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Joyopi

[MI 129] L'accusa

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Prompt di mezzogiorno: innocente

Commento

 

L'accusa 

 

Si sistemò la barba posticcia, il cappello ed estrasse un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni con il quale si asciugò il sudore sulla fronte. Chiuse gli occhi e trasse un respiro profondo. Le tende si aprirono, liberandogli il passaggio.
“Una bella giornata, nevvero, signor Pavlov?” disse a voce alta e con fare beffardo, camminando verso un uomo che, legato, giaceva in un angolo del palcoscenico. La sua comparsa fu accompagnata da un applauso convinto dal quale Teodorov fu ringalluzzito. 
Artista di consumata esperienza e discreta fama, Teodorov sapeva di giocarsi molto in quell’ultimo atto della rappresentazione, la sola cui avesse preso parte che lo vedesse nei panni dell’autore oltre che dell’attore. Per ‘Wolfang’ – così si chiamava la tragedia, dal nome del crudele e meschino protagonista che naturalmente lo stesso Teodorov interpretava e del quale narrava le nefandezze – aveva consumato sei anni di notti insonni e di bozze strappate, e adesso, alla prima tanto attesa, era giunto il momento di raccogliere il seminato. 
Il teatro era pieno fino al più oscuro degli anfratti, come da previsione. Alla fine del primo atto, Teodorov era stato felice di ascoltare un forte applauso, segno che il pubblico stava apprezzando. Al termine del secondo, ricco di azione e di pathos, si era sfiorato il tripudio. Eppure, l’attore sapeva che il meglio doveva ancora arrivare: il monologo finale – nel quale aveva riversato ogni goccia del suo sudore creativo – avrebbe fatto venir giù il vecchio edificio con tutte le piccionaie, ne era certo! 
Lo spettacolo proseguiva quindi senza intoppi proprio verso il gran finale, quando però l’occhio attento di Teodorov si accorse che una leggera agitazione serpeggiava nelle file più lontane. Grazie alla sua esperienza, l’attore riusciva a percepire gli umori del pubblico pur se impegnato nella recitazione. E con orecchio fino, nel pieno di battute e risposte, colse il brusio che, come nel famoso gioco infantile del telefono, andava di spettatore in spettatore.
“Che succede?” pensò, “che sia successo qualcosa da qualche parte là fuori e se ne stia diffondendo la notizia in questo momento, come nel bel racconto di Buzzati?”. Questa prima idea fu però accantonata, perché a un primo sguardo l’attore capì subito che l’attenzione della parte di platea rumorosa era rivolta solo verso il palcoscenico. Allora pensò: “Che qualcuno abbia sbagliato qualche battuta? Che l’intonazione o l’intensità dei miei compagni più inesperti sia andata scemando in qualche momento senza che me ne accorgessi e potessi rimediare?”. Gettò un’altra occhiata indagatrice tra il pubblico, e gli parve ce l’avessero con lui. “Che forse io stesso, troppo sicuro di me, abbia peccato nell’interpretazione dell’ultima scena o abbia perso un’espressione importante?”. Così si rituffò con animosità nelle battute seguenti.
Ancora una volta, il brusio arrivò alle sue orecchie; rigettò l’occhio in platea. Sì, ne era sicuro, l’oggetto del chiacchiericcio era proprio lui. E stavolta gli sembrò che recasse in sé un tono d’accusa. “Ma cosa volete,” si disse, “se non state zitti come faccio a concentrarmi? Come ci si può calare nel personaggio se tutt’intorno non vige il silenzio? Lasciate che la tensione drammatica vi inchiodi alle vostre poltrone, zitti ad ascoltare. Non sentite la potenza di questo dialogo? Non capite quanto ogni parola e ogni gesto, ogni espressione sia perfetta?”
Tuttavia, per quanto s’impegnasse nell’interpretazione del terribile Wolfang – non solo per non commettere errori, ma per essere ancora più convincente –, non riusciva a zittire quel fastidioso dilagare di parole e di occhiatacce. Anzi, gli pareva, come una bolla d’aria quel sentimento ostile nei suoi confronti andava dilatandosi su tutto il pubblico. Teodorov avvertì la propria agitazione accrescersi insieme a quella della platea. Più guardava verso di loro e più scopriva, con orrore, che le occhiate si facevano sempre più ostili, dapprima diffidenti, poi disprezzanti, e che qualche mano si era alzata adesso non per applaudire ma per scagliare come freccia avvelenata un dito calunnioso su di lui. Il brusio era diventato un vociare vero e proprio, e nell’indefinitezza di quel turpiloquio l’uomo che ormai si sentiva imputato non riusciva a distinguere i capi d’accusa.
“Ma cosa volete?” si chiedeva Teodorov. “Non ho fatto nulla di male, cosa vogliono dire queste accuse che mi rivolgete?” pensava, proprio mentre lo spettacolo stava per entrare nel suo apice, il meraviglioso monologo finale. Proprio nel potere del monologo affidò allora, quasi disperato, le sue residue speranze di zittire finalmente quella paradossale inquisizione. 
Cominciò così a declamarlo, con tutto l’ardore che aveva in corpo, tentando con tutte le forze di non farsi condizionare dal clima terribile del teatro, che si andava trasformando in una piazza infuocata e il palcoscenico in una forca; nulla, a nulla serviva lo sforzo del povero Teodorov, nessuno di quei periodi ben congeniati e di quelle parole tanto ben scritte e declamate placò le ingiurie che piovevano inaspettate e insensate su di lui, come bombe di cui si ignora tutto, la sostanza di cui sono fatte, la mano che le ha costruite o la bocca che ha ordinato di lanciarle proprio lì, tranne il mortale effetto che provocano. 
Teodorov si sentiva morire. Devastante fu l’attimo in cui gli sfuggì un’occhiata alla prima fila dove, anche se per ultimi, anche moglie, figli e tutti gli altri cari dell’attore erano stati raggiunti da quella febbre da imputazione: le loro espressioni di disgusto e rigetto fisse su di lui erano le più cupe e rabbiose dell’intero teatro, come se gli gridassero: “proprio tu, come ha potuto farci questo, trascinarci in una latrina di empietà e di vergogna!”
D’improvviso, il monologo cessò. Teodorov, appunto nel momento in cui si sentiva ormai perduto e forse proprio spinto da quest’ultima orribile visione, aveva avuto un’illuminazione: “Forse non sono io il vero destinatario di queste calunnie, ma l’empio personaggio che interpreto! Che sia stata proprio la mia straordinaria abilità di attore e l’eccezionale cura con cui ho costruito Wolfang, il più malvagio tra i malvagi, ad avermi causato questa disgrazia?”
Così, un sorriso tornò sul volto dell’attore che s’affrettò a strappar via dal mento la folta barba posticcia e gettò il cappello e cominciò a gridare felice: “Vedete, amici miei, che è tutto un equivoco. Sono innocente di tutto ciò che mi imputate. Guardate, non sono il malvagio Wolfang, ma il vostro amato Teodorov, non fatevi ingannare da qualche trucco di scena, vedete.” Nel frattempo strofinava il fazzoletto sulle guance e sotto gli occhi per eliminare il fondotinta nero che certo non l’aiutava ad apparire meno crudele. “Wolfang, è lui il colpevole di tutto, ma non è più qui, potete star tranq…”. 
Un oggetto lo colpì in pieno volto, strozzandogli la frase in gola. Il volto di Teodorov divenne paonazzo. A nulla serviva allora dichiararsi innocente qual era, non bastava mettersi a nudo, mostrarsi così, che era poi com’erano tutti loro, senza alcuna barba di pece o cappello o trucco nero sul volto; forse proprio perché gli aveva mostrato loro stessi sulla gogna li aveva fatti imbestialire ancora di più. “Non è Wolfang che volete processare? C’è allora qualcosa che io, Teodorov, abbia fatto per meritarmi una sciagura simile?”
Un altro oggetto gli sbatté contro la spalla, e un altro lo colpì in petto.
“Maledetti!” gridò. “Maledetti tutti voi! Fermatevi! Sono innoc…”. Ma la pioggia di oggetti non si fermava, e qualcuno dal pubblico stava salendo sul palco. Lo afferrarono.
“Cos’è che volete, per lasciarmi stare, una confessione? Benissimo. Sono colpevole. Colpevole! Di tutto quello che volete! Sono stato io! Ma per l’amor di dio…”
A quelle parole, la folla eruppe definitivamente. La fame di giustizia insorse con una violenza indescrivibile, e si saziò solo dopo, quando la folla defluì e di quelle accuse non rimase più nulla.

 

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2 ore fa, Joyopi ha scritto:

come nel bel racconto di Buzzati?

 

Qualcosa era successo :) quello del treno.

 

RAcconto particolare, devo dire che mi ha colpito e mi è piaciuto molto. La gente che si è lasciata trasportare dalle emozioni che lui aveva suscitato. La sua bravura e ricerca della perfezione che lo ha portato a essere linciato. A un certo punto pensavo avesse davvero ammazzato qualcuno. Bella metafora quel mettersi a nudo. Bravo.

 

 

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7 ore fa, Ghigo ha scritto:

 Qualcosa era successo :) quello del treno.

In verità no, ce n'è uno che si chiama proprio "La notizia" ed è ambientato proprio in un teatro durante un opera; l'ho citato apposta, una sorta di tributo. Però hai ragione, anche in "Qualcosa era successo" c'è qualcosa di vagamente simile (un capolavoro quel racconto).

Grazie @Ghigo!

 

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Ciao @Joyopi, che racconto particolare! Fino alla fine ero curiosa di scoprire cosa stava succedendo, cos'era quel crimine di cui lo stavano accusando, per poi rendermi conto che il suo "crimine" era solo la sua eccessiva bravura. Bello!

Ti segnalo giusto una frase che penso andrebbe un attimo riformulata:

Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

Anzi, gli pareva, come una bolla d’aria quel sentimento ostile nei suoi confronti andava dilatandosi su tutto il pubblico.

C'è qualcosa che stona, forse manca un "che"?

Anzi, gli pareva che come una bolla d'aria, quel sentimento ostile nei suoi confronti andava dilatandosi su tutto il pubblico (qualcosa del genere).

E anche una riflessione tecnica: durante uno spettacolo teatrale, con le luci spente e solo il palco illuminato, da quest'ultimo il pubblico non dovrebbe vedersi. Almeno così mi pare di ricordare! Per cui forse mi concentrerei più sul brusio, che sulle occhiate lanciate dalle persone. Poi se c'è qualcuno che fa teatro, forse lo potrà confermare o smentire :P

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Surreale e bello. Classico il risvolto del tema trattato, classica la tua scrittura. La tensione si sente, è concentrata in un blocco, così come le riflessioni del protagonista alla fine, proverei ad alternare tra loro le due fasi, ma solo un po'. Il racconto rimane molto molto bello.

Ciao @Joyopi

 

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Grazie mille @Lauram, il tuo apprezzamento vale doppio vista la stima che ho per te (mi stai meritatamente stracciando nel PeS!) :)

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Il 7/10/2019 alle 00:42, Joyopi ha scritto:

Anzi, gli pareva, come una bolla d’aria quel sentimento ostile nei suoi confronti andava dilatandosi su tutto il pubblico.

forse andasse dilatandosi? C'è qualcosa che non mi torna in questa frase, ma non riesco a coglierlo bene

Davvero un racconto particolare, crescono la tensione e il disagio del protagonista e di riflesso anche quelle del lettore. Si sente bene il suo smarrimento mentre si interroga sul pubblico, sono d'accordo con @Anastassiya, mi sarei concentrata di più sul brusio evitando le espressioni, se non forse quelle delle persone in prima fila.

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Ciao @Joyopi, il surreale mi diverte moltissimo, di conseguenza il tuo racconto mi è piaciuto un sacco.
Uniche annotazioni: i discorsi diretti mi sembrano molto lunghi, un po’ troppo articolati per essere pensieri in scena, è voluto? 
e il finale: avevo intuito fosse a causa della sua bravura che la folla si stava agitando, ma calcherei sul momento in cui si toglie la maschera per sottolinearlo. 
E, citando la tradizione teatrale, Bravo!

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Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

Cominciò così a declamarlo, con tutto l’ardore che aveva in corpo, tentando con tutte le forze di non farsi condizionare dal clima terribile del teatro, che si andava trasformando in una piazza infuocata e il palcoscenico in una forca; nulla, a nulla serviva lo sforzo del povero Teodorov, nessuno di quei periodi ben congeniati

congegnati

 

Così bravo l'autore, superlativo l'autore, da far credere vera una rappresentazione teatrale...

Bravissimo @Joyopi  (y)

 

P.S.: pensa che io credevo avesse infierito troppo sull'uomo legato nell'angolo del palcoscenico...

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Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

il vecchio edificio con tutte le piccionaie,

Credo che ci vada il singolare di piccionaia, indicando essa un intero settore del teatro. Cosi come per i suoi sinonimi, loggione e galleria, si userebbe il singolare.

 

L'hai citato direttamente, l'immenso Dino, ma l'atmosfera buzzatiana sarebbe difficile non coglierla per chi la conosce. Invece, il racconto a cui ti sei ispirato purtroppo non l'ho ancora letto.

Il racconto è spettacolare, tu sei stato bravissimo... e ora ci tocca linciarti :mazza::lol:

Sei stato abile a giocare, tramite Teodorov, sullo smarrimento e la curiosità di cosa stesse succedendo.

L'unica osservazione riguarda il passo quando ascolta il brusio, rammenta il racconto e nel frattempo sta recitando. Ma questa osservazione è data dall'unico metro di paragone che ho, il mio, che più di una cosa alla volta non riesco a fare (anzi, una ne faccio e cinque ne dimentico).

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Ciao @Joyopi

 

Mi piacciono molto i racconti ambientati nei teatri, luoghi dove in apparenza si recita soltanto, in realtà, almeno secondo il mio punto di vista, luoghi dove i protagonisti, gli uomini e le donne che interpretano i personaggi, ma anche le varie maestranze, hanno l’opportunità di vivere un’altra vita, dare corpo ai propri sogni, speranze o incubi.

Il tuo racconto per me rispetta questi importanti requisiti, con in più l’aggiunta del pubblico. Il teatro può essere uno spaccato atemporale per tutti, un paradigma di ciò che è stato e di ciò che avrebbe potuto essere. Anche di ciò che sarà.

Mi piace Teodorov, lo hai delineato di massima, ma abbastanza per comprenderlo in alcune sue sfaccettature, in particolari della sua vita. Un attore autore che si consuma per sei anni nella stesura di un testo è di per sé un personaggio. Ci si immagina a come possa aver vissuto in questi sei anni, si fanno innumerevoli supposizioni, qualcosa deve essere successo, non sappiamo cosa.  Avvenimenti interessanti, particolari, sconvolgenti, una motivazione, una causa che potrebbe aver generato una rivelazione improvvisa che trapela fra il pubblico, all’inizio del terzo atto, perché nei primi due atti non si è avuto sentore di niente.

Le mie sono solo deduzioni ovviamente.

L’esperienza che Teodorov ha del pubblico gli fa intuire immediatamente che le sue reazioni stanno impercettibilmente, gradualmente cambiando. Si avverte una strana sensazione, molto alla Buzzati, autore che mi piace molto, e aggiungerei anche qualcosa di Kafka.

Il brusio del pubblico che va sempre crescendo, sembra quasi una incorporea arringa di un oscuro, sinistro e  soprannaturale pubblico ministero, un destino ineluttabile che sta per colpire realmente Teodorov, che dal palco della recitazione si ritrova improvvisamente catapultato nel palco della vita reale, per quanto anche quella trasformata, trasognata direi.

Forse Teodorov non sa cosa possa aver fatto di così grave da finire linciato, si dichiara innocente e poi colpevole allo stesso tempo, pur di porre fine a quell’incubo, ma non gli servirà granché.

Un ottimo racconto, con un’atmosfera che inizia in maniera normale per trasformarsi poi sempre più in qualcosa di inquietante, di cui non si  riesce a comprendere appieno la natura e il significato, fino alla tragedia finale.

Le ultime righe colpiscono. Dopo il dramma che si è consumato la folla defluisce e delle accuse non rimane più nulla. Pare di vederla quella folla che si disperde attraverso le vie della sua città, per tornare alla proprie case. Come una paradossale quiete dopo una  inaspettata tempesta d’autunno. Ottimo lavoro.

 

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Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

“Che succede?” pensò, “che sia successo qualcosa da qualche parte là fuori e se ne stia diffondendo la notizia in questo momento, come nel bel racconto di Buzzati?”

Noto che siamo partiti dalla stessa suggestione... Impossibile per me non notare i parallelismi tra i nostri due racconti, entrambi basati sulla paranoia ed entrambi con un finale aperto (proprio come il racconto di Buzzati che entrambi abbiamo citato).

 

Scritto con uno stile impeccabile, come sempre, e con un'atmosfera e un crescendo di tensione gestito alla perfezione. Molto bello, piaciuto :sss:

Una nota sull'incipit, non mi ha convinto molto come hai costruito la frase:

Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

Si sistemò la barba posticcia, il cappello ed estrasse un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni con il quale si asciugò il sudore sulla fronte.

Invece della virgola metterei un "e" perché gli oggetti sono solo due (barba e cappello) e non tre; non stai facendo un elenco, la coordinativa successiva non coordina un terzo oggetto ma una seconda proposizione

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Il 7/10/2019 alle 09:32, Joyopi ha scritto:

In verità no, ce n'è uno che si chiama proprio "La notizia" ed è ambientato proprio in un teatro durante un opera

Ritiro quello che ho detto, non avevo letto questo tuo commento :umh: quello che ho citato io è proprio "Qualcosa era successo" xD

Ci ho provato v.v

Comunque ottima citazione

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Il 8/10/2019 alle 01:49, Anastassiya ha scritto:

E anche una riflessione tecnica: durante uno spettacolo teatrale, con le luci spente e solo il palco illuminato, da quest'ultimo il pubblico non dovrebbe vedersi. Almeno così mi pare di ricordare! Per cui forse mi concentrerei più sul brusio, che sulle occhiate lanciate dalle persone.

Osservazione sacrosanta, e c'avevo pensato. Diciamo che mi serviva per rendere più "visiva" la scena (soprattutto con l'espressione dei familiari), e nella piega surreale che prende il racconto ho pensato potesse essere accettato con più facilità.

Infatti, ma non so se è una cosa che si sia percepita completamente, questo racconto è nelle mie intenzioni anche una sorta di allegoria che va oltre la semplice storia di un attore.

 

Il 8/10/2019 alle 11:52, Garrula ha scritto:

Uniche annotazioni: i discorsi diretti mi sembrano molto lunghi, un po’ troppo articolati per essere pensieri in scena, è voluto? 

Sì, una scelta stilistica (ero addirittura partito con l'idea di confondere man mano nella narrazione pensieri e azione) un po' per esigenze di ritmo, un po' per sottolineare il carattere "caricaturale" e allegorico del racconto.

 

Il 8/10/2019 alle 21:31, Vincenzo Iennaco ha scritto:

Invece, il racconto a cui ti sei ispirato purtroppo non l'ho ancora letto.

Molto molto bello.

 

23 ore fa, Alberto Tosciri ha scritto:

luoghi dove i protagonisti, gli uomini e le donne che interpretano i personaggi, ma anche le varie maestranze, hanno l’opportunità di vivere un’altra vita, dare corpo ai propri sogni, speranze o incubi.

C'è qualcosa in comune tra scrittori e attori...

23 ore fa, Alberto Tosciri ha scritto:

Si avverte una strana sensazione, molto alla Buzzati, autore che mi piace molto, e aggiungerei anche qualcosa di Kafka

Sì, sono i due autori ai quali ho pensato mentre scrivevo questo racconto.

 

23 ore fa, Alberto Tosciri ha scritto:

Un ottimo racconto, con un’atmosfera che inizia in maniera normale per trasformarsi poi sempre più in qualcosa di inquietante, di cui non si  riesce a comprendere appieno la natura e il significato, fino alla tragedia finale.

:sss:

 

6 ore fa, mina99 ha scritto:

Scritto con uno stile impeccabile, come sempre, e con un'atmosfera e un crescendo di tensione gestito alla perfezione. Molto bello, piaciuto

Grazie minuccio, passo a breve da te. 

 

@Anastassiya, @Kikki, @mina99, @Garrula, @Poeta Zaza, @Vincenzo IennacoIennaco, @Alberto TosciriTosciri, grazie a tutti voi per i suggerimenti e per l'apprezzamento, troppo gentili!

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Io avevo pensato a "paura alla scala". Ma vabbe', non ci ho preso. Bel racconto :)

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Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

La fame di giustizia insorse con una violenza indescrivibile, e si saziò solo dopo, quando la folla defluì e di quelle accuse non rimase più nulla.

Ciao @Joyopi questa frase, non so perché, visto che a ben vedere non c'entra nulla, mi ha ricordato la scena finale di un film:(Profumo)

L'attinenza, poi riflettendo, l'ho trovata. L'assassino nel film crea qualcosa che genera una reazione smodata nella massa di gente: il profumo perfetto nato da crimini da lui stesso commessi, sarà la causa della sua morte. Quasi allo stesso modo, Teodorv crea l'interpretazione perfetta di un personaggio crudele e spietato. Quello che genera la reazione del pubblico fino a spingerlo all'omicidio è la perfezione del prodotto dell'artista. 

Bene, considera le mie riflessioni solo un complimento al tuo racconto, che ho trovato molto originale e ben architettato. l'introduzione dell'omaggio a buzzati poi, è un'intuizione felice.

Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

Si sistemò la barba posticcia, il cappello ed estrasse un fazzoletto dalla tasca dei pantaloni con il quale si asciugò il sudore sulla fronte. Chiuse gli occhi e trasse un respiro profondo. Le tende si aprirono, liberandogli il passaggio.
“Una bella giornata, nevvero, signor Pavlov?” disse a voce alta e con fare beffardo, camminando verso un uomo che, legato, giaceva in un angolo del palcoscenico. La sua comparsa fu accompagnata da un applauso convinto dal quale Teodorov fu ringalluzzito. 
Artista di consumata esperienza e discreta fama, Teodorov sapeva di giocarsi molto in quell’ultimo atto della rappresentazione, la sola cui avesse preso parte che lo vedesse nei panni dell’autore oltre che dell’attore. Per ‘Wolfang’ – così si chiamava la tragedia, dal nome del crudele e meschino protagonista che naturalmente lo stesso Teodorov interpretava e del quale narrava le nefandezze – aveva consumato sei anni di notti insonni e di bozze strappate, e adesso, alla prima tanto attesa, era giunto il momento di raccogliere il seminato. 

    Poche righe e hai descritto il personaggio, il luogo e l'azione in maniera convincente! Chi legge, ora non può più fermarsi.

Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

Eppure, l’attore sapeva che il meglio doveva ancora arrivare: il monologo finale – nel quale aveva riversato ogni goccia del suo sudore creativo – avrebbe fatto venir giù il vecchio edificio con tutte le piccionaie, ne era certo!

Questo contribuisce, secondo la mia idea, a affermare che lui è consapevole di aver prodotto la perfezione, e non aspetta altro che dimostrarlo. Anche chi legge non vede l'ora di andare avanti, quindi nella perfezione è coinvolto anche l'autore del brano: che poi sei tu! Vedi, non è per piaggeria che mi ripeto, ma è proprio perché quando leggo io divento esigente e vado a scavare nelle mie impressioni. Sono convinta fino ai nervi delle mie ossa, che non basta scrivere o raccontare una buona storia, ma è anche il contributo emotivo di chi la riceve nell'anima a farne un successo mondiale. Potremmo creare opere meravigliose, sconvolgenti, ma se non abbiamo il pubblico giusto, che sia all'altezza a portata di mano... L'artitista crea, quante più persone recepiscono le note, le sfumature nel modo giusto, tanto più è perfetta l'opera. 

Per esempio tanti non si soffermano a pensare sul perché di alcuni particolari, nei film, quadri, canzoni, libri... 

Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

forse proprio perché gli aveva mostrato loro stessi sulla gogna li aveva fatti imbestialire ancora di più.

Questa frase è geniale, a leggerla attraverso le mere parole, scarcagnificando la frase, viene fuori che la perfezione del testo, della sua interpretazione, ha sbattuto in faccia alla gente la loro genetica imperfezione. 

E questa è il mio umile commento da aspiante raccontatrice di storie storte, ma da lettrice cazzuta.

Ti auguro di scrivere sempre così in futuro. Alla prossima sfida:duello:

 

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Il 6/10/2019 alle 23:42, Joyopi ha scritto:

“Maledetti!” gridò. “Maledetti tutti voi! Fermatevi! Sono innoc…”. Ma la pioggia di oggetti non si fermava, e qualcuno dal pubblico stava salendo sul palco. Lo afferrarono.
“Cos’è che volete, per lasciarmi stare, una confessione? Benissimo. Sono colpevole. Colpevole! Di tutto quello che volete! Sono stato io! Ma per l’amor di dio…”
A quelle parole, la folla eruppe definitivamente. La fame di giustizia insorse con una violenza indescrivibile, e si saziò solo dopo, quando la folla defluì e di quelle accuse non rimase più nulla.

 

Bravo @Joyopi!

 

Il tuo bel racconto ci parla dell'eterna lotta tra forma e sostanza, dove la sostanza alla fine è sconfitta dalla forma ed essa stessa, per evitare una fine ingloriosa, ambisce a diventare forma: più rispettata e popolare in quanto più percepibile. Sostanza è anche la fame di giustizia, che però è effimera, dura un attimo; e poi tutti tornano a commettere le loro piccole ingiustizie quotidiane, perché, in fondo,.parlare è molto più facile che fare. Io qui ci vedo anche una sottile critica sociale.

Mi hai fatto pensare a Luigi Pirandello (y)

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11 ore fa, Edu ha scritto:

Io avevo pensato a "paura alla scala". Ma vabbe', non ci ho preso. Bel racconto :)

Vero, c'è un po' d'atmosfera anche di quel racconto perché in effetti l'ho letto poco tempo fa.

Grazie Edu!

 

@Alba360, il tuo commento lo incornicio e lo appendo in camera, mi rende davvero felice.

 

3 ore fa, dyskolos ha scritto:

Io qui ci vedo anche una sottile critica sociale.

Mi hai fatto pensare a Luigi Pirandello 

Non posso che esserne orgoglioso, ovviamente! Grazie mille anche a te @dyskolos!

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Complimenti, un bel racconto. il climax è costruito con acutezza: dal momento iniziale, di mormalità e routine (T che si prepara a entrare in scena) al culmine finale, con quella folla che fiuisce come immaginiamo sia de-fluito tra le assi del palcoscenico il corpo e il sangue di T., dissolto.

 

Mi rende perplesso il passaggio “Che succede?” pensò, “che sia successo qualcosa da qualche parte là fuori e se ne stia diffondendo la notizia in questo momento, come nel bel racconto di Buzzati?”. Se fossimo in un film, diremmo che è una "citazione", ma nel cinema è più facile. Mi spiego. Se un attore dice una certa battuta prresa di peso da un altro film, la colonna sonora contiene un brano di un altro score, una inquadratura o una sequenza sono uguali a una inquadratura o a una sequenza celebri parliamo di "citazione". Lo spettatore cinefilo la colgie, il non cinefilo no, ma va bene lo stesso. Se in sovraimpressione sullo schermo comparisse la scritta "Questa è una citazione da Ombre rosse, Psyco o L'esorcista" sarebbe quantomeno fastidioso, se non ridicolo. Nel tuo testo, il passaggio incriminato, a mio parere, stona. Suona come una "zeppa", un'aggiunta superflua che s'incunea nel flusso del racconto e lo rovina, sia pure per poco.

 

Pià che a Buzzati, leggendo il raxcconto ho pensato a Kafka: T. è colpevole, non sa di cosa né perché, ma alla fine lo accetta e questo, paradossalmente, lo condanna. Cpme Josepk K nel Processo, T. cade vittima dei suoi carnefici quando accetta e proclama di essere colpevole. “Cos’è che volete, per lasciarmi stare, una confessione? Benissimo. Sono colpevole. Colpevole! Di tutto quello che volete! Sono stato io! Ma per l’amor di dio…”: ecco il momento in cui il Destino fa scattare la trappola

 

Un'ultima glossa. All'inizio (“Una bella giornata, nevvero, signor Pavlov?” disse a voce alta e con fare beffardo, camminando verso un uomo che, legato, giaceva in un angolo del palcoscenico. La sua comparsa fu accompagnata da un applauso convinto dal quale Teodorov fu ringalluzzito) ho pensato che lo spettacolo fosse una specie di Grand Guignol, con una variante importante; come in Intervista con il vampiro (film, non libro) il Pavlov del testo non è un attore, ma una vitima reale e le torture sarebbero state vere, non fittizie. Per quello poi T. è linciato dalla folla, come mostro. Invece rispetto alla mia impressione iniziale il testo prende una strada diversa, metafisica, che lo fa volare verso altre sfere.

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