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Shiki Ryougi

Vivere di sola scrittura in Italia

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Assolutamente, sono pienamente d'accordo con te.

Infatti ho specificato che la mia sarà una "prova", nel senso che il libro lo pubblico. Poi può essere che vada male e che non lo compri nessuno. Per questo al momento mi occupo sia della mia attività che del libro.

Però, aldilà di come andrà, almeno mi tolgo il pensiero e il dubbio

Non do assolutamente per scontato il fatto che, scrivendo un buon libro, in automatico si vende e quindi si guadagna.

Magari fosse così facile

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E, in compenso, è vero anche il contrario. Potresti aver scritto un buon libro anche se in pochi lo hanno letto. E a quel punto? Su che basi decidi se valga la pena di insistere? Ti basta il pare di qualche esperto, che però nel conteggio dei tuoi lettori conta uno come tutti gli altri cinque o sei? 😅 Problema complicatissimo che ha troppo a che fare con il nostro ego per non intricarsi sempre di più. 🙈🙉🙊

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Anche questo è vero.

Non saprei, come dicevo ho un'attività che comunque mi lascia molto tempo libero. Quindi posso fare entrambe le cose, poi certo se vedo che scrivo un libro e faccio il botto e quindi ne scrivo altri allora a quel punto si può decidere di "eliminare" l'attività. Oppure di continuarla ma in maniera molto soft, senza star lì troppo a crearsi problemi 

Cominciamo a fare una cosa alla volta, intanto vediamo se riesco a scrivere e finire un libro. Dopodichè vediamo cosa succede! :D

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Il 8/10/2019 alle 13:14, dyskolos ha scritto:

 

Questa cosa non l'ho mai capita nemmeno io. Il mio ideale è di quattro libri l'anno. Il mio obbiettivo è scriverne tre nel 2020 e quattro nel 2021.

Leggevo da qualche parte che c'è un pregiudizio sullo "scrittore seriale" di questo tipo: più spesso uno scrittore scrive, più bassa sarà la qualità della produzione. Io non credo sia così.

Ribaltando l'idea, dovrei concludere che uno scrittore che scrive, al più, un libro all'anno è uno che scrive con qualità. Per quale alchimia? Sono perplesso :umh::grat:Può essere, per carità, ma non è affatto detto.

D'altro canto, chi scrive più di un libro all'anno può benissimo avere una grande fantasia, descrivere personaggi sempre più interessanti, atmosfere sempre più particolari, trame sempre più avvincenti, temi sempre più vari, eccetera. Inoltre si esercita. Sappiamo tutti che la scrittura migliora col tempo e con lo studio.

Come una volta disse il buon @libero_s: "Voi pensate a scrivere bene". Aggiungo io: "… E fregatevene del resto".

È questa la chiave: la quantità non correla sempre negativamente con la qualità. O viceversa.

 

Da una parte ti ammiro, da una parte mi chiedo : "come fai?". Io ho impiegato più di un anno solo per leggere tutto ciò che mi serviva per rendere credibile la mia storia, avere le nozioni necessarie, costruire le informazioni di cui avevo bisogno. E un altro anno per scrivere il libro. Diciamo che se lo facessi di mestiere, e avessi solo da questo da fare nella vita, potrei dimezzare il tempo. Ma un libro ogni 4 mesi....non riesco a immaginare come sia fisicamente possibile. 

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23 ore fa, mutantboy ha scritto:

Ma un libro ogni 4 mesi....non riesco a immaginare come sia fisicamente possibile. 

 

In realtà non è così impossibile. Dipende anche da ciò che si scrive. Io scrivo polizieschi (gialli/thriller). Li ambiento nel paesello dove vivo. Luoghi che conosco da decenni. I miei personaggi sono sempre gli stessi, membri della squadra investigativa. Sto scrivendo una serie divisa in tanti episodi, ma, ogni volta che aggiungo una puntata, non devo ricreare i personaggi. L'ho fatto una volta all'inizio e poi basta. Ormai li conosco benissimo: li vedo al supermercato, li incontro per strada, ormai mi compaiono nei sogni :asd: Sono miei compagni di gioco, di lavoro, amici, fanno parte di me e della mia famiglia. Sono ispirati a persone reali, che conosco personalmente o attori, attrici, calciatori, politici che vedo in TV.

Per fare un esempio, non è che Agatha Christie a ogni romanzo si inventava un Poirot nuovo. E così scrisse 66 gialli (c'era anche Miss Marple, lo so :)).

 

 

23 ore fa, mutantboy ha scritto:

Io ho impiegato più di un anno solo per leggere tutto ciò che mi serviva per rendere credibile la mia storia, avere le nozioni necessarie, costruire le informazioni di cui avevo bisogno

 

Ti sei dovuto documentare, immagino. C'è un suggerimento di buona scrittura che dice su per giù: "Scrivi solo di ciò che sai". E io lo seguo molto, anche se non ne sono proprio convinto. Quindi non ho bisogno di raccogliere informazioni ogni volta :)

D'altronde qualche giorno fa ho letto qui sul WD  il post di un utente autore di fantasy che diceva di aver fatto quattro anni (quattro, non scherzo, quattro!) di worldbuilding e dopo quei quattro anni aveva ancora dubbi sulla trama. Ecco, per me questo è inconcepibile.

Su Facebook ho letto di una ragazza che affermava di scrivere il suo romanzo da oltre quattro anni ma non riusciva ad andare oltre il terzo capitolo e pertanto chiedeva consigli. Questa era la mia faccia: O_OO_OO_OO_OO_OO_O

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8 minuti fa, dyskolos ha scritto:

 

In realtà non è così impossibile. Dipende anche da ciò che si scrive. Io scrivo polizieschi (gialli/thriller). Li ambiento nel paesello dove vivo. Luoghi che conosco da decenni. I miei personaggi sono sempre gli stessi, membri della squadra investigativa. Sto scrivendo una serie divisa in tanti episodi, ma, ogni volta che aggiungo una puntata, non devo ricreare i personaggi. L'ho fatto una volta all'inizio e poi basta. Ormai li conosco benissimo: li vedo al supermercato, li incontro per strada, ormai mi compaiono nei sogni :asd: Sono miei compagni di gioco, di lavoro, amici, fanno parte di me e della mia famiglia. Sono ispirati a persone reali, che conosco personalmente o attori, attrici, calciatori, politici che vedo in TV.

Per fare un esempio, non è che Agatha Christie a ogni romanzo si inventava un Poirot nuovo. E così scrisse 66 gialli (c'era anche Miss Marple, lo so :)).

 

 

 

Ti sei dovuto documentare, immagino. C'è un suggerimento di buona scrittura che dice su per giù: "Scrivi solo di ciò che sai". E io lo seguo molto, anche se non ne sono proprio convinto. Quindi non ho bisogno di raccogliere informazioni ogni volta :)

D'altronde qualche giorno fa ho letto qui sul WD  il post di un utente autore di fantasy che diceva di aver fatto quattro anni (quattro, non scherzo, quattro!) di worldbuilding e dopo quei quattro anni aveva ancora dubbi sulla trama. Ecco, per me questo è inconcepibile.

Su Facebook ho letto di una ragazza che affermava di scrivere il suo romanzo da oltre quattro anni ma non riusciva ad andare oltre il terzo capitolo e pertanto chiedeva consigli. Questa era la mia faccia: O_OO_OO_OO_OO_OO_O

Concordo sulla linea del "scrivi di ciò che sai". Ma se ci aggiungo il "solo" diventa limitante. Anche io scrivo thriller, ma non sono un poliziotto, per cui mi documento sulle tecniche di indagine, sulle analisi forensi, sulle autopsie, sulle strutture e gerarchie della polizia, su chi ha certi incarichi. Ci sono omicidi, quindi mi documento sugli effetti che certi "attacchi" sul corpo umano, su come portano alla morte, in quanto tempo, in che modo. Sulla decomposizione dei cadaveri. Per mia forma mentale, tutto deve essere molto realistico e niente deve essere vago. Da lettore ho sempre odiato chiedermi "ma questo potrebbe succedere? E come?". Quindi vorrei che i miei lettori non debbano mai chiederselo. Sicuramente non ambienterò mai un romanzo a Città del capo,  che non ho mai visto, o ambientato in un laboratorio di fisica nucleare, ma non posso nemmeno raccontare solo storie di paese con competenze relative al mio lavoro.  

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44 minuti fa, mutantboy ha scritto:

per cui mi documento sulle tecniche di indagine, sulle analisi forensi, sulle autopsie, sulle strutture e gerarchie della polizia, su chi ha certi incarichi

 

Questo l'ho fatto anche io. Il codice di procedura penale è stato a lungo un mio fedele compagno. Adesso lo conosco, quindi salto la parte documentazione.

 

 

44 minuti fa, mutantboy ha scritto:

Da lettore ho sempre odiato chiedermi "ma questo potrebbe succedere? E come?". Quindi vorrei che i miei lettori non debbano mai chiederselo.

 

Sì, è vero, sento molto questo aspetto e una volta ho pure aperto una discussione in merito sul WD. La cosa in fondo è abbastanza filosofica. Alla fine non ho trovato una risposta valida sempre. Il caso esiste: entro per caso in un bar e sempre per caso trovo il mio vicino di casa che mi racconta una cosa che non sapevo. Se però lo metto in un giallo, e l'investigatore entra per caso in un bar e per caso sente due persone che parlano proprio dell'omicidio su cui indaga, proprio in quel momento, il lettore potrebbe avere l'impressione di un Deus ex machina. Nella vita il Caso (o Destino?) ha un ruolo importante, ma in un giallo? Forse sì, forse no… forse nì.

 

 

44 minuti fa, mutantboy ha scritto:

Sicuramente non ambienterò mai un romanzo a Città del capo,  che non ho mai visto, o ambientato in un laboratorio di fisica nucleare, ma non posso nemmeno raccontare solo storie di paese con competenze relative al mio lavoro.  

 

Io forse sono fortunato, ma nel mio paesello hanno girato decine di film. Ho conosciuto di persona Sylvester Stallone, Brad Pitt, Catherine Zeta Jones e tanti altri attori americani. Ho visto automobili esplodere, sparatorie, inseguimenti. Anche alcuni episodi di Montalbano sono stati girati dietro casa mia, ho incontrato Camilleri e Zingaretti. Molti spot pubblicitari (amaro Montenegro, Nike, due volte Wind con Aldo, Giovanni e Giacomo, ecc…), quindi mi sono detto che anche io dovevo sfruttare questo set naturale.

Per dire, un mio giallo è ambientato dove hanno fatto esplodere tre macchine nel film "La scorta" con Claudio Amendola. Le prime due non gli sono venute bene e hanno quindi fatto una terza esplosione.

Naturalmente modifico un po' i luoghi, cambio i toponimi, metto un bosco dove non c'è o un sentiero dove invece corre una statale… In questo modo, modificando i luoghi, ottengo infinite ambientazioni, dove faccio piovere, metto la nebbia, ingrandisco un lago.

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Il 6/8/2020 alle 11:28, mutantboy ha scritto:

Ma un libro ogni 4 mesi....non riesco a immaginare come sia fisicamente possibile.

 

Poi c'è Russell Nohelty, New York Time best-seller, che lo scorso anno ne ha scritti e pubblicati 12 – lo scrivo in numeri arabi, che fa più effetto. Dodici. Forse fa più effetto così. E non è uno che vende pochino, dato che entra nelle liste del New York Times. Non sarà certo questo fenomeno della letteratura mondiale, ma sfido chiunque non disdegni la prolificità a farlo e poi ottenere i suoi risultati.

Lo scrivo perché chiunque sia capace di produrre dodici romanzi all'anno, forse anche in Italia, pubblicando in modo indipendente (self-publishing) come si deve, può campare. Chi lo sa? È durissima.

 

Non è il mio caso. Lo dico dopo dieci anni d'inattività e dopo aver scritto l'ultimo romanzo in cinque anni. Quindi non mi sto paragonando.

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Ora. Proviamo a fare un paio di conti calcolatrice alla mano.

In Italia un libro costa in media 10 euro e l'autore intasca, sempre in media, il 10% del prezzo di copertina su ogni copia venduta.

Approssimativamente un euro a libro.

 

In Italia uno stipendio medio è di 1200-1500 euro al mese quindi uno scrittore per portare a casa uno stipendio normale dovrebbe vendere dalle 1200 alle 1500 copie al mese. Una media di 40 copie al giorno.

 

Avevo sentito tempo fa un'intervista a Roberto Costantini (se la trovo la posto) in cui diceva, se non ricordo male, che i suoi libri vendono 8-10 copie al giorno, nei giorni in cui va bene.

E stiamo parlando di Roberto Costantini, non del primo pincopallino che passa per strada.

 

In più per vivere di scrittura in Italia dovresti vendere 1200-1500 copie al mese tutti i mesi quando in realtà è già tanto se di un libro vengono stampate più di 400-500 copie in tutto.

Quindi per vivere di scrittura in Italia dovresti pubblicare un libro al mese, tutti i mesi, che venda tre volte di più della media. Pressoché impossibile.

 

L'unico modo per vivere grazie ai propri libri in Italia è trovare qualcuno disposto a trasportarli sul grande/piccolo schermo, oppure avere lavori legati al mondo dell'editoria come l'editor e il copywriter.

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Ospite

Qualche tempo fa (prima dell’inizio della crisi sanitaria, quindi diciamo fine 2019-inizio 2020) qui in Francia alcuni scrittori e esperti del settore cominciarono a parlare e riflettere alla creazione di una sorta di reddito minimo, o di contributo di sostegno per gli scrittori professionisti. Non ricordo esattamente i dettagli della proposta, ma pensavano di creare un albo o ordine, e che esso potesse servire anche a sostenere membri in difficoltà per permettere loro di scrivere senza fare la fame.

Questo perché uno scrittore, e si parla di scrittori con più successi all’attivo, premi, che pubblicano con editori importanti, difficilmente vivono del mestiere di scrittore. Forse un Carrere o un Musso, un Levy, e ancora. Anche quelli con grandi numeri all’attivo, e una fama importante, possono permettersi di fare lo scrittore a tempo pieno non tanto grazie alle royalties, ma sopratutto grazie alle ospitate radio e tv, le conferenze, i seminari, le lezioni universitarie, master class eccetera. Gli altri, anche dopo diversi buoni risultati editoriali, continuano anche il lavoro « normale », al massimo passando dal tempo pieno al part time. Infatti molto scrittori professionisti sono professori, avvocati, medici...

E, a quanto si dice, in Francia si legge e si comprano più libri che in Italia. Quindi penso che il discorso si possa estendere oltre i confini. Difficile vivere solo della scrittura di romanzi e beato chi ci riesce :) 

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10 minuti fa, Befana Profana ha scritto:

qui in Francia alcuni scrittori e esperti del settore cominciarono a parlare e riflettere alla creazione di una sorta di reddito minimo, o di contributo di sostegno per gli scrittori professionisti. Non ricordo esattamente i dettagli della proposta, ma pensavano di creare un albo o ordine, e che esso potesse servire anche a sostenere membri in difficoltà per permettere loro di scrivere senza fare la fame.

 

Grazie, molto interessante. Ma temo che la cosa abbia parecchie difficoltà a varcare le Alpi :)

 

In generale, bisogna intendersi sul "vivere". Se uno vuole vivere col ferrarino sotto casa e il maseratino sotto le chiappe, vacanze tutti i mesi in alberghi da 2500 euro a notte, caviale e champagne ogni fine settimana, vuole comparsi un attico a Montecarlo vista porto, dove tiene uno yacht da 10 milioni di euro che gli succhia 300.000 euro di benzina alla settimana solo per andare e venire dalle isole greche, se vuole gli schiavi personali e possedere un grattacielo da 100 piani a Manhattan, ville di lusso alle Bahamas con partitine di golf annesse, scarpe di Prada, penne stilografiche da 15000 euro solo per far capire che sa scrivere e libri finti sugli scaffali solo per darsi l'aria da intellettuale, allora no, non ce la può fare. Ma se si accontenta di stare in affitto in una casa stile spelonca del 2020, col pandino sotto le chiappe, vacanze? che significa?, e via dicendo, magari magari… :P

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Stando ai conti che ho fatto prima vivere di sola scrittura in Italia è pressoché impossibile anche puntando a fare una vita nella media.

Al massimo il guadagno dei libri può portare a qualche centinaio di euro in più (che schifo non fanno per carità) ma che non bastano per vivere.

Gli scrittori italiani che vendono di più hanno praticamente tutti un altro lavoro: Roberto Costantini è un docente universitario, Valerio Massimo Manfredi è archeologo, Gianni Biondillo è un docente di architettura, De Cataldo è un magistrato e così via.

Persino Umberto Eco ha sempre accompagnato l'attività di docente a quella di scrittore. 

 

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Ospite
40 minuti fa, dyskolos ha scritto:

temo che la cosa abbia parecchie difficoltà a varcare le Alpi 

Non si è ancora fatto nulla neanche qui. Ma quello che dicevo che è applicabile anche all'Italia è il fatto che solo dei proventi dei libri non si vive. A meno di essere Amelie Nothomb, che poi già stava benestante di suo, scrive un libro di successo all’anno e ha più di un’adattazione cinematografica o teatrale. 

E non è questione di yacht e ville, non so quali siano i costi della vita dove stai tu, @dyskolos , ma delle royalties autori affermati con più pubblicazioni all’attivo qui guadagnano 4-500 euro all’anno, rari arrivano a 1000. Non credo si possa davvero viverne senza altre attività o rendite. A meno di vivere in una grotta o una capanna in autarchia, allora forse :) 

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1 ora fa, Befana Profana ha scritto:

Non credo si possa davvero viverne senza altre attività o rendite. A meno di vivere in una grotta o una capanna in autarchia, allora forse :)

 

Hai ragione, sorella WDiana. :)

Con le cifre che dici, la vedo durissima. C'è un sito (https://www.viverediscrittura.it/) dove viene spiegata l'idea. È quello che si dice sopra: se svolgi professioni collaterali legate alla scrittura, magari ce la fai. Un mio conoscente giornalista guadagna abbastanza (non molto, dire il vero) per "vivere di scrittura" in senso lato. Comunque, rimane una strada lunga e ostica.

 

P.S.: spero che non mi porterai il carbone, cara Befana :P

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Ospite
46 minuti fa, dyskolos ha scritto:

Un mio conoscente giornalista guadagna abbastanza (non molto, dire il vero) per "vivere di scrittura" in senso lato.

infatti lo scrittore da cui avevo sentito difendere il progetto è uno (a me totalmente sconosciuto, infatti ho scordato il nome) che ha una mezza dozzina di romanzi ben venduti all'attivo e diceva che la sua grande soddisfazione era essere riuscito a far diventare quello d'avvocato il secondo lavoro, con orario ridotto. Già gli sembrava un sogno realizzato.

Poi guarda, io che cerco da un po' di vivere di scrittura in senso lato, e una scrittura molto meno nobile e più pragmatica di quella romanzesca, traducendo e scrivendo su commissione, ne vivo solo perché in casa almeno un famigerato posto fisso con stipendio annesso c'è. Sarei la prima a essere felice di trovare il modo di vivere bene scrivendo, quindi se trovate la formula, fatemelo sapere :D

(carbone di zucchero ti va o fa male ai denti?)

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12 minuti fa, Befana Profana ha scritto:

 

(carbone di zucchero ti va o fa male ai denti?)

ot: il carbone di zucchero è uno dei miei dolci preferiti, dico seriamente.

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Il 11/10/2020 alle 13:47, jako_po ha scritto:

L'unico modo per vivere grazie ai propri libri in Italia è trovare qualcuno disposto a trasportarli sul grande/piccolo schermo

 

Per curiosità ho cercato via google quanto siano pagati i vari adattamenti ma non ho trovato informazioni: non saprei manco dire quanto reddito producano le vendite di quei diritti (al netto di eventuali impieghi da sceneggiatore per l'autore, intendo).

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Forse vado OT ma volevo fare una considerazione su quanto detto da @Befana Profana sulla legge di sostegno ideata in Francia.

C'è una cosa che mi ha sempre infastidito in Italia: la legge sul cinema e gli aiuti al teatro. Perché queste due forme d'arte hanno sovvenzioni a dir poco notevolissime mentre altre come scrittura, fumetto, musica ricevono briciole?

Cosa c'è di diverso?

Forse gli agganci e gli intrallazzi?

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18 ore fa, Brutus ha scritto:

Perché queste due forme d'arte hanno sovvenzioni a dir poco notevolissime mentre altre come scrittura, fumetto, musica ricevono briciole?

Cosa c'è di diverso?

 

A occhio e croce, dei costi incomprimibili molto alti (a meno di non fare teatro di strada)

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Il 11/10/2020 alle 16:19, Befana Profana ha scritto:

Non si è ancora fatto nulla neanche qui. Ma quello che dicevo che è applicabile anche all'Italia è il fatto che solo dei proventi dei libri non si vive. A meno di essere Amelie Nothomb, che poi già stava benestante di suo, scrive un libro di successo all’anno e ha più di un’adattazione cinematografica o teatrale. 

E non è questione di yacht e ville, non so quali siano i costi della vita dove stai tu, @dyskolos , ma delle royalties autori affermati con più pubblicazioni all’attivo qui guadagnano 4-500 euro all’anno, rari arrivano a 1000. Non credo si possa davvero viverne senza altre attività o rendite. A meno di vivere in una grotta o una capanna in autarchia, allora forse :) 

 Perdonami, ma se arrivano difficilmente a 1000 euro l'anno (e sappiamo che più o meno ti entra un euro a copia), non li definirei proprio autori affermati...

Io credo che ognuno abbia il dovere di scrivere con l'obiettivo di vendere un milione di copie. E questo non significa avere la superbia di credere che ci riuscirà sicuramente o che ne ha il talento e le capacità. Ma deve impegnarsi per riuscirci. Certo, ce la farà uno ogni 10.000 scrittori, e allora? Si può avere un grande obiettivo e non centrarlo: non significa aver fallito. Ma di sicuro non ho mai visto nessuno raggiungere grandi risultati senza esserseli posti come obiettivo. 

A volte leggendo certi commenti noto uno snobismo filosofico per cui è degno solo chi scrive per amore della letteratura, fregandosene dei risultati, come se il non ottenere vendite importanti sia solo colpa del mondo editoriale marcio e corrotto. 

Io scrivo perchè amo tantissimo farlo, è ovvio. Ma la molla che mi spinge a dedicarci energie, impegno, a farlo non come un semplice passatempo, è il desiderio di emergere. Io scrivo per arrivare a più gente possibile, per vendere il più possibile, per sentirmi dire "wow, ho comprato il tuo libro e mi è piaciuto."

Venderò 100 copie? Probabile. Ma di sicuro non mi siedo a scrivere con l'obiettivo di venderne 150 la prossima volta. L'ambizione nel fare questa cosa (a dire il vero nel fare qualunque cosa) è quella di essere uno dei migliori. Altrimenti non ci perdo neanche tempo. Se devo solo passare il tempo per divertirmi, gioco da solo alla playstation. 

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Il 16/10/2020 alle 17:35, Befana Profana ha scritto:

se non ti piace il termine suggeriscine un altro e usiamo quello. Intendo gente che si definisce ed è definita scrittore professionista, con più di tre romanzi pubblicati, con un editore di medio-grande importanza, che percepisce royalties regolari eccetera. Sono pochi i romanzi che continuano a vendere migliaia o più copie anni dopo l'uscita. Gli autori che incassano l'equivalente di un buono stipendio esclusivamente grazie alle royalties sono pochi. Molto pochi. La maggior parte, non l'ho inventato io, mi fido degli esperti e degli interessati che ne danno testimonianza, se riescono a vivere della scrittura è grazie a lezioni, seminari, conferenze, lavori da giornalisti e via discorrendo.

A meno che non decidi di considerare scrittore affermato solo un Musso, un Modiano, un Houellebecq e via discorrendo. Di sicuro loro vivono di royalties e diritti cinematografici.

 

Ho cercato un po' di cifre, ti lascio il link http://www.ecoute-ecrit.fr/les-chiffres-du-livre-en-france.html

in sostanza calcolano per la Francia 100000 autori, ma solo 5000 che si definiscono a pieno titolo artisti-scrittori, di cui i redditi annui sono:

-  sopra i 100.000 euro per il 3%

- tra 30.000 e 100.000 per un 17%

- tra 10.000 e 30.000 per il 50%

- tra 5.000 e 10.000 per il 18%

- meno di 5.000 per un 12%

(In quel 50% non so quanti siano più vicini ai 30.000 e quanti ai 10.000 perché per viverci decentemente la differenza è sostanziale.)

Sono dati vecchiotti, devono avere 3 o 4 anni, pare che le cifre siano ancora scese. Qui c'è un articolo interessante del 2016
https://www.lemonde.fr/economie/article/2016/03/12/les-revenus-des-auteurs-la-plume-a-la-peine_4881593_3234.html

in cui si illustra, tra l'altro, il numero crescente di autori per dei guadagni sempre minori e enormi disparità tra i "ben pagati" e gli altri. E che negli USA la situazione è ancora più esacerbata.

Le mie conoscenze si limitano a dibattiti e stampa specializzata, su quelle baso le mie riflessioni, non ho altre fonti. Come esperienza diretta, posso dire che una delle cassiere del mio ipermercato ha pubblicato un romanzo con un editore nazionale, bell'edizione rigida, con interviste e pubblicità sui media eccetera e fa ancora la cassiera. Ma credo che sia un problema più generale delle professioni artistiche: lo zio di una mia amica è regista, con all'attivo dei film di successo, con grossa produzione, cast prestigioso, che hanno avuto buoni incassi in Francia e all'estero. Ma lui ha tutt'ora più debiti che soldi.

 

Naturalmente ti auguro di  avere il successo di un Camilleri, ci mancherebbe, dico solo che sono in pochissimi a riuscire davvero a vivere solo scrivendo libri. Non dico che tu non possa diventare uno di quei pochi :)

Ciao.

 

 

Beh sì, certo. Per me "affermato" significa conosciuto al grande pubblico, anche a quello generalista. Non ho detto che sono tanti, lo so anche io qual è la situazione. Però giocare a calcio in prima categoria e prendere 300 euro al mese di rimborso spese non ti rende un calciatore affermato. Non ti rende nemmeno un calciatore, secondo me, ma questo è un altro discorso. Però è definizione da dizionario: affermato ovvero colui "Che ha avuto un notevole successo, che si è imposto all'attenzione o al gradimento generale". 

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Il 16/10/2020 alle 16:33, mutantboy ha scritto:

Io credo che ognuno abbia il dovere di scrivere con l'obiettivo di vendere un milione di copie.

Mi sembra un'affermazione un po' perentoria... In realtà ognuno ha il dovere di perseguire i propri obiettivi senza minimizzare quelli degli altri. Io per esempio questo obiettivo che tu poni come categorico non ce l'ho, ma non mi sognerei mai di criticare una scelta del genere. (Se non si capisce, sono contraria anche allo "snobismo filosofico" di cui parli. Ognuno ha scopi e modi diversi di intendere la scrittura).

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24 minuti fa, *Antares* ha scritto:

Mi sembra un'affermazione un po' perentoria... In realtà ognuno ha il dovere di perseguire i propri obiettivi senza minimizzare quelli degli altri. Io per esempio questo obiettivo che tu poni come categorico non ce l'ho, ma non mi sognerei mai di criticare una scelta del genere. (Se non si capisce, sono contraria anche allo "snobismo filosofico" di cui parli. Ognuno ha scopi e modi diversi di intendere la scrittura).

 

Concordo con te, io sono stato volutamente estremista nel mio concetto per far passare il mio concetto. Quello che volevo far intendere è che mi suona un po'..."ruffiano" dire che non ti frega nulla di vendite e risultati, quando quello è lo scopo della pubblicazione. Chi dice di scrivere solo per il piacere di farlo, o per sè stesso, non avrebbe ragione di voler pubblicare, se così disinteressato alla risposta del mercato...

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11 minuti fa, mutantboy ha scritto:

Quello che volevo far intendere è che mi suona un po'..."ruffiano" dire che non ti frega nulla di vendite e risultati, quando quello è lo scopo della pubblicazione. Chi dice di scrivere solo per il piacere di farlo, o per sè stesso, non avrebbe ragione di voler pubblicare, se così disinteressato alla risposta del mercato...

No, è che non mi frega nulla di vendere un milione di copie, me ne vanno bene moooolte meno :D  Capisci il discorso?

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Inoltre un'altra opinione che non condivido, e che ho visto qualche volta espressa anche qui, è la critica a chi scrive "gratuitamente", cioè chi pubblica testi magari in download gratuito per il solo piacere di essere letto, di intrattenere un rapporto con il lettore o di diffondere un messaggio il più possibile, senza il vincolo del denaro. Oppure a chi regala i propri libri agli amici. Viene criticato perché "svende" un lavoro, come se fosse una cosa scorretta nei confronti di altri autori. Ma è ovvio che non stiamo parlando della concorrenza sleale dell'artigiano che fa i lavori in nero e quindi costa meno di chi rispetta la legge, sono due cose diverse!

Sono sempre due modi diversi di vedere la scrittura, ognuno con la propria dignità. 

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Il 11/10/2020 alle 16:10, jako_po ha scritto:

Gli scrittori italiani che vendono di più hanno praticamente tutti un altro lavoro

 

Il 11/10/2020 alle 16:10, jako_po ha scritto:

Valerio Massimo Manfredi è archeologo

 

Il 11/10/2020 alle 16:10, jako_po ha scritto:

Persino Umberto Eco ha sempre accompagnato l'attività di docente a quella di scrittore

 

Però non spariamo nomi a caso. Secondo Wikipedia, i libri di Valerio Massimo Manfredi hanno venduto 15 milioni di copie nel mondo: pensi che abbia bisogno di lavorare per vivere? Il nome della rosa vendette una cinquantina di milioni di copie a livello mondiale: secondo te, Eco continuò a fare il professore universitario perché gli serviva lo stipendio?

Avere un lavoro diverso da quello di scrittore non significa necessariamente non potersi mantenere di sola scrittura. A volte (nei casi più fortunati) significa semplicemente che l'autore in questione continua a fare quello che gli piace, oppure quello che gli è utile per sviluppare le tematiche di cui poi scrive. È bene precisarlo, così evitiamo di fare confusione. 

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