, intanto vediamo se riesco a scrivere e finire un libro. Dopodichè vediamo cosa succede! :D

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Il 8/10/2019 alle 13:14, dyskolos ha scritto:

 

Questa cosa non l'ho mai capita nemmeno io. Il mio ideale è di quattro libri l'anno. Il mio obbiettivo è scriverne tre nel 2020 e quattro nel 2021.

Leggevo da qualche parte che c'è un pregiudizio sullo "scrittore seriale" di questo tipo: più spesso uno scrittore scrive, più bassa sarà la qualità della produzione. Io non credo sia così.

Ribaltando l'idea, dovrei concludere che uno scrittore che scrive, al più, un libro all'anno è uno che scrive con qualità. Per quale alchimia? Sono perplesso :umh::grat:Può essere, per carità, ma non è affatto detto.

D'altro canto, chi scrive più di un libro all'anno può benissimo avere una grande fantasia, descrivere personaggi sempre più interessanti, atmosfere sempre più particolari, trame sempre più avvincenti, temi sempre più vari, eccetera. Inoltre si esercita. Sappiamo tutti che la scrittura migliora col tempo e con lo studio.

Come una volta disse il buon @libero_s: "Voi pensate a scrivere bene". Aggiungo io: "… E fregatevene del resto".

È questa la chiave: la quantità non correla sempre negativamente con la qualità. O viceversa.

 

Da una parte ti ammiro, da una parte mi chiedo : "come fai?". Io ho impiegato più di un anno solo per leggere tutto ciò che mi serviva per rendere credibile la mia storia, avere le nozioni necessarie, costruire le informazioni di cui avevo bisogno. E un altro anno per scrivere il libro. Diciamo che se lo facessi di mestiere, e avessi solo da questo da fare nella vita, potrei dimezzare il tempo. Ma un libro ogni 4 mesi....non riesco a immaginare come sia fisicamente possibile. 

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23 ore fa, mutantboy ha scritto:

Ma un libro ogni 4 mesi....non riesco a immaginare come sia fisicamente possibile. 

 

In realtà non è così impossibile. Dipende anche da ciò che si scrive. Io scrivo polizieschi (gialli/thriller). Li ambiento nel paesello dove vivo. Luoghi che conosco da decenni. I miei personaggi sono sempre gli stessi, membri della squadra investigativa. Sto scrivendo una serie divisa in tanti episodi, ma, ogni volta che aggiungo una puntata, non devo ricreare i personaggi. L'ho fatto una volta all'inizio e poi basta. Ormai li conosco benissimo: li vedo al supermercato, li incontro per strada, ormai mi compaiono nei sogni :asd: Sono miei compagni di gioco, di lavoro, amici, fanno parte di me e della mia famiglia. Sono ispirati a persone reali, che conosco personalmente o attori, attrici, calciatori, politici che vedo in TV.

Per fare un esempio, non è che Agatha Christie a ogni romanzo si inventava un Poirot nuovo. E così scrisse 66 gialli (c'era anche Miss Marple, lo so :)).

 

 

23 ore fa, mutantboy ha scritto:

Io ho impiegato più di un anno solo per leggere tutto ciò che mi serviva per rendere credibile la mia storia, avere le nozioni necessarie, costruire le informazioni di cui avevo bisogno

 

Ti sei dovuto documentare, immagino. C'è un suggerimento di buona scrittura che dice su per giù: "Scrivi solo di ciò che sai". E io lo seguo molto, anche se non ne sono proprio convinto. Quindi non ho bisogno di raccogliere informazioni ogni volta :)

D'altronde qualche giorno fa ho letto qui sul WD  il post di un utente autore di fantasy che diceva di aver fatto quattro anni (quattro, non scherzo, quattro!) di worldbuilding e dopo quei quattro anni aveva ancora dubbi sulla trama. Ecco, per me questo è inconcepibile.

Su Facebook ho letto di una ragazza che affermava di scrivere il suo romanzo da oltre quattro anni ma non riusciva ad andare oltre il terzo capitolo e pertanto chiedeva consigli. Questa era la mia faccia: O_OO_OO_OO_OO_OO_O

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8 minuti fa, dyskolos ha scritto:

 

In realtà non è così impossibile. Dipende anche da ciò che si scrive. Io scrivo polizieschi (gialli/thriller). Li ambiento nel paesello dove vivo. Luoghi che conosco da decenni. I miei personaggi sono sempre gli stessi, membri della squadra investigativa. Sto scrivendo una serie divisa in tanti episodi, ma, ogni volta che aggiungo una puntata, non devo ricreare i personaggi. L'ho fatto una volta all'inizio e poi basta. Ormai li conosco benissimo: li vedo al supermercato, li incontro per strada, ormai mi compaiono nei sogni :asd: Sono miei compagni di gioco, di lavoro, amici, fanno parte di me e della mia famiglia. Sono ispirati a persone reali, che conosco personalmente o attori, attrici, calciatori, politici che vedo in TV.

Per fare un esempio, non è che Agatha Christie a ogni romanzo si inventava un Poirot nuovo. E così scrisse 66 gialli (c'era anche Miss Marple, lo so :)).

 

 

 

Ti sei dovuto documentare, immagino. C'è un suggerimento di buona scrittura che dice su per giù: "Scrivi solo di ciò che sai". E io lo seguo molto, anche se non ne sono proprio convinto. Quindi non ho bisogno di raccogliere informazioni ogni volta :)

D'altronde qualche giorno fa ho letto qui sul WD  il post di un utente autore di fantasy che diceva di aver fatto quattro anni (quattro, non scherzo, quattro!) di worldbuilding e dopo quei quattro anni aveva ancora dubbi sulla trama. Ecco, per me questo è inconcepibile.

Su Facebook ho letto di una ragazza che affermava di scrivere il suo romanzo da oltre quattro anni ma non riusciva ad andare oltre il terzo capitolo e pertanto chiedeva consigli. Questa era la mia faccia: O_OO_OO_OO_OO_OO_O

Concordo sulla linea del "scrivi di ciò che sai". Ma se ci aggiungo il "solo" diventa limitante. Anche io scrivo thriller, ma non sono un poliziotto, per cui mi documento sulle tecniche di indagine, sulle analisi forensi, sulle autopsie, sulle strutture e gerarchie della polizia, su chi ha certi incarichi. Ci sono omicidi, quindi mi documento sugli effetti che certi "attacchi" sul corpo umano, su come portano alla morte, in quanto tempo, in che modo. Sulla decomposizione dei cadaveri. Per mia forma mentale, tutto deve essere molto realistico e niente deve essere vago. Da lettore ho sempre odiato chiedermi "ma questo potrebbe succedere? E come?". Quindi vorrei che i miei lettori non debbano mai chiederselo. Sicuramente non ambienterò mai un romanzo a Città del capo,  che non ho mai visto, o ambientato in un laboratorio di fisica nucleare, ma non posso nemmeno raccontare solo storie di paese con competenze relative al mio lavoro.  

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44 minuti fa, mutantboy ha scritto:

per cui mi documento sulle tecniche di indagine, sulle analisi forensi, sulle autopsie, sulle strutture e gerarchie della polizia, su chi ha certi incarichi

 

Questo l'ho fatto anche io. Il codice di procedura penale è stato a lungo un mio fedele compagno. Adesso lo conosco, quindi salto la parte documentazione.

 

 

44 minuti fa, mutantboy ha scritto:

Da lettore ho sempre odiato chiedermi "ma questo potrebbe succedere? E come?". Quindi vorrei che i miei lettori non debbano mai chiederselo.

 

Sì, è vero, sento molto questo aspetto e una volta ho pure aperto una discussione in merito sul WD. La cosa in fondo è abbastanza filosofica. Alla fine non ho trovato una risposta valida sempre. Il caso esiste: entro per caso in un bar e sempre per caso trovo il mio vicino di casa che mi racconta una cosa che non sapevo. Se però lo metto in un giallo, e l'investigatore entra per caso in un bar e per caso sente due persone che parlano proprio dell'omicidio su cui indaga, proprio in quel momento, il lettore potrebbe avere l'impressione di un Deus ex machina. Nella vita il Caso (o Destino?) ha un ruolo importante, ma in un giallo? Forse sì, forse no… forse nì.

 

 

44 minuti fa, mutantboy ha scritto:

Sicuramente non ambienterò mai un romanzo a Città del capo,  che non ho mai visto, o ambientato in un laboratorio di fisica nucleare, ma non posso nemmeno raccontare solo storie di paese con competenze relative al mio lavoro.  

 

Io forse sono fortunato, ma nel mio paesello hanno girato decine di film. Ho conosciuto di persona Sylvester Stallone, Brad Pitt, Catherine Zeta Jones e tanti altri attori americani. Ho visto automobili esplodere, sparatorie, inseguimenti. Anche alcuni episodi di Montalbano sono stati girati dietro casa mia, ho incontrato Camilleri e Zingaretti. Molti spot pubblicitari (amaro Montenegro, Nike, due volte Wind con Aldo, Giovanni e Giacomo, ecc…), quindi mi sono detto che anche io dovevo sfruttare questo set naturale.

Per dire, un mio giallo è ambientato dove hanno fatto esplodere tre macchine nel film "La scorta" con Claudio Amendola. Le prime due non gli sono venute bene e hanno quindi fatto una terza esplosione.

Naturalmente modifico un po' i luoghi, cambio i toponimi, metto un bosco dove non c'è o un sentiero dove invece corre una statale… In questo modo, modificando i luoghi, ottengo infinite ambientazioni, dove faccio piovere, metto la nebbia, ingrandisco un lago.

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Il 6/8/2020 alle 11:28, mutantboy ha scritto:

Ma un libro ogni 4 mesi....non riesco a immaginare come sia fisicamente possibile.

 

Poi c'è Russell Nohelty, New York Time best-seller, che lo scorso anno ne ha scritti e pubblicati 12 – lo scrivo in numeri arabi, che fa più effetto. Dodici. Forse fa più effetto così. E non è uno che vende pochino, dato che entra nelle liste del New York Times. Non sarà certo questo fenomeno della letteratura mondiale, ma sfido chiunque non disdegni la prolificità a farlo e poi ottenere i suoi risultati.

Lo scrivo perché chiunque sia capace di produrre dodici romanzi all'anno, forse anche in Italia, pubblicando in modo indipendente (self-publishing) come si deve, può campare. Chi lo sa? È durissima.

 

Non è il mio caso. Lo dico dopo dieci anni d'inattività e dopo aver scritto l'ultimo romanzo in cinque anni. Quindi non mi sto paragonando.

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